Dall’Egitto con serendipità

Trans Upper Egypt – Akawa/New Vega (Wort, 2011)

Questo 7″ della misteriosa Wort (misteriosa perché non ha un sito, un MySpace, un Facebook, un capperazzo di blog… o se li ha, sono talmente ben nascosti che più tentativi di googlare il tutto mi hanno portato a un bel nulla di fatto) è un pugno al cuore.
Senza timore di esagerare, devo dire che è talmente bello, scuro, geniale, bizzarro e punk (ma punk senza essere formulaico e senza seguire le regolette del perfetto punkettone a colazione), da farti passare la voglia di suonare o scribacchiare canzoncine. Perché siamo di fronte a una scheggia biforcuta di ispirazione così incontaminata da fare semplicemente il vuoto intorno. Non capita con molti gruppi. Anzi capita poche volte, pochissime. Ed è quasi un’epifania.

I Trans Upper Egypt, dunque… chi sono costoro? Quattro delinquenti in preda alla serendipità, di sicuro. E tra loro si riconoscono due nomi molto attivi come Cheb Samir (agitatore della scena romana, suona in più gruppi di quanti io riesca a tenerne a mente)  e Tab_ularasa (uno dei deus ex machina di Bubca e dell’universo di band che le gravitano intorno). In questi due brani ci rovesciano direttamente lungo la schiena una miscela di primissimi Chrome e Suicide da far venire la pelle d’oca. Punk, rock sperimentale, synth punk, lo-fi, wave, trance rock, psichedelia… c’è tutto, spezzettato e ricomposto a calci, pugni e schiaffi. E soprattutto zozzo al punto giusto, senza polish e velleità da artisti della gran fava.
Segnalo, per completezza, il bellissimo artwork del singolo (con copertina piegata e retro a metà, in puro stile dangerhouse): è opera di Guitar Boy, ossia il personaggino che si occupa di suonare la chitarra e cantare negli Intellectuals.

Il mio preferito dei due pezzi è “Akawa”, ma è solo gusto personale. E ora voglio sentire anche lo split tape che hanno pubblicato per Rank Toy; me lo cerco al volo.

Sweet home Darkwhere

Intellectuals – In The Middle Of Darkwhere (Jeetkune, 2011)

Ci è voluto tanto per vedere questo cd materializzarsi nella mia buca delle lettere. Se fossimo nel giornalino parrocchiale scriverei “…ma ne è valsa la pena”, enfatizzando il piacere dell’attesa, ma siccome qui di parrocchie non ne vedo, eviterò. E poi a me aspettare non piace, anche se sono diventato campione olimpionico di questo sport.
Con tutto questo, diciamo subito la cosa più importante: In The Middle Of Darkwhere (titolo veramente figo) è un discone.

Se gli Intellectuals fino allo scorso Triple mostravano la volontà di sbizzarrirsi con idee e soluzioni che trascendessero il lo-fi punk bluesato e solforico che da sempre li contraddistingueva, ora hanno decisamente mollato gli ormeggi, salpando in esplorazione verso la terra di Darkwhere. Ne sono tornati meno selvaggi e infinitamente più selvatici; arricchiti, cambiati e plasmati da questo viaggio conradiano verso la jungla di Kurtz.
Che l’aria sia diversa è evidente fin dalle note di copertina, che indicano una formazione a quattro (gli inossidabili Guitarboy e Drumgirl, la già nota Tina alle tastiere e la new entry Samir al basso)… il duo è raddoppiato e ora sono tutti cazzi nostri.

Selvatici, dicevo. Sì, perché ora gli Intellectuals hanno meno istinto brutale, ma più consapevolezza misantropa. Come degli autistici genialoidi che mandano a fare in culo il mondo, decidono di iniettare più rumore e più sperimentazione nelle loro sfuriate. E’ così che suonano come un veleno a base di Monks, Honeymoon Killers, compilation Back From The Grave, primi Sonic Youth, psychobilly e Alan Vega solista.
Il virus della bassa fedeltà è sempre in circolo – e il disco è stato registrato palesemente secondo i dettami più puri e arrapanti del verbo, con quattro pezzi addirittura incisi con un quattro tracce a cassette casalingo – ma potenziato e sporcato, imbastardito e meticciato. Per qualcuno le sonorità buie, claustrofobiche e ossessive di certi brani potrebbero risultare anche difficilmente sopportabili, ma come dire… non sono questi “qualcuno” a cui la musica degli Intellectuals si rivolge. Anzi, meglio perderli che trovarli, i “qualcuno” di cui si diceva.

Facciamoci un biglietto per Darkwhere, sola andata. E fanculo tutto.

PS: il disco è uscito su cd, su vinile (esiste anche una stampa limitatissima in vinile rosso… buona fortuna) e cassetta (ultralimitata a 39 esemplari… buona fortuna reprise)

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F16384935 The Intellectuals – A Cheap Religion by smfsp

Stoner kebab con patatine e salsa piccante

Stoner Kebab – Super Doom (Cynic Lab, 2010)

Mai ragione sociale e titolo di un album furono più esplicativi: leggete sopra e saprete perfettamente cosa aspettarvi da questo disco: stoner doom grasso, potente, fangoso e ultrapsichedelico.

Questa è la terza fatica per gli Stoner Kebab (da Prato), dopo Chapter Zero del 2006 e Imber Vvulgi del 2008, unica traccia da 33 minuti e 33 secondi.
Rispetto al precedente lavoro il sound è più agile e imbastardito con certo stoner rock di matrice americana: in “Tom Bombadil”, traccia d’apertura, dopo un’intro apocalittica parte un riff che sta perfettamente sull’asse Clutch-Fu Manchu.

Doom quindi, che ti si stampa in faccia grosso e pesante, che proviene dalle paludi sludge e tossiche che diedero vita a entità mostruose come Eyehategod e Crowbar: ma il pregio enorme di Super Doom sta in una capacità sopraffina nell’amalgamare le numerose influenze, così da passare da atmosfere funeree alla Electric Wizard a un riff sostenuto da un organo Seventies, tutto nello stesso brano (“Viverna”). Dopo la breve parentesi post metal isterica di “Iron Tyrant” si arriva ad “Astronavi domani” – rifacimento di “Astronomy Domine” – dove la band si cimenta con l’italiano, finendo un po’ pericolosamente dalle parti dei Verdena…

Si riparte subito alla grande con “Ibuki”, che inizia hard stoner con una bella parte di armonica, per poi sprofondare in un incubo space doom con tanto di inciso in voce growl.
Suonano sporchi e massicci come pochi in “New Church” – forse la cosa più accessibile del disco – per poi condensare tutto nella title track finale, fumatissimo space blues doom in technicolor, dove si ha la sensazione tangibile di prendere il volo per l’hyperspazio.

Non uso mai il track by track, ma in questo caso mi è sembrato funzionale per descrivere un lavoro che ha una sua pretesa – perfettamente logica – di viaggio nei meandri della musica heavy psych.
Si lodano molte realtà internazionali, ma la verità è che gli assi ce li abbiamo pure noi, basterebbero un po’ di volontà e curiosità in più per scoprirli. In questo caso vi consiglio caldamente di farlo, e vi troverete nelle mani un gioellino.

La progenie bastarda di La Muerte

The Headbangers – More Hate Songs (autoprodotto, 2011)

La Toscana colpisce ancora. E a scaricarci addosso otto brani di rock’n’roll lercio sono questi figli bastardi del loro mentore Dome La Muerte, ossia i The Headbangers (di cui abbiamo recensito uno split proprio con i Diggers di Dome).

Il nome di questa band è talmente semplice e candido da essere geniale; sicuramente da fine anni Settanta a oggi ci saranno state altre venti formazioni – almeno – con la medesima ragione sociale, che fa molto NWOBHM o Motorhead sound. Insomma, un nome che crea aspettative… e la band non le disattende.
Questi ragazzi si muovono su coordinate variegate, ma ben distinguibili: c’è il protopunk, c’è un pizzico di garage rock, c’è la lezione protohardcore dei primi Black Flag e devianti contemporanei, c’è la puzza sulfurea degli stivali di Lemmy e compari, c’è l’ingenuità taurina dei gruppi più sconosciuti della NWOBHM (quelli che suonavano punk senza saperlo in pratica). Insomma, non si tira fiato facilmente ascoltando More Hate Songs, ma si gode parecchio, perché questa è la musica dei giusti, la musica di quelli che ci buttano l’anima e se ne fottono del resto. A costo di rompersi le corna contro a un muro.

Se proprio devo trovare un difetto, avrei preferito un’uscita su vinile, che avrebbe donato un calore più pulsante al tutto. E la copertina ricorda più un artwork degli Screeching Weasel…

Detto questo: avanti Headbangers, c’è bisogno di voi.

Il cd è distribuito Area Pirata: garanzia anche per i più scettici. Gente di poca fede.

Coldwave therapy for quick lobotomies

Words And Actions – Can’t Feel (autoprodotto, 2011)

Torna il duo alessandrino dei Words And Actions; dopo il nastro Life Of Farewells, si bissa con un’altra cassetta, in puro spirito Eighties. Più che di una semplice cassetta, in realtà, bisognerebbe parlare di un vero e proprio tape album, visto che Can’t Feel contiene ben 10 brani, che vanno a comporre un corpus monolitico di dark wave-cold wave a base di synth, drum machine e voci alla Ian Curtis/Andrew Eldritch.

Onestamente mi rendo conto di non essere la persona più adatta a giudicare e recensire con cognizione di causa un disco del genere – la mia ignoranza in campo di wave e sue correnti sotterranee è piuttosto crassa, a parte i pochi grossi nomi che tutti conoscono.
Quello che posso dire è che i WAA alle mie orecchie suonano credibili e filologici. Tanto a livello musicale, quanto a livello estetico – con quella grafica austera da epoca pre-desktop publishing. Per non parlare (scusate se mi ripeto) della scelta del nastro come mezzo per diffondere i loro pezzi.

Rispetto all’esordio poco o nulla è cambiato: le atmosfere sono intatte, la personalità del gruppo idem. L’unica vera differenza è la durata, che a mio personalissimo parere penalizza lievemente il lavoro; 10 brani sono un po’ tosti da ascoltare in sequenza. Non è un problema di qualità, ma proprio di intensità e stilemi legati al genere… roba da centellinare, che risulta più godibile in blitz di poche manciate di minuti, se non si è appassionati hardcore.

Questa recensione è ridicola, lo so. Ma il disco è veramente intrigante, a dispetto della mia incapacità – in questo momento – di gestire una comunicazione decente. Potete rendervene conto ascoltandolo in streaming su Soundcloud.

Intanto procuratevelo, è anche un oggettino di gran classe.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F1228274 “Can’t Feel” cassette (nov 2011) by Words and Actions

Tre occhi possono bastare

Three Eyes Left – Non Method As Method, Non Limits As Limit (Autoproduzione, 2011)

Impressionante constatare l’enorme influenza dei primi Black Sabbath sui nuovi discepoli dei suoni distorti e psichedelici; pensare che quando erano in vita non venivano considerati moltissimo. I Three Eyes Left sono un giovane gruppo (di Bologna se non erro, le informazioni in mio possesso sono scarsine) devoti del culto hard ossianico di Ozzy e soci.

Questo è il loro ultimo EP, uscito come autoproduzione nei primi mesi del 2011; lo recuperiamo perché siamo estremamente convinti che meriti di essere segnalato. La materia doom qui viene impastata con lo stoner fuzzoso e certo testosterone schiumoso presente nei primissimi lavori dei Soundgarden.
Cinque lunghi pachidermi – più una traccia nascosta strumentale – per un totale di 43 minuti di musica che hanno il pregio di non annoiare, risultando paradossalmente molto più dinamici di certe band post metal oggi tanto in voga.

Evidente nel dna dei TEL una predisposizione alle jam trippy di chiara derivazione Seventies (ascoltare, ad esempio, il break centrale di “La Fee Verthe” o la già citata traccia nascosta) che ben si associa alle lunghe marce doomy orchestrate dai nostri.
“La Fee Verthe” mette quindi subito tutto in chiaro, con una linea vocale che pare esser uscita da Masters Of Reality dei Sabbath; si continua pressapoco su questo canovaccio, con brani più aggressivi (“Jeet Kune Doo”) ed altri più claustrofobici (“Hymn Of The Riffian”), per poi giungere alla conclusiva “Luciferian As The Sun”, summa del suono del gruppo: comincia con un riff che più Kyuss non si può, per poi divenire cadenzata e lugubre alla maniera degli Sleep.

Il disco suona sporco, diretto e potente; veramente un buon lavoro, che consigliamo anche agli ascoltatori meno avvezzi alle sonorità heavy psych.

The Wild Brunch #14

Brunch numero 14, parco e leggero, come i tempi di crisi impongono. Due dischi, due, per uno snack di metà mattinata e amen. Satana vince, ma Jesus Acedo è con noi.

Dovreste ormai sapere che questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

400 Colpi / Atestabassa – split (autoprodotto, 2011)
Uno split cd…un formato che francamente mi ha sempre rotto un po’ le palle… lo split lo concepisco solo come un oggetto con due lati, da girare… sono vecchio, cazzo ci devo fare? Datemi i vinili e le cassette. Ad ogni modo, i 400 Colpi li conoscevamo già e in due anni non hanno certo deciso di cambiare genere e taglio: metal core erano, metal core sono rimasti. Cupi, violenti, pesanti, con le classiche alternanze lento-veloce per creare tensione e i chitarroni chugga-chugga (per non parlare della voce simil-growl). Bravi esecutori, ottimi interpreti dello spirito del genere, ma non sono esattamente di mio gusto. I baresi Atestabassa sono in giro da un po’ e hanno nel loro dna una bella componente di accacì italico old school (i tocchi alla Negazione sono percepibili senza fatica), che imbastardiscono con soluzioni più moderne – diciamo da hc evoluto anni Novanta. Niente male davvero, mi sono piaciuti per l’energia, il senso di compattezza, la rabbia cieca sporcata di malinconia e i riferimenti che sono decisamente più nelle mie corde.
[Voto: 1+1/2 – Consigliato a: hardcorer indefessi, amanti dell’italica scena, guerrieri del moshpit tesserati Coop]

Beats MeOut Of The Box (promo, 2011)
Certi giorni mi sembra di avere l’epatite all’anima, di non riuscire a connettere, né vivere nella società civile. E’ una sensazione totalizzante che avvolge come uno strato di sudore misto a Slaim. In questi casi le soluzioni – escluse quelle radicali – solitamente sono tre: bere; bere ascoltando i Beasts of Bourbon; bere ascoltando qualcosa di non troppo becero, ma che tiri un po’ su il morale. Anche se la mia inclinazione è molto più spesso rivolta verso la soluzione number two, devo dire che il cd (ultrapromo, senza copertina e con info ridotte al lumicino) dei romani Beats Me funziona nel caso di terapia numero tre. Questo power trio in giro da circa tre anni snocciola una riga di pezzi rapidi, solidi, melodici, in bilico tra il garage rock, il power pop e il rock’n’roll punk, che filano via lisci e divertenti. Nessuno urlerà al miracolo, ma si sente che ci sanno fare alla grande. Li preferisco molto negli episodi più incazzosi e garagisti (tipo il brano d’apertura), piuttosto che nei momenti in cui fanno il verso agli Hard Ons più poppettari… ma ci siamo. Bravi.
[Voto: 2 – Consigliato a: power poppers di larghe vedute, amici dei Ramones, rockarolla garaggge warriors de borgata, orfani dei primi Hard Ons]

Unchained melody

Jet Market – Sparks Against Drakness (No Reason, 2011)

I quattro italianissimi Jet Market sono al loro quarto disco e suonano ormai dal 1998 – che a me sembra ieri, ma cazzo, son passati quasi 14 anni. In pratica una vita per una band. Escono su No Reason, per questa loro quarta fatica… e anche se dicono che l’abito non fa il monaco, in questo frangente la label è chiaramente indicativa di quello che ci si può aspettare, visto lo stile piuttosto netto e omogeneo che propone con regolarità. E infatti questo Sparks Against Darkness è un album di punk hardcore melodico con qualche filamento di emo core e una – piacevolissima, a mio parere – spruzzata di skatecore/skatepunk.

La ricetta è classica, ma i Jet Market sono magistrali nel proporla: ritmi sostenuti, chitarre stoppate e arrangiamenti melodici, cori con armonie… c’è tutto. Se avete amato Satanic Surfers, Propagandhi, No Use For A Name, Avail e – perché no – Nofx, qui c’è pane per i vostri denti.
L’unico peccato, per quanto mi concerne, è che avrei preferito meno emo e più follia skatecore: avete presente gli Stupids? Ecco, loro erano dio nel genere skate. Poi è ovvio che l’ispirazione dei Jet Market è più derivante dall’hc melodico statunitense anni Novanta,  ma come dire… visto che l’appiglio skate c’è, io mi ci attacco e ne chiedo di più – mentre posso fare a meno della dose da cavallo di sonorità Burning Heart/Fat Wreck.

Detto questo, la band è senza dubbio ottima e non deluderà anche i conoscitori più pignoli del genere. L’uomo Del Monte ha detto sì.

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