School of rock journalism

[Da Creem, marzo 1976. Di Peter Laughner]

Lou Reed – Coney Island Baby (RCA, 1975)

La mia copia promozionale di questo disco mi ha fatto diventare talmente malinconico e depresso che mi sono ubriacato per tre giorni di fila. Non sono andato al lavoro. Ho avuto un litigio orribile e sono venuto alle mani con mia moglie, tutto per uno stupido flacone di Valium da 10 mg (mi ha lanciato addosso un posacenere, un mattone e un candelabro alto un metro, ma io sono riuscito a metterla a terra, mi sono seduto sul suo petto e le ho sbattuto la testa sul pavimento di legno). Ho chiamato il direttore di questa rivista – a mie spese – e non ho fatto altro che vomitare catarro in uno stato di stupore alcolico per tre ore, nutrendo segretamente la speranza che almeno lui potesse darmi un appiglio per capire perché mai questo disco avrebbe dovuto piacermi. Poi ho telefonato a mia cognata: “Dai vieni a trovarmi e fammi un pompino mentre sono svenuto”. Ho scroccato da bere a chiunque mi si avvicinasse o mi facesse entrare in casa propria. E ho finito in gloria svenendo, dopo aver vomitato ed essermi pisciato addosso, mentre provavo con la mia band. Il cantante mi ha risvegliato a calci. Poi mi ha riportato a casa il mio migliore amico, che mi sopporta da tanto tempo: la sua donna mi ha obbligato a mangiare qualcosa. Lei, in fondo al suo cuore, riusciva ancora a trovare la voglia di sorridere di fronte al mio incorreggibile comportamento… e le ho lasciato tutti i miei beni materiali, appena prima di infilarmi in bocca sei Valium (e tre pasticche di vitamina B: probabilmente ero certo che mi sarei risvegliato, oppure pensavo che così con l’autopsia avrebbero comunque dichiarato che il mio fegato era a posto). Beh, dopo aver dormito per 16 ore, mi sono svegliato e indovina cosa avevo in testa , insieme a immagini di metropoli in fiamme e onde oceaniche piene di schiuma, che esplodevano in vortici di acqua salata…

“Watch out for Charlie’s girl…
She’ll turn ya in…
doncha know…
Ya gotta watch out for Charlie’s girl…”

Che dovrebbe essere il singolo di Coney Island Baby e potrebbe diventare un grande hit se lo promuovono bene, visto che non è meno commerciale di “Saturday Night“… devono solo trovare quattro ragazzini carini da piazzare al posto di Lou Reed.

Quando ero più giovane i Velvet Underground per me erano ciò che gli Stones, Dylan, etc. erano per migliaia di altri teenager mutanti del Midwest. Sono stato esonerato dal corso di letteratura del liceo altoborghese dove andavo, semplicemente per aver mostrato una lista di titoli di libri che avevo sfogliato mentre mi sparavo ossessivamente White Light/White Heat nelle cuffie dello stereo che c’era nella stanza dei miei. Tutti i miei compiti in classe erano dei rigurgiti maniacali  sui parallelismi tra i testi di Lou Reed e qualsiasi argomento ci fosse chiesto di trattare. Ho comparato “Sweet Jane” ad Alexander Pope, “Some Kinda Love” per me era a livello di “Hollow Men” di T.S. Eliot… in più suonavo in una band e facevamo tutte queste canzoni, intossicati grazie al nostro bassista che faceva le consegne per una farmacia e si era fregato un’intera boccia da 5 litri piena di pasticche varie. In questa maniera ho intelligentemente evitato ogni tipo di responsabilità intellettuale o creativa a cavallo della fine del decennio (avevo letto tutto quello che ero riuscito a trovare nelle biblioteche locali di Delmore Schwartz, a causa di un riferimento implicito nel primo disco dei Velvet). Perché diciamolo: alla fine una persona che ha una chitarra elettrica e sa citare perle oscure tipo “Ho visto la mia testa che rideva e rotolava sul pavimento” non ha nessun bisogno di talento… c’era la direttrice del giornalino scolastico di poesia, una tizia magrissima e asmatica; e poi la professoressa d’inglese, che aveva un matrimonio infelice e mi scarrozzava a casa e dove volevo con la sua Corvette… e anche altre (c’era una ragazza che iniziò ad avere i crampi mestruali che andavano esattamente a tempo con la batteria di “Sister Ray”). A chi serviva il college e una carriera? Lou Reed era il mio Woody Guthrie, e con una quantità sufficiente di anfetamina io potevo essere il nuovo Lou Reed!

Me ne sono andato da casa. Ho vagato lungo la costa sbagliata (riuscite a immaginarvi come poteva essere tentare di convincere la gente di Berkeley, California, ad ascoltare Loaded nel 1971?). Quando è uscito il primo disco solista di Lou, ho guidato per centinaia di miglia per farlo ascoltare ai miei ex amici che erano reclusi in un piccolo ed esclusivissimo college del Midwest e sentivano solo i Dead e Miles Davis. Tutti i miei ex compagni di scuola delle superiori erano impegnati a costruirsi carriere brillanti, come psichiatri, botanici, avvocati; oppure facevano i commerciali per la IBM e si alcolizzavano (eccetto il nostro batterista  che era diventato un tossico, poi ha avuto un attacco di cuore e ora sente solo Santana). Tutte le ragazze che mi scopavo in cambio di droghe o di qualche canzone ormai avevano sposato dei tizi che erano esattamente come i loro fratelli e si erano trasferite in Florida o a Chicago, lasciando le loro copie di Blonde on Blonde e White Light in qualche armadio, insieme ai taccuini pieni di poesie scritte sotto anfetamina che io ho composto per loro. Quando Metal Machine Music era uscito, ormai avevo perso tutti i miei contatti. L’unica cosa che mi ha salvato, durante quell’estate del 1975, è stato vedere i Television per tre sere di fila e vedere Professione: reporter.

Quindi tutte quelle persone probabilmente non si accorgeranno mai di Coney Island Baby, e se mai lo faranno non cambierà nulla in ciò che è rimasto dei loro neuroni. Il maledetto disco inizia esattamente come uno degli Eagles! E a parte “Charlie’s Girl”, che ha pietà di noi ed è corta e concisa,  è tutta una lunga caduta. “My Best Friend” è una outtake dei Velvet di sei anni fa, che era divertente suonata veloce e con Doug Yule che cantava. Qui è lenta come “Lisa Says”, ma senza il suo quoziente di erotismo. Puoi metterti lì a romperti la testa per decifrare i suoni aggiunti in “Kicks”, ma non ci capirai molto (carino, c’è il suono di uno che sniffa coca e poi mi pare una fiala di popper che viene aperta, quella nella cassa di sinistra). Di sicuro puoi utilizzare meglio le tue cuffie per sperimentare le sovraincisioni fantasmagoriche di Patti Smith in Horses.

Il lato B inizia con la cosa PEGGIORE che Reed ha mai fatto, una scopiazzatura di se stesso zoppa e strascicata  in cui farnetica di essere “un dono per le donne di questo mondo” (e in effetti l’intero album mi ricorda l’immondizia che mettono nei jukebox di quei bar dove rimorchi le hostess, dove una birra costa due dollari, sulla 1st Avenue proprio sotto la Settantesima). In “Ooohhh Baby” c’è l’unico verso buono del disco: “tuo papà era il miglior scassinatore sulla piazza”, ma poi è una scopiazzatura inutile da Ric Von Schmidt.

E poi arriva “Coney Island Baby.” E’ semplice, patetica e stupida autocommiserazione: “Non ci crederesti, ma io volevo giocare a football per il coach”… certo, Lou, anche io lo volevo, quando pensavo fosse molto figo essere gay, alle superiori. Poi arriva un crescendo graduale, Danny Weiss butta lì un po’ di riff alla George Benson, per arrivare a una botta ANCORA PEGGIORE di autocommiserazione su quanto sia duro vivere in città e su come la gloria dell’amore ti illuminerà. Chissà. Va avanti per sei minuti.

Adesso me ne sto qui, sobrio e forse anche lucido, in uno di quei giorni d’inverno che ti fanno capire che Capodanno è lì dietro l’angolo e tu non hai fatto molta strada dall’ultimo, ma anche che se vuoi combinare qualcosa al mondo ti conviene rimboccarti le maniche e FARE DA TE. Eppure ho la sfrontatezza di dire al mio vecchio eroe, “Hey Lou, se davvero credi in quello che hai scritto nell’ultimo verso di ‘Coney Island Baby’ – ‘Sai, mollerei tutto per te’ – allora potrebbe essere il momento di farlo”.

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