Il (nuovo) paisley underground made in Brescia

Saint In A Row – s/t (Foolica, 2011)

In Italia nascono pochi grandi “scrittori” di canzoni rock in lingua inglese, o songwriter che dir si voglia. Siamo onesti, non è cosa nostra. Alcuni emulano bene, a volte benissimo, si impegnano dandoci dentro come dannati, ma mediamente il risultato è quello che è. Tra le nuove leve i bresciani Record’s (da poco accorciatisi in R’s in seguito al passaggio all’etichetta americana Nat Geo Music, divisione musicale del National Geographic) stanno una spanna sopra la media e il merito maggiore va ascritto al cantante-chitarrista Pierluigi Ballarin, senza nulla togliere ai due gagliardi compagni di merenda.
Saint In A Row è il “suo” progetto parallelo, non fosse altro perché ha firmato tutte le 8 canzoni presenti in questo album omonimo. In realtà si tratta di un supergruppo in piena regola, nato all’interno del Tup Studio di Brescia nel quale il Ballarin lavora spesso e (immagino anche) volentieri. Con lui quella vecchia volpe di Giovanni Ferrario agli arrangiamenti, pre-produzione, parti elettroniche, basso e chitarra elettrica. Completano l’ensemble Fabio Dondelli degli Annie Hall a cui è affidata la parte acustica della faccenda (chitarra acustica, banjo e ukulele), Michele Marelli degli Ovlov alla batteria e Stefano Moretti del duo electro Pink Holy Days che si è occupato della “fotografia” (!) e di fare il lavoro sporco del fonico in studio.

Fatte le dovute presentazioni dinanzi a un progetto così articolato e “profondo”, passiamo alla musica che, lo dico subito, è tutt’altro che immediata. Sostanzialmente si tratta di un album di pop-rock colto, per palati fini, per gente che investe del tempo negli ascolti. Un album molto intenso eppure “leggero”, con arrangiamenti equilibrati, gonfio di nostalgiche ballate rock che hanno fatto restringere la bocca del mio stomaco riportandomi a quando al buio della mia stanzetta da teenager mi scioglievo dietro al lato “emozionale” del paisley underground e ai Big Star.

La voce di Ballarin fa venire i brividi a chi, come me, ha amato e continua ad amare Steve Wynn, questo è quanto. Il pezzo che apre le danze, “Wires”, ricorda piacevolmente anche certe atmosfere degli australiani The Church, troppo presto dimenticati dalle nostre parti. Il pezzo che le chiude (le danze) vola soave sulle braccia di Morrissey quando se le stringeva al petto e dondolava quel suo ciuffo che molti di noi invidiavano segretamente.
Oltre alla portentosa musica da penombra, un altro ottimo motivo per portarsi a casa questo album è che è uscito in vinile con dentro il cd in una bella bustina cartonata a mo’ di 45 giri.

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