Turn on the news

Bob Mould & Michael Azerrad – See a Little Light, The Trail of Rage and Melody (Little Brown, 2011, 404 pp.)

Le biografie/autobiografie rock sono ufficialmente un genere letterario che tira, ormai da qualche anno. E non posso che esserne felice, visto che la lobotomia causata dal rincoglionimento senile mi impedisce da quasi 10 anni di leggere altro… vederne uscire tante e anche di artisti minori è tutto grasso che cola, per il sottoscritto.

Per quanto riguarda il caso Mould, il piacere è doppio, visto che è da sempre un personaggio interessante, oltre ad essere stato uno dei pilastri della mia formazione musicale (e di quella di svariate migliaia di altre persone, direi) con gli Husker Du. Insomma, non ci ho pensato due volte a prendermi questo libro, complice anche un tizio spagnolo che mi ha provvidenzialmente comprato su Discogs un disco residuo della vecchia distribuzione – un orribile split 7″ di band punk rock anni Novanta poco più che ignobili… che uno si domanda: ma caro spagnolo sei sicuro del tuo acquisto? Ad ogni modo, grazie: coi tuoi eurazzi mi son regalato il libro (che è arrivato in edizione hardcover).

Insomma, questa è un’autobiografia scritta a quattro mani con Azerrad – già pregiato autore di Our Band Could Be Your Life – che probabilmente ha organizzato e limato i contenuti per renderli più presentabili. Un’operazione che, peraltro, avviene regolarmente nel 99% delle autobiografie anche quando non è dichiarata.
La storia inizia dall’infanzia di Bob e arriva fino ai nostri giorni… una lunga cavalcata che passa dagli Husker Du ai primi album solisti, per passare attraverso gli Sugar, l’esperienza di lavoro nel campo del wrestling televisivo e, infine, il ritorno alla musica. Il tutto ampiamente intriso di tutte le problematiche legate all’accettazione della propria omosessualità e alla ricerca di una dimensione vivibile.
La prosa è scorrevole, ritmata, lucida e pacata, come i migliori pezzi di Mould – se vogliamo. Insomma una lettura semplice e piacevole, in cui un uomo si mette a nudo e srotola fatti, pensieri ed emozioni senza troppi pudori. Nella miglior tradizione delle autobiografie. Tanto più che Bob di roba da raccontare ne ha a vagonate…

Posto, dunque, che la soddisfazione è garantita, non posso fingere di non avere almeno un paio di cosette da rilevare.
Personalmente – ed è un mio errore d’approccio, visto che da nessuna parte è scritto che questa è la storia di una band – avrei preferito molto più spazio dedicato ad aneddoti e storia degli Husker Du (in breve: quando cazzo esce un libro solo su di loro?)… davvero, insomma, con tutto il rispetto Bob: ma a chi pensi che interessi la genesi dei tuoi album solisti elettronici (che facevano realmente cagare), tanto per dirne una? O le peripezie legate ai traslochi e ai vari acquisti di case (ma quanti soldi guadagnavi Bob, per cambiare casa con quella frequenza?).  Dacci montagne di Husker Du e ci avrai ai tuoi piedi. Anche se già lo siamo.
In secondo luogo la parentesi del wrestling per quanto totalmente lontana dalla musica, ha un fascino morboso che avrebbe meritato più pagine. Magari a discapito delle energie spese nel raccontare dei gay bar e del gay lifestyle fatto di party, palestra, caffé per hipster e flirt.

Non è forse il libro dell’anno, dunque, ma ci voleva. E state certi che dal momento in cui lo inizierete, non riuscirete facilmente a staccarvene.

Un ultimo avvertimento doveroso: da tutta la storia Grant Hart e Greg Norton escono veramente malissimo. Sarebbe bello ascoltare anche le loro campane, soprattutto su alcuni fatti chiave.

Dements are go

Thee Dements – Pigs Fuck Allright ep (Burning Hell, 2011)

Ebbene, riecco i Thee Dements, che “tradiscono” la loro Bubca Records per cedere alle lusinghe della straniera Burning Hell. Da questo connubio nasce un 7″ ep vinilico (buco grosso, oh sì) che raccoglie tre brani appartenenti alla primissima produzione del gruppo. Scelta bizzarra, visto che nel frattempo i Dementi hanno sfornato parecchia altra roba, ma si sa… questa è gente stramba, poco raccomandabile e perennemente in stato di delirio erotico-musicale, quindi non è nemmeno salutare farsi troppe domande.

La sostanza è sempre quella: punk rock, blues, folk e delirio lo-fi scatarrato da un duo che ha inciso i propri brani in cucina (probabilmente dopo aver scolato un doppio litro di rosso della Coop in offerta specialissima). Se vi facevano schifo prima, li odierete ancora di più sentendo Pigs Fuck Allright ep; se vi piacevano o li tolleravate, continuerete a farlo, visto che qui ci sono solo conferme – nel bene o nel male. E infine, se siete Bubca-dipendenti, non potete privarvi di questa scheggia che completa l’universo concettuale di questa label sopra le righe.

Ho un solo dubbio però: questo cacchio di 7″ è ascoltabile sia a 33 che a 45 giri senza particolari problemi e fastidi. Anzi, a 33 giri acquisisce un vaghissimo sapore da field recording spettrale stile Alan Lomax che smussa la sensazione di trascinamento dovuta alla velocità non corretta… ecco sì, ve lo consiglio a 33 giri. So che i Thee Dements apprezzeranno.

In metalcore we trust

We Sink – s/t (Chorus of One, 2011)

Una giovane band di Parma – nata nel 2010 – che ha all’attivo un ep di quattro brani intitolato Old Stories e ora esce con un arrapantissimo 10″ (il formato più porno che la mente umana abbia mai concepito, per quanto mi riguarda) per Chorus of One.

L’artwork in bianco e nero, con un teschiazzo d’ordinanza, evoca suggestioni political punk alla Discharge/Doom e fiorellini simili; in realtà il sound dei We Sink è molto più radicato nell’ondata hardcore metal di metà anni Novanta: un hc durissimo, scuro e chitarroso, con importanti sconfinamenti nel thrash-core e nel thrash. Roba macho, muscolare e taurina, che evoca circle pit, pogo stile palestra di pugilato e stagediving da rianimazione.

Onestamente non è ciò che ascolto, né quando questa roba era in auge la ascoltavo… però si riconosce il germe del sacro fuoco, per cui di sicuro la band è (o sembra decisamente) sincera. True till death, come si diceva una volta. Oltre che compatta, incazzata e credibile.
Ecco, mi sovviene che sarebbe interessante leggere i testi, visto che non è chiarissimo di cosa parlino… per il resto, se l’hardcore meticciato col thrash è la vostra perversione preferita, questi giovani fanno per voi.

Tunas sandwich

The Tunas – “Feathered Fish/Lester Bangs Is Dead” (Primitive, 2011)

E dopo la bomba a 10″ dei Singing Dogs, la Primitive sgancia questo drone che sulla testata porta inciso il nome dei Tunas, rancida a sfavillante realtà del garage-punk italiota ormai da un bel po’ d’annetti.

Un 7″ spartano come un cartone di Tavernello bevuto su una panchina, ma conciso e tagliente. Disco con etichette bianche (nella tradizione vintage il buco può essere piccolo, oppure diventa grande facendo saltare l’apposita coroncina centrale), copertina in bianco e nero in cartoncino fotocopiato e totalmente diy. E il tocco di classe per pochi malati: il cartoncino è piegato in due, ma sul retro lascia scoperta metà del disco: una soluzione per la prima volta – narra la leggenda – adottata da quei pazzi drogatoidi anarcoidi della Dangherhouse, con Black Randy al timone.

Ma a parte l’estetica – che conta, ma non è tutto – questo singolo vi leverà la prima pelle con due tracce (sì solo due) memorabili. Il lato A è una cover durissima ma articolata e non facile di “Feathered Fish”, un brano scritto da Arthur Lee e ceduto ai Sons of Adam per scippare il loro batterista Michael Stuart. Si tratta di una specie di “7 & 7 is” più schizoide, che in mano ai Tunas si energizza ulteriormente in un tripudio lo-fi.

Il lato B è un originale intitolato “Lester Bangs is Dead” (sarei curioso del testo), un pezzo più punk ’77 e nervoso, che porta alla mente i Dead Boys coverizzati dai primi Black Flag, se mi passate l’invenzione.

Grande dischetto. Cacciate ‘sti 5 euro, dai. Ne sarete felici.

Record collectors are pretentious assholes

Not Moving – Light/Dark (Audioglobe Relics, 2011)

Non prendiamoci per i fondelli. Chi segue Black Milk o comunque le mie cazzate da un po’ di tempo sa quanto io sia da sempre fanatico dei Not Moving – che infatti ricorrono puntualmente in queste pagine: provate a fare una ricerca usando il motore interno di BM e vedrete di cosa parlo.
E’ logico e consequenziale, dunque, che questa uscita targata Audioglobe Relics (una nuova divisione della storica etichetta/distributore) abbia stuzzicato i miei ormoni e attivato l’area più acritica e disposta a bersi tutto del mio cervello. E va bene così, perché questa antologia che raccoglie i due primissimi singoli, tre ep/mini lp (Land Of Nothing, Black’n’Wild e Jesus Loves His Children) e il demo tape d’esordio della band trascende oggettivamente ogni considerazione, opinione e sforzo critico. Semplicemente questa è materia originaria, un elemento fondante della cultura rock alternativa italiana, oltre che underground.
Se non ti piacciono i Not Moving, probabilmente non ti piace il rock’n’roll. E allora hai un problema, baby… ma ognuno ha i suoi, quindi amen. Buona fortuna.

Detto questo, il mio pensiero – e non solo il mio, visto che qualcuno si è mosso per ristampare questo materiale – è che di questi 31 brani non ci sia proprio nulla da buttare; il 90% di queste canzoni è di diritto entrato nel Gotha dei classici della musica sotterranea tricolore degli anni Ottanta, mentre il restante 10% è per cultori e raffinati gourmet – che godranno come ricci ad ascoltare, ad esempio, il primissimo demo tape riemerso dalle nebbie e fino a oggi irreperibile (a meno di non esserselo comprato 30 anni orsono o di avere qualche amico/conoscente compiacente disposto a duplicarvi la cassetta…).

Come dite, voi giovanotti là in fondo? Non avete capito cosa c’è qui dentro? Beh, dovete studiare, per dio. Ma vi voglio dare un aiutino, riportandovi uno scambio di mail con l’amico Tony Face (giovincelli, dovete saperlo, ma lo preciso: lui era il batterista del gruppo, asini!), che dovrebbe se non altro instradarvi leggermente:

Tony: Arrivato alla fine ?
Andrea: Sì ieri. Arrivato, un po’ ammaccato ma arrivato. I corrieri andrebbero fucilati negli androni dei palazzi. Appena riesco a sentirlo recensisco!
Tony: Il contenuto sonoro e largamente inferiore alla confezione. Sappilo !
Andrea: Caro Lei, io quel contenuto sonoro lo adoro e lo possiedo tutto in vinile originale (e nel caso dei due 7″ anche ben pagato – non profumatamente, ma nemmeno poco… ricordo che comprai i due singoli in blocco da uno spacciatore romano che vendeva dischi dal bagagliaio di una Renault scassata; nel 2002 gli diedi 25 euro a pezzo in mint conditions; poi un anno dopo il secondo 7″ l’ho trovato e comprato a 1 euro in ottime condizioni in un negozio di un cretino… così ne ho due copie addirittura hehehe). Mi mancavano però i pezzi del demo, che inseguivo da un bel po’ di anni. Ricordo anche di averti molestato per chiederti se me ne facevi una copia, molto tempo fa; avevo persino rotto le palle a Guglielmi almeno 10 anni orsono, per lo stesso motivo… finalmente sono stato esaudito!
Tony: Hahaha. Non mi ricordo che mi avessi chiesto il demo, che ho recuperato tra le mie infinite scartoffie in stato di salute precaria e sottoposto a qualche cura nell’apposito studio, per ridargli un minimo di dignità. Sinceramente trovo il tutto molto datato. Mi piace molto Movin’ Over per quanto e crudo e cattivo, non so perché ma ogni volta mi vengono in mente i Dead Kennedys, anche se c’entra poco. Black’n’Wild è il migliore. Jesus bello, ma ha dei suoni che mi fanno girare le palle, in particolare quello della batteria. Ma eravamo in trip con gli Hoodoo Gurus, io con i Lime Spiders, e i suoni ci sembravano quelli.

Avete capito? Ecco, ora correte a ordinare/comprare questo cd, che è anche a prezzo super friendly (e ha una confezione da paura, oltre che un booklet con un bel pezzo esplicativo scritto dal Luca Frazzi nazionale). Altrimenti smettete pure di dire che ascoltate il rock’n’roll e sperate che ritorni il Festivalbar.

Fotti il marketing, questa è Bubcalandia

Geese/Petrified Woods – split (Bubca, 2011)

Io a quelli della Bubca farei un monumento, ma nel contempo li percuoterei con violenza insensata – battendo sulle loro zucche vuote con una mazza da baseball di quelle che vendono da Decathlon a 20 carte. E sapete perché? Ve lo dico subito… questa banda di down posseduti dal rock’n’roll, che sfornano dischi, cd e 7″ a ciclo continuo, hanno pubblicato questo split tape (un’altra cassetta, sì) che sul lato A ha una delle band più pazzesche e sconosciute che ho sentito negli ultimi tempi (gli australiani Geese, paladini di un rock/garage psichedelico da pelle d’oca)… ma hanno avuto l’idea GENIALE (geniale un cazzo, mortacci loro!!!) di farlo uscire in sole 15 copie. E su cassette riciclate di Speak Up (il mefitico rivistone per chi vuole imparare l’inglese in edicola).
Sul lato B uno dei milioni di gruppi satellite/progetti del Bubca Boyz, il defunto duo Petrified Woods che fa il suo porco lavoro con un blues/folk/roots acustico e melodico, a tratti spastico a tratti mistico-religioso (ma piagato da una registrazione un po’ troppo lo-fi, con saturazioni assassine che penalizzano una band altrimenti molto valida).
Ma, torno a ripetermi, la vera perla del nastro sono gli australiani, i Geese. Andate a sentirveli e comprate una delle 15 (…15, cazzo… siete dei testoni!) copie di questo nastro. E se vi risponderanno che la cassetta è terminata, facciamo una petizione perché ristampino il tutto su cd-r e non in limited edition psichiatrica. Io firmo. Per la madonna.

Canta coi cani

Singing Dogs – Dejavoodoo Blues (Primitive, 2011)

Sì, meno male che a volte capita. E quando succede si gode e per un paio di settimane ti passa la voglia di chiudere tutto. Già, quando ricevi cosette come questo 10″ dei Singing Dogs (cortesia della immensa Primitive Records) le paturnie e i mugugni si dissolvono. Per un po’ almeno.

Già l’impatto fisico e visivo non lascia dubbi: un vinilotto da 10″ con copertina b/n, grafica di gran classe che puzza di pennarello e fotocopie, per un duo (chitarra e batteria) che intitola il disco e la title track con quello che pare un omaggio ai canadesi Dejavoodoo – mai troppo ricordato duo seminale che stritolava insieme punk, garage, rockabilly e rock’n’roll (beccatevi i dischi, se li trovate, fatevi un favore).

Musicalmente, poi, preparatevi a un bel trattamento completo di shampoo-barba-capelli non appena la puntina cala sul microsolco: perché qui si fa sul serio con un rock’n’roll selvaggio, ora punkizzato, ora bluesato, ora garagiato. I Singing Dogs non abbracciano un genere preciso, ma frullano il meglio di tutti quelli appena elencati (e vogliamo metterci un leggero tocco di surf ed exotica, ma proprio leggero leggero? Mettiamocelo) con un’attitudine selvatica e urticante, che riporta alla mente i fasti di certe band Crypt dei tempi d’oro.

C’è poco da star qui a fare della poesia e a tentare di descrivere quello che per definizione si percepisce con le palle e lo stomaco, non col cervello… io vi consiglio VIVAMENTE di somministrarvi buone dosi di questa roba. E di regalarvi questo 10″. Poi ognuno è libero di sbagliare… fate voi.


SINGING DOGS “better of dead”
http://mediaservices.myspace.com/services/media/embed.aspx/m=15790843,t=1,mt=video
SINGING DOGS | Myspace Music Videos

Beggars’ banquet

Beggars – s/t (Chorus of One, 2011)

Un buon 7″ dal look old school per questa band di Chicago che approda nel roster dell’italianissima Chorus of One.

Questi Beggars non sono certo mostri di inventiva, ma menano piuttosto pesante con un hardcore emo/screamo melodico (niente roba estrema stile Ebullition, occhio) molto mid-Nineties.
Velocità, incazzatura e una linea melodica costante – ma mai troppo preponderante, per fortuna – sono le caratteristiche salienti di questi quattro brani belli sanguigni e sbattuti in faccia senza troppi complimenti.

La rabbia, l’energia, la malinconia e la voglia di fare casino sono rollate tutte insieme in una metaforica cartina intrisa di benzina, per far bruciare meglio il tutto: e il risultato è notevole. Sarà la brevità del disco, sarà la concisione, ma questo singoletto è una bella parentesi che si ascolta e si riascolta volentieri una seconda volta. Cosa che non accade spesso, almeno qui nella tana del cinismo barbarico.

Il promo kit cita tra le influenze Strike anywhere (può essere), Fugazi (insomma… sono più violenti negli intenti, i Beggars), Modern Life is a War (che non so chi siano e non credo di avere intenzione di scoprirlo ora) e Foo Fighters (e per fortuna non ci somigliano neppure per errore… dio mio…).

Beggars live @ Eastwood House from Kyle Wheeler on Vimeo.

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