Anomie e anomalie

Moster Dead – s/t (autoprodotto, 2011)

E via un’altra cassetta, a dimostrazione che la scena dei nastri, con il loro sapore di modernariato, è viva e vegeta. Anzi, sembra in espansione.
Il duo romano dei Moster Dead gravita nella galassia del lo-fi, del do it yourself, della sperimentazione anomala e anomica (ah le reminiscenze di sociologia dell’università); il tutto solidamente inquadrato in un contesto rock/punk/no wave minimale e spolpato.

L’intera faccenda nasce e si evolve intorno a basso, batteria e voce, seguendo sentieri contorti, con brani che spesso danno l’impressione di essere jam estemporanee in cui viene catturato un mood inaspettato e non programmato. Mi ricordano leggermente i Suicide – ma poco, a onor del vero; mentre li trovo più affini alle cose stralunatissime dell’Alan Vega solista, ma senza la scimmia rockabilly sulla schiena. Anzi, qui ci si trova anche a fare i conti con un po’ di psichedelia malata, di drug rock anni Novanta, di tribalismo post punk e di vocalizzi devianti molto arty… tutti elementi che rendono davvero eterogeneo il menu dei Moster Dead (tra l’altro ex Cactus ed ex Last Wank, per chi segue la scena italica da vicino).

Questa è musica bizzarra, adatta ai pomeriggi drogati – no fumo e fricchettonerie varie: solo roba chimica e possibilmente con una buona base anfetaminica – da spremere e far colare via sul pavimento. Musica da disagio, che mi ricorda il finir degli anni Ottanta con quelle lunghe giornate di tardo autunno passate a masticare Plegine, berci dietro Urbok e ascoltare canzoni in repeat. Roba forte.

Se volete il disco, lo trovate in free download su Bandcamp. Per la cassetta (oggetto pregevole davvero) invece dovete sborsare qualche euro e contattare la band.

MOSTER DEAD by MOSTER DEAD

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Alfatec, il bidone aspiratutto

Alfatec – s/t (coproduzione, 2011)

Riecco i toscani Alfatec, di cui già abbiamo parlato su Black Milk in occasione dell’uscita del loro 7″; il nuovo capitolo della loro storia  conferma quanto di positivo notato in passato: questa è una hardcore band sanguigna e appassionata, con sonorità spigolose, in cui violenza e melodia si bilanciano. Rispetto al passato si nota qualche passaggio più chitarroso e hard punk, qualche frazione più rock: roba che aggiunge un gusto rock’n’roll al tutto… e male non fa. Anzi!
Notevole anche la performance vocale, che a tratti ricorda un Ian McKaye sotto steroidi – o un Henry Rollins con un perizoma commestibile alla fragola sotto ai Chinos.

Un gruppo che ci sa fare e che, con modestia encomiabile, ammette: “Suoniamo per passione, amiamo quello che facciamo e proviamo a farlo nel miglior modo possibile”; niente pose, quindi, ma la musica e la voglia di suonarla sbattute lì, direttamente sul tavolo e senza troppe menate di contorno. E anche se l’avranno già notato in molti, a corroborare questa tesi arriva una frase postata nel loro profilo Facebook (cito con copia e incolla): “no one is talking about us in any punk hardcore messageboard. I’m pretty sure about it, cause if you google the band name you only got some vacuum cleaner stuff. Wich is not a surprise, cause we’re so stupid asshole that we’re looking for band name getting high in our rehearsal room“… questo per ribadire quanto siano genuinamente cazzoni. Nel senso buono.

In definitiva: questo è un buon disco, che scivola via liscio tutto d’un fiato e fa sbattere il testone con una certa frequenza, segno che i brani hanno il loro bel perché. Personalmente sceglierei se cantare solo in italiano o solo in inglese: in entrambi i casi la resa c’è… ma mantenere questa specie di ambiguità da cartello stradale tirolese personalmente mi mette un po’ a disagio.
Inoltre una controllatina all’inglese nei testi riportati nel libretto non avrebbe fatto male, a essere puntigliosi.

Promossi a pieni voti. E ora mi riascolto la tredicesima traccia, “Your War”, che mi è piaciuta tanto.

Your War by ALFATEC

Tarantole & filtrini

Il Re Tarantola ed Emma Filtrino – Il nostro amore sa di tabacco (Kandisky Records, 2011)

Duo bresciano al secondo disco, Il Re Tarantola ed Emma Filtrino (ovvero Manuel Bonzi e Emma Ducoli) mettono sul piatto una proposta vivace e fresca, volutamente lo-fi e “sgangherata”, come tengono a precisare loro.
Viene in mente la generazione di slacker cantata da Beck, Pavement e Guided By Voices negli anni Novanta e raccontata da Douglas Coupland in Generazione X: scazzo a profusione, elogio dell’approssimazione (“Abitiamo in una casa fredda, non sappiamo cucinare/Siamo lontani dalla perfezione, ma cerchiamo di stare allegri”, cantano nella title track) che traveste un lucido sarcasmo niente affatto banale. Raramente infatti capita di ascoltare nel nostro Paese liriche che abbinano semplicità e riflessioni pungenti sul vivere quotidiano dei trentenni o giù di lì senza essere presuntuose e saccenti, difetto che invece è ben presente in molti cosiddetti cantautori della scena nazionale.

Non si prendono particolarmente sul serio, si/ci pigliano pure un po’ per il culo, risultando indubbiamente simpatici: come non sorridere di fronte  all’autoanalisi spietata dei sogni infranti e della conseguente ammissione delle proprie incapacità in “I Love You Maddalena”, o della stortissima descrizione di come ci si deve stupidamente comportare alle feste comandate in “Fiesta”?

Il punto forte del Re Tarantola sta proprio nella capacità di coniugare leggerezza nell’esposizione a un’osservazione centratissima del mondo giovanile contemporaneo: “Qualcuno dice che dovrei studiare, qualcun’altro di andare a lavorare/Non sono nato per far ciò, propendo di star fermo sul divano/ Sto degenerando, sorrido e mi compiaccio, sto degenerando nel mio sguardo vuoto”, tre semplici versi che dicono più di qualsiasi articolo di un qualsiasi sociologo.

Musicalmente il duo si pone a metà strada tra un’attitudine garage-scassona, ma che fa l’occhiolino al pop, e il weird folk stralunato del primo Bugo, quello di Sentimento westernato – non quella triste macchietta in mano ai discografici che è diventato oggi – con i due picchi rappresentati dalla già citata “Fiesta” e la conclusiva “27 anni”, sghembissime folk songs zoppe e ubriache.

L’unica nota stonata è il suono della chitarra, veramente troppo pulito per il genere proposto: l’avrei resa più sporca e zozzona. Ma qui a Black Milk siamo tutti dei porcelloni, si sa.

Il caimano

Cayman The Animal – Too Old To Die Young (Mother Ship, 2011)

Inizio col dire che questo disco dei Cayman The Animal è semplicemente da comprare. Non pensateci troppo e procuratevelo, coraggio.
I motivi sono come minimo tre. Partiamo dal fatto più esteriore: si tratta di un oggetto realmente bellissimo… un LP picture one-sided, quindi con un lato solo di musica e l’altro meravigliosamente illustrato da Ratigher. Poi c’è che la band ha scelto di distribuire il proprio lavoro con una modalità estremamente illuminata: nel pacchetto trovate infatti il vinile e la versione su cd; e, se non vi basta, l’album è disponibile in free download, in mp3 (così se siete avari manco pagate e vi trovate i vostri bei file da buttare nel lettore mp3 o nell’aipòd – ma non sapete cosa vi perdete, farisei).

E il terzo motivo è, ovviamente, la musica. Un hardcore ibridato con l’emo-screamo anni Novanta, la sperimentazione degli ultimi Black Flag, il post hardcore, il rock’n’roll marinaro, il rock più sanguigno, il metal più sopraffino… un bellissimo guazzabuglio sulfureo e melodico, disperato ed energizzante. Del resto i ragazzi non sono certo sbarbatelli e hanno accumulato esperienza tangibilissima con band come Ouzo e Ingegno, nell’area perugina. E ora giungono a una summa di quanto accumulato e metabolizzato negli anni precedenti.

Un lavoro davvero interessante, che colpisce allo stomaco come una mazzata.

The Wild Brunch #18

E siamo al numero 18, a dispetto dell’inv(f)erno dell’esistenza e del tempo che non basta mai. Dove cazzo finiscono le ore che una volta si potevano dedicare a suonare, ascoltare dischi, comprare dischi, recensire materiale, scrivere pezzi… dove finiscono? Eh lo so io dove finiscono. Ma non si molla, tendenzialmente.
Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

MainlineAzalea (autoprodotto, 2011)
Un cd di metallo moderno: in pratica un bel frullato rovente di metalcore, nu metal e un po’ d’influenze post hardcore e indie-melodico (sepolte sotto a tonnellate di compressione e di riff da headbanger in offerta speciale). Non è nemmeno male, vi dirò, pur non essendo un genere che mi interessa… i Mainline sono potenti, professionali, ben a fuoco e alla fine sembrano portare a casa un bel risultato. Anzi, c’è da domandarsi come mai si siano autoprodotti e non abbiano una label alle spalle, ché questa è roba in cui si riconosce un potenziale. Se li incontrassi dal vivo direi loro: “Bravi ragazzi, non è certo colpa vostra se il vostro genere non mi piace… ma del resto è un problema mio”.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: metallari moderni senza borchie]

Il MalpertugioSunset Screaming (autoprodotto, 2011)
E maledetto me, che ho avuto questo cd per quasi un mese e non ho mai trovato il tempo di ascoltarlo prima… già perché è un bel dischetto di stoner/heavy rock/desert rock all’amatriciana. Dai Black Sabbath ai Kyuss, andata e ritorno, con un giretto panoramico anche in territori leggermente psichedelici, una spruzzata di doom e un goccio di Southern metal. Materiale così non avrebbe sfigurato nel catalogo Man’s Ruin, probabilmente, almeno per quanto mi concerne… e non è poco. Unica pecca: la tensione e l’eccitazione durano poco, poi subentra un po’ di noia. Ma probabilmente è un problema mio… oppure dei pezzi che anche se strutturati e studiati, non hanno tutti lo smalto che meriterebbero.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: orfani dello stoner che fu, quelli che cercano il deserto dell’Arizona anche in provincia di Aosta, quelli che hanno sempre stivali e pantaloni a zampa anche sotto al pigiamone]

Panda KidScary Monster Juice (Already Dead Tapes, 2011)
Un twentysomething del vicentino che si fa chiamare Panda Kid e fa tutto da solo con un’etica molto estemporanea e do it yourself… come presentazione suscita a priori una certa simpatia, se si ha un background fatto di autoproduzioni e arte di arrangiarsi. Poi questo album mi giunge in forma di nostalgico nastrone con le scritte fatte a Uniposca bianco sulla plastica della cassetta (e copertina a colori di quelle 3D, che ti ci vogliono gli occhialetti speciali per vederla altrimenti diventi cieco e strabico). Bello davvero. E la musica? Lo dico subito: mi ha un po’ disorientato… la proposta del nostro pandino, infatti, è sghemba, bizzarra, ma molto pop (nonostante le tonnellate di caciara e una dose di noisebluescatarro). E forse è proprio l’elemento pop a rendermi diffidente… ma riconosco che è anche l’arma segreta di Panda Kid, che confeziona un album con potenzialità molto interessanti se amate il genere. Tant’è vero che la versione su cassetta è stampata da una label super hip di Chicago, che pubblica ogni uscita in poche copie destinate a veri gourmet. Not my cup of tea, per alcuni versi… ma un bel lavoro in valore assoluto.
[Voto: 2 – Consigliato a: noise pop heroes da cameretta, crociati del lo-fi caramellato, hipster con sale in zucca]

PANDA KID -CONFIDENCES from All on Vimeo.

Balla che ti passa

The Dancers – 7″ (Green Records, 2011)

E caspita. Ne son passati di anni dall’ultima volta in cui ho avuto un disco Green tra le mani e il tempo ha fatto il suo effetto… nel senso che se per me Green Records è stata sinonimo di hardcore (e post hardcore con faccende tipo Burning Defeat) a metà anni Novanta, ora le cose sembrano radicalmente mutate.

Questi The Dancers, infatti, suonano un rock garage indie nervoso e rock’n’roll come quello di alcune band pazzesche, ma minori, di fine Novanta (mi sovvengono i Vue, gli Starlite Desperation, i Go!… ma anche alcune cose dei più blasonati Nation Of Ulysses e International Noise Conspiracy).

Qui c’è la velocità del punk/protohardcore, il groove del soul più zozzo, l’immediatezza dei riff garage e l’imprevedibilità di un cantato sguaiato al punto giusto.

Roba bastarda e ben fatta che – ahinoi – potrebbe anche piacere ai modaioli di turno, i quali come al solito hanno solo gli strumenti per dire che è “figa”, ma non per capirla o viverla.

Bravi davvero.

Never trust a indie

Gradinata Nord – Never Trust a Indie (BaCio, 2011)

Che i Gradinata Nord siano miei amici non è un segreto. Ci conosciamo da quasi 20 anni Claudio (il batterista, nonché losco personaggio che stava dietro alla fanzine leggendaria Nessuno Schema) ed io, tanto per darvi l’idea della faccenda. Quindi chi vuol pensare male, lo faccia pure e morta lì.

Detto questo, è con grande piacere e una certa ilarità (visto che oltre a essere dei rocker di razza mi divertono anche molto) che mi sono trovato nella cassetta delle lettere la nuova uscita targata BaCio Records – con sede nelle Kayman, ovviamente: un cd che nella grafica e nel titolo cita un famoso bootleg dei Pistols. Attenzione, però, perché non si tratta del nuovo disco dei GN, ma di un lavoro dedicato ai veri fan. Never Trust a Indie, infatti, è da interpretare come un compendio all’album uscito nel 2010 e contiene un po’ di chicche del passato recente e remoto.
Si parte con i cinque brani dello split del 2002 con i Rebelde; poi c’è quasi tutto il concerto di ritorno della band dopo sette anni di pausa (del settembre 2010, che ha circolato in edizione limitatissima e con più pezzi in versione cd-r – e io ne sono orgoglioso possessore); a seguire sei pezzi di un live di aprile 2000, con ben quattro cover; infine un brano solo tratto dal primissimo concerto del gruppo, nel gennaio 2000.

E’ interessante ascoltare questo cd seguendo l’ordine suggerito dalla cronologia dei brani, piuttosto che quello della scaletta vera e propria; in questa maniera si coglie l’arco dei Gradinata Nord che, pur fedeli a un’estetica e a un’attitudine street-oi da sempre, mostrano diverse sfaccettature sonore a seconda delle epoche considerate. Abbiamo gli esordi all’insegna del più violento e Nabat-iano oi punk: nichilismo, stadio, rabbia working class, pezzi punk tirati con tendenza a tratti hardcore (non per nulla, dei sette brani più antichi, tre sono cover dei Nabat, uno degli Erode e uno degli Agnostic Front). Poi c’è l’evoluzione del 2002, quando il seme dello street punk inizia a germogliare e a scoprirsi ibridato con il rock e l’heavy: inni da ultras avvelenati, con potenti scariche di hard rock primordiale e qualche notevole citazione metallica (non ultima la cover di “Carry On” dei Manowar, ribattezzata “Carry Oi!”). E, per finire, ci sono i GN dell’ultimo periodo, quelli del “rock da stadio” in cui le influenze più svariate e – sulla carta, almeno – improbabili si amalgamano per dare vita a pezzi che come minimo ti restano in testa per una settimana già dopo il primo ascolto; qui dentro ci sono tanto gli Heartbreakers quanto i Motley Crue, gli AC/DC e i Cockney Rejects, i Motorhead e i Dead Boys, i Manowar e i Faces… del resto è noto, non si risparmiano certo colpi quando c’è da tirar fuori un inno. E i GN lo sanno bene.

Ultima considerazione: il live del 2010 ci mostra i Gradinata in gran spolvero, con un piglio incazzoso e tagliente che dal vivo non è per niente facile mantenere.

Se già li conoscevate, Never Trust a Indie è senza ombra di dubbio un acquisto obbligato per avere anche questo nuovo tassello della discografia dei rocker valtellinesi. Se siete neofiti, il consiglio è di abbinarlo al cd Valtellina Boyz, per avere solide basi di ascolto ed entrare nel magico mondo dello sleazy rock da stadio gridando i cori più giusti senza sbagliare nemmeno una parola.

Garage Gewalt

RnR Terrorists – Garage Gewalt (Bubca, 2011)

Il termine tedesco Gewalt, nel suo significato, comprende al tempo stesso sia la potestas sia la violentia – cito malamente, e non per bullarmi. E’ dunque un atto di forza che comporta la presenza di una legittimazione del ricorso alla violenza. E per i toscani RnR Terrorists, nostra vecchia conoscenza, l’investitura ha origine divina; perché Essi sono gli Eletti e il Rock’n’Roll, in una notte fredda e nebbiosa di qualche anno fa, li ha posseduti carnalmente, inseminando i loro cervelli e le loro anime.

In questo nuovissimo – e atteso, almeno da queste parti – Garage Gewalt la band compie un passo speciale e abbandona la prassi di rubare/citare/rippare brani blues più o meno antichi, per proporre invece 10 pezzi interamente propri: è tutta farina del loro putrido sacco, piena di germi lo-fi, blues punk, garage rock, rumorismo minimale e gospel punk.
Rispetto al precedente Stolen Blues intravedo anche qualche sensibile mutamento di umore e in generale una vena più scura, ombrosa, nel massacro sonico di questi attentatori impenitenti; se entrambe le parti mi perdoneranno il paragone, Garage Gewalt mi pare per i RnR Terrorists un po’ ciò che In The Middle Of Darkwhere è stato – nella prima parte del 2011 – per gli Intellectuals… un disco che amplia un discorso, sorprende piacevolmente senza lasciare spaesati e mostra una band mutata come succede a un buon vino se si ha la pazienza di lasciarlo riposare più di quanto la voglia di berlo ci imporrebbe.

Qui c’è poco da scherzare sia chiaro: i pezzi dei RnR Terrorists sono come un massaggio alle chiappe praticato da un’aliena con la pelle fatta di lamette e schegge di vetro. Blues punk mutoide, pieno di diavoli storpi, sante eroinomani, negrieri in doppiopetto, schiavi con contratto a progetto, juke joint mortali nel mezzo della campagna tosco-emiliana e fegati zombie. Musichette per stuprare cervelli e gustarsi shottini di molotov, comodamente a cavalcioni di una Vespetta in fiamme. Il tutto aspettando il giorno in cui “la musica rientrerà nelle fogne e nei vicoli oscuri, scacciata dai divertimentifici ufficiali e tollerati”, perché “allora, e solo allora, tornerà a essere sangue e carne e tornerà a parlare a zone del nostro cervello ormai addormentate. E forse di lì un nuovo mondo verrà” (dalle liner notes del cd).

Io fossi in voi lo ordinerei da Bubca. Subito. Anche due copie, ché va regalato alle persone più care un dischetto così.

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