La Muerte goes solo

Dome La Muerte – Poems For Renegades (Japanapart, 2011)

Chi, leggendo, ha già rispolverato immagini legate a “gruppetti” tipo CCM, Not Moving (e Diggers, più recenti), farebbe meglio a tirare immediatamente il freno a mano e a fare un bel respiro.
Già, perché questo debutto solista di Domenico Petrosino, alias Dome La Muerte, non ha nulla a che fare – a livello di sonorità – con quanto lui ha fatto nelle sue esperienze musicali più note.

Per intenderci: tanto in precedenza Dome era dilaniato e “contro”, tanto in questo debutto si rivela dylaniano e country. Qui c’è tanto roots, tanto folk rock statunitense, ma anche il blues, la psichedelia campestre un po’ figlia dei fiori e una dose da cavallo di cantautorato intimista e minimale.

Il risultato è un disco che potremmo definire “maturo”, per quel che significa. Articolando meglio, diciamo che Poems For Renegades è la faccia oscura del pianeta Dome, che esalta le componenti normalmente meno evidenti del suo essere icona rock’n’roll, figlio di Keith Richards, Johnny Thunders e Brian Gregory.
Tra ballate urticanti, cavalcate westernate e un paio di cover di Ramones e Dylan, i 14 brani vanno via che è un piacere e non fanno rimpiangere per un istante ciò che Dome fa in altre situazioni. Può bastare?

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