Caballero siempre (en)duro

Ray Daytona and The Googoobombos – Caballero (Sound Flat, 2011)

[Questo pezzo è incontrovertibilmente di Manuel Graziani, ma visto che con Ray Daytona and the Googoobombos il sottoscritto Andrea ha comunque una lunga storia di conoscenza che data dalla seconda metà degli anni Novanta, mi pareva il minimo buttare anche le mie due parole per parlare del nuovo Caballero. La mia memoria mi riporta immediatamente a una sera autunnale del 1998, quando per la prima volta la band in cui suonavo all’epoca divise il palco (di un locale metallarissimo) con Ray Daytona e i suoi; fu un concerto breve e casinaro, il nostro, finito in caos e feedback, con tanto di candela bruciante in stile Dead Moon sul palco. Mentre si dipanavano gli ultimi minuti del nostro set, tra chitarre fischianti e demenza assortita, Fernando ebbe l’idea di immortalare in video quelle frazioni, regalando ai posteri (che sicuramente ne sentivano la necessità) l’unica testimonianza video degli Shot Down al loro meglio/peggio. Quella videocassetta, poi speditami dal buon Fernando, è andata perduta ovviamente (prestata tempo fa a uno degli Shot Down e mai più riemersa dai meandri). Insomma, ci siamo stati simpatici fin dall’inizio ed è stato un piacere ritrovarsi dopo un po’ d’anni, dopo che vita, traslochi e vicissitudini ci avevano fatto perdere di vista.
L’occasione è
Caballero, un  gran bell’album di garage rock striato di surf magistrale, blues e punk. Nonostante gli anni che passano e i cambiamenti di formazione, il disco è la dimostrazione che i Googoobombos e il loro mentore sono sempre sulla cresta dell’onda… anzi, diciamo che le onde del surf non sono decisamente il loro unico interesse, ma hanno espanso e allargato i loro orizzonti, fino a sviluppare un sound riconoscibile, ma personalissimo.
Salutiamoli, quindi, con il rispetto dovuto a dei veri guerrieri del garage rock e leggiamo quanto Fernando ha raccontato al buon Graziani, durante una chiacchierata su questo nuovo lavoro
].

Caballero era la mitica motoretta 50 da enduro molto in voga negli anni ’70 ed era il nome della anch’essa mitica e mai dimenticata rivista per adulti. Nel 2011 gli inossidabili Ray Daytona and the Googoobombos chiamano allo stesso modo il loro sesto album e, secondo me, tutto torna. Alla grande, direi.

Mi chiedo a quale Caballero abbiano pensato scegliendo il titolo. La lunga risposta è del chitarrista e anima del gruppo senese Fernando Maramai: “Inizialmente l’idea di Caballero è venuta come commento al quadro di Echaurren, ‘La fine del tempo’, dove ci sono appunto un ‘tristo mietitore’ a cavallo e una scimmia-madre in lotta. Ma la parola ci è piaciuta soprattutto perché (secondo le nostre esperienze personali e i nostri ricordi) aveva in sé vari riferimenti e si ricollegava a diverse cose: in primis la rivista porno-erotica Caballero, rea di svezzamenti autoerotici, poi il motorino (io in realtà viaggiavo in Motobecane, poi in Califfone, ma insomma…). C’è poi una vecchia pubblicità-Carosello del caffè in cui appaiono come personaggi una certa Carmencita e un certo Caballero. E non ultimo: un paio di anni fa eravamo in tour in Spagna e mentre ci spostavamo da Madrid a Montpellier la Policìa spagnola ci ha bloccati in autostrada con un intervento spettacolare… i tipi non parlavano una parola in inglese, ci siamo capiti un po’ alla meglio in spagnolo, ma a noi sembrava che neanche sapessero la loro lingua perché ogni due parole ci dicevano ‘caballero’. Evidentemente gli sbirri si assomigliano in tutti i Paesi”.

Dalla seconda metà degli anni Novanta i Ray Daytona and the Googoobombos di strada ne hanno fatta molta, fisicamente e metaforicamente. Mantenendo intatto il loro marchio di fabbrica sono riusciti a evolversi, a non rimanere impigliati nella rete del surf strumentale più o meno filologico da cui sono partiti. In tal senso Caballero rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto al precedente album One Eyed Jack, che già mostrava una buona eterogeneità stilistica.
Certo, non mancano i numeri tipicamente instro-surf che sanno di classico, con tutti riverberi e tremolii del caso, dalla rilassata “Mojito Lounge”, che si tira proprio un bel pisolino su un’amaca, fino all’energica “Hard Bodies” dove i nostri ci fanno fare un bel giro sulle montagne russe del surf.

A colpire duro sono però i pezzi cantati dalla bassista Rosie e dal chitarrista ritmico Doctor D. La prima riscalda come meglio non si sarebbe potuto fare il maestoso garage-rock di “Walk Down The Line”, cavalca con sicurezza l’imbizzarrita galoppata teen punk “Space Time Spyral” e imprime una notevole spinta post-punk alla sonica “Count Me Out”, per quanto mi riguarda il pezzo più sorprendente dell’intero album. Quella vecchia volpe di Doctor D, con o senza Fez a coprire i quattro peli che gli rimangono in testa, blueseggia come un diavolo posseduto dal punk in “Bourbon City Blues” e sputa catarro crampsiano in “Uncle Wolf”.

La chitarra solista di Ray Daytona, ovvero il già citato Fernando Maramai, in simbiosi con la ritmica Doctor D, crea monumentali geometrie sonore che sono frutto tanto della pancia quanto della testa. Oggi come in passato è proprio questo il maggior pregio dei vecchi ragazzi senesi che col tempo hanno affinato sempre più la “tecnica” nel creare musica per immagini, abbracciando la magia del cinema (da quello di serie A fino a quello di serie Z) e delle arti figurative. È naturale, pertanto, che abbiano sempre cercato la collaborazione con artisti in grado di dare una immagine credibile ai loro sogni/deliri musicali. Dopo le due copertine di Winston Smith (Space Age Traffic Jam del 2002 e Fasten Seat Belt del 2004) e quella di Mr Esgar (One Eyed Jack del 2007), infatti, anche Caballero vanta una cover d’artista.

Chiedo a Fernando com’è avvenuto l’incontro con Pablo Echaurren: “Ho conosciuto Pablo qualche anno fa ad una sua mostra. Con lui condividevo la passione per i Ramones e per il futurismo (sul quale ho pubblicato anche due libri e una serie di articoli). Pablo ha una grandissima collezione di libri e manifesti futuristi e la sua  compagna è Claudia Salaris, forse la massima esperta di futurismo italiano. Ma una spinta che mi portava a lui era anche il fatto che da ragazzo avevo visto tante volte i sui lavori su Frigidaire e Il Grifo. E qui si torna al discorso “Caballero” e al periodo in cui siamo  cresciuti – seconda metà anni Settanta, primi Ottanta – un periodo che in Italia è stato rimosso per via del terrorismo ma che in realtà andrebbe molto approfondito perché assai più ricco del ventennio berlusconiano. Andando sullo specifico, il quadro di Echaurren ci sembrava perfetto per il disco perché esprimeva una sofferenza ma allo stesso tempo era ricco di colori e di movimento. Ecco più che una sofferenza una lotta: quella Grande Madre che cerca disperatamente di allontanare i teschi, le pennellate che tracciano linee coloratissime e schizzi (è sangue?), e poi questo cavaliere che combatte. Secondo me esprimeva perfettamente lo stato d’animo che ha portato a fare quel disco. Forse quella Grande Madre ci rappresenta, nel senso che suonare (con tutte le sue implicazioni: il lavoro di gruppo, viaggiare in furgone, ecc.) è un atto che ti dà l’illusione di tenere a distanza la morte. Poi si invecchia lo stesso e qualcuno ci rimette davvero la pelle, ma questo è un altro discorso… Fasten Seat Belt era un disco piuttosto visionario e naif, ma limpido, tutto in luce, e Winston era riuscito a capire perfettamente quello che volevamo da lui per la copertina. One Eyed Jack era invece un disco più criptico e scuro, quasi esoterico per certi aspetti. E l’olio su tela di Mr. Esgar lo era altrettanto, con l’ambigua danza dell’angelo con quella specie di demonio al centro; mentre intorno si sta giocando una partita a carte (Dostoevskij?). C’era poi un pezzo (“Heart of Darkness” che ci faceva pensare sia a Link Wray che al viaggio di Marlow in “Cuore di tenebra” di Conrad). Caballero si pone su quella linea, inizialmente doveva intitolarsi Everybody Loves you When You’re Six Feet Under, citando una vecchia frase di John Lennon. Poi abbiamo pensato a Rollin’ Over, come la canzone degli Small Faces. Infine la scelta definitiva: Caballero. Mi rendo conto che è molto confuso quello che ti dico, ma la musica per noi nasce per immagini e associazioni. È un po’ un processo psicanalitico che poi si manifesta grazie ai suoni”.

I più conoscono Pablo Echaurren come artista dell’immagine (pittore, illustratore, “fumettista”, ecc.) ma è molto di più. Per esempio è un scrittore a tutto tondo che, tra il serio e il faceto, ha dato prova sia delle sua capacità di romanziere che di eccellente saggista. Consiglio ai lettori di Black Milk di recuperare almeno Chiamatemi Pablo Ramone (Fernandel, 2006) sul suo personalissimo legame coi Fast Four e, per tutti gli amanti delle 4 corde, Bassi Istinti – elogio del basso elettrico (Fernandel, 2009).

Chiudo lo scambio di battute con Fernando chiedendogli proprio se il vecchio Pablito ha “commentato” il Thunderbird della bassista dei Googoobombos: “Abbiamo parlato di strumenti e in effetti lui ha una bella collezione di bassi. Giulia adesso ne ha due di Thunderbird vintage. In concerto ne usa uno degli anni Settanta, con due pick up. Quello più vecchio, che se non ricordo male è del ’63, è quello che hai visto quando siamo venuti a Teramo. Ne ha uno praticamente uguale anche Echaurren. La leggenda dice che negli anni Sessanta/Settanta i Thunderbird di quella annata se li sia comprati quasi tutti Entwistle, ma evidentemente almeno due gli sono sfuggiti”.

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