Dentro lo psych-garage texano dei ’60

Night Beats – s/t (Trouble in Mind, 2011)

I Night Beats battono la strada notturna e allucinogena dello psych-garage texano dei ‘60. E questo è il primo fatto. Il secondo fatto è che l’etichetta – l’ottima Trouble in Mind – si precipita a specificare che ci sono troppe band che si riempiono la bocca di psichedelia garagiosa texana dei Sixties senza entrarci un emerito cazzo, mentre i Night Beats ci stanno davvero dentro ‘sta faccenda, che insomma i loro protetti non devono essere inseriti nella folta schiera di cazzari e usurpatori sparsi per il microcosmo rock’n’roll.

Questo distinguo non mi dispone benissimo all’ascolto, sono sincero. Mi sembra un inutile mettere le mani avanti. Ci sento puzza di snobismo che non mi va proprio di sentire nel r’’n’r da cantina quale è quello prodotto dall’etichetta di Chicago.

Così parto un po’ prevenuto, ma mi tocca fare spallucce e ricredermi appena sento le prime pennate di chitarra di “Puppet On A String”. Non è solo la sei corde a essere dopata, ma anche la voce e, soprattutto, la sezione ritmica che “segue” un beat ripetitivo assolutamente funzionale all’atmosfera narcotica del pezzo. Chitarra e voce non cambiano granché nella successiva “Ain’t Dumbo” però la sezione ritmica si risveglia improvvisamente: basso e batteria pestano come i landsdaliani Hap e Leonard nel bel mezzo di una rissa da cui non vedono via d’uscita. Si blueseggia alla grande in “Dial 666” ma non c’è tempo di prenderci gusto ché a 1:45 finisce la festa. Di contro “The Other Side” viaggia per oltre sette minuti a suon di scatti, accelerazioni e ricadute a piombo nel grigio drogato.

Gli altri otto pezzi scopriteli da soli. Io mi fermo qui sennò vi rovino la sorpresa. Aggiungo soltanto che il trio di stanza a Seattle (due comunque sono originari di Dallas-Austin) ha messo su un gran bel baccanale di psichedelia oscura e tossica. Folk-blues acido come ricotta lasciata al sole il giorno di ferragosto, soul r&b che puzza di copertoni bruciati, muscolare garage-rock privo di sorrisi di circostanza.
Non fatevi ingannare dall’immagine di copertina retrò perché i Night Beats non sono un gruppo calligrafico che guarda solo al garage psichedelico texano di 13th Floor Elevators e Red Crayola o a Chocolate Watchband ed Electric Prunes. Questi stanno dentro anche all’attuale weird garage di Oh Sees e compagni che è una bellezza.
Un disco per vecchi freak stonati e vecchi punk arrabbiati: comunque per “vecchi”. Ma il rock è un Paese per vecchi, no?

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Mondo cane

Sick Dogs – Non mi piaci più (autoprodotto, 2011)

Ebbene, si è parlato dei Sick Dogs di Vito & compari lo scorso febbraio, per recensire Lavoro – dove è inclusa la hit epocale “La tua vita non vale un cazzo”.

Ora la gang di punk e teppisti vigevanesi torna con un 7″ in vinile (quattro brani: “Non mi piaci più”, “Ci sto dentro”, “Fottiti tu e il tuo hummer”, “Grande fratello”) intitolato Non mi piaci più e ribadisce tutto quanto già noto sul conto dei Sick Dogs. Questo è PUNK ROCK di quello sanguigno e sanguinario, cafone ma non scemo, duro e melodico.

Nessuna raffinatezza, ma molta anima… l’urgenza è quella di comunicare rabbia repressa, insofferenza verso le costrizioni di lavoro/società/regole assurde e il modo scelto ha il sound di un punk cristallino, diciamo da seconda ondata post ’77, impossibile da non capire e contagioso.

Nei brani dei Sick Dogs ci sono tanto gli UK Subs, quanto gli Slaughter & The Dogs, così come i primissimi GBH, gli Exploited, un pizzico di Dead Boys, un filo di Ramones, un po’ di Adverts e – perché no – anche un bicchierino di Sham 69.
In media l’impressione è che la band, almeno in questi quattro pezzi, spinga più sul versante albionico del punk, quindi abbracci un’ispirazione più inglese che non statunitense. Il che non è affatto un male, visto anche che il risultato finale è talmente vero e sincero da tacitare sul nascere ogni eventuale perplessità.

Certo, questa volta si sente la mancanza di una bomba sonica/filosofica come “La tua vita non vale un cazzo”, ma non si può avere tutto dalla vita. E, soprattutto, questo è un signor singolo – indipendentemente dai confronti con quanto fatto prima dalla band.

I Sick Dogs sono incazzati, Vito dà voce e immagine alla loro incazzatura e la loro musica è fatta per arrivare dritta a toccare certe corde. Se poi queste corde non le avete, allora è un problema vostro.

[Ovviamente il consiglio vivissimo è di procurarvi il 7″, ma se proprio non potete fare a meno degli mp3, potete scaricare i brani del singolo – gratis e legalmente – su Jamendo, nell’account dei Sick Dogs]

Siamo tutti figli di Abort

Nerorgasmo – s/t (FOAD, 2011)

La stagione del punk e dell’hc italiano – quella che si è srotolata in maniera anarcoide, frammentaria, ma implacabile nell’arco di tutti gli anni Ottanta – ha lasciato diverse band fondamentali, che ci invidiano in terre straniere (l’elenco dei soliti noti ve lo risparmio). Gente a cui sono dedicati da anni articoli, monografie, ristampe; per non parlare delle reunion più o meno patetiche / più o meno esaltanti.

Ebbene il caso dei torinesi Nerorgasmo, in quel succoso guazzabuglio di cui sopra, è atipico. La loro è una storia fatta di genio e nichilismo. Un nichilismo che permea la musica, ma prima di tutto le esistenze dei membri della band, con il fu Luca Abort Bortolusso in testa alla fila, a condurre la carica.

I Nerorgasmo non hanno mai goduto della mitizzazione toccata ad altri nomi a loro contemporanei (per intenderci: se chiedete a un ragazzetto, probabilmente vi citerà Negazione, Wretched e Indigesti) e – a posteriori – c’è un senso recondito in questo.
In un momento in cui l’impegno sociale – sotto forma di slogan, rivendicazioni massimaliste antisistema, acab come se piovesse etc etc etc – i Nerorgasmo erano l’ala nera che oscurava il sole, una pera di nichilismo infernale direttamente nella giugulare. Una band intrisa di disagio che si trasforma in rabbia implosiva: pochi slogan, ma quintali di lucida introspezione distruttiva, che sbriciola dogmi, riti, routine e gabbie delle vite alienanti a cui siamo legati come animali alla catena.

E il disagio, oltre a esplodere incontenibile nei testi di Abort, è anche la cifra stilistica del loro sound: un punk hardcore mai troppo veloce, scuro, inquietante, con tocchi leggermente dark (seppelliti sotto a tonnellate di distorsione e crudezza, non temete).
Senza timore di esagerare dico che è palese come i Nerorgasmo fossero i Void italiani: stessa attitudine sonora grondante sangue marcio e mal di vivere, stessa gelida e lucida negatività, stesso immaginario dantesco.

Musica per anime danneggiate; musica per cervelli che si sedano per non esplodere; musica per filosofi dimenticati, con la schiuma alla bocca e un quartino di roba in tasca. La tragedia incombe plumbea su ogni riff, su ogni riga di testo. Ed è catartica – se si ha la forza di resistere al suo peso – oltre che in grado di dare dipendenza. Infatti vi ritroverete ad ascoltare il cofanetto assemblato da FOAD Records in maniera ossessiva, a ripetizione, scoprendo ogni volta un riff nascosto, una frase lancinante o un passaggio dissonante che fa raddrizzare i peli sulla schiena.

Grande operazione, dunque, questa ristampa che arriva in formato di cofanetto digipack con cd, dvd e booklet. Il cd contiene tutto lo scibile inciso dai Nerorgasmo, in studio e live (comprese nove registrazioni inedite); il dvd è un documento speciale, visto che è una testimonianza dei Nerorgasmo dal vivo, assemblata utilizzando le riprese relative a due diversi concerti tenuti nel 1993 a Torino a El Paso.
Ne esiste anche una versione deluxe con gadget inclusi, ma potrebbe essere sfortunatamente terminata; ad ogni modo, non sono i gadget a dovervi interessare, ma piuttosto la grandezza e la forza espressiva di questa band.

Procuratevelo, imparatelo a memoria, consumatelo e ogni tanto tirate una bestemmia velenosa in onore di Abort, che in maniera tragicamente coerente con la sua visione nichilista è morto, portato via da un’overdose nel 2000.

Ordinatelo qui (saranno i 16 euro meglio spesi del decennio, garantito).

Deserto trevigiano

Ivy Garden Of The Desert – Docile (Nasoni, 2011)

Che piaccia o no, una gran parte dell’immaginario umano è fortemente globalizzata. Questo vuol dire che grazie a cinema, tv, Internet, musica, libri etc etc etc anche chi abita nel cuore delle Langhe o della Puglia può assimilare il proprio scampolo di cultura lontana e totalmente estranea. Ed è così che una band come gli Ivy Garden Of The Desert – dalla ridente Montebelluna, provincia di Treviso (e quindi pieno nord-est italiano) – può sfornare un ep di torrido desert rock/stoner, macchiato di psichedelia e rock acido anni Settanta.

L’ispirazione è chiara e cristallina: Kyuss, Fu Manchu, Motorpsycho, Monster Magnet, ma anche – prendendoli alla lontana – i Grateful Dead. E poi nei momenti più ispirati, soprattutto quando anche la voce fa il suo ingresso, la band ricorda un’ottima reinterpretazione di ciò che i Thin White Rope furono – e scusate se è poco.

Insomma, musica impegnativa, rock fino al midollo, a tratti soffocante e visionaria, in cui le parti vocali hanno un ruolo secondario e ridottissimo. Lunghe cavalcate epiche che si spingono anche oltre gli 11 minuti, che fortunatamente riescono a non annoiare e a intrigare con una buona dinamica. Unico neo: la globalizzazione trasmette suggestioni, ma ovviamente chi le raccoglie di regola si può limitare a un lavoro – per quanto eccellente – di riproposizione. Come dire… se non sei where the action is dovrai accontentarti di essere un ottimo seguace. Decidete voi a quale dei due termini dare più peso, se a ottimo o a seguace.

Io dico che meritano in ogni caso e attendo gli altri due capitoli della trilogia iniziata con questo Docile.

Sangue di Giuda

Giuda – Racey Roller (White Zoo, 2011)

La tentazione fortissima era di non recensire questo album. Nessuna ragione strana dietro alla scelta, semplicemente il fatto che tutti (e più di tutti) ne hanno parlato, straparlato, riparlato e sproloquiato esaltandolo senza se e senza ma. Insomma, nessuno avrebbe sentito la mancanza di una recensione qui sopra. Devo anche confessare una mia stupida idiosincrasia per i dischi di cui tutti parlano bene (è un problema, ci vorrebbe un po’ di terapia, ma si sa: meglio spendere i soldi in dischi che per lo psicologo), oltre che un ascolto troppo rapido e deconcentrato a un singolo precedente, che non mi aveva detto molto.

Invece tanto di cappello, con inchino e salamelecchi ai ragazzi dei Giuda. Se coi Taxi nel giro di poco tempo si erano guadagnati la reputazione di una delle migliori punk band in circolazione a livello internazionale, con i Giuda ottengono il medesimo risultato quasi istantaneamente, sulla scorta di un album senza pecche e perfetto. Certo, il genere è mutato, ma forse il bello è proprio questo: i Giuda recuperano le sonorità più sanguigne del glam rock britannico, del pub rock e del rock’n’roll che nei primi anni Settanta suonavano i sudditi di Sua Maestà la Regina. In pratica tutto ciò che agitava la terra d’Albione prima che arrivasse l’ondata punk – e che il punk ha spesso precorso.

Ci sono echi inequivocabili dei T-Rex più hard, degli Sweet, dei Cockney Rebel, dell’Elton John degli esordi (“Roll On” è la “Saturday Night’s Alright For Fighting” del 2011), dei Mott The Hoople e di tutto il filone meno mainstream del junk shop glam (termine – almeno secondo il Guardian – coniato da Tony Barber dei Buzzcocks e dall’ex Lush e Jesus and Mary Chain Phil King). E’ rock’n’roll melodico, orecchiabile, duro quanto basta (ai confini del punk), con un’irresistibile tendenza al ritornello killer da gridare tutti in coro col pugno alzato.
Musica che dal primo riff ti porta indietro nel tempo, al 1974 o giù di lì, in qualche pub di Bromley, dove skinhead, rocker, casinisti di strada, delinquenti e operai incazzati si scolano pinte a ripetizione, pronti a tutto o quasi per qualche ora di divertimento.

Bravi loro, scemo io. Consigliatissimo.

Bizzarra coincidenza: c’è un’altra band italiana che si chiama Giuda, formata da buona parte dei ragazzi del collettivo Agipunx. E’ un altro gruppo della madonna con un album del 2009 fuori (almeno che io sappia), che spacca tutto. Genere: metal, punk, crust, black. Evidentemente Giuda è un nome che si associa solo al meglio.

Sim sala bim… ah no, abracadabra

Abracadabra ‘zine n. 2 (2011, 16 pagine)

Iniziamo subito con la matematica; questo è il numero due, ma in realtà è il terzo – perché il primo era il numero zero.

Si tratta di Abracadabra, fanzine resident di casa Bubca. E’ un lavoro molto artistoide, forse criptico nella sua scarna natura di collage di foto (attimi più o meno trafugati dalle vie di Roma e da chissà dove), ma ha un suo fascino da What the Fuck!?!?. Il tutto col solito approccio retro-intransigente fatto di fotocopie low cost, graffette e copie numerate a mano (33 in tutto).

Ma in realtà la chicca di questo numero è l’allegato, una cassetta (e daje… ancora? Sì e va bene così) che contiene – citando le parole scritte sul biglietto di accompagnamento che c’era nella busta – “amici veri”. Un nastro riciclato, nella miglior tradizione Bubca, con dentro 14 (o forse 15 o 16 non si capisce bene puttana eva…) brani di band evidentemente vicine per spirito, attitudine, gusto e amicizia ai ragazzi della label.
E’ un modo, più o meno esplicito, per tirare una riga e separare bonariamente (ma anche no) il “noi” dal “loro”. Nella repubblica del Lo-Fi non tutti sono ammessi e questo nastro rappresenta una sorta di censimento ufficiale della sua popolazione; beati quelli che hanno la cittadinanza… noi stiamo fuori a guardare.

Qualche rapido cenno sui pezzi: i Geese sempre da pelle d’oca, ma ottimi anche Greg Ashley, Seff Clarke, John Wesley Coleman, Methadone Kitty & The Daily Dose… e poi non so, è un casino capire chi-suona-cosa, perché è tutto leggermente caotico. Ma la compilation fila via bene e ti fa venire voglia di ripetere il trip, magari con un paio di birre a corredo.

The Wild Brunch #12

Dodicesimo brunch della jungla, dunque . Con nomi vari ed eventuali, addirittura due dischi su major (anche Patti Smith).
Già, perché questa è ancora e sempre la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Patti SmithOutside Society (Columbia/Arista, 2011)
Patti è sempre Patti, che piaccia o no. Non potete negare il suo ruolo e la sua importanza nello scenario degli ultimi 40 anni, suvvia. Io l’ho sempre stimata ma non adorata, considerando però i suoi primi due album molto buoni – addirittura fondamentali per il sound newyorkese e la definizione di un certo punk intelligente di ispirazione tutta statunitense. Poi per carità, ha fatto i suoi passi falsi e le sue mezze boiate… ma non nemmeno è il caso di ricordarla cinicamente come quella di “Because The Night” (che manco è un pezzo suo). Questa raccolta, dunque, lascia il tempo che trova per chi già la conosceva e sarà utile, forse, solo a chi non si è mai approcciato a lei. Dico utile perché la selezione è ampia, ma buona, quindi è facile che i non iniziati si possano appassionare alla Patti e cercare i suoi dischi. Ma a parte questo utilizzo, non ne vedo altri.
[Voto: 1 – Consigliato a: ignari/ignavi, minorenni in cerca di lievi emozioni protopunk, ritardatari imperdonabili]

This Is A StandoffBe Delighted (Indiebox/Funtime/Effervescence, 2011)
Quattro non proprio ragazzi canadesi si cimentano in un ep (dopo addirittura un paio di album interi) di onesto hardcore-punk rock melodico con un tocco di emo core e rock. Non so, mi hanno ricordato vagamente i Lifetime a tratti, ma c’è anche un po’ di spirito in stile Fat Wreck (i chitarroni ritmici belli dopati e gli stacconi)… questo per dire che non c’è nulla che non si sia già ampiamente ascoltato negli ultimi 15-16 anni, in questi brani – che però sono fatti a regola d’arte e rispondono ai canoni fondanti del genere. Certo, se si conoscono e amano i vecchi pilastri si avranno decisamente pochi motivi per imbarcarsi in un ascolto del genere, ma i meno anziani e cinici li apprezzeranno di sicuro, magari trovandoci anche una certa freschezza. Personalmente diciamo che se lo ritrovassi in auto e dovessi fare un viaggio lungo, un ascolto glielo ridarei (e coi tempi che corrono, non mi pare neppure una brutta cosa).
[Voto: 2 – Consigliato a: emo corers under 20, hardcorers melomani, drogati di Fat Wreck e Revelation]

TinariwenTassili (V2, 2011)
Si spacciano per ribelli touareg del deserto, tutti tende, AK47, turbanti, tuniche e chitarre elettriche. Per circa nove secondi è anche suggestiva l’immagine, non lo nego. Poi però ci si scontra con un dato di fatto: la millantata tamarreria dei Tinariwen è gravemente insufficiente all’atto dell’ascolto. Quello che ci troviamo nelle orecchie è un frullatone di world music, blues, musica tradizionale africana, tocchi indiani e fighetterie assortite da aperitivo ecosolidale al circolo culturale Stocazzo. C’è puzza di incenso, sandalo e tisane, in poche parole… roba da metrohippie post newage: gente da shiatsu, braghe di cotone grezzo, cannette d’erba per sentirsi trasgressivi, ristoranti macrobiotici, reading di poeti ghanesi e seminari di meditazione. The only good hippie is a dead one… e che lo spirito di Altamont sia con voi. PS: dove sarebbe lo spirito ribelle dei touareg, per la madonna? Non qui dentro.
[Voto: 0 – Consigliato a: metrohippie con sandalo e iPad, fricchettoni dello Ied, terzomondisti arrapati]

Frammenti mortali

Cripple Bastards – Frammenti di vita (FOAD, 2010)

Questo cd dei Cripple Bastards è uscito a novembre 2010 e parlarne ora è quasi imbarazzante a livello editoriale – non crediate che non me ne renda conto. Complice, però, il fatto che qui sopra – essendo a casa mia – sono piuttosto libero di contravvenire a qualche regola d’oro, ma anche l’idea che sia importante riconoscere a questa band il giusto merito, me ne fotterò… ed eccoci qui.

La band di Giulio The Bastard e i suoi malefici soci non ha certo bisogno di essere presentata, né raccontata. Anzi, se non sapete chi sono, neppure per sentito dire, avete probabilmente qualche grosso problema – oppure siete appena scesi dal seggiolone e avete digitato “hardcore punk” su Google dopo avere letto le due parole, per caso, su qualche giornale da grandi che non vi è permesso sfogliare normalmente.

Questo cd porta il titolo di un omonimo 7″ uscito nella prima metà dei Novanta, che conteneva sette cover di brani di band italiane del periodo d’oro dell’hardcore (e del punk) anni Ottanta: Wretched, Negazione, Nabat, Underage, Indigesti, Blue Vomit e Impact. A 16 anni di distanza il progetto si ripete, sulla lunga distanza, con i Cripple impegnati a rileggere e reinterpretare 14 brani altrui; la gran parte proviene dalla scena italiana storica, ma stavolta si pesca anche nel florido bacino del thrash e thrashcore tricolore del tempo che fu, riesumando vecchie bombe di Schizo, Bulldozer e Necrodeath). Un indizio più che tangibile dell’ispirazione dei CB, che da sempre non è esclusivamente hardcore, ma deriva anche dal metal più estremo

In coda al cd, due classici originali dei CB, in pratica due inni: “Polizia una razza da estinguere” e “Italia di merda”.

Che piacciano o meno, i Cripple Bastards hanno conquistato sul campo credibilità, nemici, onore e integrità. E nel frattempo si sono anche tolti lo sfizio di contribuire con un tassello non secondario alla storia della musica estrema. Grande traguardo già in sé, ancor più per una band italiana.

Ovviamente se l’hardcore/grind/ultracore vi provoca shock anafilattico, state lontani da questo cd e da tutta la produzione della band. Altrimenti non esitate a procurarvi questo manufatto.

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