A day in the life of Jeff Dahl

Sarebbe una fatica titanica spiegare con dovizia di particolari chi è Jeff Dahl. Una fatica esacerbata dal fatto che, per la miseria, se leggete Black Milk dovreste non dico conoscere a menadito la sua opera, ma almeno avere un’idea piuttosto precisa di chi si tratti e di cosa ha fatto. Nel caso proprio ci fosse qualcuno a digiuno totale (orrore: dovete rimediare al più presto alla lacuna, altrimenti peggio per voi), vi basti sapere che da fine anni Settanta in poi Jeff è stato membro di Vox Pop, Angry Samoans, Powertrip e Motherfucker 66, oltre che prolificissimo nella sua carriera solista. La sua discografia è sterminata (una trentina almeno di album e un centinaio di singoli, molto approssimativamente) e per anni ha suonato in ogni angolo del pianeta senza tregua. Ora si è ritirato a vita più quieta e rilassante alle Hawaii, ma come leggerete il rock’n’roll non l’ha abbandonato. Ladies and gentlemen, eccovi l’intervista che Jeff gentilmente ci ha concesso pochi giorni orsono.

Aggiorniamoci sulle ultime cose, nel caso qualcuno si fosse perso i passaggi più recenti: quale è il tuo ultimo disco? E stai lavorando a qualcosa di nuovo?
Il mio ultimo album è uscito circa due anni fa, è intitolato Back To Monkey City. L’ho registrato nel mio studio in Arizona praticamente live; col gruppo che suonava insieme, tutti nella stessa stanza. E non ci sono quasi sovraincisioni. Ho spedito i nastri a Jack Endino per il mixaggio e sono molto soddisfatto del risultato. Penso sia un gran bel disco.
Nel frattempo mi sono trasferito alle Hawaii e sto mettendo su un nuovo studio; sto imparando quello che serve a livello di computer e software per la registrazione. E’ un mondo di incidere completamente diverso. E’ molto facile lasciarsi prendere la mano dalla tecnologia e da tutte le possibilità che offre, ma è per questo che cercherò di usarla nella maniera più basilare possibile: mi piacerebbe comunque mantenere il processo simile alla vecchia registrazione su bobina.

Eri un vero guerriero dei tour, sempre in giro; ora sembra che tu abbia scelto di prendertela un po’ più calma e suoni pochissimi concerti: ti eri stancato di quella vita? E non ti manca mai?
E’ cambiato tutto – nell’economia e nell’industria musicale – rispetto a quei tempi. Ormai non è più possibile farlo e non perdere denaro… sfortunatamente. E poi, è ovvio, sono anche invecchiato. Mi manca suonare e incontrare le persone che venivano a vedermi, ma tutta la roba legata al viaggiare… aerei, guidare furgoni, gli hotel… questo non mi manca per niente.

Pensi che tornerai in Europa a suonare?
E’ possibile. Non ho nulla di organizzato al momento, ma se arriverà l’offerta giusta lo farò di sicuro.

Ti tieni aggiornato sulla scena musicale hawaiana, ora che vivi lì? E’ buona?
C’è una piccola scena punk dove vivo. E’ una cittadina su una delle isole più lontane… lì tutto è molto diverso da quello che accade sull’isola principale – dove ci sono Honolulu e Waikiki, grandi città dove accadono tante cose. Dove sto io per lo c’è musica hawaiana o reggae e hip hop. Ma ci sono un paio di giovani band divertenti da vedere e ascoltare.

Cosa fai in una tua giornata tipica?
Di solito suono la chitarra o faccio qualcosa comunque relativo alla musica e al mio studio per un paio d’ore ogni giorno. E poi faccio cose normalissime… vado in spiaggia, faccio passeggiate in montagna, cucino, faccio le commissioni… è una vita piuttosto ordinaria. Magari un po’ noiosa… ha ha!

Hai avuto una carriera lunga, prolifica e che ti ha fatto meritare lo status di artista di culto. Hai qualche rimpianto? Qualcosa che faresti diversamente se potessi tornare indietro?
Complessivamente sono piuttosto contento di come sono andate le cose. Non ho rimpianti per cose che ho fatto, ma piuttosto per quelle che non sono riuscito a fare. Ad esempio Stiv [Bators – nda] ed io stavamo pianificando di registrare insieme, ma lui è stato ucciso prima che ci riuscissimo. Purtroppo non si può prevedere il futuro. L’unica cosa è fare del nostro meglio quando le situazioni si presentano.

Ero un grande fan della tua fanzine Sonic Iguana (di cui conservo ancora gelosamente la maggior parte dei numeri); ti andrebbe di raccontare ai nostri lettori più giovani la storia di questa pubblicazione veramente pazzesca? E come mai hai smesso di farla?
Sono sempre stato un fanatico di tutte le piccole fanzine che circolavano a fine anni Settanta e primi Ottanta e volevo scrivere anche io dei gruppi e della musica che mi piaceva. Così ho iniziato a pubblicare Sonic Iguana che è durata qualche anno; e mi sono davvero divertito a farla. Ma, ancora una volta, il music business è cambiato moltissimo… ormai ci sono pochissimi negozi indipendenti che vendono anche riviste come Sonic Iguana, meno distributori, meno tipografie, meno etichette che comprano pubblicità… a un certo punto è diventato troppo difficile far quadrare l’aspetto finanziario. La fanzine andava bene, vendeva senza problemi e alla gente piaceva, oltre a essere divertente da fare… ma le spese di spedizione, le spese di stampa, la distribuzione, i negozi erano un problema. Ormai non trovi più molte buone fanzine in giro negli scaffali dei negozi… ma, d’altro canto, non mi andava assolutamente di convertirmi alla versione online: non era quello che volevo fare.

Hai progetti per lavorare nuovamente con Cheetah Chrome? Siete sempre in contatto?
Sì, ci sentiamo ed è grandioso vedere che le cose gli vanno bene, coi suoi tour e il suo nuovo libro, che è davvero bello. Mi piacerebbe lavorare ancora con Cheetah se ce ne fosse l’occasione, ma non ci sono progetti in piedi, al momento.

Penso che ci siano un po’ di persone che apprezzerebbero qualche ristampa dei tuoi dischi – almeno quelli di fine anni Settanta, degli anni Ottanta e dei primi Novanta (la roba che inizia a essere difficile da trovare). Hai in mente qualcosa in questo senso?
La maggior parte di quei dischi è reperibile su Internet; ma è la casa discografica che li ha pubblicati a detenere i diritti per la stampa, quindi non è una decisione che posso prendere io. Anche altri mi hanno detto che alcuni dei dischi più vecchi sono diventati difficili da trovare. Credo che, se ci sarà abbastanza richiesta, potrebbero essere ragionevolmente ristampati, prima o poi.

Hai mai pensato di scrivere un’autobiografia? Sicuramente ne hai di cotte e di crude da raccontare…
No, no… mai! Diverse persone me l’hanno chiesto o suggerito, ma proprio non mi va di mettermi lì a scrivere questa roba. In più ho preso davvero troppe droghe anni orsono, quindi la mia memoria è andata… non vorrei proprio fare qualcosa come l’autobiografia di Keith Richards, che è piena di roba presa dai libri di altra gente e di ricordi di altre persone. Il mondo non ha bisogno di un’altra pessima autobiografia scritta da qualcuno che non si ricorda cosa ha fatto.

Compri ancora musica? E, se sì, preferisci il vinile o i cd, oppure ti sei convertito agli mp3?
Sì! Dove vivo non c’è scelta, visto che non c’è neppure un negozio di dischi, quindi di solito ordino da Amazon. Preferisco sempre il vinile, ma solitamente per comodità compro i cd. sono più maneggevoli e ora hanno un suono piuttosto buono. Mi capita di scaricare qualcosa, se non è disponibile su vinile o cd, ma gli mp3 per me hanno un suono terribile.

Visitavo frequentemente il tuo sito, che era molto bello e ricchissimo di informazioni. Ma a un certo punto ti sei spostato su MySpace e tutto quello che c’era nel sito è scomparso. Hai qualche piano per rimetterlo online o ti trovi bene con MySpace?
Avevo un ottimo amico che era un genio dei computer: lui mi aveva fatto il sito e lo manteneva in piedi, facendo un grande lavoro. Ma ci voleva molto tempo e molte energie per tenerlo sempre aggiornato, così quando MySpace e poi Facebook sono diventati più popolari hanno reso più facili le cose e posso occuparmene io. Sarebbe utile avere un mio sito se suonassi ancora molto in giro e avessi cd e magliette da vendere, ma ormai non sono più così attivo. Direi che Facebook va benissimo per le mie esigenze.

Una domanda per chitarristi: che set-up usi, dal vivo e in studio?
Dal 1990 fino a poco tempo dal vivo suonavo sempre la mia vecchia Les Paul Jr. Ma quella povera chitarra a forza di essere usata è quasi distrutta… concerti, tour, furgoni, aeroplani… è conciata piuttosto male. Così ora la uso ogni tanto in studio per registrare. Sempre in studio uso anche una Fender Strat, una Esquire, una Epiphone Broadway e una vecchia Les Paul che apparteneva a Ron Asheton degli Stooges [in realtà non è una vera Les Paul, ma un’imitazione – nda]. Come ampli, negli Stati Uniti uso da molti anni dei Carvin, modello Bel-Air: hanno un design vintage come i Vox AC30 o i Fender. Non ho mai usato i Marshall o quelle robe moderne con la distorsione spintissima. In Europa di solito affitto un Fender Twin Reverb. Di preferenza attacco la chitarra direttamente all’ampli, non uso effetti; anche se a volte mi concedo – quando registro – dei pedali della Sioux.

Dì qualcosa ai tuoi fan italiani – ne hai molti…
Grazie per tutto il supporto che mi avete dato in questi anni. Spero di tornare da voi, un giorno, a suonare un po’ di rock’n’roll. Ciao!

E cos’è una corda vuota?

Sparkplug, nell’ottobre 2010, ha pubblicato una lunghissima intervista agli Urinals, tra i pionieri del sound punk losangeleno, oltre che band atipica e bizzarra, divenuta leggendaria sulla scorta di tre singoli usciti tra il 1979 e il 1980.
La loro storia è peculiare come la loro musica, visto che a un certo punto cambiarono nome in 100 Flowers – perché sentivano che la loro musica era cambiata – per poi sciogliersi nel 1983 e riformarsi nel 1996.
L’intervista è stata condotta da Sylvia Juncosa, chitarrista e agitatrice della scena di L.A. da una trentina d’anni almeno (o qualcosa in più).

Alla chiacchierata erano presenti i membri degli Urinals John Talley-Jones (basso, voce), Kevin Barrett (batteria) e Rob Roberge (chitarra); con loro anche Kat Talley-Jones, moglie di John e collaboratrice del gruppo. Eccovi la traduzione… è molto lunga, quindi occhio allo sbadiglio!

John: Attenzione arriva! [Un pompelmo gigante cade da un albero vicino e per un pelo non centra Kat]
Kat: Forse non è il posto migliore per sederci…
Rob: E dai, aggiunge un elemento di…
John: …terrore!

SJ: Voi Urinals siete tutti persone molto intelligenti. Siete solo in tre, ma i vostri quozienti intellettivi messi assieme sono più alti della somma di quelli che trovi in qualsiasi tour bus. Di cosa parlate in viaggio? Mi sa che fate conversazioni piuttosto inusuali.
Rob : Teorie scientifiche bizzarre…
Kat: Posizioni sessuali diverse…
Kevin: Veramente di solito le prime ore del mattino le passiamo…
Kat: In coma.
Kevin: Parliamo di chi ci siamo portati a letto la notte prima… e ci lamentiamo di loro…

SJ: Vi lamentate?!
Rob: E poi prendiamo in giro John e tutti i suoi contenitori per il cibo.
Kat: E i suoi rituali.
Rob: Di solito dopo un’ora di viaggio si fa uno snack. E lo snack è contenuto in un sistema di contenitori che è come una Matrioska. Ha una di quelle gavette di metallo tipo Prima Guerra Mondiale, da razione K, che si apre e si divide in 37 scomparti. In uno ha l’uva passa, in un altro le noccioline e così via… e poi mischia tutto.

SJ: Ma se è come le bambole russe, e dentro a ogni contenitore ce n’è uno più piccolo, quanto ci impiega a mangiare?  Continui ad aprire scatoline e non finisci mai…
John: (serissimo) Se hai un sistema ben organizzato diventa molto facile trovare quello che cerchi.
Rob: Mescola i vari ingredienti, poi mangia – e Kevin ed io facciamo come gli scoiattoli sotto al tavolo, rubiamo quello che cade.  Dunque come vedi di solito nel giro di un’ora iniziamo a prendere in giro John per il suo sistema di contenitori.

Teorie bizzarre e digressioni eterne

Rob: Kevin ha una teoria sulla polvere. Ne abbiamo parlato continuamente in tour. Ha una base scientifica, abbiamo anche chiesto a un amico ingegnere, un tipo che costruisce prototipi di auto, uno scienziato…
Kevin: In sostanza, per la combustione servono tre elementi: carburante, ossigeno e calore. E c’è una proporzione, che deve essere rispettata. Se uno dei tre elementi è presente in quantità più significativa, gli altri due diventano praticamente neutri [segue una lunga spiegazione pseudo-fisica sulla combustione].
Rob: La teoria di Kev è che se sminuzzi qualsiasi cosa fino a ridurla in polvere sufficientemente fine, potrebbe andare in autocombustione a temperatura ambiente.

SJ: Quindi è successo questo in Spinal Tap?
Rob: Passiamo molte ore in viaggio a discutere della teoria di Kevin. E ci divertiamo sempre.

SJ: Già. Pensa alle cose che si potrebbero polverizzare…
Rob: E ogni cosa che vediamo qualcosa in polvere ci chiediamo se potrebbe prendere fuoco. Questo accadrebbe se la teoria di Kevin fosse giusta. Ma fa un po’ acqua.

Droga e rapine

John: Di solito scomponiamo e analizziamo le esperienze della sera precedente. Parliamo dei gruppi con cui abbiamo suonato, il club, e cose così. Tutti abbiamo sempre punti di vista diversi.
Rob: Parliamo delle droghe da cui mi sono tenuto lontano.

SJ: Davvero? Sei in uno stretto regime anti-droghe?
Kevin: A parte a Seattle, quando hai domandato se qualcuno aveva del Percodan.
Rob: Mi ero fatto male alla schiena! E così un po’ scherzosamente ho detto: “Qualcuno ha dei medicinali per il dolore o roba simile?” ed è arrivato questo tipo dicendomi “Avrei della morfina”…

SJ: Morfina!?
Kevin: Sì, e gliela stava per dare.

SJ: Morfina gratis?!
Kevin: Sì, ha detto “Di solito la vendo, ma tu sei negli Urinals”.
Rob: E io gli ho detto “Vattene! Dove cavolo eri 15 anni fa? Grrr! Morfina gratis!”

SJ: All’epoca per averne un po’ dovevi farti amputare una gamba o cose così.
Rob: L’avrei fatto!
John: Anche un attacco di cuore… a me l’hanno data [per l’infarto qualche anno fa]… non mi è piaciuto.
Rob: E’ orribile. Perverso. Davvero, mi rattrista sentirtelo dire.
John: Eppure mi è sembrato brutto. Non ero contento. Faticavo a dormire.

SJ: Io penso che le droghe dovrebbero essere tutte legali. Così credo che gli eroinomani scomparirebbero.
Rob: Sì. Penso che non ce ne sarebbero più. Concordo.

SJ: C’è molta gente che non la trova un’esperienza piacevole, persone normali che dicono “Perché dovrei pagare per addormentarmi o vomitare”…
Rob: E sarebbe anche più sicuro, sapresti cosa stai comprando.

SJ: E ci sarebbe il beneficio di una minore criminalità, magari anche più introiti in tasse.
Rob: Il proibizionismo non ha ridotto i tossici e ha di certo incoraggiato la criminalità.

SJ: E poi si spende tutto questo denaro per le prigioni. Siamo i peggiori in questo campo.
Rob: Stanno privatizzando le prigioni. E’ un’idea terribile e incentiva a incarcerare la gente. Faranno più soldi se mettono più gente in galera. Ma la società non dovrebbe avere un impulso a incentivare le incarcerazioni.
Kevin: Non dovrebbe essere una cosa che genera profitto. E’ folle.
Rob: E’ una faccenda che non ha nulla a che fare con la riabilitazione e c’entra molto con l’avidità e l’ingabbiamento dell’umanità. Sono pazzi.
Kat: I texani erano all’avanguardia in questa roba.

SJ: E così non c’è alcun incentivo a migliorare il trattamento dei detenuti.
Kat: O a scarcerarli.
Rob: Nel sistema pubblico, qui in California, la maggior parte delle prigioni non ha dei programmi di autoaiuto.

SJ: Che non costano nulla!
Rob: E più del 70% dei carcerati sono lì per reati legati all’alcool o alla droga. E non possono seguire questi percorsi – gratuiti – di riabilitazione. E’ una follia.
Kevin: Pensa, però, che c’era questo tizio a San Diego, che era stato in galera per la maggior parte della sua vita – aveva tra i 60 e i 70 anni; quando è uscito non gli volevano dare alcun tipo di assistenza pubblica, la pensione o altro. Così ha rapinato una banca per tornare in prigione. Ha pensato: “Almeno lì ho qualcosa. non sarà il massimo, ma fuori non ho nulla”.

SJ: Wow… ma quanto era stato dentro?
Kevin: Credo per la maggior parte della sua vita da adulto.
John: Era lo stesso rapinatore che hai fermato l’altro giorno?
Kevin: [ride] No…

SJ: Aspetta – hai bloccato un rapinatore?
Rob: No, pensa di avere assistito a una fuga.
Kevin: Sì. Ho visto qualcuno che guidava sul marciapiede… s’è buttato nell’incrocio, ha speronato un’altra auto e ha perso tutti i copricerchioni. Secondo me era un inseguimento.

SJ: Ma non c’era la polizia dietro?
Kevin: No! Era strano, perché ho pensato anche io che se era un inseguimento avrebbe dovuto esserci più di una macchina.

SJ: Del resto, però, perché non guidava normalmente?
Kevin: O poteva parcheggiare tranquillo.
Kat: John ed io siamo stati in una banca durante una rapina. John ha aperto la porta al ladro.
John: A Santa Monica, entravamo in una banca. Tenevo la porta aperta per Kathy, e l’ho tenuta anche per questo tipo, e mi sono incazzato perché non ha detto grazie.
Kevin: Un po’ di civiltà!
Kat: E poi ha superato tutti quelli in fila.
John: Sì! Lo tenevo d’occhio perché ero incazzato con lui e l’ho visto andare diretto allo sportello, con una borsa che ha messo sul ripiano; l’impiegato ci ha messo dei soldi dentro e il tipo è fuggito dalla porta. E non si è fermato a ringraziarmi!
Kat: E la cartuccia di inchiostro che c’era nel denaro è esplosa, è uscito del fumo rosa e il tipo ha mollato la borsa; era coperto di inchiostro rosa, poi ha ripreso la borsa ed  è corso via.

Storia

SJ: Andrei dritta, ora, alla storia degli Urinals e i cambi di formazione.
Kevin: Che spreco.
John: Ecco la storia: all’inizio c’era Kevin, il batterista, che lo è ancora. Io sono il bassista e cantante. Per quello che riguarda i chitarristi, il primissimo è stato Steve Willard.

SJ: Sì? C’è stato un chitarrista prima di Kjehl?
John: Kjehl suonava le tastiere. Ed eravamo in cinque, con un altro cantante.

SJ: Non l’ho mai saputo! Ero l’unica a ignorarlo?
John: Non saprei. Ma questa non è roba molto interessante.

SJ: Sarà interessante, per tutti i lettori, non appena arriverò alla parte sui costumi…
John: In effetti li indossavamo! Il cantante si vestiva con un sacco dell’immondizia, io mi disegnavo una X sul pacco, col nastro isolante…
Kevin: Ma è stato solo per un concerto… e abbiamo fatto delle foto promozionali.
John: E facemmo dei pezzi che poi diventarono degli Urinals. “She’s a Drone”, “In the City”…

SJ: Sapevate che voi, per primi e 20 anni prima che scoppiasse la moda, avevate una tribute band tutta femminile?
Rob: Cioè roba tipo AC/D-she? Ci sono anche i Kiss donna ora…

SJ: Erano le Urinettes.
John: Ne ho sentito parlare, ma non ero in giro.

SJ:  Io ci ho suonato. Facevamo tutti pezzi degli Urinals ma declinati al femminile.  “Male Masturbation” era “Female Masturbation” e così via. Eravamo io, la mia amica Sue e alla batteria c’era il vostro Kevin, travestito.
Rob: E sbagliava anche vestito da donna?
Kevin: Certo che sbagliavo! Suonavo coi tacchi!

Micro-scene

SJ: E per rimanere in tema di tributi agli Urinals… non so se vi piacerà, ma… i Mika Miko sembrano molto influenzati da voi.
Kat: Tanti gruppo lo sono.

SJ: E cosa ne pensate?
John: Abbiamo suonato spesso allo Smell con diversi di questi gruppi ed è grande perché tanti delle nuove generazioni conoscono la nostra musica e cantano le parole.

SJ: Pazzesco.
John: Vero. Ma è molto gratificante. Davvero fico. Loro sono entusiasti e pieni di energie, ma anche alla mano e divertenti… è davvero bello. I No Age hanno fatto una nostra cover, ad esempio.
Kevin: “Male Masturbation”.
Rob: Una bella versione davvero.

SJ: Ma come è iniziata questa cosa? Cioè, voi ve ne stavate lì a parlare di posizioni del Kamasutra e di teorie fuori di testa e tutta quella roba lì… e un bel giorno avete aperto il LA Weekly e ci avete trovato scritto che i No Age suonavano i vostri pezzi? O eravate stati avvisati?
John: E’ merito di internet. Le voci girano. E la gente è sempre in cerca di… “vere esperienze punk”.
Kevin: Ho parlato col batterista dei No Age e mi ha spiegato che loro sono appassionatissimi di musica, la analizzano, sono dei veri studiosi. Ha detto che erano a Chicago, negli uffici di qualche etichetta, e un tipo gli ha fatto sentire il nostro pezzo e loro se ne sono innamorati, così l’hanno cercato. E’ ancora un pezzo particolare dopo tanto tempo…
Rob: Non ho nessuna emozione in proposito, io non c’ero nelle registrazioni originali perché non ero un membro del gruppo; ma da fan, mi piace tantissimo questa roba, sono pezzi che sembrano fuori dal tempo, hanno un sound monolitico e garagioso, molto divertente. Quando abbiamo suonato al SXSW c’erano dei ventenni tutti esaltati; mi sono fatto due conti e ho capito che non erano nemmeno nati quando i dischi sono usciti. E’ fico che gente più giovane delle canzoni le ami.

SJ: Forse hai centrato il punto, John. La ricerca di “vere esperienze punk”. Questi ragazzi sono cresciuti al tempo dei Green Day, quando un gruppo punk rock suona tranquillamente negli stadi. Per noi era una cosa impensabile, una contraddizione, come minimo. E se a una punk band fosse stata chiesta una cosa simile, avrebbero dovuto rifiutare.
Kat: Non sarebbe stato punk.
John: Penso anche che ci sia stato un ritorno di interesse per il punk rock di Los Angeles punk rock di fine anni Settanta e inizio Ottanta. E noi eravamo lì.
Rob:  Ce ne siamo accorti dai libri. Fino a 10 anni fa non c’era quasi nulla sulla scena punk di L.A., solo roba su New York. Gli ultimi 10 anni invece sono stati molto più dedicati a L.A.

SJ: Probabilmente sono campanilista, ma penso che L.A. abbia avuto la miglior scena – ok, magari non in senso assoluto, ma almeno c’erano tantissimi gruppi e tante suggestioni diverse.
Rob: Da fine anni Settanta L.A. è stata molto più interessante di New York.
John: L.A. è così immensa, c’erano tante micro-scene, mentre New York è relativamente più compatta.
Rob: New York ha la Bowery.
John: Sì, e si finisce lì, almeno a quanto ne sappiamo. Probabilmente succedeva molto altro di cui siamo all’oscuro. Ma a L.A. c’erano tante scene diverse… nelle note di copertina di Keats Rides a Harley si spiega che c’erano delle scene a Westside, Pacific Palisades, UCLA, ma non erano molto note. I gruppi di Hollywood attiravano molta più attenzione, quando iniziammo a suonare noi. E poi i gruppi hardcore che venivano dalle zone delle spiagge…

SJ: La storia della OC.
John: Quello spazzò via tutto.
Rob: Chi c’era a Hollywood allora?
Kevin: Weirdos, the Screamers

SJ: X, Alleycats…
Rob: La scena di Huntington beach aveva i TSOL, i Social Distortion.

SJ: Poi c’erano quelli di South Bay e della SST.
Kat: Vero: The Church, Hermosa Beach, i The Last… in queste scene quando un gruppo raggiungeva un po’ di notorietà invitava tutti gli altri ad aprire i concerti e così si ingrossava il giro.

SJ: E ora cosa pensi della scena di L.A.?
John: Scene, al plurale. C’è roba in giro che mi pare positiva e buona. Tanti gruppi che iniziano suonano allo Smell, per esempio, poi crescono e diventano più conosciuti, come i No Age e i Mika Miko. E’ la scena che conosciamo di più perché abbiamo suonato in quel locale. Qualcuno ha scritto che lo Smell è una “incubatrice punk”. Mi è sembrato molto azzeccato.

SJ: Quindi non credi che lo Smell sia troppo conosciuto ora. Voglio dire, era bellissimo all’inizio, era tutto così naturale…
John: Penso che lo sia ancora.
Kevin: E’ ancora una piccola comunità. Abbiamo suonato a Olympia, in un posto simile, e la tizia che aveva organizzato il concerto non si era mai occupata di una cosa del genere, ma era in una band e avevano cercato di suonare allo Smell – senza successo. Però ci erano andati lo stesso a passarci una serata e anche se non suonavano erano entusiasti di essere lì. I ragazzi pensano sia una specie di Mecca dove andare in pellegrinaggio… non è come il Whisky o posti simili dove c’è gente che fa soldi. Lì c’è ancora chi vende biscotti a un dollaro. E’ rimasto molto vero.

SJ: Io frequento molto la scena del Redwood, è fico, come il Raji’s di una volta… ma ci sono tanti club di L.A. che mettono insieme tantissimi gruppi nella stessa sera, ma non riescono a portare gente…
John: Il posto è molto importante. Lo Smell ha creato una scena perché c’è una filosofia dietro. E tanti club non ne hanno una.

SJ: Esatto!
John: Oppure devi portare la tua visione cercando di mettere insieme la serata migliore, che è una cosa sensata.

SJ: Sì, è la cosa che dovrebbero imparare gli organizzatori. Il Redwood lo fa piuttosto bene… e poi c’è il La Cita, il 5 Star, e altri posti downtown…
John: Sì, a downtown c’è un bel giro adesso.

SJ: Hollywood, però, è un posto impossibile. Non riesco quasi più ad andarci.
Kat: E’ diventata trendy e glamour.
Kevin: Adesso devi pagare per suonare ovunque.

SJ: Sulla Strip devi pagare per suonare, sì.
Rob: Safari Sam era l’unico che tentava di riportare le cose come erano un tempo, ma è andato a bagno.

SJ: Io spero che nasca qualcosa qui, in quest’area. Al Silver Factory, proprio laggiù sulla Jefferson…
Kat: Una volta c’erano tanti concerti in posti sparsi sulla Crenshaw… il Polish Hall… il Blackie’s su La Brea…

E finimmo a parlare di un tale Vorhees…

Rob: Vorhees sa tutto di tutto. E’ una specie di anti-Kevin.

SJ: Cosa?! Hai detto “anti-Kevin”?
Rob: Sì.

SJ: Quindi stai dicendo che lui non sa niente?!
Kat: Sa molte cose, ma non è a posto.
John: Non chiedergli mai nulla di storia.
Kevin: Non mi tangono. Sono superiore a queste cose.
Rob: Però sa tante cose.

SJ: [a Kevin] Preferisci il presente o…?
Kat: Preferisce le storie.
Kevin: Vedi… seguo una regola per cui tutto quello che dico mi è accaduto, oppure qualcuno me l’ha raccontato o ancora l’ho sognato. Ma di solito non ho ben chiaro quale delle tre cose sia. questo è un dato di fatto. E quando dico qualcosa, non devo spiegare “Comunque, potrebbe essere roba che ho sognato”: chi mi conosce lo sa già.
John: E’ una specie di approssimazione della realtà.
Rob: Ha un approccio buddista alla conoscenza. Non è sistematico gli occidentali sono abituati e essere.
John: Non se ne fa un problema.
Rob: Nel gruppo ci divertiamo così… chiedo a Kevin: “Prima che io arrivassi avete mai suonato al tal club?”. Il Palladium, il Fillmore, o qualsiasi altro ti venga in mente. E lui mi dice sempre: “Sicuro. Ci siamo stati, è andata benissimo”. Come per il 12 Galaxies di San Francisco: mi aveva detto che ci avevano suonato.Così mando una mail a John e gli dico che sto trattando con l’organizzatore del 12 Galaxies, e chiedo se posso menzionare il concerto che avevano già fatto. E John mi dice: “Non ci abbiamo assolutamente mai suonato!”
Kevin: E’ uguale.

SJ: E a voi non dà fastidio? Credo sia un problema quando cercate di organizzare dei concerti.
Rob: No, ci divertiamo.
Kevin: E’ questo il motivo per cui non mi occupo di certe cose. Un’altra cosa di cui non posso occuparmi è il banchetto del merchandising.

SJ: Ha! Immagino. “Posso aver venduto qualcosa, ma anche no. Ci sono soldi in cassa, ma forse non ci sono”.
Rob:  Quando Kev vende tre magliette, in qualche modo inspiegabilmente ci troviamo sotto almeno di sette dollari.

SJ: Ho avuto un dipendente che faceva così.
Kevin: John ha inventato un sistema complicatissimo. se comprano un cd costa CD 12 dollari, ma un CD con una T-shirt fa 21 dollari, ma se invece vogliono un cd e una spilla…
Rob: Allora li dobbiamo pagare noi 30 dollari.
Kevin: Qualcosa del genere! E arrivano questi ragazzi che vogliono un cd…
Rob: E tu devi tirare fuori un pallottoliere.
Kevin: Poi ti dicono che vogliono un cd ma hanno solo 9 dollari… e io dico che va bene, ma devono prendere anche una T-shirt, mi sembra abbia senso. E ogni volta finisce che devo metterci dei soldi di tasca mia… ecco 20 dollari… non so, John ha un inventario e sa sempre cosa abbiamo venduto…
Kat: John conta tutto al centesimo.
Rob: Siamo abbastanza bravi a distribuire i compiti a chi li sa fare. John si occupa degli aspetti organizzativi. Kevin ed io ci presentiamo ai concerti.
Kat: E lo fate bene. Arrivate anche in tempo di solito.
John: Siamo noti come il gruppo più puntuale della storia del rock. Arriviamo sempre all’ora che ci dicono.

Bringing New Angles to an Angular Band

SJ: sono stata una vostra fan fin dall’inizio, come minimo dai primi Ottanta… e ho sempre pensato a Kjehl, il primo chitarrista, come a un elemento fondamentale; gli Urinals erano un’entità con un suono ben distinto e Kjehl era un tassello di questa cosa. Ora avete un suono molto diverso. Mi chiedevo cosa avevate in mente quando cercavate un sostituto per Kjehl: avevate intenzione di trovare qualcuno con un suono più distorto e rock? O avete trovato Rob e vi siete adattati al suo suono?
John:  Credo che la band non debba essere succube dell’imitazione del proprio passato. Deve evolversi e cambiare, e abbiamo bisogno di inglobare diverse suggestioni stilistiche.
Kevin: E l’unico modo perché accada è che qualcuno faccia cose diverse.
John: Sì perché Kevin ed io, per quello che facciamo, siamo una specie di elemento fisso del gruppo, la sezione ritmica suona come la sezione ritmica. Ma ogni chitarrista porta sfumature diverse ai pezzi. Kjehl il suo sound personale, Rod aveva il suo, e poi Rob aggiunge la sua interpretazione e i suoi interessi all’amalgama. Credo sia il modo per tenere vive le canzoni, fai in modo che siano reinterpretate.

SJ: Rob, come ti senti a dover vestire i panni di Kjehl? I suoi panni così ritmici, non distorti e pieni di staccato? Per i vecchi fan come me Kjehl era fondamentale per il sound del gruppo. E magari lo pensano anche alcuni dei fan più giovani che hanno ascoltato le vecchie cose. I fan possono essere piuttosto duri a volte…
Rob: Sì, a volte… in Wisconsin c’era una donna ubriachissima che ci ha chiesto di autografarle una copia di What is Real and What is Not, su cui c’è una foto di Rod… se non fosse stata così ubriaca mi sarei rifiutato. Ma era talmente distrutta che non valeva la pena tentare di spiegarle la faccenda, che quello non ero io… le ho fatto l’autografo, ho scritto Rod Barker, le ho anche disegnato uno smile e ho lasciato che andasse per la sua strada.

SJ: Quindi è falsificazione! Hai appena confessato un crimine.
Rob: Ma non c’erano soldi in ballo, non ho comprato una casa con quella firma…

SJ: Ma magari quell’autografo vale dei soldi.
Kevin: No. Non ne vale.
Rob: Io sento la responsabilità. Mi piace moltissimo la roba degli inizi e non suono come Kjehl o Rod. Ho anche una formazione diversa, gruppi con due chitarre, che suonavano blues punk e country punk. Sono stato in art band alla Television. E non sono stato in molte formazioni a tre, in cui ero l’unico chitarrista e dovevo riempire i vuoti. Mi piace molto il suono di chitarra dei primi dischi degli Urinals, un po’ surf e un po’ garage. Ma ho provato a suonare così dal vivo e rimangono troppi vuoti – e coi pezzi nuovi proprio non funziona. Bisogna trovare un compromesso tra la responsabilità di non stravolgere i pezzi vecchi, suonare bene ed essere all’altezza di Kevin, John e gli altri chitarristi. Certe vecchi canzoni per me non venivano abbastanza bene per farle dal vivo. John e Kev hanno insistito per farne alcune che io non mi sentivo a mio agio a suonare. Non è una cosa semplice. C’è sempre della pressione quando sei l’ultimo arrivato in un gruppo che esiste da tanto. Il prossimo disco sarà il primo in cui suono. Se la gente dirà che fa schifo potrò concludere che sono io la variabile, quello che ha portato il gruppo alla rovina.
Kat: Ma c’è anche l’elemento del tempo. E ci sono altre variabili.
Rob: Non nel mio modo di vedere le cose egocentrico e autocommiseratorio.
Kevin: C’è una sfilza di recensioni per What is Real che dicono “Oh erano grandi, ma adesso fanno pena”.
Rob: E’ l’altro lato della medaglia della nostalgia di cui John diceva prima, la nostalgia della primissima ondata punk. E’ quella roba… hai presente la definizione di hipster? Uno che dice sempre “Preferisco le loro prime cose” e se qualcuno ribatte “Questo è il loro primo singolo” risponde “No ho della roba più vecchia… li ho registrati su una cassetta alla loro prima prova ed è molto meglio”. E un altro dice “No! Io li ho registrati prima della loro prima prova, ed erano ancora meglio!”. La gente vuole sempre godersi il fatto di essere arrivata prima a conoscere le cose fiche, e tutto quello che arriva dopo non è mai all’altezza. Eppure la nostalgia è una bugia per definizione. E’ ricordare un passato che non è mai esistito.
John: E la nostra responsabilità, come musicisti, è continuare a evolverci e muoverci, e contemporaneamente onorare il passato. Non siamo un gruppo revival. Facciamo molti pezzi vecchi dal vivo, ma anche roba nuova che abbiamo scritto la settimana prima.
Kevin: Ma ci piacciono i pezzi vecchi. Ci starei male se non li facessimo solo perché sono vecchi.
John: Sono ancora divertenti da suonare.

SJ: E alla gente piacciono.

Il Problema

John: E questo è il problema. Quando vogliamo suonare un pezzo vecchio dobbiamo insegnarlo a Rob, e lui chiede in che tonalità è. Quale è l’accordo principale. E io non lo so.
Rob:  John risponde: “E’… uh… la corda più grossa, sul secondo pallino”. E io gli dico: “suoni da 32 cazzo di anni e non sai che nota stai facendo?! Una corda vuota?!”.
John: E cos’è una corda vuota?
Rob: Un Mi, per esempio!
John: Lo so quale è il Mi. La corda grossa, sopra.

SJ: Col basso sono tutte grosse.
Rob: Sì e poi tecnicamente non è quella sopra, ma quella più bassa.
John: Ecco, vedi il problema?
Rob: E così con i pezzi vecchi – ma anche alcuni nuovi – quando si portano nuove idee per lavorarci assieme, io arrivo e dico cose tipo “Ok, è un Re, Fa, Do, La e poi vai in minore nel ponte…”. E John risponde: “Quale pallino?”. Lo fa anche quando porta lui un’idea. Ma a dire il vero la cosa fica degli Urinals è che John è un bassista fuori dagli schemi  e Kevin un batterista non convenzionale. E’ stato bello imparare a suonare con loro. La parte difficile è quando facciamo i pezzi vecchi e John non sa che note fa – e poi molto spesso non suona la nota dominante come dovrebbe fare un bassista.
Kat: Non sa neppure cosa significa questa roba.
Rob: La maggior parte dei bassisti, se la chitarra fa un accordo in Sol, suonano un Sol. John invece potrebbe suonare qualcosa di totalmente diverso, una terza, una quinta o una settima, ed è una parte di basso fichissima, ma non mi dà nessun appiglio per capire cosa faceva la chitarra nel pezzo originale. così devo ascoltarmi le vecchie registrazioni e lui mi dà dei consigli. Siamo come due persone che parlano lingue diverse e quello che ne esce è un altro linguaggio ancora. Uno Spanglish della musica.

Musicalità orizzontale

SJ: Vi seguo da tantissimo. Uno dei miei pezzi preferiti era “Horizontal”.
Rob: Ha uno dei solo più belli di sempre… con cosa l’avevi suonato, John?
John: E’ un Muzon. Un sintetizzatore giocattolo della Mattel. Ce l’ho ancora. E’ fichissimo.

SJ: “Horizontal” è geniale. Una sola nota (veramente sono due, ma una è la fondamentale).
John: E’ tutto basato sul ritmo.
SJ: Sì ed è un brano orizzontale. E’ talmente buono che fatico a descriverla a chi non l’ha mai ascoltato e di solito poi quando ho finito dicono: “Wow. E’ davvero buono”. E’ geniale avere un pezzo che piace anche a chi non l’ha mai sentito.
Kat: E’ un meta-brano.

SJ: All’inizio eravate molto semplici. Perché… beh, non sapevate suonare.
Kevin: Sì.

SJ: E avevate una batteria giocattolo.
Kevin: Sì. I primi due anni.

SJ: Ora gli Urinals sono maturati. Hanno strumenti veri, amplificatori e sanno suonare. Quindi cosa volete fare?
John: All’inizio, abbiamo capito che non sapevamo suonare e l’idea era di trasformare questa cosa in un vantaggio. Ma come? Pensando a ciò che fai e senza provare a fare cose fuori dalla tua portata, usando il cervello e dosando le risorse limitate che hai. I pezzi li abbiamo scritti così. “Horizontal” è un esempio perfetto. Ma credo che tu possa ritrovare lo stesso schema nei pezzi degli ultimi tre anni. L’ultimo pezzo, quello che dà il titolo al disco, è tipo “Horizontal”, ma dopo 25 anni, ha un riff che abbraccia lo stesso concetto. Mi piace ritornaci. Ci tengo molto alla costruzione di un pezzo, è diverso dalla composizione. Per me è un puzzle geometrico che devo mettere insieme nella mia testa. Una cosa visiva. Io vedo come sono fatte le canzoni, come sono. E’ la geometria associata alle canzoni. Parto da una prospettiva differente. E forse è uno dei motivi per cui non riesco a imparare accordi, note e robe così.
Rob: Sai le note, le suoni. Non conosci i loro nomi.

SJ: Avete di sicuro un nonsoché, diverso dagli altri musicisti.
Rob: Spigolosità.

SJ:  E c’è in tutta la band. Anche nel batterista.
Rob: E’ stato difficile abituarmi.

SJ: Anche Kjehl ce l’aveva. Ma Rob, tu sei ancora diverso. E sto cercando di capire come funziona.
John: Hai avuto una risposta soddisfacente al tuo dilemma?

SJ: Non ho idea di come rendere tutto ciò sensato per i nostri lettori, ma credo che ci stiamo avvicinando alla soluzione del mistero degli Urinals.
John: Non è necessario risolvere tutti i misteri.
Rob: E’ stato divertente imparare a suonare con loro. Sono diversi da ogni sezione ritmica con cui ho suonato. Nel rock’n’roll degli Urinals c’è molto poco “roll”. E’ un gruppo molto spigoloso. A volte melodico, altre molto orecchiabile, ma non c’è lo “swing”.  Non ci sono accenti. E’ durissimo suonare così. Non sono un musicista punk, non vengo dalla scuola del “solo plettrate verso il basso, sedicesimi e trentaduesimi”, ma non sono neppure un menestrello folk. E’ stato interessante imparare a gestire gli spazi. Ho dovuto ripensare a come la chitarra si inserisce tra basso e batteria.
Kevin: E’ capitato che gente che voleva fare un nostro pezzo, anche bravi musicisti, dicessero che non capivano come fare e non sapevano come John ed io facciamo. Io però non so suonare in un altro modo, è il mio metodo, e non ho un concetto prestabilito di come le cose dovrebbero essere fatte. A John e a me piacciono le parti melodiche. Con Kjehl funzionava, perché era una vera macchina ritmica.
Rob: Kevin e John sono sempre stati molto creativi e hanno saputo lavorare utilizzando al meglio i loro limiti. Tanti impongono volutamente dei limiti ai propri lavori. Come quei cineasti di New York, Dogma. O quel tipo  di cui non ricordo il nome che ha scritto un romanzo senza usare la lettera e, che è la più comune. Pensaci: non puoi usare la e e all’improvviso non puoi fare tantissime cose. Niente pronomi, niente articolo “the”, niente verbi al passato. Quando inserisci un limite, sei obbligato a pensare diversamente. Io non avrei mai pensato ad “Ack Ack Ack Ack”; per me una canzone doveva avere almeno tre accordi! Ma amo quel pezzo. Due note. Brillante.
John: All’inizio volevo fare quel pezzo solo con una nota. Mat Kjehl ha insistito per mettercene due. E Kathy ha scritto il testo. Il pezzo è stato scritto a sei mani. Io ho scritto una nota, Kjehl l’altra e Kathy le parole.

The Biz

SJ: C’è ancora un aspetto di cui vorrei parlare. Lo stato del music business. E’ molto più diy ora. E voi lo siete da sempre, quindi magari è un vantaggio per voi.
John: Ci sono meno soldi di una volta. Noi siamo stati fedeli all’etica diy e siamo proprietari dei nostri master, dei nostri brani e dei diritti. Ma farsi dare i soldi che ti spettano è sempre difficile. Mentre aiuta molto avere qualcuno che riscuote per te, un’agenzia. Ma noi non abbiamo il peso per permettercelo. Comunque almeno è tutto nostro: siamo proprietari della nostra musica e possiamo farne ciò che vogliamo. Ma economicamente non c’è da stare allegri. specialmente con tutta la pirateria e i download pirata.
Kevin: C’è un’etichetta di Seattle… daranno il materiale in download gratuito e si butteranno sulla vendita di t-shirt.

SJ: Credeteci, io ho vissuto della mia musica per 10 anni. Tenevo al minimo le spese, ero sempre in tour, ero proprietaria dei miei pezzi e vendevo le magliette. Ma adesso…
John: E’ rimasto poco.

SJ: Già. Non vedo come ci si possa campare ora. E il brutto è che tutti la vedono così. Tutte le nostre menti più creative – musicisti, compositori, scrittori, giornalisti, attori, registi – hanno visto le loro carriere distrutte, e nessuno di noi riesce a trovare il modo per salvare la propria vita e quella dei propri cari. La domanda che faccio a tutti è: avete qualche idea?
Rob: La musica è quella messa peggio, rispetto a tutti i campi che hai menzionato. io lavoro nell’editoria ed è messa male. Ma è un’area che non ha mai avuto un momento d’oro come invece è successo alla musica. Nell’editoria è sempre stata dura, non è mai stato un business buono. Invece l’industria musicale è collassata. Ha preso il colpo peggiore.
John: Penso che uno debba ignorare quello che sta succedendo e decidere che se vuole essere un musicista non avrà mai successo a livello economico, ma lo deve fare perché è una necessità e gli piace.  Kevin ed io l’abbiamo scoperto coi Radwaste. Era un gruppo con possibilità di andare sotto major; abbiamo fatto riunioni alla Capitol, le cose si stavano muovendo, ma poi è tutto crollato. A quel punto ho capito che non faccio queste cose in un’ottica di successo economico. Le faccio perché mi piacciono e sento il bisogno di esprimermi così. Una volta capito questo, non mi sono mai più guardato indietro. Una volta che decidi che non lo fai per i soldi, sei libero.

I ragazzi dello Zoo di Roma (pt.2)

Nella prima parte di questo speciale dedicato al vecchio e nuovo punk romano di derivazione settantasettina avevo scritto che “a tenere alta, o meglio eretta, la bandiera sono arrivati i Silver Cocks e gli Steaknives, due nuove band cattive, dure, perverse e per niente accomodanti, come il vero punk dovrebbe sempre essere.” Poco dopo mi scusavo “per non aver scritto neanche una riga sugli album” dei due gruppi nati all’ombra del cupolone perché non li avevo ancora ascoltati.

Be’, grazie al buon cuore r’n’r di Sergio della White Zoo, sono riuscito finalmente a colmare questa lacuna. E per settimane i due infuocati 33 giri si sono alternati sul mio Dual in radica di noce, facendomi ri-innamorare del punk, quello vero, sempre più difficile da trovare se non riesumando vecchie band dei tempi che furono.
I nomi Silver Cocks e Steaknives non mi erano sconosciuti. Tutt’altro. Stavano lì, cristallizzati in un angolo della mia mente da quando, un par d’anni fa, avevo consumato i loro 7” usciti a poca distanza l’uno dall’altro sulla statunitense Zodiac Killer Records. Una sorta di fuga dei cervelli (marci) alla amatriciana. Giovani ricercatori dell’università del punk-rock accolti a braccia aperte negli atenei del nuovo mondo e neanche cacati di striscio nella nostra povera italietta. Fino a che, da Lecce, è partita la controffensiva italica lanciata da un pazzo buono (il già citato Sergio della White Zoo) che li ha voluti per il passo lungo sulla sua neonata etichetta discografica divenuta in breve la nuova, accogliente casa del punk romano.

Non mi dilungherò sulla critica dell’album omonimo dei Silver Cocks e su Devil Inside degli Steaknives. Mi limito a dire che entrambi vanno ben oltre le pur ottime premesse dei 7” americani Holiday In Auschwitz e …We Can’t Stand This World.
Gli Steaknives dimostrano di avere un gran tiro nella loro riuscita e finanche originale sintesi tra l’hardcore dei primi Black Flag e il punk svalvolato alla Killed by Death.
I Silver Cocks pestano più sull’acceleratore del punk ’77 da borgata affamata di stampo slavo, tirando fuori dal cilindro persino due pezzi in spagnolo (“Para La Gente”, “La Mejor Postura”) capaci di elettrizzare in pochi secondi i peli delle braccia.

Fino a oggi non sapevo granché della storia di queste due band e neanche m’interessava approfondire. Mi bastava e mi avanzava conoscere la loro musica fatta di corse a perdifiato e magnifici strappi nella dissestata autostrada del punk. Ma di fronte a cotanto spettacolo sonoro anche il più pigro dei pennivendoli r’n’r avrebbe alzato il culo per saperne di più. Eccovi quindi una breve intervista doppia a cui hanno risposto Enrico (il cantante) per gli Steaknives e Vito (il bassista) per i Silver Cocks.

Partiamo dalla prima, banale domanda: Come vi chiamate, quando siete nati, quanti anni avete e cosa fate quando non vomitate punk rock?
(STEAKNIVES) Noi siamo gli Steaknives: io sono Enrico, l’ugola d’oro della band, gli altri sono Michele, la mente e la chitarra, Antonio il motore/drummer e Damiano il boxer/bassista. Sono circa quattro anni che suoniamo insieme ed il nucleo originale del gruppo era composto dal sottoscritto, da Michele, Davide (basso) e Seba (drummer) tutti e quattro amici d’infanzia di Cagliari e tutti e quattro cresciuti a birra Ichnusa e punk rock! Questa è la formazione che ha registrato il primo EP Per la Zodiac Killer, ma che purtroppo non ha mai suonato dal vivo. Dopo il ritorno in patria sarda di Seba, infatti, è entrato in pianta stabile Antonio e sono iniziati i concerti in giro per l’Italia e due grandiose trasferte inglesi. Per la cronaca dopo la registrazione dell’LP Devil Inside c’è stato l’addio forzato di Davide e a questo punto è entrato per circa un anno al basso Vito, bassista degli amici Silver Cocks, ma che a causa dei troppi impegni ha lasciato il testimone a Damiano: riuscitissimo e graditissimo nuovo acquisto degli Steak. Oltre all’uscita dell’LP per la White Zoo abbiamo appena fatto uscire il videoclip di “Radical Shit” girato dai ragazzi della Revok Productions. Per quanto riguarda l’età siamo tutti sui 30 e siamo tutti terroncelli precari, cioè facciamo parte dell’“Italia peggiore” come dice quel sacchetto di merda di Brunetta.
(SILVER COCKS) I Silver Cocks nascono nel 2005 dallo smembramento chirurgico dei Bramborak. Il chitarrista Mario e il cantante Nani decidono di formare un gruppo contattandomi per suonare il basso, poi Walter che verrà presto sostituito da Mauro, l’attuale batterista. Nel 2008 abbiamo vomitato un 7″ per l’etichetta americana Zodiac Killer intitolato Holiday in Auschwitz, ma mentre la vacanza ad Auschwitz sembrava andare per il meglio una delle docce malfunzionò e Mario decise che era meglio lasciare la band, forse troppo pericolosa per i suoi gusti. Così è subentrato Solferino, l’attuale chitarrista e da qui ci siamo dedicati alla scrittura dei brani per l’album.

The Steaknives

Dove volete arrivare col punk rock?
(STEAKNIVES) Da nessuna parte! Non abbiamo aspirazioni… questa è la prima intervista che facciamo in quattro anni! Non ci ha mai cagato nessuno e tanto meno noi ci caghiamo qualcuno. Va benissimo così… quando ci chiedono di andare a suonare, si va volentierissimo e non siamo per nulla esosi e quando abbiamo qualche pezzo ci chiudiamo in studio e andiamo a registrare dagli amici di Ufo Hi Fi/Hit Bit. A quanto pare non sono così male le cose che registriamo visto che c è sempre qualche pazzo pronto a stamparci. A metà luglio torneremo in studio per registrare tre pezzi nuovi. La cosa più bella del suonare, anche se forse la più banale, è quella di conoscere nuovi amici e nuovi posti… e, ancora più banale ma molto punk, la birra gratis!
(SILVER COCKS) Vogliamo sicuramente tutti e quattro la stessa cosa: arrivare ai vertici di almeno due delle multinazionali di armi americane, come la “Locke” e la “Columbia”, al fine di produrre armi nuove e più efficienti… ad esempio bombe a forma di vibratori, fucili a forma di Les Paul e scudi antisommossa sostituiti da raid e crash.

So che siete amici… qual è il miglior pregio e il peggior difetto “musicale” dell’altro? Cosa rubereste all’altra band, fidanzate incluse?
(STEAKNIVES) Nani ha un pene enorme e questo è quello che ruberemmo volentieri tutti noi Steaknives ai cari Silver Cocks. Per quanto riguarda la musica non ruberemmo nulla o meglio è capitato che gli abbiamo rubato il bassista per un periodo! Facciamo un punk rock completamente opposto: loro più europei, noi più ameregani.
(SILVER COCKS) Beh che dire degli Steaknives, ci conosciamo bene, siamo amici e musicalmente ci piacciono molto anche se facciamo generi abbastanza diversi… comunque se dovessimo rubargli qualcosa andremmo dritti al guardaroba di Enrico!

Fatemi tre-nomi-tre delle vostre maggiori influenze punk rock’n’roll
(STEAKNIVES) Le influenze più evidenti sono Adolescents, i primissimi Black Flag, Angry Samoans, Bad Brains e tutto il punk californiano tra il ‘77 e l’81; poi ognuno di noi ha il proprio background di ascolti e di passioni musicali che spesso non c’entrano nulla con ciò che facciamo con gli Steak: Michele è un grande appassionato di blues del Delta, io sono malato di junkshop glam rock e lo colleziono a Kg (insieme al compare Lorenzo dei Taxi/Giuda), Antonio sta in fissa col punk rock anni ’90 e Damiano ci va giù duro col punk inglese.
(SILVER COCKS) P.F. Commando, Pekinška Patka, Kollaa Kestää.

Chi fra voi è più un animale da palco e chi più un animale sotto il palco?
(STEAKNIVES) Sul palco i Silver Cocks hanno Nani che è un animale raro quindi non si discute… forse noi siamo leggermente più quadrati musicalmente e puntiamo molto su questo, i Silver dalla loro fanno un grande spettacolo trascinati dalla bizzarria di Paolo Pasquariello (ovvero Nani). Sotto il palco la lotta è dura, entrambi siamo belle bestie da pub: solo che c’è chi nel pub passa più tempo al bagno e chi al bancone… ehehheheh, dipende a cosa ci si sfida in animalità, insomma!
(SILVER COCKS) Nani sopra, sotto, a destra e a sinistra.

Ho l’impressione che la scena punk settantasettina romana sia in realtà molto ristretta, eppure sempre vivacissima e “oltraggiosa”. Qual è, se c’è, il segreto?
(STEAKNIVES) Non la definirei una “scena”, questo termine lo lasciamo ai giornalisti o a chi comunque ci vede dall’esterno. Per quanto ci riguarda siamo un manipolo di amici che si ritrova al KO Club (gestito da Lorenzo dei Giuda/Taxi e altri amici) sito nel quartiere popolare di San Lorenzo, uniti da varie passioni che possono essere la musica, il cinema, certa controcultura, l’antifascismo, la buona birra e la buona cucina. Molti di noi suonano in vari gruppi: Giuda, Silver Cocks, Blackmondays e molti altri. Ci sono tante personalità e personaggi che danno vita a tutto ciò e c’è un interscambio a volte anche di persone tra i gruppi stessi. Michele ora suona la chitarra solista nei Giuda e Vito dei Silver Cocks, come ti dicevo prima, un periodo ha suonato con noi; inoltre citerei anche i geniali ragazzi dei Diecibuchi (gruppo punk rock di qualche anno fa) che si occupano tra le altre cose di grafica (le copertine nostre e dei Silver Cocks) sotto il nome di Daltonic Visions. Sì! direi che siamo un affiatato gruppo di amici con dei picchi di creatività.
(SILVER COCKS) Parlare di “scena” a Roma significa perlopiù parlare di un gruppo di amici, siamo da anni più o meno le stesse persone che bazzicano gli stessi posti quindi vuoi o non vuoi ci si conosce tutti, ed è un bene in una città dispersiva come Roma. Il problema è che sembra non esserci un ricambio generazionale, in quanto i pochi gruppi più giovani fanno cose abbastanza distanti dal punk come lo intendiamo noi.

Fate il “vostro” podio olimpico tra Bingo, Transex e Taxi, please.
(STEAKNIVES) 1) Taxi 2) Taxi 3) Taxi.
(SILVER COCKS) No comment, non ci piacciono le classifiche e poi sono tutti amici.

Chiudiamo con una frase, una sola, per descrivere Pierpaolo De Iulis.
(STEAKNIVES) Sono stato sei anni coinquilino del caro De Iulis e lo conosco parecchio bene… qualsiasi frase descrittiva della persona Pierpaolo potrebbe farla finire al gabbio: non è il caso!
(SILVER COCKS) Poliedrico, imprevedibile, insostituibile compagno stalinista.

Ai confini degli anni Ottanta

Words And Actions – Life of Farewells (autoprodotto, 2011)

Questo duo alessandrino è quasi incontrovertibilmente composto da persone che gli anni Ottanta li hanno visti, nella migliore delle ipotesi, da un’aula d’asilo o poco più. Eppure il sound della loro dark wave è decisamente filologico e fedele, puzza di cantina di 30 anni fa, ha il colore del riflusso ideologico post anni Settanta (altro…)

They once surfed with Satan

Atlas Losing Grip – State of Unrest (Black Star Foundation, 2011)

Skate punk-hardcore melodico anni Novanta fatto ad arte e con le palle esagonali: questa, virgola più/virgola meno è la definizione più calzante per gli Atlas Losing Grip – svedesi e con Rodrigo Alfaro (ex Satanic Surfers) alla voce (altro…)

Ritorno senza ritorno

Impossibili – Senza ritorno (Autoprodotto, 2011)

Sono in giro da parecchio, gli Impossibili. Questo se non sbaglio dovrebbe essere il sesto album di una carriera iniziata verso la metà degli anni Novanta; autoprodotto, come scrivono orgogliosamente nel retrocopertina del cd. La formazione è quella del precedente Alcool e furore di tre anni fa, ovvero Araya-Klaus-Danu con l’aggiunta di tale Matteo (il cognome non è dato saperlo).

C’è poco da dire sul sound dei nostri: punk rock melodico quasi sempre a 100 all’ora, in pieno stile  Derozer, Rappresaglia e affini: musica che in tasca tiene ben stretta la sacra triade Ramones-Queers-Screaching Weasel. È un genere, questo, che nel nostro Paese riscosse un certo seguito nei circuiti alternativi proprio nel periodo in cui gli Impossibili muovevano i primi passi: oltre ai già citati Derozer, ricordo che in quegli anni gente come Gambe Di Burro, Monelli (tra l’altro di nuovo in pista) e gli orribili Punkreas se la suonavano abbastanza allegramente; non sono mai stato un grande amante del genere, devo ammetterlo: agli imitatori italiani ho sempre ovviamente preferito di gran lunga i capostipiti stranieri (i fratellini Ramone due-tre spanne sopra tutti, ma anche le checche non erano malaccio, soprattutto Love Songs For The Retarded lo ascolto con piacere ancora oggi) e poi in quel periodo ero troppo infognato – lo sono ancora – con il garage punk di Crypt e SFTRI.

Comunque, tutto questo preambolo per dire che mi sono avvicinato al disco con tutti i preconcetti del caso: devo dire, dopo averlo ascoltato per benino 3-4 volte, che non sarà un capolavoro, ma è un album divertente, fatto con sudore e palle da gente che a questo punto della carriera (e considerato come gira il mercato oggi) se sta ancora in giro e perché crede in quello che fa; per come la vedo io, ciò può essere abbastanza per benedirli se siete estimatori di questo genere. E poi i ritornelli zuccherosi di “Alice”, “Laura” e “Milano”, sparati in macchina al giusto volume fanno la loro porca figura (un paio di volte ho tirato pure fuori il dito indice dal finestrino); anche l’attacco feroce in stile DOA e il testo militante di “No Nazi” si fanno apprezzare, così come i cambi di tempo nella buona “Paura Di Reagire”.
L’unica cosa che proprio non gli perdono è la cover, molto prescindibile, di “Voglio Vederti Danzare” di Battiato. Peccato veniale di un disco che farà pogare parecchi ragazzi, poco ma sicuro.

They call me Jello mellow

Jello Biafra and The Guantanamo School of Medicine live @ Leonkavallo 21/06/2011

Ormai si va ai concerti punk rock come si va al museo; a parte le incognite solitamente negative della mala organizzazione nostrana – difficoltà di parcheggio, chiusura anticipata metro, costi esorbitanti libagioni all’interno delle aree interessate – solitamente mi capita di assistere a esibizioni fotocopie di altre esibizioni viste il giorno prima su YouTube.

Si chiacchierava di questo, anche se i csoa rappresentano una piacevole eccezione agli aguzzini del marketing, e del fatto che la r-esistenza di certi luoghi rappresenti un calcio nelle ovaie della non rieletta Moratti.
Il sistema linfatico metropolitano spesso così prosciugato non può che rinvigorirsi con i simboli culto della controcultura: i picareschi sotterranei del csoa Leonkavallo ospitano il redivivo performer, ex leader dei Dead Kennedys, ex candidato sindaco per San Francisco, traffichino con D.O.A e Melvins e deus ex machina dell’etichetta Alternative Tentacles: Jello Biafra.

La molotov è quasi innescata per esser lanciata così che, mentre mi spazzolo via un cous cous delizioso very low cost e mi guardo un po’ di fauna locale variopinta (con t-shirt da nostalgia canaglia raffiguranti Germs, Doa, gli immancabili Ramones fino agli stessi Kennedys), intanto rombano all’interno del centro sociale i power chords dei Grizzly Motor Oil – che mi fanno salire la carogna.

Un migliaio di aficionados accolgono con un boato un freak, ibrido dottor Jello macellaio Biafra insanguinato con maschera raffigurante un Berluska sdentato, colpito dall’anticapitalismo (di Tartaglia e la sua statuetta del Duomo).
Il tiro è molesto al punto giusto i Guantanamo dimostrano d’essere tutt’altro che comprimari; Jello – seppur appesantito – scalcia e starnazza nelle sue celebri pose spastiche, inanellando apprezzabilissimi brani freschi e nuovi, mschiati ad anthem di seminale hardcore come “California Uber Alles”, “Holidays in Cambodia”, “Too Drunk to Fuck” che scatenano uno stage diving scomposto, ma mai oltre la soglia del puro svago.

Jello inframmezza i brani con proclami e dissertazioni sull’alienazione da vita lavorativa/sociale da topo urbano d’ufficio e su altre problematiche attuali come il razzismo, l’immigrazione, la disoccupazione con cui combatte da un trentennio ormai.
Il predicatore della California con una tonalità vocale da gospel negroide si ritira vittorioso come un Cesare romano in qualche scantinato del Leonkavallo, dopo quasi due ore di sudatissimo concerto. E siamo certi che con quel suo forsennato divincolarsi – oltre ad aver buttato giù quei 5-6 kg – di troppo avrà saziato i cervelli dei presenti, a dieta da troppo tempo di un tale furore hardcore.

Il (nuovo) paisley underground made in Brescia

Saint In A Row – s/t (Foolica, 2011)

In Italia nascono pochi grandi “scrittori” di canzoni rock in lingua inglese, o songwriter che dir si voglia. Siamo onesti, non è cosa nostra. Alcuni emulano bene, a volte benissimo, si impegnano dandoci dentro come dannati, ma mediamente il risultato è quello che è. Tra le nuove leve i bresciani Record’s (da poco accorciatisi in R’s in seguito al passaggio all’etichetta americana Nat Geo Music, divisione musicale del National Geographic) stanno una spanna sopra la media e il merito maggiore va ascritto al cantante-chitarrista Pierluigi Ballarin, senza nulla togliere ai due gagliardi compagni di merenda.
Saint In A Row è il “suo” progetto parallelo, non fosse altro perché ha firmato tutte le 8 canzoni presenti in questo album omonimo. In realtà si tratta di un supergruppo in piena regola, nato all’interno del Tup Studio di Brescia nel quale il Ballarin lavora spesso e (immagino anche) volentieri. Con lui quella vecchia volpe di Giovanni Ferrario agli arrangiamenti, pre-produzione, parti elettroniche, basso e chitarra elettrica. Completano l’ensemble Fabio Dondelli degli Annie Hall a cui è affidata la parte acustica della faccenda (chitarra acustica, banjo e ukulele), Michele Marelli degli Ovlov alla batteria e Stefano Moretti del duo electro Pink Holy Days che si è occupato della “fotografia” (!) e di fare il lavoro sporco del fonico in studio.

Fatte le dovute presentazioni dinanzi a un progetto così articolato e “profondo”, passiamo alla musica che, lo dico subito, è tutt’altro che immediata. Sostanzialmente si tratta di un album di pop-rock colto, per palati fini, per gente che investe del tempo negli ascolti. Un album molto intenso eppure “leggero”, con arrangiamenti equilibrati, gonfio di nostalgiche ballate rock che hanno fatto restringere la bocca del mio stomaco riportandomi a quando al buio della mia stanzetta da teenager mi scioglievo dietro al lato “emozionale” del paisley underground e ai Big Star.

La voce di Ballarin fa venire i brividi a chi, come me, ha amato e continua ad amare Steve Wynn, questo è quanto. Il pezzo che apre le danze, “Wires”, ricorda piacevolmente anche certe atmosfere degli australiani The Church, troppo presto dimenticati dalle nostre parti. Il pezzo che le chiude (le danze) vola soave sulle braccia di Morrissey quando se le stringeva al petto e dondolava quel suo ciuffo che molti di noi invidiavano segretamente.
Oltre alla portentosa musica da penombra, un altro ottimo motivo per portarsi a casa questo album è che è uscito in vinile con dentro il cd in una bella bustina cartonata a mo’ di 45 giri.

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