For those about to read’n’rock, we salute you

Amelie Tritesse – Cazzo ne sapete voi del rock and roll (Interno 4, 2011)

Ogni tanto capita, quando si è in giro da tanti anni a far cose e scriver bizzarrie, che ci si trova a recensire dischi/libri di persone che si conoscono o con cui si ha un rapporto di amicizia. Mediamente è imbarazzante, non tanto per l’ipotetico conflitto d’interessi (ma dai… nemmeno fossi Berlusconi), quanto perché il primo pensiero è: “E se mi fa schifo, come faccio a dirlo senza rovinare una bella amicizia?”. Questo perché mediamente noi italiani siamo permalosi e difficilmente capiamo una critica sincera – ma negativa – da parte delle nostre cerchie amicali.
Capita anche, poi, che ricevi da un amico e collaboratore cose come il libro + cd degli Amelie Tritesse (dove milita, in qualità di autore dei testi/racconti il nostro Manuel Graziani) e capisci che non devi proprio preoccuparti di tutte le puttanate di cui sopra. Perché Cazzo ne sapete voi del rock and roll è carismatico e convincente già al tatto: fidatevi.

Si tratta di un’uscita particolare per un progetto peculiare, ossia un booklet di racconti di Manuel (magistralmente illustrati da Fabrizio “Pluc” Di Nicola), accompagnato da un cd in cui gli stessi sono musicati e interpretati; in uno stile (mi si perdoni il paragone forse poco calzante) che mi ricorda i Massimo Volume, per molti versi. Ma dentro c’è una forte dose di personalità: sangue di provincia pompato da un cuore di provincia, con le sue storie sospese, fatte di minuzie, sguardi, siparietti, gesti quotidiani, suoni e ricordi. E soprattutto senza un vero finale, che restano lì appese come se da un istante all’altro qualcuno dovesse premere il tasto di rewind, per farle ricominciare.

Ma, per farvi capire meglio il concetto – senza rompervi troppo le palle coi miei farfugliamenti – li ho intervistati brevemente. Leggete: tutto sarà più chiaro. E dovrete andare a comprarvi Cazzo ne sapete voi del rock and roll. Già.

Io sono un orribile cafone e mi dovete perdonare per l’approssimazione… però un pochino mi avete ricordato i Massimo Volume. Ma quali sono – se ce ne sono – i vostri numi tutelari e ispiratori?
Non ti preoccupare ché tra cafoni ci intendiamo. Per quanto mi riguarda i Massimo Volume sono stati e continuano ad essere (l’ultimo album Cattive abitudini è un gran disco, come ho scritto su queste stesse pagine) sicuramente fonte di ispirazione e, soprattutto, di “piacere”, il paragone mi onora. Oltre alla consistenza dei testi, mi piace il parlato di Emidio Clementi perché è autorevole senza essere eccessivamente impostato, da attore. Inevitabilmente veniamo accostati a chi fa cose simili, quindi ai Massimo Volume ma anche agli Offlaga Disco Pax. Nell’ambito del read’n’rock citerei anche Totòzingaro Contromungo e i vari progetti dello scrittore Enrico Brizzi: il mio preferito è quello con i genovesi Numero 6.
Ognuno di noi ha i propri numi tutelari, ce ne sono molti, forse troppi. Pensando al nostro progetto, io mi gioco i nomi di Gun Club e Diaframma. Stefano punta su Grandaddy e Mogwai. Paolo è caduto a testa bassa nella Boston indie degli anni Ottanta, rotolato nei Novanta fra Pavement, Beck e Flaming Lips ed è entrato nel nuovo secolo portandosi dietro il ricordo di Syd Barrett, mentre Giustino si diverte sempre più ad agghindare di decibel e frequenze tanto i vecchi bluesman del sud degli Stati Uniti quanto Miles Davis e Jimi Hendrix.

Come sono le dinamiche degli AT… ossia: nasce prima la musica o i testi? O sono due procedimenti paralleli che fate incontrare in un dato momento? Come componete?
Nei pezzi parlati, di norma, io porto il testo e poi interveniamo con la musica, o nel piccolo attico-studio di Giustino o direttamente in sala prove. Ogni pezzo del disco ha avuto comunque una genesi differente, anche perché alcuni sono classici pezzi con chitarra-basso-batteria, altri partono da una base elettronica. Ti faccio degli esempi: in “Liverpool pub” ho adeguato il testo ad una suite di musica elettronica di Giustino, più o meno lo stesso è accaduto con “Oplà” e “Biciclette” dove sono intervenuti nella composizione Paolo e Stefano, suonando e cantando nella seconda parte. “Suddenly”, “At the door” e “Le 2 Sofia” sono vere e proprie canzoni di Paolo senza elettronica, con me e Stefano che ci alterniamo tra basso e batteria. La title track, tutta suonata in acustico, è l’unico pezzo nel quale c’è anche la chitarra elettrica: dopo che io ho raccontato la mia storia per un tot di minuti ed il pezzo sembra finire, esplode una micro canzone cantata da Paolo. Insomma, il progetto musicale è abbastanza variegato sia su disco che dal vivo.

In che contesti riuscite a esibirvi, data la vostra proposta piuttosto particolare?
Finora abbiamo fatto una quindicina di concerti e secondo me abbiamo avuto la “fortuna” di suonare sempre in contesti diversi. Dall’happening artistico un po’ radical chic (Roma) al club rock vero e proprio (Bologna, Pescara); dal circolo culturale alla galleria d’arte; dal localino buio dove gli astanti si trinciano di alcol e non ti degnano della minima attenzione fino al bar-libreria (Avellino) e alla manifestazione via uno avanti l’altro (Faenza). Da queste esperienze abbiamo capito che ci è più congeniale un posto raccolto dove le persone sono lì per sentirci e magari sorridere, anche amaro, ascoltando la musica e le storie che raccontiamo loro.

Come vi siete trovati e come è nata l’idea di questo progetto?
Nell’estate del 2007 è uscito il mio romanzetto La mia banda suona il (punk)rock e stufo di fare le solite presentazioni imbalsamate mi è iniziata a frullare in testa l’idea di movimentare un po’ la faccenda. L’occasione ci è stata servita su un piatto d’argento quando mi hanno invitato a presentare il romanzetto in una manifestazione estiva alla Villa Comunale di Teramo; lì c’è un bel palco dentro un laghetto artificiale (una specie di palafitta) dove di solito suonano gruppi rock, jazz, ecc. Così ho chiesto a Paolo, che è un amico di vecchia data, di fare qualcosa assieme alternando mie letture a sue canzoni. Da subito abbiamo tirato dentro l’altro comune amico Giustino Di Gregorio che si è occupato della parte elettronica del progetto. Dopo un po’ si è aggiunto il fine battitore di tamburi Stefano Di Gregorio, che già suonava la batteria con Paolo, e il cerchio si è chiuso. Con l’ingresso di Stefano ci siamo progressivamente spostati dal classico reading fino a diventare quello che siamo ora: un gruppo di read’n’rock con chitarra, basso, batteria, elettronica, voce cantante e voce recitante.

Il vostro cd+booklet è un’uscita intrigante, ma anche coraggiosa… è stato semplice trovare chi ve lo producesse?
In realtà è stato molto più semplice del previsto. Abbiamo registrato 5 pezzi, praticamente in presa diretta, in un giorno e mezzo. Ne abbiamo fatte 7-8 copie e le abbiamo mandate a piccole etichette che secondo noi potevano essere interessate. Dopo neanche una settimana dall’invio mi ha chiamato Massimo Roccaforte di NdA e ci ha “bloccati” immediatamente. Ci fa enormemente piacere esserci trovati con Massimo perché apprezziamo il lavoro che fa con NdA ed i cd-libri che pubblica su Interno 4 Records (ma anche le ristampe punk su Shake) che sono, come dici tu, davvero “intriganti”. Massimo si è dimostrato entusiasta di quei 5 pezzi e ci ha chiesto di registrarne altrettanti per mettere insieme un album vero e proprio. Detto fatto: un altro paio di giorni in studio e il disco era pronto. La data di pubblicazione ha subito ritardi perché non riuscivamo a trovare il disegnatore adatto, poi è spuntato miracolosamente il pescarese Fabrizio “Pluc” Di Nicola e ci ha fatto svoltare. Riteniamo che le sue illustrazioni siano un vero valore aggiunto, che abbiamo colto perfettamente il senso dei pezzi e dell’intero progetto.

Che rapporti avete – se ne avete – con la scena musicale delle vostre parti?
Conosciamo bene la scena musicale abruzzese e, più in particolare, quella della nostra città, Teramo. Abbiamo buoni rapporti (anche di amicizia in alcuni casi) con tutti quelli che, di dritto o di rovescio, suonano roba obliqua e fuori dagli schemi. Io più da ascoltatore e fan, gli altri più dal di dentro dato che ne fanno parte da anni come musicisti. D’altronde il tempo passa, puttana eva. Io e Paolo ci avviciniamo ai 40, Giustino ai 50 e pure Stefano, che il più giovane del gruppo, sta “invecchiando”. Paolo è una “istituzione” dell’indie rock cittadino: negli anni Novanta ha guidato gli Orange Indie Crownd con cui ha pubblicato il disco Choke Your-gas-M su Vurt Records nel 1998. Assieme a Giustino ha dato vita agli Iver and the drIver; hanno all’attivo l’album del 2006 su Ghost Records, Samples and Oranges. Di recente ha messo su i delaWater nei quali, peraltro, suona la batteria Stefano. Non è da meno il pedigree di Giustino che nei primi anni Novanta è stato un pioniere della scena del taglia e cuci all’italiana, tanto da pubblicare il suo debutto del 1999, Sprut, con l’etichetta americana Tzadik Records di quel genio del rumorismo mondiale che risponde al nome di John Zorn. Poi, come ti dicevo, ha messo in piedi con Paolo gli Iver and the drIver, si è dedicato all’autoproduzione di The Incredulous Eyes Project e al progetto di sonorizzazione Secondopiano. Anche Stefano può dire la sua in quanto ad esperienze musicali avendo suonato, negli ultimi 10 anni, con gruppi dai nomi a dir poco fantasiosi come Condominio Abracadabar, Pantofon Gare, Gaetano e Gaetano, Pretusa Mens, Iver and the drIver e delaWater. Intrecci a go-go, come avrai capito.

Concettualmente siete molto rock’n’roll; a livello di impatto sonoro percorrete altri sentieri, più raffinati, intimisti, forse vicini a certo indie rock d’autore; come conciliate queste due anime e da dove arrivano?
C’hai preso, grazie! Personalmente il rock’n’roll è una delle poche cose che rende accettabile l’essere al mondo. I “sentieri raffinati, intimisti, vicini a certo indie rock d’autore”, come li chiami tu, sono merito soprattutto di Paolo, Giustino e Stefano. Col passare degli anni io sono diventato né più né meno che un povero bifolco appassionato di putrido garage-punk e r’n’r demente, ma da ragazzo ho seguito anch’io il cosiddetto rock alternativo o indie-rock che dir si voglia, e non solo quello americano di Dinosaur Jr, Pavement, Superchunk, ecc. I “suoni” degli Amelie Tritesse per me sono anche un piacevole tuffo nelle atmosfere di un passato spensierato che non tornerà più. Pensa che quando suoniamo “Le 2 Sofia” per un attimo m’illudo di essere il batterista dei Waterboys e mentre sbatacchio le spazzole sul rullante in “Suddenly” piombo letteralmente dentro Earth, Sun, Moon dei Love and Rockets.

Domanda per Manuel in particolare: i tuoi racconti mi colpiscono perché hanno due caratteristiche salienti (almeno per me, che ovviamente non faccio testo): da una parte trasudano quel liquido amniotico sublime, ma mortifero, in cui solo nella provincia è possibile sguazzare; dall’altra parte sono carveriani nella loro capacità di farti identificare, di non sconfinare nel fantasioso conclamato. E, come se non bastasse, non sembrano mai avere un finale netto, tipo da film in cui vedi la scritta THE END. Fanno presagire un loop infinito, un ripetersi delle situazioni e un’atmosfera di disagio sospeso. Da dove peschi per la tua ispirazione? Quanta autobiografia c’è?
Intanto ti ringrazio; direi che c’hai preso in pieno un’altra volta. Ti rispondo per punti. Le mie storielle riflettono inevitabilmente quello che mi piace leggere e, tanto per confermare il tuo accostamento che mi lusinga enormemente, Carver l’ho divorato come molti appassionati di narrativa americana. Sono un provinciale fiero di esserlo; in provincia ci sono nato, ho scelto di viverci e spero di morirci. Se c’è una cosa che proprio non sopporto è il mondo del “fantasy” in tutte le sue fottute declinazioni. I finali non mi sono mai piaciuti, figuriamoci quelli che finiscono bene (e scusa il gioco di parole). Nel tempo ho imparato a nasconderlo, ma spesso mi sento a disagio e ancor più provo disagio per conto terzi. Nella musica come nella vita mi piace la reiterazione, con degli strappi qua e là a rompere la monotonia meccanica che diventa esercizio o, peggio, routine. L’autobiografia c’è e non faccio nulla per nasconderla, ma spesso sta dove meno ci se lo aspetta, tra le righe, nelle pieghe nascoste. L’ispirazione la traggo un po’ ovunque: nelle letture, nei film, nei solchi dei vinili, nella televisione, nel percorso in macchina casa-lavoro, nei bar, al supermercato, tra i denti bianchi e le rughe di mio padre, nello sguardo allegro e talvolta inquisitorio di mia figlia, nelle braccia sottili, forti e bellissime di mia moglie.


suddenly
http://mediaservices.myspace.com/services/media/embed.aspx/m=51423230,t=1,mt=video
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3 commenti

  1. stefano

     /  novembre 20, 2011

    credo che schiettezza e ruvidità (visto che si cita a sproposito il punk rock)siano ‘note’ dovuto anche all’ascoltatore.
    e allora mi permetto: siete improponibili e – ieri a san benedetto – a tratti imbarazzanti. immagino mimì persona garbata darsi forza e fare a meno di dirvelo. mi dispiace, offendetevi pure e consideratelo un giudizio del tutto personale, ma io da fruitore se non il dovere ho il diritto di puntualizzarlo.
    stefano.

    Rispondi
  2. Stefano, il diritto che reclami è sacrosanto (anche se eviterei di ascriverlo nel registro dei doveri). Però se non argomenti la tua presa di posizione, perdona la mia franchezza (ma a quanto scrivi, credo che l’apprezzerai), sembri solo uno che vuol far polemica e rompere un po’ le palle.
    Improponibile è un aggettivo cattivo e tagliente, ma anche da usare cum grano salis… tanto più che gli Amelietritesse, visto che hanno anche un editore che li pubblica e li segue – e non è un editore ladro di galline, ma uno con un certo pelo sullo stomaco – nel reame dell’improponibile li vedo poco. Dico questo per restare nei confini della logica.
    Poi ecco… il tuo è un giudizio personale, benissimo: ci piacciono le opinioni. Ma se non lo motivi, non è altro che una scoreggia in ascensore: insensata, puzzolente e ridicola. E te lo dico anche in qualità di persona che ha scritto il pezzo… come io ho impiegato qualche ora per farlo, allora tu regalaci un paio di minuti per spiegare il senso della tua sparata. Altrimenti dai… ci siamo capiti

    Rispondi
  1. Manwell.it » Blog Archive » AMELIE TRITESSE su Radio Città Futura e Black Milk magazine

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