Caballero siempre (en)duro

Ray Daytona and The Googoobombos – Caballero (Sound Flat, 2011)

[Questo pezzo è incontrovertibilmente di Manuel Graziani, ma visto che con Ray Daytona and the Googoobombos il sottoscritto Andrea ha comunque una lunga storia di conoscenza che data dalla seconda metà degli anni Novanta, mi pareva il minimo buttare anche le mie due parole per parlare del nuovo Caballero. La mia memoria mi riporta immediatamente a una sera autunnale del 1998, quando per la prima volta la band in cui suonavo all’epoca divise il palco (di un locale metallarissimo) con Ray Daytona e i suoi; fu un concerto breve e casinaro, il nostro, finito in caos e feedback, con tanto di candela bruciante in stile Dead Moon sul palco. Mentre si dipanavano gli ultimi minuti del nostro set, tra chitarre fischianti e demenza assortita, Fernando ebbe l’idea di immortalare in video quelle frazioni, regalando ai posteri (che sicuramente ne sentivano la necessità) l’unica testimonianza video degli Shot Down al loro meglio/peggio. Quella videocassetta, poi speditami dal buon Fernando, è andata perduta ovviamente (prestata tempo fa a uno degli Shot Down e mai più riemersa dai meandri). Insomma, ci siamo stati simpatici fin dall’inizio ed è stato un piacere ritrovarsi dopo un po’ d’anni, dopo che vita, traslochi e vicissitudini ci avevano fatto perdere di vista.
L’occasione è
Caballero, un  gran bell’album di garage rock striato di surf magistrale, blues e punk. Nonostante gli anni che passano e i cambiamenti di formazione, il disco è la dimostrazione che i Googoobombos e il loro mentore sono sempre sulla cresta dell’onda… anzi, diciamo che le onde del surf non sono decisamente il loro unico interesse, ma hanno espanso e allargato i loro orizzonti, fino a sviluppare un sound riconoscibile, ma personalissimo.
Salutiamoli, quindi, con il rispetto dovuto a dei veri guerrieri del garage rock e leggiamo quanto Fernando ha raccontato al buon Graziani, durante una chiacchierata su questo nuovo lavoro
].

Caballero era la mitica motoretta 50 da enduro molto in voga negli anni ’70 ed era il nome della anch’essa mitica e mai dimenticata rivista per adulti. Nel 2011 gli inossidabili Ray Daytona and the Googoobombos chiamano allo stesso modo il loro sesto album e, secondo me, tutto torna. Alla grande, direi.

Mi chiedo a quale Caballero abbiano pensato scegliendo il titolo. La lunga risposta è del chitarrista e anima del gruppo senese Fernando Maramai: “Inizialmente l’idea di Caballero è venuta come commento al quadro di Echaurren, ‘La fine del tempo’, dove ci sono appunto un ‘tristo mietitore’ a cavallo e una scimmia-madre in lotta. Ma la parola ci è piaciuta soprattutto perché (secondo le nostre esperienze personali e i nostri ricordi) aveva in sé vari riferimenti e si ricollegava a diverse cose: in primis la rivista porno-erotica Caballero, rea di svezzamenti autoerotici, poi il motorino (io in realtà viaggiavo in Motobecane, poi in Califfone, ma insomma…). C’è poi una vecchia pubblicità-Carosello del caffè in cui appaiono come personaggi una certa Carmencita e un certo Caballero. E non ultimo: un paio di anni fa eravamo in tour in Spagna e mentre ci spostavamo da Madrid a Montpellier la Policìa spagnola ci ha bloccati in autostrada con un intervento spettacolare… i tipi non parlavano una parola in inglese, ci siamo capiti un po’ alla meglio in spagnolo, ma a noi sembrava che neanche sapessero la loro lingua perché ogni due parole ci dicevano ‘caballero’. Evidentemente gli sbirri si assomigliano in tutti i Paesi”.

Dalla seconda metà degli anni Novanta i Ray Daytona and the Googoobombos di strada ne hanno fatta molta, fisicamente e metaforicamente. Mantenendo intatto il loro marchio di fabbrica sono riusciti a evolversi, a non rimanere impigliati nella rete del surf strumentale più o meno filologico da cui sono partiti. In tal senso Caballero rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto al precedente album One Eyed Jack, che già mostrava una buona eterogeneità stilistica.
Certo, non mancano i numeri tipicamente instro-surf che sanno di classico, con tutti riverberi e tremolii del caso, dalla rilassata “Mojito Lounge”, che si tira proprio un bel pisolino su un’amaca, fino all’energica “Hard Bodies” dove i nostri ci fanno fare un bel giro sulle montagne russe del surf.

A colpire duro sono però i pezzi cantati dalla bassista Rosie e dal chitarrista ritmico Doctor D. La prima riscalda come meglio non si sarebbe potuto fare il maestoso garage-rock di “Walk Down The Line”, cavalca con sicurezza l’imbizzarrita galoppata teen punk “Space Time Spyral” e imprime una notevole spinta post-punk alla sonica “Count Me Out”, per quanto mi riguarda il pezzo più sorprendente dell’intero album. Quella vecchia volpe di Doctor D, con o senza Fez a coprire i quattro peli che gli rimangono in testa, blueseggia come un diavolo posseduto dal punk in “Bourbon City Blues” e sputa catarro crampsiano in “Uncle Wolf”.

La chitarra solista di Ray Daytona, ovvero il già citato Fernando Maramai, in simbiosi con la ritmica Doctor D, crea monumentali geometrie sonore che sono frutto tanto della pancia quanto della testa. Oggi come in passato è proprio questo il maggior pregio dei vecchi ragazzi senesi che col tempo hanno affinato sempre più la “tecnica” nel creare musica per immagini, abbracciando la magia del cinema (da quello di serie A fino a quello di serie Z) e delle arti figurative. È naturale, pertanto, che abbiano sempre cercato la collaborazione con artisti in grado di dare una immagine credibile ai loro sogni/deliri musicali. Dopo le due copertine di Winston Smith (Space Age Traffic Jam del 2002 e Fasten Seat Belt del 2004) e quella di Mr Esgar (One Eyed Jack del 2007), infatti, anche Caballero vanta una cover d’artista.

Chiedo a Fernando com’è avvenuto l’incontro con Pablo Echaurren: “Ho conosciuto Pablo qualche anno fa ad una sua mostra. Con lui condividevo la passione per i Ramones e per il futurismo (sul quale ho pubblicato anche due libri e una serie di articoli). Pablo ha una grandissima collezione di libri e manifesti futuristi e la sua  compagna è Claudia Salaris, forse la massima esperta di futurismo italiano. Ma una spinta che mi portava a lui era anche il fatto che da ragazzo avevo visto tante volte i sui lavori su Frigidaire e Il Grifo. E qui si torna al discorso “Caballero” e al periodo in cui siamo  cresciuti – seconda metà anni Settanta, primi Ottanta – un periodo che in Italia è stato rimosso per via del terrorismo ma che in realtà andrebbe molto approfondito perché assai più ricco del ventennio berlusconiano. Andando sullo specifico, il quadro di Echaurren ci sembrava perfetto per il disco perché esprimeva una sofferenza ma allo stesso tempo era ricco di colori e di movimento. Ecco più che una sofferenza una lotta: quella Grande Madre che cerca disperatamente di allontanare i teschi, le pennellate che tracciano linee coloratissime e schizzi (è sangue?), e poi questo cavaliere che combatte. Secondo me esprimeva perfettamente lo stato d’animo che ha portato a fare quel disco. Forse quella Grande Madre ci rappresenta, nel senso che suonare (con tutte le sue implicazioni: il lavoro di gruppo, viaggiare in furgone, ecc.) è un atto che ti dà l’illusione di tenere a distanza la morte. Poi si invecchia lo stesso e qualcuno ci rimette davvero la pelle, ma questo è un altro discorso… Fasten Seat Belt era un disco piuttosto visionario e naif, ma limpido, tutto in luce, e Winston era riuscito a capire perfettamente quello che volevamo da lui per la copertina. One Eyed Jack era invece un disco più criptico e scuro, quasi esoterico per certi aspetti. E l’olio su tela di Mr. Esgar lo era altrettanto, con l’ambigua danza dell’angelo con quella specie di demonio al centro; mentre intorno si sta giocando una partita a carte (Dostoevskij?). C’era poi un pezzo (“Heart of Darkness” che ci faceva pensare sia a Link Wray che al viaggio di Marlow in “Cuore di tenebra” di Conrad). Caballero si pone su quella linea, inizialmente doveva intitolarsi Everybody Loves you When You’re Six Feet Under, citando una vecchia frase di John Lennon. Poi abbiamo pensato a Rollin’ Over, come la canzone degli Small Faces. Infine la scelta definitiva: Caballero. Mi rendo conto che è molto confuso quello che ti dico, ma la musica per noi nasce per immagini e associazioni. È un po’ un processo psicanalitico che poi si manifesta grazie ai suoni”.

I più conoscono Pablo Echaurren come artista dell’immagine (pittore, illustratore, “fumettista”, ecc.) ma è molto di più. Per esempio è un scrittore a tutto tondo che, tra il serio e il faceto, ha dato prova sia delle sua capacità di romanziere che di eccellente saggista. Consiglio ai lettori di Black Milk di recuperare almeno Chiamatemi Pablo Ramone (Fernandel, 2006) sul suo personalissimo legame coi Fast Four e, per tutti gli amanti delle 4 corde, Bassi Istinti – elogio del basso elettrico (Fernandel, 2009).

Chiudo lo scambio di battute con Fernando chiedendogli proprio se il vecchio Pablito ha “commentato” il Thunderbird della bassista dei Googoobombos: “Abbiamo parlato di strumenti e in effetti lui ha una bella collezione di bassi. Giulia adesso ne ha due di Thunderbird vintage. In concerto ne usa uno degli anni Settanta, con due pick up. Quello più vecchio, che se non ricordo male è del ’63, è quello che hai visto quando siamo venuti a Teramo. Ne ha uno praticamente uguale anche Echaurren. La leggenda dice che negli anni Sessanta/Settanta i Thunderbird di quella annata se li sia comprati quasi tutti Entwistle, ma evidentemente almeno due gli sono sfuggiti”.

In F.O.A.D. we trust

Direttamente dagli anni Ottanta – per chi c’era e ha ancora un po’ di memoria – è tornata F.O.A.D. records, che i più grandicelli ricorderanno come la fanzine e tape label di Marco Garripoli di Torino. Da un po’ di tempo il marchio è stato riattivato in pompa magna, oserei dire, grazie al sodalizio tra Marco e un altro big boss della scena italiana degli ultimi 20 anni: Giulio The Bastard dei Cripple Bastards.
La loro forza, come label, è una brillante politica di ristampe di materiale del tempo che fu, con tanto di confezioni e packaging da leccarsi i baffi. Praticano la religione del vinile – di preferenza – ma non disdegnano ottime uscite su cd.
Se non conoscete Marco e Giulio, godetevi questa intervista fiume, in cui emerge sia la loro schiettezza che la loro natura di veri guerrieri della causa. La parola a loro… [nota: una versione liofilizzata di questa intervista è apparsa su Rockol; questa è l’intera chiacchierata]

F.O.A.D. è un marchio che i più “stagionati” ricordano attivo negli anni Ottanta, sopratutto come fanzine e per la produzione di alcuni nastri ormai divenuti di culto e che anticipavano l’ondata di ristampe dedicate all’hc italiano poi venuta molto dopo. Da dove nasce la scelta di riattivare il marchio e riprendere l’attività a pieno regime, dopo tanto tempo?
Marco: Ciao Andrea, innanzitutto grazie per aver definito ”di culto” i vecchi nastri della F.O.A.D. on tapes. La scelta nasce dall’esigenza di far riscoprire simili gioielli a circa 20 anni di distanza a chi purtroppo negli anni ha smarrito/venduto/prestato quei dischi o quelle registrazioni o per chi semplicemente era troppo piccolo, o addirittura non era ancora nato. Sarebbe stato davvero un peccato lasciare nel dimenticatoio alcune delle band uscite allora per la F.O.A.D., soprattutto secondo me le produzioni di gruppi italiani. Non dimentichiamoci che già negli anni ’80 l’Italia era vista come una vera e propria miniera d’oro di nomi eccellenti (basta rispolverare qualche vecchia fanzine o rivista straniera di settore per rendercene conto).  Poi ovviamente la nostalgia di quegli anni ha avuto un ruolo determinante per la scelta delle release, ed ecco quindi che il marchio F.O.A.D. è tornato in vita dopo un lungo silenzio.

Originariamente F.O.A.D. nasce negli anni Ottanta grazie all’impegno di Marco; come vi siete trovati e avete deciso di unire le forze? Tra l’altro Giulio è un altro pilastro della scena italiana, sia per ciò che fa a livello musicale coi Cripple Bastards, sia per la sua ormai pluridecennale attività con l’etichetta e il mailorder…
Marco
: E’ stata una cosa molto spontanea: io avevo già fatto uscire una manciata di release, tra cui Blue Vomit cd e un paio di coproduzioni, avevo in ballo la ristampa (sempre su cd) degli Stinky Rats e abbiamo deciso di farla insieme. Con Giulio oltre ad un amicizia che ci lega fin dai primi anni ’90 c’era già un ottimo rapporto di collaborazione con la sua band (Cripple Bastards) con cui lavoro ormai da anni come merchandiser/roadie e quindi tutto è venuto da sé. Ci siamo trovati e continuiamo a trovarci benissimo lavorando insieme. Inoltre Giulio aveva già un bel background in campo di etichette visto che con la sua EU 91 Serbian League aveva già fatto uscire delle ottime produzioni – e devo essere sincero, sono tante le cose che ho imparato e continuo a imparare grazie alla sua esperienza e professionalità. Ormai questo è diventato il nostro lavoro e probabilmente non sarebbe così per me, se non avessimo deciso di unire le forze sotto il nome della F.O.A.D.
Giulio: Per me il discorso F.O.A.D. è stato sotto un certo senso un voler ripartire da zero. Ok c’era l’esperienza di 20 anni con un’altra etichetta, ma principalmente un senso di sfida con me stesso nell’aprire un nuovo capitolo rivedendo tanti errori del passato e riformulando un mucchio di idee che precedentemente avevo sviluppato male. Come dice Marco, questa collaborazione è nata in modo spontaneo, ci conoscevamo dagli anni ’90 quando lui aveva il negozio di dischi a Torino, abbiamo avuto modo di reincontrarci e unirlo alla famiglia Cripple sul discorso live e merchandising, poi la coproduzione di Stinky Rats, qualche investimento comune e da lì ha preso piede il tutto. La mia etichetta E.U.’91 Serbian League pur essendo di culto per determinate produzioni (Impact, Underage, 5° Braccio, alcuni demo di primi anni ’90, i due primi album dei Cripple Bastards ecc) si era incanalata in una dimensione troppo di nicchia e in alcuni difetti di “forma” coi quali non riuscivo più a convivere, per questo l’ho messa da parte – anche se il nome resta vivo su alcune coproduzioni (Nerorgasmo, Yacopsae ecc). Riattivare la F.O.A.D. mi è sembrato la cosa più sensata e nutrivo una stima immensa per le vecchie fanzine di Marco – che collezionavo, le sue tapes come Blue Vomit e Indigesti che ai tempi trovavo da Zabriskie Point e Rock & Folk, insomma il nome F.O.A.D. mi è sembrato molto più attinente a questo discorso di ristampe tutte improntate sulla qualità, mentre E.U.’91 la vedo meglio come un’ala laterale da destinare piuttosto a produzioni grind o ultra-estreme (che erano d’altronde quello con cui sono partito). E tolti tutti questi discorsi il motivo che ci ha spinto a unire le forze è l’amicizia che c’è da sempre.

Stampate molto vinile, ma non disdegnate il cd. Che tipo di criterio tenete per decidere il formato? Semplicemente la durata del materiale oppure avete altre discriminanti che influenzano la decisione?
Giulio: Il vinile è sicuramente il supporto che prediligiamo sia perché ha coperto tutti gli anni in cui si è forgiata la nostra passione per l’hardcore e il metal, sia perché con il suo ritorno nell’ultimo decennio le fabbriche hanno notevolmente migliorato la qualità di stampa nel rapporto galvanica/resa su vinile che la scelta di materiali per la confezione, facendo sì che l’lp potesse veramente diventare IL supporto per rendere giustizia dalla A alla Z a una ristampa definitiva curata con passione. Parlo di copertine gatefold, una gamma enorme di finiture di stampa, scelta di cartoncini più elaborati rispetto a una volta… insomma lo standard si è alzato di tanto e per chi come noi è fanatico della qualità questo è un incentivo totale a optare per questo formato. Il cd viene messo in campo per ragioni di durata (esempio: tra le produzioni imminenti c’è un box di cinque cd dei Desecration!) o quando abbiamo abbastanza materiale (anche graficamente parlando) per poter realizzare qualcosa di più elaborato e collezionabile che si addica bene al digitale, o debba essere abbinato a un dvd, come è stato ad esempio il caso del cofanetto Nerorgasmo (che comunque uscirà anche in vinile) o i due ristamponi dei Wehrmacht con digipack e libretti a 20 pagine. In altri casi invece stampiamo su cd semplicemente per una richiesta specifica della band.

Mi colpisce molto in positivo il fatto che abbiate scelto di occuparvi di thrash e hardcore, due generi che a metà anni Ottanta oggettivamente avevano molti punti di contatto e a livello più underground viaggiavano spesso a braccetto (ai concerti capitava di vedere commistioni di thrasher e hardcorer sotto al palco, ma anche sopra). Questa è una cosa che poi nei Novanta si è un po’ persa. Come è stata accolta questa vostra idea?
Marco: Guarda, come dici giustamente tu, questi due generi (hardcore e thrash) negli anni ’80 andavano a braccetto, e io stesso ascoltavo dal punk hc più grezzo al metal più veloce e ”capellone”. Ne sono prova i vecchi numeri della fanzine F.O.A.D.: già dalle prime uscite (il primo numero è datato estate 1986) sulle pagine della fanza potevi trovare articoli, interviste o recensioni che andavano dai Dead Kennedys ai Vulcano, dai Negazione agli Slayer, dai Final Conflict agli Schizo… perché questo era ciò che ascoltavo in quegli anni. Non si facevano troppe distinzioni. Poi ovviamente c’erano gruppi che inevitabilmente piacevano per forza agli amanti di entrambi i generi (vedi per esempio i Wehrmacht o Cryptic Slaughter o anche i nostrani Jester Beast…), gruppi con un suono metal ma con un attitudine hardcore. Tutto veniva visto in modo molto naturale e mai forzato.  Il voler mantenere vivo questo aspetto è semplicemente uno specchio della nostra attitudine e di cosa continuiamo ad ascoltare dopo tutti questi anni.  A mio parere il più delle volte l’uso/abuso di etichette inutili non fa altro che dividere ancora di più quello che già è una scena underground, quindi per forza di cose già ristretta. Ma un buon 80% dei nostri clienti abbiamo visto che compra della F.O.A.D. sia l’uscita del gruppo punk sia quella del gruppo death-thrash, quindi vuol dire che la cosa è gradita, e questo non può che farci un enorme piacere.
Giulio: Sì se nei Novanta si è un po’ persa, nei 2000 e passa è completamente scomparsa, malgrado oggi ci sia questo revival di metal/punk e affini, seguito però senza neanche capire da cosa derivi. L’intenzione di partenza da quando abbiamo iniziato questo progetto era di dedicarci a tenere in vita quelle sonorità e quello spirito che coincideva con gli anni nei quali è esplosa la nostra passione per il genere, e in quel periodo c’era una commistione perfetta tra il metal e l’hc, sia a livello di unione di pubblico ai concerti e nei punti di ritrovo che, come dice Marco sulle fanzine, sulla varietà di produzioni di determinate etichette e sul modo di suonare e rapportarsi ai generi di una miriade di band.

Quale è la ristampa impossibile dei vostri sogni? Il disco – o i dischi – che vorreste a ogni costo produrre, ma non riuscite a trovare il modo…
Marco: hehe… bella domanda! Guarda, ti direi che se non fosse già uscito quel grezzissimo (ed incompleto) bootleg cd (se chi l’ha fatto sta leggendo questa intervista: vergogna! Potevi fare almeno un lavoro decente!), mi sarebbe piaciuto fare uscire una bella release dei toscani C.C.M.,uno dei gruppi che ho più a cuore da quando ero ragazzino.  Li metto tra una delle uscite ”impossibili” perché so che alcuni dei vecchi membri della band sono totalmente contro eventuali ristampe. Poi, oddio, se mai un giorno dovessero cambiare idea li aspetteremo a braccia aperte! Ci sarebbe poi un’altra band hardcore nostrana (molto, molto conosciuta…), ma per questa vogliamo ancora incrociare le dita e quindi preferisco non fare il nome… hahaha!
Giulio: Da un lato considero un sogno impossibile realizzato il fatto che stiamo ristampando i demo dei S.O.D.… quando ne ho parlato la prima volta con Dan Lilker mi aspettavo uno sputo in un occhio e invece alla fine è andata in porto. Altri nomi per scaramanzia non ne faccio, condivido quelli che ha detto Marco e in più come fissa personale aggiungo che mi piacerebbe tantissimo ristampare i mitici Bloodcum di John Araya e tanta altra roba della super-controversa Wild Rags Records.

Una domanda legata a Internet: come vi ponete nei confronti della Rete, della libera circolazione della musica senza controlli e del download? Pensate sia un danno per una label così specializzata e per appassionati come la vostra?
Giulio: Sì è un danno totale, ha abbattuto pesantemente le vendite, distrutto la passione per il vinile e creato una confusione enorme tra le nuove generazioni che pescano alla cazzo da download in rete e sviluppano una cognizione completamente irreale e sfasata sui generi e su come si siano sviluppati. Nel periodo del tape trading c’era una fame enorme verso nuove band, voglia di scoprire e avere una conoscenza il più estesa e dettagliata possibile, oggi c’è questa faciloneria da compilation per iPod che disperde nel nulla quello che un tempo ha avuto effettivamente valore. Per un’etichetta come la nostra è indubbiamente un ostacolo gigantesco.

Come vi muovete in pratica quando individuate del materiale che vorreste pubblicare? E’ difficile contattare le band? E – soprattutto – avete mai avuto difficoltà con qualcuno che non era interessato a vedere del vecchio materiale ristampato?
Giulio: In questi primi due anni di ri-attività della F.O.A.D. noto che il punto di forza principale nel realizzare una ristampa siano i ganci tramite amici, vecchie conoscenze, gente che conoscevamo da quel periodo ecc ecc.. sembra antiquato ma la formula vincente è contattare “a gancio”. Da un lato Marco e i contatti/amicizie che si portava dietro dagli anni ‘80/’90, dall’altro quelli che arrivano da me sia grazie ai Cripple Bastards che al fatto che comunque già con l’E.U.’91 Serbian League mi occupavo di ristampe e conoscevo tanti personaggi chiave dell’hardcore/thrash anni ’80. Poi da un contatto si arriva a un altro contatto e si crea un network esteso di persone che ti permettono di arrivare a band magari sciolte da oltre 20 anni. È anche abbastanza appassionante e avventuroso come lavoro, implica purtroppo tempistiche estremamente lente, pazienza infinita, l’incanalarsi spesso su binari morti ecc.  Difficoltà con band non interessate o semplicemente indifferenti al discorso ce ne sono state, è il motivo principale di quando vedi una nostra uscita annunciata restare ferma per anni.. Un altro classico sono i personaggi che spuntano dal nulla e in un attimo ti mettono in gioco un bordello di opportunità e poi da un giorno all’altro ri-scompaiono del tutto senza spiegazioni.

Spiegate chiaramente nel vostro sito che non avete interesse unicamente nel campo delle ristampe, ma cercate anche band contemporanee. Avete qualcosa in cantiere?
Marco: Sì,diciamo che siamo anche aperti a band contemporanee, ce ne sono alcune davvero valide (non moltissime purtroppo, ma qui mi sa che entra in gioco nuovamente la nostalgia di quello che più ci piaceva negli anni passati…).  Purtroppo il problema sta nel tempo e nell’investimento: abbiamo già molte uscite previste per la fine 2011 e tutto il 2012 e ci risulta difficile star dietro a tutto. In cantiere c’è più di una band, ma proprio per non fare l’errore di annunciare una release che magari verrà alla luce fra mesi e mesi preferiamo aspettare ancora un po’.
Giulio: Non è mai detta l’ultima parola, se riusciamo a velocizzare e smaltire determinate uscite in progetto nei prossimi mesi, forse troveremo anche lo spazio per pubblicare qualche band odierna. Chiaramente è abbastanza difficile trovare qualcosa che corrisponda al nostro gusto e al discorso su cui è impostata l’etichetta, ma siamo sempre aperti a ogni proposta e ascolto.

F.O.A.D., ai sui esordi più di 20 anni orsono, era legata anche all’omonima fanzine. Quel discorso è definitivamente chiuso? Non vi è mai venuta l’idea di riprendere a pubblicare? Oppure magari di fare una raccolta antologica dei numeri usciti?
Marco: Non ti nascondo che ogni tanto mi piacerebbe riprendere il discorso della fanzine cartacea, ma proprio come una volta quindi con tanto di fotocopie, forbici, colla e macchina da scrivere, anche se un po’ mi verrebbe da ridere perché mi sentirei come catapultato indietro di circa 25 anni da una macchina del tempo. Purtroppo anche lì dal dire ”Ora si ricomincia!” al trovare il tempo necessario per farlo passerebbero anni, magari. Più persone mi ha fatto questa domanda, sia legata alla pubblicazione di nuovi numeri della fanza, sia a un’eventuale raccolta antologica dei numeri usciti (sette in tutto), ma per il momento no. In futuro chissà. Ci sarà sì la prima uscita della F.O.A.D. edizioni, ma non sarà di una raccolta delle mie vecchie fanzines, bensì di un libro in edizione limitata sui lavori, disegni, foto, manifesti ecc di Luca Abort. Abbiamo circa 300 scansioni già pronte…

Giocati il jolly e amen

Jolly Power – Like An Empty Bottle… Again (Street Symphonies Records, 2011)

Ebbene sì, lo ammetto: ho un passato da lipstick killer. Non che andassi in giro conciato come Vince Neil e soci, ma se c’era da schierarsi – in quelle infantili diatribe tra sotto tribù metallare – tra thrashers e glamsters, ero fermamente dalla parte di quest’ultimi. Comunque, a pensarci bene, i vari L.A. Guns e Faster Pussycat non erano altro che la versione un pochino più tamarra e metallizzata dei primigeni street rockers come New York Dolls, Dead Boys e – andando ancora più indietro – T. Rex e Slade.
A 16-17 anni non stai a fare molte distinzioni: per me era tutto rock’n’roll, più che naturale e logico, quindi, ascoltare sia gli uni che gli altri. Passata la sbornia (grazie anche al grunge, che fece strage di tutto l’hair metal anni Ottanta) mi dedicai ad altro, non rinnegando mai però la passione per quelle sonorità.

I Jolly Power me li ricordo bene; uscirono a metà degli anni Novanta con una tape di otto brani. Like An Empty Bottle…Again ce li ripropone con l’aggiunta di cinque bonus track registrate con il primo cantante Elia.
Niente a che fare con Poison, Warrant ed il lato più “soft” del genere: il loro sound è sporco, rabbioso e tossico, figlio degenere dei vari Hanoi Rocks e Dog’s D’Amour, con quel mood da perdenti avvertibile in un altro gruppo di sbandati dell’epoca, gli americani Sea Hags.

Così, “If Your Heart Is Closed” e “Downtownhanno quel tipico passo sleaze alla primi L.A. Guns, “No Room For You” è viziosa e cattiva come lo erano i Faster Pussycat, la title track è un blues acustico e ubriaco, “Sixteen” – la migliore del lotto – è street rock pestone con un piano honky tonk che sembra uscire direttamente da un disco di Michael Monroe & company.
Nei brani aggiunti per questa ristampa si avvertono chiaramente le influenze trash punk’n’roll alla maniera di Hellacopters e Backyard Babies, che modificheranno il suono della band nei dischi successivi.

Per gli amanti del genere, disco da avere. Per gli altri, ascolto comunque consigliato.

I’m Loose

Loose – Dodge This! (autoprodotto, 2011)

Se qualcuno mi chiedesse qual è il gruppo italiano che incarna più totalmente lo spirito del rock’n’roll perdente – quello che puzza di piscio-vicoli-benzina-sangue-coagulato, quello che sembra nato nelle vie più infami di Detroit e di Sydney, quello figlio dei paria come i fratelli Asheton, Fred Sonic Smith, Wayne Kramer e Rob Younger – beh, la mia risposta sarebbe senza esitazione: Loose.
Loro sono in giro da un bel po’ di anni, sempre pronti a sbattere la testa contro al muro, a pubblicare dischi pazzeschi a cui – inspiegabilmente – sembra non fottere un cazzo a nessuno (certo magari per voi è più figo… Guitar Wolf? Oppure l’ennesimo gruppo pseudo-garage di ragazzuoli danarosi nordeuropei? O ancora qualche sessantenne che viene a farsi le vacanze in Italia con reunion da geriatrico? Miserabili… avete la merda nel cervello, ve lo devo dire).
La loro ultima fatica è intitolata Dodge This!, ed è un vero pugno in faccia, un disco di rock’n’roll/punk australiano al 100%, se non fosse che arriva dalle Marche e i nomi di chi suona sono italianissimi. Un album senza compromessi, fedele allo spirito che tanti amano, ma pochissimi hanno saputo – negli ultimi 30-40 anni – interpretare e trasmettere… se non resistete a gente come MC5, Radio Birdman, New Christs, Visitors, Stooges, New Order, Sonic’s Rendez-Vouz Band e magari anche Gang War, non potete rimanere indifferenti a Dodge This! – ma anche al resto della produzione dei Loose che, sia chiaro, non hanno mai cambiato genere e da una quindicina d’anni combattono sul campo, con il loro rock.
In pratica, avete due opzioni. continuare a far finta di nulla e crogiolarvi nell’ignoranza e nel guano, oppure riconoscere la grandezza di questo gruppo, magari comprando questo e gli altri dischi usciti.
Detto ciò, i Loose meritano senza dubbio uno spazio in cui esprimersi e raccontarsi, ed è così che li abbiamo intervistati via email. Il risultato di questa pseudochiacchierata potete leggerlo qui di seguito.
Attenti e silenzio. E, se siete in zona Milano e città a tiro, venite a vederli il 9 dicembre al Lo-Fi.

Chiedere a una band di parlare dell’ultimo disco è sempre il modo più stupido e banale per iniziare un’intervista. Eppure nel caso di Dodge This! mi sembra quasi obbligatorio, perché è un disco travagliato, che ha rischiato di non vedere la luce… raccontateci le vicissitudini che ha avuto e – se ve la sentite – spiegateci perché un disco così valido non ha trovato una misera label disposta a farlo uscire (se pensiamo a tutta l’immondizia che viene pubblicata, vien quasi da incazzarsi a morte)…
Max
: Dodge This! è il disco della rivincita! (ridendo) Della serie: Loose II – La vendetta! Sottotitolo: A volte ritornano! Trama: Dopo avere rischiato l’estinzione, la bestia con un ultimo colpo di coda si riprende quello che le spetta! Bello eh? In realtà tutto questo è solo nella nostra testa e siamo ben consapevoli che lo spazio che spetta ai Loose nella storia del r’n’r è “molto circoscritto” (eufemismo) e che non sarà certo Dodge This! a cambiare questo destino. Intendiamoci: Dodge This! è, a nostro avviso, un cazzo di gran lavoro! Probabilmente il nostro miglior prodotto. Ma la storia del r’n’r la fanno band del calibro di Stooges, MC5, Radio Birdman, New Christs… comunque, un obiettivo ambizioso lo abbiamo anche noi: conquistare e conservare uno spazio nel cuore degli appassionati di r’n’r che dovessero , per caso o per intenzione, avvicinarsi alla nostra musica. Il lavoro a Dodge This! è durato tre anni. L’ultimo nostro disco, Rock The Fuck On!, era stato realizzato in una settimana. Eh sì, non ci piacciono le mezze misure. Tre anni nel nostro home studio/sala prove, affinché tutto nel disco fosse come era nella nostra mente, o lasciando che il brano si sviluppasse in corso d’opera, aggiungendo o sottraendo materiale a seconda dei casi. Tutto ciò con i limiti che l’home recording impone, naturalmente. Per il missaggio abbiamo saggiamente optato per la professionalità e l’esperienza di Davide Lenci al Red House studio, mentre per il mastering abbiamo voluto affidarci a qualcuno che conoscesse da vicino la materia da trattare, così abbiamo chiesto ad Ernie-O Mastering di Melbourne se voleva prendersene cura. A disco pronto, entusiasti del buon risultato, abbiamo cominciato a selezionare delle label che pensavamo potessero essere interessate a pubblicare il disco. Vista la precedente esperienza con Rock The Fuck On!, quando avevamo spedito cd in lungo e largo per tutto il globo senza ottenere risultati, abbiamo pensato di cambiare strategia. Poche label, ma giuste. Beh, purtroppo, per un motivo o per l’altro, nessuna di queste ha ritenuto opportuno investire nel gruppo, alcune fornendo gentilmente legittima motivazione, altre ignorando completamente la nostra proposta – cosa che, devo dire, trovo molto scortese…. se io invio un cd a qualcuno, specialmente previo accordo, è naturale che io mi aspetti una risposta, anche se negativa. E’ una questione di rispetto, perlomeno così la vedo io. Il problema, in questi casi, è che i continui rifiuti vanno a incidere sulla autostima del gruppo, fino a poter anche causarne lo scioglimento, che è un pò quello che è successo a noi con Rock The Fuck On!; il disco lo abbiamo pubblicato lo stesso, ma il gruppo è andato poco oltre. Anche stavolta, devo ammettere, il dubbio sul senso di voler a tutti i costi proseguire su una strada che sembra ormai dismessa da tutti, si è presentato puntuale all’appuntamento e come un avvoltoio ha volteggiato sulle nostre teste. Anche alcuni giornalisti storicamente “vicini” al gruppo, all’ascolto di un anteprima del disco, avevano “dimenticato” di offrirci la loro, per noi preziosa, opinione, lasciando, di fatto, intuire che la stessa fosse tutt’altro che positiva. In ogni caso, il gruppo adesso c’è! Alcuni riscontri positivi cominciano ad arrivare, e dalla stampa e da chi ha, non senza un po’ di scetticismo, già acquistato il disco. Il 9 dicembre prossimo ci sarà il release party dell’album al Lo-Fi di Milano (che vorrei qui ringraziare pubblicamente), il 10 saremo al Plettro di Belluno – e un altro paio di date dalle nostre parti sono già state programmate Insomma, ci sono segnali di ripresa e di allontanamento dal rischio default.

Leggendo la vostra bio è chiaro che i Loose hanno sempre dovuto lottare a pugni, schiaffi e mazzate per sopravvivere. E a un certo punto sembravano davvero finiti (scioglimento del 2004); cosa vi fa continuare a dispetto di tutto e tutti?
Max
: La consapevolezza di essere la più grande r’n’r band vivente al mondo! (ridendo). In realtà è più che altro la convinzione di chi sa di stare facendo quello che ama fare e di farlo, qualche volta, anche bene. Poi, ma questa è una mia cosa personale, c’è anche il discorso della missione, il “carry the message on”, la “r’n’r war against the jive”… forse è una mia impressione, però credo che di tutta la musica che oggi passa sotto il nome di rock ce ne sia troppa che ha ormai perso ogni legame con le origini e che spesso si usi la parola crossover come un alibi… ma non voglio usare questa intervista per fare polemica.
Luca: In primo luogo perché io, Max, Stefano e Cristiano siamo legati da una solida amicizia consolidatasi in questi ultimi sei anni di esperienze insieme (per la cronaca io, seconda chitarra e Stefano, basso ci siamo uniti al gruppo a fine 2005 insieme a Cristiano, batteria, ritornato dietro ai tamburi dopo essere stato nella prima formazione dei Loose sino al 2001). Poi perché tutti noi amiamo essere  in una band con una propria identità e un messaggio da portare avanti, contro tutti e tutto appunto. Per ultimo, ma non per questo di minor importanza, una grossa spinta per andare avanti ci è data dal fatto che dopo ogni nostra esibizione live c’è sempre qualcuno che  viene sotto il palco a stringerti la mano perché gli è piaciuta la nostra musica e anche per il  fatto che veniamo ricordati positivamente dalla gente anche a distanza di molto tempo dall’uscita dell’ultimo lavoro o di un ormai lontano concerto.

In Dodge This! (io ho la versione cd) sono incluse tre cover altamente emblematiche… forse pure troppo, nel senso che il vostro sound parla da sé, senza bisogno di queste sottolineature. Come mai avete scelto di metterle nel disco?
Max
: Qui mi riallaccio alla risposta precedente: le cover sono un doveroso e dovuto omaggio a chi ha aperto la strada che si sta percorrendo! Noi non vogliamo dimenticare le origini della nostra musica e, anzi, le esponiamo con umiltà e orgoglio. Le stesse band che noi citiamo a loro volta hanno, a suo tempo, omaggiato i loro predecessori e così via – in una ideale catena che lega Chuck Berry o Ike Turner ai MC5, poi ai Radio Birdman e altre miriadi di band compresi i Loose.
Luca: La verità è che ci piace un casino suonare quei pezzi! Sono storici , lì abbiamo suonati per puro  divertimento  in sala prove e ai concerti sin dagli inizi della nuova formazione e, quando si è trattato di scegliere i brani da includere nel nuovo album, è stato un passaggio naturale. Come giustamente detto da Max, è il nostro modo per rendere omaggio ad alcune delle band a noi più care, e penso lo abbiamo fatto dignitosamente. Poi dato che Stooges ed MC5 erano stati evocati in Rock the Fuck On! stavolta Freddie Smith con la Sonic’s Rendez-Vouz Band e gli Aussie rock ‘n’ rollers Radio Birdman e New Christs  non se la sono scampata!

Come avete registrato l’ultimo album? Approccio live tutti assieme, tracce separate e in momenti diversi… sono curioso.
Max
: Come accennavo sopra, il nostro ultimo disco Rock The Fuck On! era stato realizzato in una settimana, e i brani registrati in presa diretta in un pomeriggio (eccetto per voci e tastiere, aggiunte dopo) Per Dodge This! abbiamo voluto prenderci tutto il tempo di cui c’era bisogno e così abbiamo preso strumento per strumento, lavorando sulle singole parti e cercando di curare bene anche gli arrangiamenti. Naturalmente, avendo tutti da lavorare o studiare, il tutto si è fatto nel tempo libero e per questo solo le registrazioni ci hanno preso più di un anno. Poi qualche vario imprevisto, che la vita non è mai avara nel dispensare, prima di arrivare al missaggio… che stato fatto in soli cinque giorni. E infine gestire il mastering via email ha preso il resto del tempo. Il disco era comunque già pronto nella primavera del 2010
Luca: Registrare presso il nostro home-studio e non avere la pressione che lo studio di registrazione professionale indubbiamente ti mette addosso ci ha permesso di gestire totalmente l’intero processo, prendendoci tutto il tempo necessario, migliorando al massimo il risultato, risentendo e se necessario rifacendo ogni traccia fino a che non eravamo soddisfatti. In  diversi casi abbiamo apportato delle aggiunte-abbellimenti ai brani in fase di registrazione mentre in qualche episodio abbiamo proprio creato mentre registravamo. Questo proprio perché la situazione lo permetteva.

Non ho avuto modo di leggere i testi di Dodge This!, visto che nel cd non sono inclusi. Di cosa parlano i brani? Ci sono tematiche che vi sono più care?
Max: I testi! Se non li abbiamo pubblicati un motivo ci sarà pure! (ridendo) Comunque, per quello che mi riguarda, si tratta, più che di temi specifici, di cercare di esprimere stati d’animo passeggeri o più persistenti, o a volte piccole storie di vita, cercando di evitare retorica e autocommiserazione o peggio ancora, i “grandi messaggi all’umanità” di cui troppa gente si riempie la bocca (e le tasche!). La mia ambizione più grande sarebbe quella di riuscire a trasmettere “alta energia” con le parole, ma a essere sinceri temo che questo obiettivo sia un po’ oltre le mie possibilità. Speriamo che almeno la musica supplisca a questa carenza.

Ci sono band italiane con cui avete rapporti di amicizia-collaborazione? Quali?
Max: Purtroppo, essendo stati lungamente fuori dal giro, anche i già scarsi rapporti con altre realtà italiane (e anche estere) si sono ulteriormente allentati. Comunque band come i Valentines, o i Bradipos Four, o ancora i Temporal Sluts e gli A-10/Sonic Assassin, tutti gruppi che sono cardini nella storia del r’n’r italiano, sono stati e sono nostri amici e avranno sempre la nostra stima. Colgo l’occasione qui per un ringraziamento speciale a Matteo Madnuts (già batterista con i Mudlarks ed i Supersexyboy 1986) che in questi anni ci è stato ed è tuttora di grande supporto!

Con che frequenza suonate live? Trovate facilmente occasioni per esibirvi?
Max
: Con questa domanda tocchi un tasto dolente: in questi ultimi anni, infatti, la situazione live per noi è stata disastrosa. Non avendo materiale nuovo in uscita e quindi nessuna promozione da portare avanti, sia la stampa che i club si sono ovviamente dimenticati di noi. Abbiamo provato a contattare delle agenzie di booking, ma sembra che senza un’etichetta alle spalle che “spinga” un po’ la band non si riesca a ottenere riscontri. Quello che suscita curiosità è che molte etichette preferiscano acquisire band con un agenzia alle spalle che possa garantire un minimo di date per la promozione!
Luca: Aggiungo  che anche la nostra ubicazione geografica, la profonda provincia marchigiana, non aiuta di certo le nostre  ambizioni rock ‘n’roll. Siamo tagliati fuori da tutti i circuiti live del Nord, senza un’etichetta e un promoter è per noi dura trovare date  con le nostre forze.

Che rapporto avete con la stampa musicale italiana? E non parlo solo delle riviste istituzionali, ma anche del giro più sotterraneo…
Max: Con la stampa abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto, anche con pubblicazioni meno conosciute
Le recensioni sono sempre state benevole nei nostri confronti. Ovviamente, come dicevo sopra, se resti inattivo per qualche tempo, poi non puoi aspettarti che tutti siano lì a cercarti .Adesso col disco nuovo speriamo di riattivare una rete di contatti che ci permetta soprattutto di tornare a suonare dal vivo che è la cosa a cui teniamo maggiormente.
Luca: Visti i risultati dei precedenti lavori, i quali hanno ricevuto recensioni positive da stampa italiana ed estera, speriamo di mantenere alto lo standard, perché andiamo  fieri del nostro passato. Da parte nostra ci stiamo impegnando al massimo per far sapere a più gente possibile attraverso riviste, web magazine, social network, nostri contatti che i Loose sono tornati, hanno in uscita il nuovo lavoro e sono pronti a suonarlo  dal vivo.

Per chiudere: in un mondo ideale, cosa vorrebbero fare/essere i Loose, come band?
Max: In realtà anche in un mondo imperfetto non dovrebbe essere impossibile raggiungere il nostro obiettivo, che è quello di poter continuare a fare musica e poter suonare il più possibile dal vivo, anche all’estero. In confidenza, aggiungerò che il nostro “obiettivo segreto” è ottenere un livello di considerazione internazionale, prossimo a quello delle bands a cui ci ispiriamo… We’re workin’ at it!
Luca: Parlando a nome di tutta la band vorrei che tutti gli sforzi, i sacrifici, le sfighe, le delusioni, i rospi ingoiati in questi ultimi anni fossero almeno in parte ripagati in termini di consensi, gradimento e perché no, copie vendute del nostro nuovo disco. Vorremmo poter far arrivare la nostra musica a quanti più estimatori del genere possibili in giro per il mondo. Vorremmo poter concentrarci quasi esclusivamente sull’aspetto musicale inteso come stare il più possibile in sala prove, comporre nuovi brani, registrarli e fare molte date  lasciando la parte promozionale a qualche brava e onesta agenzia.

The Wild Brunch #16

Brunch bloody brunch. E siamo al numero 16. Arriva il freddo, la merdopoli del panettone fa sempre più paura e ribrezzo, anche se pochi dei suoi prigionieri sembrano disposti ad ammetterlo. Ma funziona così…
Certo il punk hardcore melodico e i cloni di trentesima generazione che sfornano cd a ciclo continuo non aiutano e serve sempre più vino, sempre più birra, sempre più tutto.
Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

1000 Degrees Has already Past (IndieBox/Venus, 2011)
I genovesi 1000 Degrees hanno sfornato un album d’esordio di altissimo profilo, decisamente all’altezza delle produzioni simili di livello internazionale, USA compresi. L’unico problema – non poteva non esserci un “ma” – è che fanno hardcore melodico, un genere talmente inflazionato e abusato da provocare, almeno nei vecchi come me, attacchi di sconforto e impulsi ad attaccarsi alla bottiglia come se non ci fosse un domani. A loro difesa c’è da sottolineare come – fortunatamente – il loro hc sia di quello più legato al versante cattivo, che limita il danno delle melodie troppo pop e melense al minimo. Anzi, qui c’è anche tanta velocità, incazzatura e tecnica a go-go, il tutto sommerso in un turbine di stacchi, tapping selvaggi, twin guitar e controstacchi degni del più vanitoso dei gruppi metal. Ai più giovani e ai meno scafati piaceranno tantissimo. Per tutti gli altri c’è la Tennent’s Super.
[Voto: 1+1/2 – Consigliato a: luddisti della storia, skater & hardcorer che sfiorano appena la maggiore età]

AndeadWith Passionate Heart (Rude Records, 2011)
Uhm… sono milanesi o giù di lì, questi Andead, che in pratica sono la band di tale Andrea Rock. “Chi è costui?”, mi domandavo, vista la mia ignoranza radiofonica. Ebbene, documentandomi ho appreso che si tratta di un giovane speaker di Virgin Radio, appassionato di punk e rock’n’roll. Uhm… che dire? Il disco è una raccolta di brani che propongono una pulitissima e leccatissima rendition dei Social Distortion meno mordenti e più sedati. Il tutto è molto rifinito e filologico, ma mancano energia, tiro, violenza e rabbia… immaginate dei pezzi di Mike Ness composti e incisi in un momento Prozac & Valium, pronti per essere consegnati alla Warner che li vuole lanciare come nuova colonna sonora dei ggggiovani ribelli ma innocui. Ecco. In poche parole punk troppo patinato per essere davvero punk e non solamente musica da vendere.
[Voto: 1 – Consigliato a: schiavi imberbi di Mike Ness, punk da ufficio, rock’n’roller milanesi da aperitivo]

(Power) pop! Goes the Sick Rose

Sick Rose – No Need For Speed (Area Pirata, 2011)

Recensire un disco come questo non è affatto facile. E non certo perché sia un lavoro mediocre; anzi, proprio per la sua eccellenza è una vera bomba a orologeria pronta a scoppiarti in mano. In media ce la si può cavare citando due dati biografici, sfoderando l’aggettivo “storico” e scrivendo che è un lavoro imperdibile; ma questo è un approccio da webzine per minorenni freschi di spannolinamento… come dire: magari evitiamolo.
E qui casca l’asino, perché parlare con sufficiente autorevolezza dei Sick Rose e del loro nuovo No Need For Speed è difficile, senza sembrare l’ennesimo trombone e magari un po’ cialtrone.

Lascio quindi, con umile soggezione, questo compito a chi lo può fare per capacità e per meriti conquistati sul campo (amici Frazzi, Calabrò, Bacciocchi: sto parlando di voi) e metto i semplici panni di uno che ascolta dischi da tanti anni, ma non è detto che ne capisca granché.
In questa veste vi dirò che i Sick Rose del 2011 sono profondamente diversi da quelli garage che in molti reduci come me hanno lasciato il segno. Considerando, poi, che io ho amato alla follia il loro periodo (purtroppo breve) in stile MC5/Flamin’ Groovies (i tempi di Floating, per intenderci…), questa svolta Sixties pop e power pop, almeno sulla carta, sembra pericolosa.

Ebbene, fanculo la carta. Perché questo disco, nell’arco dell’ascolto, mi ha riconciliato con il concetto di power pop; probabilmente non mi ha convertito (trovo ancora un po’ troppo ardua l’impresa di ascoltare certe band), ma mi ha divertito, fatto muovere il testone e anche fatto fare un po’ di air guitar. E, cosa non secondaria, mi ha fatto sentire una manciata di brani magistrali, in cui la sensibilità pop non è automaticamente sinonimo di puttanate da club per aspiranti veline e gieffini; il pop di cui questi 11 brani sono imbevuti è cristallino, ancora fortemente aggrappato alle radici rock’n’roll delle origini, ingenuo come solo un singolo dei Sessanta sapeva essere. Ed energico come una doppia Redbull direttamente in vena.
Lo ammetto, ogni tanto viene anche il brivido alla schiena. E non credevo mi sarebbe capitato.

Una band matura, con un mestiere smisurato, che suona la musica degli eterni sedici anni e lo fa risultando convincente al 100%.  Che poi si è fatta produrre dal mitico Dom Mariani, giusto per avere la certezza matematica di non sbagliare la mira di un millimetro. E così è stato.

In viaggio coi No Strange

No Strange – Cristalli sognanti (Area Pirata, 2011)

I No Strange di Ursus, Ezzu & compari tornano dopo quasi tre lustri di lontananza dalle scene… e lo spirito della caleidoscopica – purtroppo lontana, ma mai dimenticata – era degli Eighties Colours è con loro.
Questo nuovissimo Cristalli sognanti fotografa una band attualissima nel sound (nonostante ad alcuni il termine psichedelia evochi immagini di vecchiume barboso), capace di fare viaggiare e avvincere, con un innegabile pizzico di nostalgia. Che a noi piace sempre molto, per la cronaca.
Attenzione dunque: non aspettatevi la violenza del garage revival o la filologia Sixties punk propria di altre – validissime – band italiche anni Ottanta. Perché coi No Strange si esplorano le terre più oniriche, nebulose e alterate del rock psichedelico venato di prog. E il panorama evocato, che ti entra dritto nel cervello, è fatto di paesaggi sognanti, immagini curiose, melodie calde e soffuse nell’aria, profumi orientali.

Un album probabilmente difficile se non si pratica il genere, ma anche un lavoro di quelli che – indipendentemente dai propri ascolti ordinari – ha una personalità così forte da farsi percepire da subito come un disco valido e davvero importante. Intriso di storia, di voglia di scoprire, di immaginazione, di gustoso revival ma anche di spirito outsider.
Per chiudere, niente può funzionare meglio delle parole di Ursus raccolte qualche anno fa dagli amici di Retrophobic (che perdoneranno il piccolo furto), per farvi entrare nello spirito di questo Cristalli sognanti, che pur essendo attuale non può prescindere dalle sue radici, che affondano negli anni Ottanta e nel neo Sixties: “Tutte le ondate in qualche modo lasciano dei segni, sicuramente io non ritengo che gli anni 80 siano importanti come i 60 e, in parte, neppure come i 70 (questi ultimi contraddittori e un po’ eccessivi, ma decisamente vitali)… il clima generale di quegli anni, per conto mio, era di passività e stanchezza: la crisi generale delle ideologie, il ritorno al privato, persino il mito della carriera ‘yuppie’ erano figli di quel periodo… in mezzo a tutta questa merda c’è sempre comunque chi non si adegua, i cosidetti ‘irregolari’… noi in qualche modo facevamo parte della CONTROcorrente, pur guardando oltre ai miti stereotipati della ribellione e dell’antagonismo politicizzato, tanto ostentati per esempio dall’hardcore punk. Per conto mio la psichedelia rimane questo: superamento delle gabbie culturali, anche di quelle ritenute alternative“.

Il fantasma di Jeffrey Lee Pierce tra Tenerife, Berlino e Parigi

Dallas Kincaid & Evilmrsod – Subterranean Power Strain (autoprodotto, 2011)

Non so come mi abbiano trovato, ma porca puttana la miseria, meno male che l’hanno fatto. Non mi farò altre domande, perché qui c’è davvero roba che scotta e ve ne devo parlare.

C’è questo Evilmrsod, che si chiama Pablo Rodríguez, è di Santa Cruz de Tenerife, ma ora vive a Berlino. Lui – dopo essere stato in una rock’n’roll band di Tenerife – si è dato al blues/folk/rock acustico con risultati apprezzabili e apprezzati. Un giorno Evilmrsod, su Internet, conosce il rocker francese Dallas Kincaid, influenzato da gente tipo Jon Spencer, Cramps, Dogs, Ramones, Stones, Nick Cave, Jeffrey Lee Pierce, Hank Williams the third, Johnny Cash e Iggy Pop. E da qui nasce una bizzarra collaborazione. Bizzarra sulla carta, perché il risultato – ossia questo Subterranean Power Strain – è una bomba. Da godere senza remissione.

Le influenze sono chiare e pescano nel calderone del rock’n’roll malato, del punk blueseggiante, del blues punkizzato, del rock gotico western, ma anche del folk rock più decadente e oscuro. Con qualche tocco più melodico a offrire brevi boccate d’ossigeno.
Gli addendi, come potete vedere e sentire, sono semplici e noti, ma il risultato è stupefacente: musica di quella che ti entra nelle ossa e ti fa ricordare, anche solo per qualche istante preziosissimo, cosa hai provato al primo ascolto dei Gun Club, tanto per dirne una. O dei Cramps.

Menzione speciale per la voce spettacolare, che in più di un momento evoca il fantasma di Jeffrey Lee Pierce, facendoci credere per qualche istante che sia ancora vivo e vegeto e stia incidendo ancora ottima musica.

Uno dei dischi dell’anno, per quanto mi concerne.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25211158 SheryLynn by evilmrsod

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25201448 Pure by evilmrsod

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: