Mastro Umberto tra il sole e il deserto

Umberto Palazzo – Canzoni della notte e della controra (Discodada, 2011)

Umberto Palazzo l’ho incontrato la prima volta una decina d’anni fa. Per caso. Eravamo in un clubbino rock della mia città. Lui stava facendo girare dischi su in consolle. Io stavo facendo girare gin tonic giù nell’intestino. Era un periodo nel quale mi sa che tutti e due, più o meno faticosamente, stavamo rimettendo assieme pezzi delle nostre vite.

Ricordo che quando ci scambiammo due parole ero già abbastanza su di giri. Giri che aumentarono allorché mi disse che stava per uscire un nuovo disco del rinnovato Santo Niente. A quell’ora nel fumoso clubbino erano rimasti solo i baristi, le consuete mosche da bar e il deejay. Così, in qualità di barfly titolare a cui si perdona un po’ di molestia alcolica, iniziai a pressarlo per fargli metter su un pezzo del nuovo disco del Santo Niente di cui mi aveva parlato (l’EP Occhiali scuri al mattino, uscito nel 2003 su Black Candy). Umberto mi disse anche che era da poco tornato a vivere quaggiù ma non a Vasto, la sua città natale, bensì a Pescara. Mi fece molto piacere quell’incontro, e ancor più venire a sapere di un altro figliol prodigo tornato all’ovile.
Da quella sera ci siamo rivisti negli anfratti del rock provinciale e cafone (non è un’offesa, ma una citazione di Silone) più di una volta, scambiando sempre veloci e amabili chiacchiere.

Umberto mi piace perché è un po’ come me: riservato e inadeguato il giusto, ma deciso e incazzuso quando serve. Dal punto di vista musicale l’ho sempre apprezzato. Senza mettermi qui a fare la cronistoria della sua lunga carriera, basti ricordare che negli anni ’80 ha suonato nella band neo sixties Ugly Things, a seguire negli Allison Run per poi fondare i Massimo Volume.
Nella seconda metà degli anni ’90 ha raggiunto l’acme della “fama” con Il Santo Niente, ma senza avvicinarsi neanche lontanamente al successo dei vari Afterhours, Marlene Kuntz, CSI, ecc. Dopo un lungo stop, nel 2003, tornato Pescara si è rituffato di testa nella mischia della musica in tutte le sue forme (suonata, scritta, deejayiata). Tanto per dire, da dj ha educato un par di generazioni di forti e gentili pischelli abruzzesi che si andavano a tritare di alcol al Wake-Up, un ottimo live-club purtroppo appena chiuso. Nella città di D’Annunzio, Flaiano e Rocco Siffredi (che in verità è di Ortona, ma ci stava bene) Umberto ha fatto resuscitare Il Santo Niente e, non pago, s’è inventato pure la variante strumentale dal sapore mariachi-tex mex, El Santo Nada, con cui ha di recente dato alle stampe l’apprezzato esordio autoprodotto Tuco.

Ora arriva, finalmente, il suo primo album solista che affonda entrambe le mani nella terra aspra di un meridione dell’anima prima che geografico. Un album dal titolo caposseliano, dichiaratamente low profile eppure magniloquente, passatemi il termine. Nel presentarlo lo stesso Umberto minimizza un po’: “Ho iniziato a realizzare quest’album mentre lavoravo ad altri progetti, cioè il disco nuovo del Santo Niente e quello del Santo Nada. L’idea di base è quella di fare un disco pre-rock, una specie di ‘what if rock never happened'”.
Insomma, una cosa fatta senza fretta, nei ritagli di tempo, in perfetta solitudine: “Ho praticamente suonato e registrato tutto da solo” – senza batteria (“nell’unico pezzo con la batteria c’è Gianluca Schiavon, ma non lo sa, perché ho recuperato la sua traccia da delle vecchie registrazioni”), ma con un’infinità di suoni e rumori percussivi (“Ho cercato strumentazioni atipiche per spostare la cosa fuori dal tempo. Le percussioni sono fatte quasi tutte con pezzi di metallo, sul modello degli Einsturzende Neubauten”), che danno colore, anima e, soprattutto, allontanano il pericolo del cantautore triste con la sua chitarrina acustica arpeggiata e stracciacoglioni.

Come ho anche detto a Umberto, dopo il primo fulmineo e fulminante ascolto nel disco c’ho sentito subito Piero Ciampi, la musica popolare del mezzogiorno, Crime and the City Solution, Tom Waits, Ennio Morricone, Nikki Sudden, Tindersticks, certe cose più acustiche dei Love and Rockets e persino Federico Fiumani.
Ma ascoltandolo per bene nel disco c’ è molto, molto di più. C’è il sole al tramonto della surf-music, la sabbia sottile del deserto, il folk scarnificato che si fa blues, la musica greca, l’eleganza raffinata di Bruno Martino, il ghiribizzo di Renato Carosone, la forza imperiosa di Domenico Modugno e un’attitudine post-punk da far venire i brividi lungo la spina dorsale.

Le fregole partenopee di “Café Chantant” sbriciolano in soli quattro minuti tutti i miei preconcetti sulla musica tradizionale napoletana. L’incedere marziale di “La luce cinerea dei led” tradisce il solido background alt-rock di Umberto che nel ritornello si scioglie in un lungo abbraccio verso la musica popolare italiana dei ‘50/’60: quella stessa musica che esplode in “Luce del mattino” dove persino quando canta “sha la la la lalla” mostra una profondità sconosciuta a molti autori della canzonetta italiana. “Acchiappasogni” ha un testo poetico di eccellente livello e un gran mood alla De Gregori: il bacio in fronte glielo dà poi la voce effettata e conturbante di Tying Tiffany che ci accompagna quasi cullandoci con la complicità di una musica dolcemente ipnotica. “Aloha”, già pubblicato nell’ultimo disco del Santo Niente in una versione “abbozzata”, è un pezzo che qui viene completato come meglio non si sarebbe potuto. Immaginate l’oriente che passa da Napoli per correre incontro a Washington DC. “La controra” è in assoluto il mio brano preferito e non solo perché è quello più marcatamente rock con una bellissima “batteria rubata” come ci ha confessato Umberto. Il verso “Godmorning Italia” e i 40 secondi finali gli valgono da soli la medaglia d’oro.

Già mi sono dilungato troppo, quindi la faccio breve. Canzoni della notte e della controra è la migliore prova artistica di sempre di Umberto Palazzo. Da oggi in poi, per quel poco che può interessare, lo chiamerò “mastro” (non “maestro” che mi sta sul cazzo tanto quanto “dottore”, ché i “dottori” sono quelli che stanno in ospedale e i “maestri” quelli che stanno a scuola). Mastro nel senso letterale di artigiano altamente specializzato.

A mastro Umberto gli ho posto tre domande tre, che in realtà sono mie curiosità. Eccole.

Come hai vissuto nella fase di preparazione e come stai vivendo ora che è uscito questo album, alla luce della tua lunga e “piena” carriera discografico-musicale?
La fase di preparazione è stata un momento di sospensione nella mia vita, una zona crepuscolare e di passaggio. Uno di quei momenti in cui, per aver tanto faticato, ti senti autorizzato a vivere senza sentire troppo il peso delle responsabilità. Il momento dell’uscita del disco è sempre molto emozionante e ogni disco porta sempre un cambiamento nella vita del suo autore, ma non posso dire cosa succederà, perché si scatenano sempre sia energie positive che negative.

Mi ha incuriosito che nel testo di “Metafisica”, nello strumentale “La marcia dei basilischi” e nel pezzo “La Controra” tu abbia omaggiato apertamente il primo film-capolavoro di Lina Wertmuller…
La voce fuori campo all’inizio del film della Wertmuller (I Basilischi) fa un elogio della controra (l’allucinazione post prandiale del sud) da cui è scaturita l’idea di questo lavoro, un’idea che credo sia germogliata nella mia testa almeno una decina di anni fa, anche se ho capito come avrei potuto realizzarla concretamente solo grazie all’esperienza El Santo Nada. La colonna sonora di quel film non a caso è di Ennio Morricone ed è da brivido. Credo che il prossimo passo e corollario di questo lavoro sarà rendere un omaggio diretto al Maestro, che considero il Bach dei nostri tempi, e a questo film.

Nel disco ci sono pochi ospiti (ma buoni). Il mio orgoglio teramano ha fatto capriole quando ho letto i nomi di Luca D’Alberto e Sandra Ippoliti… vuoi spendere due parole su di loro?
Mi ritengo molto fortunato che il caso mi abbia portato a vivere nella stessa zona di due musicisti così grandi. Luca è un giovanissimo, ma già affermato musicista di formazione classica, ma pur essendo pluripremiato nei concorsi di settore, è quanto di più distante si possa immaginare a riguardo di uno studente del conservatorio. Ha un piglio da rocker consumato, una personalità vulcanica e mentalità d’avanguardia. Il suo strumento d’elezione è la violectra, una viola elettrificata a sei corde suonata in un ampli valvolare, una vera arma da guerra. Il suo progetto principale è un duo che si chiama Ex-Wave e si sta parlando parecchio del loro disco Plagiarism in questi giorni. In una traccia (“Wonderland”) canta Astrid Young, che è la sorella di Neil, quel Neil Young. Un altro suo progetto è a metà con Xabier Iriondo. Ma quello che più conta è che Luca sia uno di quei rarissimi musicisti che sono vicini alla pura fonte della musica, esseri che sono fontanili della grande vena sotterranea originaria. Mi sono bastate due note ascoltate su YouTube per rimanere senza fiato. La sua presenza illumina “Café Chantant” e tutto il disco. E per Sandra Ippoliti il discorso è molto simile, ma, a differenza di Luca, Sandra non ha un’educazione musicale ortodossa, però la sua voce è fra gli strumenti più preziosi che io conosca ed è la mia cantante preferita. Sandra è una cantautrice, e solo quest’anno si è decisa a pubblicare il suo disco d’esordio che però ha già qualche annetto sulle spalle. Nel frattempo Sandra è enormemente cresciuta e da lei mi aspetto grandissime cose. La nostra collaborazione era iniziata prima di Canzoni della notte e della controra con la realizzazione del singolo Amara terra mia, pubblicato per raccogliere fondi a favore de La Ciudad, un’associazione culturale aquilana post-terremoto. Spero che intorno a questo pezzo, secondo me un piccolo capolavoro, possa al più presto agglomerarsi un lavoro organico, perché sarebbe veramente un peccato lasciarlo lì, povero pellegrino.

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