Streetwalking Cheetah

Cheetah Chrome, il maestro della chitarra tossico, sconvolto, pelato, cafone e troglodita. Una personcina spigolosa, senza cui il sound di alcune delle formazioni più importanti del punk a stelle e strisce non sarebbe nemmeno nato. E allora è quasi un dovere di cronaca e un tributo ossequioso al rock, questa traduzione di un’intervista apparsa sul numero due della mitica Sonic Iguana (la fanzine di Jeff Dahl della seconda metà anni Novanta). All’epoca Cheetah era quasi una figura dimenticata, fuori dai riflettori e dalle rotte della scena punk peraltro fiorente. Sono state tagliate le ultime domande, troppo legate al momento contingente… quello che resta è il ritratto di un eroe che vive in una confortevole penombra e non sembra neppure scontento delle situazione.

Come è stato crescere a Cleveland?
Non c’è molto da dire, a parte che faceva schifo. Cleveland è molto piena di sé e arretrata.

Però è conosciuta come una città rock…
Non saprei dirti il motivo. Credo che chi viveva altrove potrebbe averla vista così. E tutti i gruppi che ci sono passati a suonare si devono essere divertiti. Ma se tu ci avessi vissuto ogni giorno della tua vita, non la penseresti in questo modo. Può anche essere che ci fosse un sacco di roba interessante in giro e io non me ne sia accorto…

Quando hai cominciato a suonare la chitarra?
Avevo otto anni. Non fu la sera che vidi i Beatles in tv per la prima volta, ma nel giro di sei mesi avevo iniziato. Me ne stavo in casa con i libri degli accordi e i dischi dei Rolling Stones.

Quale è stata la tua prima chitarra?
La prima era un giocattolo di plastica (ride). La prima vera elettrica fu una Sakova, credo fosse della stessa forma del basso di Paul McCartney. A violino, con un battipenna di madreperla. Hai presente? Credo di averla scambiata per della droga.

Ricordi il tuo primo incontro con Stiv (Bators)?
Peter Laughner mi parlava di lui continuamente. La prima volta che l’ho incontrato dal vivo è stata in un negozio di vestiti e lui indossava un paio di pantaloni argentati. Credo fosse il 1974. Non sapevo chi fosse, ma iniziammo a parlare, poi ci salutammo. Nel frattempo suonavo nei Rocket From The Tombs e Laughner continuava a parlarmi di questo tizio, Stiv Bators. Una volta poi lo invitò a un nostro concerto; lui si presentò insieme a Jimmy Zero e quei due ci provarono con le nostre ragazze. Ci incazzammo di brutto; proprio quando stavamo per farli a pezzi Peter intervenne dicendo: “Lui è quello Stiv di cui ti parlavo”. (Ride) Finimmo per scambiarci i numeri di telefono, lui la sera dopo mi chiamò e mi invitò a un concerto di un gruppo di amici suoi, i Blue Ash. Si portò dietro una custodia da chitarra e io gli domandai che chitarra avesse lì dentro; lui disse: “Ah questa ti farà impazzire”… lì dentro aveva un vero e proprio bar! Vodka, granatina, crema al whisky… e iniziò a fare dei cocktail. Questa è stata la prima volta che siamo usciti insieme.

I RFTT hanno registrato molta roba?
Solo due session. Una fu una lunghissima maratona, il giorno del mio compleanno nel 1974 o forse ’75. Ci prendemmo un bel po’ di speed e passammo la notte in piedi. Suonammo tutte le canzoni che conoscevamo. Credo fossimo in uno studio radio, dal vivo. E l’unica altra volta che registrammo fu per un altro show radiofonico, all’Agora. Furono le uniche due volte che ci trovammo davanti a un registratore a bobine.

Cosa pensi dei Rocket From The Crypt che hanno un nome simile al vostro?
Direi che mi devono dei soldi o qualcosa del genere! (Ride) non sono un gruppo rockabilly? Farebbero bene a bere un po’ di caffè o roba così, per stimolare la fantasia. Perché fregare il nome a un gruppo di Cleveland è davvero idiota.

E i Frankenstein?
Erano i Dead boys con un altro nome e un po’ di lustrini. La stessa identica band.

Ti ricordi la prima prova dei Dead Boys?
Beh… non so se c’è qualcuno che è in grado di ricordarla. Sono abbastanza certo che si sia trattato di una faccenda molto alcolica. Una prova con una bottiglia di Jack Daniels e una cassa di birra e qualsiasi altra cosa si trovasse a tiro. Ricordo che ero esaltato perché era la prima volta che suonavo con Jimmy Zero. Nei RFTT lavoravo con Laughner, che era un grande chitarrista, ma non era solido alla ritmica come invece lo era Jimmy. Laughner e io facevamo molti intrecci di suono, mentre con Jimmy era diverso… all’improvviso mi sono trovato ad avere terreno solido su cui muovermi. E’ stato come se prima camminassi sul compensato e finalmente avevo dei mattoni sotto ai piedi.

Avevate un bassista?
No, direi che Jeff Magnum è arrivato almeno due anni dopo. Non ci serviva un bassista. Suonavamo altissimi e mettevamo un casino di toni medi. Non se ne sentiva la mancanza.

Hai sentito quella versione di “Starway to Heaven” suonata dai Dead Boys che circola?
Sì. (Ride) Dovevamo essere davvero annoiati. Pensa che ho un nastro della mia nuova band e c’è la stessa roba dentro. (Ride) Era uno standard per Cleveland. Una volta ero famoso per la mia versione di “Stairway to Heaven”… la facevo subire a chiunque si sedesse con me per un po’.

La leggenda narra che incontraste i Ramones a Cleveland e Stiv li convinse a organizzarvi un concerto al CBGB’s a New York…
Sì, è tutta colpa di Joey Ramone. Joey e Dee Dee. non penso ci avessero mai sentito suonare, ma devono essere rimasti colpiti dalla nostra attitudine. Suonammo al CBGB’s per la prima volta un martedì, davanti a sei persone. Ma erano sei persone importanti. A Cleveland al massimo riuscivamo a farci arrestare, ma non c’era verso di procurarci un concerto. Era tutto in mano ai gruppi di cover. Che è oggettivamente una buona scena per i chitarristi, che possono fare molta esperienza.

E’ interessante, soprattutto se penso a quanti gruppi seminali sono usciti dall’Ohio.
Sì, succedeva perché dovevano combattere la frustrazione. Stiamo parlando di una scena dominata da gente che faceva cover dei Foreigner e “Smoke on the Water”. Ed erano anche pezzi brutti da suonare. Però capitava che ogni tanto ci fossero quelle che chiamavano “Extermination Nights”…

Grande nome…
E in queste serate i RFTT e gli Electric Eels riuscivano a esibirsi. Le organizzavamo anche ad Akron, coi Devo e i Rubber City Rebels in un posto che si chiamava Crypt e serviva solo Thunderbird al bancone. Era di fronte a una fabbrica di gomme, quindi alla fine del concerto uscivi e vedevi quelli del terzo turno che entravano a lavorare; puzzava tantissimo la gomma che veniva modellata per fare i pneumatici.

Come è stato registrare il primo disco dei Dead Boys?
Mi ricordo che in studio c’erano degli Hells Angels per tutto il tempo. E poi un sacco di Tuinal e altre pasticche.

Chi ha voluto Felix Pappalardi per produrre il secondo disco?
Era scoppiata una grana grossa, nel gruppo. Io e Stiv avevamo mantenuto questa specie di dittatura benevola finché Hilly non cominciò a farci da manager. Da quel momento diventammo tutti pari. Grosso errore. Johnny Blitz ad esempio non riusciva a gestire i propri soldi. Jimmy Zero aveva sempre un sacco di idee, ma era roba troppo grossa e irrealizzabile; era un sognatore e pensava sempre in grande, si credeva anche molto più fico di quanto non fosse. Quindi furono fatti un casino di errori e uno fu Felix. Anche la Sire lo voleva. Io avrei voluto ancora Genya Ravan anche per il secondo album.

Ho sentito che si era parlato anche di Lou Reed…
Sì lui era interessato. Voleva portarci in Germania a registrare, ma Jimmy Zero aveva paura di parlargli! Probabilmente sarebbe stato un buon disco, ma Lou ci avrebbe ammazzato, o si sarebbe ammazzato (ride). Felix comunque fece schifo, non posso dire niente di buono su di lui.

E’ vero che sparava con la pistola in studio?
E’ successo per “Son of Sam”; ci serviva il rumore di alcuni spari per l’intro. Usò una calibro 38 e alla fine mixò gli spari con il suono di una guida telefonica e delle bacchette da batteria che cadevano a terra. Perché gli spari non suonavano come dei veri spari. Ottimo: è il produttore dei Dead Boys e non è capace di far suonare uno sparo come uno sparo… è così che butti i tuoi soldi quando sei in studio con un produttore che si sniffa dio solo sa quanta cocaina.

E lo scioglimento dei Dead Boys?
Droga ed ego. Mi capisci? Solo droga ed ego… e immaturità.

Poi andasti a suonare con Sid Vicious…
Sì, ma è una cosa di cui tutti parlano gonfiandola esageratamente. Non abbiamo nemmeno mai fatto un concerto. Sid si addormentava con la faccia nel piatto, a cena, e finiva che saltavamo le prove.

La prima volta che ti ho visto a New York suonavi con Wayne kramer al Max’s.
Fu divertente. Wayne era un ottimo compagno di jam session. All’epoca ero davvero una puttana. Suonavo con chiunque. Con Sid accadde che avevo un concerto una sera e lui mi disse “Facciamolo insieme”. Però devo dire che suonare con Wayne e con Johnny Thunders era tutta un’altra faccenda. Comunque all’epoca tutti suonavano con chiunque. Credo che giri un nastro di me che suono “Chain of Fools” con Chris Spedding…

Puoi dirci i gruppi in cui sei stato dopo i Dead Boys?
The Skels, The Ghetto Dogs, The Casualties… per un po’ ho suonato con Nico. Che esperienza. E’ l’unica persona più tossica di me che io abbia mai incontrato. (Ride) Non mi ha mai pagato perché i soldi li ha usati tutti per farsi!

Dopo i Dead Boys non dovevi fare qualcosa con l’etichetta dei Rolling Stones?
Keith Richards voleva che facessi un singolo. Però in quel periodo stavo lavorando di nuovo con Genya, che aveva un’etichetta che si chiamava Polish. Ero già in studio e avevo già firmato con lei; sarei stato davvero un infame se le avessi voltato le spalle dicendo che Keith Richards mi aveva fatto un’offerta.

Questa è lealtà.
Sì, ma avrei dovuto prendere al volo l’occasione! (Ride) E’ finita che l’etichetta è fallita e il disco non è mai uscito. Non so nemmeno dove siano i nastri. Forse sono marciti. Ma alla fine erano solo un sacco di basso e batteria mal registrati, più sovraincisioni fatte sotto cocaina.

Tu eri amico di GG Allin…
Mi ricordo di lui quando sembrava un hippie e si vestiva solo di jeans. Era un bravo ragazzo. Non so cosa gli sia capitato. Può essere che abbia visto il film sbagliato o qualcosa del genere. Era un tizio molto normale. Uno che avrei potuto presentare a mia mamma.

Ha suonato la batteria con te dal vivo…
Sì! Il mio batterista se ne era tornato a New York e GG apriva per noi, così ha fatto il soundcheck con noi e gli abbiamo insegnato i pezzi.

Sei una leggenda vivente adesso. Tutti citano i Dead Boys come influenza…
E meno male! E’ l’unico motivo per cui ho fatto tutto quanto… (ride)

Per la gloria?
Sì e poi ho sentito che con questa roba ti danno la birra gratis. (Ride) E’ bello avere influenzato altre band ma… non ti aiuta a pagare le bollette. E non ti aiuta a uscire di galera. Come diceva un vecchio proverbio: “Con quella roba e un dollaro e sessanta puoi avere un biglietto per la metropolitana”.

Ti va di parlare della morte di Stiv?
E’ stato terribile. E da lì è iniziato uno dei peggiori periodi della mia vita. Nessuno si aspettava che lui morisse. Lo chiamavamo la donnola del Diavolo, perché era così furbo che si toglieva da ogni situazione senza sforzo. E’ ingiusto. Poi in quel momento le cose stavano girando bene per lui… anche se ho l’impressione che siano quelli i momenti in cui si muore. Avevamo parlato al telefono, volevamo fare un gruppo con Tony James dei Sigue Sigue Sputnik, uno dei Godfathers e un tizio dei Doctor & The Medics. Io ero anche pulito all’epoca…

Parigi può essere un posto pericoloso…
In realtà lui si annoiava. Come me a Nashville. Un posto noioso, ma tranquillo per viverci.

Ho sentito che ora sei pulito.
Molto. Il tempo passa, le cose cambiano. Ho provato un ciclo di disintossicazione. Però ho mollato e mi sono ripulito da solo. Pesavo meno di 50 chili!

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