For those about to read’n’rock, we salute you

Amelie Tritesse – Cazzo ne sapete voi del rock and roll (Interno 4, 2011)

Ogni tanto capita, quando si è in giro da tanti anni a far cose e scriver bizzarrie, che ci si trova a recensire dischi/libri di persone che si conoscono o con cui si ha un rapporto di amicizia. Mediamente è imbarazzante, non tanto per l’ipotetico conflitto d’interessi (ma dai… nemmeno fossi Berlusconi), quanto perché il primo pensiero è: “E se mi fa schifo, come faccio a dirlo senza rovinare una bella amicizia?”. Questo perché mediamente noi italiani siamo permalosi e difficilmente capiamo una critica sincera – ma negativa – da parte delle nostre cerchie amicali.
Capita anche, poi, che ricevi da un amico e collaboratore cose come il libro + cd degli Amelie Tritesse (dove milita, in qualità di autore dei testi/racconti il nostro Manuel Graziani) e capisci che non devi proprio preoccuparti di tutte le puttanate di cui sopra. Perché Cazzo ne sapete voi del rock and roll è carismatico e convincente già al tatto: fidatevi.

Si tratta di un’uscita particolare per un progetto peculiare, ossia un booklet di racconti di Manuel (magistralmente illustrati da Fabrizio “Pluc” Di Nicola), accompagnato da un cd in cui gli stessi sono musicati e interpretati; in uno stile (mi si perdoni il paragone forse poco calzante) che mi ricorda i Massimo Volume, per molti versi. Ma dentro c’è una forte dose di personalità: sangue di provincia pompato da un cuore di provincia, con le sue storie sospese, fatte di minuzie, sguardi, siparietti, gesti quotidiani, suoni e ricordi. E soprattutto senza un vero finale, che restano lì appese come se da un istante all’altro qualcuno dovesse premere il tasto di rewind, per farle ricominciare.

Ma, per farvi capire meglio il concetto – senza rompervi troppo le palle coi miei farfugliamenti – li ho intervistati brevemente. Leggete: tutto sarà più chiaro. E dovrete andare a comprarvi Cazzo ne sapete voi del rock and roll. Già.

Io sono un orribile cafone e mi dovete perdonare per l’approssimazione… però un pochino mi avete ricordato i Massimo Volume. Ma quali sono – se ce ne sono – i vostri numi tutelari e ispiratori?
Non ti preoccupare ché tra cafoni ci intendiamo. Per quanto mi riguarda i Massimo Volume sono stati e continuano ad essere (l’ultimo album Cattive abitudini è un gran disco, come ho scritto su queste stesse pagine) sicuramente fonte di ispirazione e, soprattutto, di “piacere”, il paragone mi onora. Oltre alla consistenza dei testi, mi piace il parlato di Emidio Clementi perché è autorevole senza essere eccessivamente impostato, da attore. Inevitabilmente veniamo accostati a chi fa cose simili, quindi ai Massimo Volume ma anche agli Offlaga Disco Pax. Nell’ambito del read’n’rock citerei anche Totòzingaro Contromungo e i vari progetti dello scrittore Enrico Brizzi: il mio preferito è quello con i genovesi Numero 6.
Ognuno di noi ha i propri numi tutelari, ce ne sono molti, forse troppi. Pensando al nostro progetto, io mi gioco i nomi di Gun Club e Diaframma. Stefano punta su Grandaddy e Mogwai. Paolo è caduto a testa bassa nella Boston indie degli anni Ottanta, rotolato nei Novanta fra Pavement, Beck e Flaming Lips ed è entrato nel nuovo secolo portandosi dietro il ricordo di Syd Barrett, mentre Giustino si diverte sempre più ad agghindare di decibel e frequenze tanto i vecchi bluesman del sud degli Stati Uniti quanto Miles Davis e Jimi Hendrix.

Come sono le dinamiche degli AT… ossia: nasce prima la musica o i testi? O sono due procedimenti paralleli che fate incontrare in un dato momento? Come componete?
Nei pezzi parlati, di norma, io porto il testo e poi interveniamo con la musica, o nel piccolo attico-studio di Giustino o direttamente in sala prove. Ogni pezzo del disco ha avuto comunque una genesi differente, anche perché alcuni sono classici pezzi con chitarra-basso-batteria, altri partono da una base elettronica. Ti faccio degli esempi: in “Liverpool pub” ho adeguato il testo ad una suite di musica elettronica di Giustino, più o meno lo stesso è accaduto con “Oplà” e “Biciclette” dove sono intervenuti nella composizione Paolo e Stefano, suonando e cantando nella seconda parte. “Suddenly”, “At the door” e “Le 2 Sofia” sono vere e proprie canzoni di Paolo senza elettronica, con me e Stefano che ci alterniamo tra basso e batteria. La title track, tutta suonata in acustico, è l’unico pezzo nel quale c’è anche la chitarra elettrica: dopo che io ho raccontato la mia storia per un tot di minuti ed il pezzo sembra finire, esplode una micro canzone cantata da Paolo. Insomma, il progetto musicale è abbastanza variegato sia su disco che dal vivo.

In che contesti riuscite a esibirvi, data la vostra proposta piuttosto particolare?
Finora abbiamo fatto una quindicina di concerti e secondo me abbiamo avuto la “fortuna” di suonare sempre in contesti diversi. Dall’happening artistico un po’ radical chic (Roma) al club rock vero e proprio (Bologna, Pescara); dal circolo culturale alla galleria d’arte; dal localino buio dove gli astanti si trinciano di alcol e non ti degnano della minima attenzione fino al bar-libreria (Avellino) e alla manifestazione via uno avanti l’altro (Faenza). Da queste esperienze abbiamo capito che ci è più congeniale un posto raccolto dove le persone sono lì per sentirci e magari sorridere, anche amaro, ascoltando la musica e le storie che raccontiamo loro.

Come vi siete trovati e come è nata l’idea di questo progetto?
Nell’estate del 2007 è uscito il mio romanzetto La mia banda suona il (punk)rock e stufo di fare le solite presentazioni imbalsamate mi è iniziata a frullare in testa l’idea di movimentare un po’ la faccenda. L’occasione ci è stata servita su un piatto d’argento quando mi hanno invitato a presentare il romanzetto in una manifestazione estiva alla Villa Comunale di Teramo; lì c’è un bel palco dentro un laghetto artificiale (una specie di palafitta) dove di solito suonano gruppi rock, jazz, ecc. Così ho chiesto a Paolo, che è un amico di vecchia data, di fare qualcosa assieme alternando mie letture a sue canzoni. Da subito abbiamo tirato dentro l’altro comune amico Giustino Di Gregorio che si è occupato della parte elettronica del progetto. Dopo un po’ si è aggiunto il fine battitore di tamburi Stefano Di Gregorio, che già suonava la batteria con Paolo, e il cerchio si è chiuso. Con l’ingresso di Stefano ci siamo progressivamente spostati dal classico reading fino a diventare quello che siamo ora: un gruppo di read’n’rock con chitarra, basso, batteria, elettronica, voce cantante e voce recitante.

Il vostro cd+booklet è un’uscita intrigante, ma anche coraggiosa… è stato semplice trovare chi ve lo producesse?
In realtà è stato molto più semplice del previsto. Abbiamo registrato 5 pezzi, praticamente in presa diretta, in un giorno e mezzo. Ne abbiamo fatte 7-8 copie e le abbiamo mandate a piccole etichette che secondo noi potevano essere interessate. Dopo neanche una settimana dall’invio mi ha chiamato Massimo Roccaforte di NdA e ci ha “bloccati” immediatamente. Ci fa enormemente piacere esserci trovati con Massimo perché apprezziamo il lavoro che fa con NdA ed i cd-libri che pubblica su Interno 4 Records (ma anche le ristampe punk su Shake) che sono, come dici tu, davvero “intriganti”. Massimo si è dimostrato entusiasta di quei 5 pezzi e ci ha chiesto di registrarne altrettanti per mettere insieme un album vero e proprio. Detto fatto: un altro paio di giorni in studio e il disco era pronto. La data di pubblicazione ha subito ritardi perché non riuscivamo a trovare il disegnatore adatto, poi è spuntato miracolosamente il pescarese Fabrizio “Pluc” Di Nicola e ci ha fatto svoltare. Riteniamo che le sue illustrazioni siano un vero valore aggiunto, che abbiamo colto perfettamente il senso dei pezzi e dell’intero progetto.

Che rapporti avete – se ne avete – con la scena musicale delle vostre parti?
Conosciamo bene la scena musicale abruzzese e, più in particolare, quella della nostra città, Teramo. Abbiamo buoni rapporti (anche di amicizia in alcuni casi) con tutti quelli che, di dritto o di rovescio, suonano roba obliqua e fuori dagli schemi. Io più da ascoltatore e fan, gli altri più dal di dentro dato che ne fanno parte da anni come musicisti. D’altronde il tempo passa, puttana eva. Io e Paolo ci avviciniamo ai 40, Giustino ai 50 e pure Stefano, che il più giovane del gruppo, sta “invecchiando”. Paolo è una “istituzione” dell’indie rock cittadino: negli anni Novanta ha guidato gli Orange Indie Crownd con cui ha pubblicato il disco Choke Your-gas-M su Vurt Records nel 1998. Assieme a Giustino ha dato vita agli Iver and the drIver; hanno all’attivo l’album del 2006 su Ghost Records, Samples and Oranges. Di recente ha messo su i delaWater nei quali, peraltro, suona la batteria Stefano. Non è da meno il pedigree di Giustino che nei primi anni Novanta è stato un pioniere della scena del taglia e cuci all’italiana, tanto da pubblicare il suo debutto del 1999, Sprut, con l’etichetta americana Tzadik Records di quel genio del rumorismo mondiale che risponde al nome di John Zorn. Poi, come ti dicevo, ha messo in piedi con Paolo gli Iver and the drIver, si è dedicato all’autoproduzione di The Incredulous Eyes Project e al progetto di sonorizzazione Secondopiano. Anche Stefano può dire la sua in quanto ad esperienze musicali avendo suonato, negli ultimi 10 anni, con gruppi dai nomi a dir poco fantasiosi come Condominio Abracadabar, Pantofon Gare, Gaetano e Gaetano, Pretusa Mens, Iver and the drIver e delaWater. Intrecci a go-go, come avrai capito.

Concettualmente siete molto rock’n’roll; a livello di impatto sonoro percorrete altri sentieri, più raffinati, intimisti, forse vicini a certo indie rock d’autore; come conciliate queste due anime e da dove arrivano?
C’hai preso, grazie! Personalmente il rock’n’roll è una delle poche cose che rende accettabile l’essere al mondo. I “sentieri raffinati, intimisti, vicini a certo indie rock d’autore”, come li chiami tu, sono merito soprattutto di Paolo, Giustino e Stefano. Col passare degli anni io sono diventato né più né meno che un povero bifolco appassionato di putrido garage-punk e r’n’r demente, ma da ragazzo ho seguito anch’io il cosiddetto rock alternativo o indie-rock che dir si voglia, e non solo quello americano di Dinosaur Jr, Pavement, Superchunk, ecc. I “suoni” degli Amelie Tritesse per me sono anche un piacevole tuffo nelle atmosfere di un passato spensierato che non tornerà più. Pensa che quando suoniamo “Le 2 Sofia” per un attimo m’illudo di essere il batterista dei Waterboys e mentre sbatacchio le spazzole sul rullante in “Suddenly” piombo letteralmente dentro Earth, Sun, Moon dei Love and Rockets.

Domanda per Manuel in particolare: i tuoi racconti mi colpiscono perché hanno due caratteristiche salienti (almeno per me, che ovviamente non faccio testo): da una parte trasudano quel liquido amniotico sublime, ma mortifero, in cui solo nella provincia è possibile sguazzare; dall’altra parte sono carveriani nella loro capacità di farti identificare, di non sconfinare nel fantasioso conclamato. E, come se non bastasse, non sembrano mai avere un finale netto, tipo da film in cui vedi la scritta THE END. Fanno presagire un loop infinito, un ripetersi delle situazioni e un’atmosfera di disagio sospeso. Da dove peschi per la tua ispirazione? Quanta autobiografia c’è?
Intanto ti ringrazio; direi che c’hai preso in pieno un’altra volta. Ti rispondo per punti. Le mie storielle riflettono inevitabilmente quello che mi piace leggere e, tanto per confermare il tuo accostamento che mi lusinga enormemente, Carver l’ho divorato come molti appassionati di narrativa americana. Sono un provinciale fiero di esserlo; in provincia ci sono nato, ho scelto di viverci e spero di morirci. Se c’è una cosa che proprio non sopporto è il mondo del “fantasy” in tutte le sue fottute declinazioni. I finali non mi sono mai piaciuti, figuriamoci quelli che finiscono bene (e scusa il gioco di parole). Nel tempo ho imparato a nasconderlo, ma spesso mi sento a disagio e ancor più provo disagio per conto terzi. Nella musica come nella vita mi piace la reiterazione, con degli strappi qua e là a rompere la monotonia meccanica che diventa esercizio o, peggio, routine. L’autobiografia c’è e non faccio nulla per nasconderla, ma spesso sta dove meno ci se lo aspetta, tra le righe, nelle pieghe nascoste. L’ispirazione la traggo un po’ ovunque: nelle letture, nei film, nei solchi dei vinili, nella televisione, nel percorso in macchina casa-lavoro, nei bar, al supermercato, tra i denti bianchi e le rughe di mio padre, nello sguardo allegro e talvolta inquisitorio di mia figlia, nelle braccia sottili, forti e bellissime di mia moglie.


suddenly
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AmelieTritesse | Myspace Music Videos

Nederbiet bloody nederbiet

Jerome Blanes – Outsiders by Insiders (Misty Lane Books, 2010, 168 pag.)

Che piaccia o no, Misty Lane è un po’ il corrispettivo europeo di Ugly Things – fatte le debite e imprescindibili proporzioni. E quest’ultima operazione editoriale in cui si è imbarcata conferma la percezione: un libro tutto dedicato agli olandesi Outsiders, alla loro storia e a ogni dettaglio che li riguardi (e Ugly Things, tempo fa, dedicò un intero volume agli altri olandesi d’oro, i Q65).

Questo Outsiders by Insiders – precisiamolo – è una traduzione. Il libro ha avuto una primissima pubblicazione in olandese alcuni anni orsono (2007); con la trasposizione in lingua inglese ovviamente si cerca di allargare il tiro al mercato internazionale degli appassionati di Sixties sound e derivati.
Detto questo, la sensazione – piacevole anche – è che sia comunque un volume per pochi appassionati dall’indole hardcore. Un po’ perché si concentra su una band fondamentale, ma sostanzialmente non famosa (per apprezzare la scena Sixties olandese occorre essere un po’ più appassionati degli altri e un po’ più conoscitori della media, si sa); un po’ perché si tratta di una storia maniacale, scritta con attenzione a minuzie che a tratti possono scoraggiare anche i fan e i curiosi più ben disposti (nomi di persone, di club, di scuole e di vie si susseguono in un turbine capace di confondere nel giro di poche decine di pagine).

Il succo, quindi è che dovete essere pronti a immergervi nel mondo degli Outsiders come se doveste scrivere una tesi di dottorato su di loro, imparando anche qualche parola di gergo olandese. In cambio dei vostri sforzi, però, avrete in regalo (beh, proprio regalo no, visto che costa 20 euro) le chiavi di un mondo in cui avrete il privilegio di curiosare ampiamente – magari anche in qualche cassetto dimenticato. A compendio, poi, ci sono una marea di foto che raccontano una storia già da sé.

Unico vero appunto: la prosa di mr Blanes non è delle più brillanti (diciamo anche piuttosto noiosa: non è certo uno di quei cronisti/giornalisti che si mettono in gioco in prima persona nel raccontare le cose) e la traduzione dall’olandese non è esattamente ineccepibile – sono rimasti un po’ di refusi. Per non parlare della scelta di lasciare molte parole in lingua originale, ma in contesti che proprio non hanno alcun senso. Un vezzo pittoresco, ma piuttosto fastidioso alla lunga.

What happens in New Orleans stays in New Orleans

Il 22 aprile 1991 Johnny Thunders parte dall’aeroporto di Colonia: destinazione New Orleans. Ha un paio di chitarre, le sue fedeli sacche di pelle e una valigia piena di abiti. Oltre a un bel rotolo di dollari in contanti in tasca, frutto dei concerti giapponesi e della rapida session in studio coi Die Toten Hosen.
Dopo diverse ore di volo fa scalo a Chicago e telefona allarmato alla sorella Mariann: dice che ha perso il biglietto aereo, in aeroporto. Lei gli fa immediatamente arrivare del denaro con un vaglia telegrafico, che non viene però riscosso.
Non è chiaro come, ma Johnny arriva a New Orleans, The Big Easy; prende un taxi e si fa lasciare – tra le 21:30 e le 22:00 – davanti all’hotel St Peter House, tra Burgandy e St Peter Street.

Lesley Carter (il receptionist in servizio quella sera): “Era vestito di nero dalla testa ai piedi e sudava. Temevo che mi svenisse addosso. Non era scortese. Era pallidissimo, sembrava quasi una geisha”.

Gli viene assegnata la stanza numero 37: una cameretta con un letto solo e il televisore appeso al muro, anche perché non ci sarebbe altro spazio dove metterlo, e un bagno microscopico. Johnny appoggia i suoi bagagli per andare a fare un giro rapido per Bourbon street; poi rientra in albergo e telefona alla sorella.

Mariann Bracken: “Abbiamo parlato per un quarto d’ora più o meno. Stava da dio, mi ha detto che gli piaceva tantissimo lì, era pieno di gente che cantava per strada. Diceva che aveva guadagnato bene in Giappone e scherzando mi ha detto che forse per l’anno venturo avrebbe dovuto pagare le tasse perché aveva avuto delle entrate. Non gli era mai capitato”.

A questo punto, dall’istante in cui Johnny chiude la telefonata, inizia una concatenazione di eventi che nessuno ha mai definito con certezza e che, a 20 anni di distanza, resta avvolta nella nebbia. Ovviamente la ricostruzione che tenteremo di fare è un’impresa totalmente speculativa, che si basa sulle poche testimonianze esistenti e su un’inchiesta fatta sul campo (rimasta incredibilmente inedita e peraltro andata perduta) dall’amico Mike Hudson, cantante dei Pagans, nonché saggista, giornalista e reporter eccezionale. Mike infatti ha acconsentito a raccontare a Black Milk, in esclusiva, quello che ricorda della sua indagine svolta poche settimane dopo la morte di Thunders.

Secondo Nina Antonia, la biografa ufficiale di Johnny, dopo aver parlato con la sorella e il cognato, Thunders fa amicizia con i due suoi vicini di stanza, due fratelli che si chiamano Marc e Mike Ricks – non è assolutamente chiaro come e a che ora ciò avvenga. I tre si fanno un paio di canne, poi escono: vanno a bere qualcosa in un bar del quartiere francese, poi rientrano in hotel. A questo punto i fratelli tornano in stanza, dove cadono in un sonno profondo.
Vengono svegliati da una serie di colpi che provengono dalla stanza adiacente – li descrivono come “rumori di una rissa in cui nessuno parla”.

Verso le otto del mattino l’addetta alla reception telefona alla stanza di Johnny, che risponde e viene redarguito per il baccano fatto durante la notte; stranamente lui chiede se può scendere al desk a parlare con la donna, ma non lo fa. Si perdono le sue tracce fino alle 15:30 circa, quando durante la pulizia quotidiana delle camere il suo corpo viene ritrovato. E’ rannicchiato ai piedi dell’armadio; intorno la stanza è un caos totale.

Nina Antonia riferisce che a trovare il corpo è l’addetta alle pulizie Mildred Coleman, ma non riporta nessuna sua dichiarazione. Ed Snyder del blog Cemetery Traveler, invece, racconta di aver fatto una puntatina all’hotel e di avere parlato con un tale Royce (un uomo, dunque?) – il factotum ultrasessantenne dell’albergo – che gli avrebbe spiegato come ha trovato il cadavere.

Ed Snyder: “Royce ha trovato il corpo sul pavimento, con le lenzuola del letto strette tra le mani rigide. Dal tono solenne con cui mi parlava ho intuito che quest’esperienza l’ha segnato molto e non nascondeva una certa sfiducia nell’operato delle forze dell’ordine nel gestire il caso”.

Abbiamo anche raggiunto via email Mike Hudson, che circa due settimane dopo la morte di Johnny è a New Orleans per scrivere un pezzo di giornalismo investigativo per conto di Hustler; e conferma la versione di Nina Antonia.

Mike Hudson: Sono stato al St. Peter Guest House e ho parlato sia col direttore che con la donna delle pulizie che aveva trovato il corpo.

Willy De Ville, che abita a pochi metri e sta suonando la chitarra seduto su un gradino con un paio di amici, praticamente di fronte all’albergo, assiste ignaro al trasporto della salma da parte degli uomini dell’ufficio del coroner. Lo racconta nel film-documentario dedicato a Johnny, So Alone. Inizialmente pensa si tratti di qualche losco personaggio, probabilmente un politico che è morto d’infarto mentre era con qualche prostituta minorenne; solo dopo viene a sapere che il cadavere è quello Johnny Thunders.

Willy De Ville: “Era in rigor mortis e il corpo era piegato a forma di U. Hai presente quando uno si butta a terra in posizione fetale, piegato in due? Mi sono detto ‘ Cavolo, quel tizio deve avere fatto una bruttissima morte’. Era piegato come un pretzel”.

Per i poliziotti intervenuti non c’è dubbio e chiudono sbrigativamente la pratica: si tratta dell’ennesimo Signor Nessuno tossicomane, che arriva a New Orleans e muore d’overdose. Non si preoccupano minimamente dello stato in cui è la stanza, completamente sottosopra. Raccolgono i pochi effetti personali che trovano e li fanno recapitare alla famiglia di Johnny; peccato che mancano le due chitarre, alcuni vestiti che si era fatto fare su misura durante il suo viaggio in Thailandia e Giappone, il denaro contante, i flaconi di metadone che aveva con sé, il suo passaporto, i taccuini coi testi, le scarpe. In pratica i bagagli di Johnny tornano a casa vuoti, cosa che insospettisce immediatamente la famiglia.

Chrissy Bracken (nipote di Johnny): “Pensavano fosse il solito tossico senza nome. Non avevano capito l’interesse che avrebbe suscitato la notizia. Sembra ci fosse una siringa nel gabinetto, ma i poliziotti l’hanno gettata via senza farla analizzare. Dicono che dall’autopsia non risultava l’assunzione di alcool, ma hanno interrogato un barista che ha detto di aver bevuto con lui in serata. L’alcool rimane in circolo per un bel po’, tra l’altro”.

Ed Snyder: “Royce [la persona che secondo Snyder avrebbe trovato il cadavere – n.d.a.] mi ha spiegato che secondo lui si era trattato di un omicidio, non di suicidio, perché quando è entrato e ha visto il corpo, ha notato che mancavano le chitarre e i vestiti di Johnny. Secondo lui qualche cosiddetto amico gli ha fatto una dose letale e poi è scappato rubando le sue cose.

L’autopsia non è rivelatrice delle cause di morte, tanto che – stando a Nina Antonia – mostrerebbe la presenza di cocaina e metadone ma in quantità tali da non risultare letali. Dai test medici, invece, viene scoperto che Johnny soffriva di uno stato avanzato di leucemia, condizione che lo stava debilitando gravemente e di cui lui, con molta probabilità, non era al corrente. Resta il dubbio, comunque, che l’esame post mortem sia stato condotto frettolosamente o – ancor peggio – truccato.

Mike Hudson: “Non c’erano ferite o lesioni sul corpo e niente altro che potesse indicare una causa di decesso diversa. E’ davvero strano, comunque, che dall’autopsia non sia risultata nemmeno l’LSD, perché tutte le persone con cui ho parlato mi hanno confermato che nel cocktail che gli hanno dato ce n’era”.

A questo punto, nonostante la versione ufficiale che vuole Thunders morto per overdose di metadone, sono inevitabili le speculazioni su come siano effettivamente andate le cose. Più fonti raccolgono, nei meandri delle strade di New Orleans, la voce insistente che si sia trattato di un omicidio a scopo di rapina – che spiega in modo piuttosto lampante la mancanza di gran parte dei suoi effetti personali dalla stanza.

Dee Dee Ramone, nella sua autobiografia Poison Heart, ad esempio, scrive di aver ricevuto – il giorno dopo il decesso di Johnny – una telefonata eloquente da Stevie Klasson, il chitarrista ritmico di Thunders, che gli avrebbe raccontato ciò che aveva sentito.

Dee Dee Ramone: “Mi hanno detto che Johnny si era immischiato con dei bastardi… che gli hanno fregato tutto il metadone. Gli hanno dato dell’LSD e l’hanno fatto fuori. Lui aveva raccolto una grossa scorta di metadone in Inghilterra, gli serviva per viaggiare e per tenersi lontano dai quella gente di merda – gli spacciatori, gli imitatori di Thunders e tutti i perdenti di quella risma”.

Non mancano dubbi inquietanti sia sull’identità delle due persone che entrano nella camera di Johnny, sia sui motivi per cui l’autopsia sembra non essere coerente con le cause di morte ufficiali.

Mike Hudson: “Thunders è uscito ed è tornato in camera insieme a un paio di tizi; a un certo punto se ne sono andati e dopo l’hanno trovato morto. New Orleans è un posto bastardo; più di una fonte mi riferì che i due che avevano accompagnato Johnny in camera erano informatori della polizia, quindi sarebbe plausibilissimo che tutta la faccenda sia stata insabbiata dalle autorità. Comunque erano due che vivevano in strada”.

Il musicista di New Orleans “Sneaky” Pete Orr, che conosceva Thunders tramite il proprio fratello, conferma che al momento della morte Johnny era ancora dipendente dall’eroina, ma non aveva nessuna intenzione di morire. Anzi, era arrivato a New Orleans proprio per mettere insieme una nuova band e sperimentare con sonorità più jazz e diverse.
Sempre secondo Orr, Johnny avrebbe incontrato due punkabbestia (“gutter punks”, li definisce) al Kagan’s, un bar malfamato e ritrovo di tossici che si trovava su Decatour street – e ora è chiuso. Sembra che li abbia invitati in albergo per farsi tutti assieme, ma invece quelli gli hanno fatto un “hot shot” (una dose di eroina mischiata con qualche altra sostanza tossica) con la precisa intenzione di ammazzarlo e derubarlo.
Pare anche che i due sospetti siano anche stati visti, pochi giorni dopo, nel Quartiere Francese con addosso alcuni vestiti di Johnny.

Dopo ben 20 anni non sembra esserci verso di far luce su quanto accaduto. Non giovano una certa ostilità della polizia locale – contro cui la famiglia di Johnny si è scontrata fin dai primi giorni dopo il tragico lutto – e l’uragano Katrina che ha spazzato via l’intero archivio in cui la documentazione del caso era custodita.
Lo scenario più plausibile, alla luce di quello che viene detto e sussurrato da anni, è che Johnny sia rimasto vittima di un paio di balordi che l’hanno sedato con un bel cocktail di sostanze e gli hanno portato via tutto. Molto probabilmente non si è trattato di omicidio volontario, ma qualcosa è andato storto: lui avrebbe dovuto risvegliarsi il giorno dopo, stonato e confuso, oltre che senza più un dollaro. Ma non è successo. A complicare la faccenda c’è la probabile connivenza dei due con la polizia locale, che evidentemente non ha ritenuto opportuno fare analisi approfondite e – forse – ha anche fatto in modo che i risultati dell’autopsia escludessero l’ipotesi di omicidio: tutto per proteggere due informatori magari preziosi.

Willy Deville: E’ stata una fine tragica, capisci, non se n’è esattamente andato in modo glorioso. Così mi è venuto in mente che potevo almeno fare in modo che sembrasse una morte epica, sai, per rispetto nei suoi confronti, così ho detto a tutti quelli che mi telefonavano che Johnny era morto ed era stato trovato sul pavimento con la sua chitarra in mano. L’ho inventato. In realtà

Mike Hudson: Se non sei mai stato a New Orleans, ricordati che è un posto strano e bastardo. e questo nelle sue giornate migliori. E’ pieno di disperati, truffatori, puttane e spacciatori, quasi tutti sono lì per strada e i turisti arrivano con il solo obiettivo di sconvolgersi. Il che li rende prede facilissime. E’ un posto pericoloso, sempre potenzialmente violento e più caldo dell’inferno – e il caldo porta alla luce il lato peggiore delle persone.


Bonus tracks

Il 24 settembre del 2009 tre membri della Louisiana State Paranormal Research Society passano la notte nella camera 37 del St. Peter House di New Orleans. Sono lì per documentare – anche in diretta radiofonica – l’eventuale manifestazione di fenomeni paranormali nella camera in cui è morto Johnny. Inutile dire che lo show è una discreta bufala, ma vale la pena – per il gusto del folklore – ascoltare alcuni clip mp3 che sarebbero stati registrati proprio nella stanza e che proverebbero la presenza di Johnny e di Sable Starr (la famosa groupie che è morta di cancro al cervello nel 2009). Enjoy:

Johnny e Sabel salutano
Johnny parla mentre una sua canzone suona nella stanza
Johnny dice “Yep”
Sabel Starr risponde a una domanda
Johnny risponde a una domanda e s’incazza
Lo show radiofonico intero (molto lungo e confusionario)

Fatti un trip sullo scuolabus

Yellow School Bus Factory – Antistatic! (Autoproduzione, 2011)

Uh, roba che scotta, baby. I Yellow School Bus Factory (di Aosta) giungono al secondo disco, dopo che il primo (Operation Big Bear, EP uscito per la Stuprobrucio Records) se lo erano cagati in pochi. Un vero peccato, da non ripetere adesso, perché i ragazzi capitanati da Davide Bortolato ci sanno fare. Immaginate di saltare su una giostra colorata con forti accenti Sixties veloce, ipercinetica, allucinata e spassosa: vi farete un bel viaggio lisergico, scenderete inebetiti e soddisfatti. Questo disco è infatti imbevuto di psichedelia anni Sessanta, pieno zeppo di voci riverberate, chitarre che creano vortici deliranti manco fossero imbracciate dagli Who, melodie zuccherose ma complicate. Il tutto filtrato con la lente d’ingrandimento del garage, del surf, del rockabilly.

Per gli amanti delle definizioni: garage psych all’ennesima potenza, con brani robusti, che non si vergognano di mostrare i muscoli, rotti da intermezzi noise memori della lezione impartita dalla scena indie a stelle e strisce degli anni Novanta, utilissimi a scongiurare l’inserimento dei nostri nel filone bollito dello sterile revival. È proprio questo il punto di forza di Antistatic!: l’essere legato a una musica dalle radici consolidate, ma suonare allo stesso tempo fresco e moderno, delicatamente sperimentale e funzionalmente tosto. Dodici pezzi coerenti e coesi, da ascoltare e riascoltare (l’album non è immediatissimo, entra in circolo piano) dove vi sembrerà di assistere a un folle incontro orgiastico tra Byrds, Flaming Lips, i già citati Who, Buffalo Springfield, Dinosaur Jr, Kinks, Seeds.
Antistatic! è l’ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che in Italia esiste un sottobosco rock’n’roll che merita la nostra attenzione.

The Wild Brunch #7

The Wild Brunch # 7

Rieccoci, puntuali come lo stimolo di andare al cesso dopo caffè e sigaretta al mattino presto.
Ribadiamo, ancora una volta, che The Wild Brunch è una rubrica di recensioni non proprio toccata e fuga, ma neppure lunghe e articolate; qui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi di un certo spessore o a band che ci colpiscono in modo particolare.
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco, bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
E ora che inizino le danze. Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco… no?

Hunters of MaizeBust My Flipper (Poker, 2011)
Di sicuro per molti di voi sarà incomprensibile calarsi in certi piccoli, ottusi e urticanti drammi da recensore. Ed è anche sacrosanto, per carità. Però abbiate un attimo di pazienza e cercate di immedesimarvi… quando ricevi un cd con letterina di accompagnamento scritta a mano, su foglio a quadretti, con una decina di righe che trasudano entusiasmo ingenuo a go-go, un po’ di nostalgia ti viene. Ti rivedi 15-20 anni fa. Poi però, mannaggia al Vaticano, se il cd è una delusione ci resti male. Questi Hunters of Maize si definiscono un “rotten mix of Sixties proto punk and horror punk sounds”… in realtà siamo più vicini a un ordinario punk rock con voce ululante alla Nirvana e -soprattutto – un suono di chitarra veramente fuori centro, da demo tape di grunge band anni Novanta. Insomma, la mira è sbagliata e questo cd è – francamente – un minestrone di Nirvana, Misfits e punk generico. Ma i ragazzi in questione sono giovani e hanno tempo per ravvedersi. Se davvero vogliono fare ciò che dicono. PS: continuate nella vena di “Enter Jesus”… è la strada giusta. Ma occhio ai suoni di chitarra, per dio…
[Voto: 1/2 – Consigliato a: amici e parenti, punk alle prime armi, grungettari under 16]

Ibrido XNNon ingerire (Action Directe/Alkemist Fanatix, 2010)
Rock, elettronica, vago post punk, nu-metal e una inquietante secchiellata di italianità melodica – della risma di Subsonica/Negramaro e bella gente simile. Un disco impeccabile, levigato come un marmo, iperprodotto… perfetto per le major in cerca di svecchiare i cataloghi con qualcosa di gggggiovane, ma commestibile, adatto a passaggi in Rai e ruffianate assortite. Gosh. Onestamente, mi fanno paura queste cose. Passo.
[Voto: 0 – Consigliato a: talent scout della Sugar, consulenti musicali di Viale Mazzini, poppettari italici con la fregola rock momentanea]

IndigoSfumature (Inconsapevole/Alkemist Fanatix, 2011)
Uhm… curriculum underground interessante, per questa formazione capitanata da un Seed’n’feed e con dentro un ex Raw Power. Però sono abbastanza confuso. Loro parlano di emo-core old school con influenze Samiam, Descendents, All, Face To Face, Fugazi; quello che sento io è un robusto rock malinconico, melodicissimo e italianissimo, in certi frangenti alle soglie del Sanremo Giovani. Non è un album insulso o scialbo di sicuro – anzi ha dei buoni momenti di ispirazione, energetici e caldi (dalla quarta traccia in poi) – però il cantato in italiano, la voce impostata da “Vota la voce 2011” e una produzione veramente iperpatinata probabilmente gli hanno levato palle e attributi. Con un po’ più di cazzimma e di zozzeria, probabilmente avrebbe potuto diventare una delle sorprese dell’anno. E poi il cantato in italiano no, vi prego…
[Voto: 1+1/2 – Consigliato a: emo-corer dai gusti molto mainstream, melomani, rocker malinconici]

Madunina calling

Club 27 – For Dishes and Souls (Rocketman Records, 2011)

I Club 27 si vestono come i Ramones, ma suonano come i Clash di London Calling (altro…)

Mexico y panetùn: il Cartello non perdona

Santa Muerte – Mi Familia, Mi Sangre (Autoprodotto, 2010)

Loro sono i rock’n’roll caballeros dell’hinterland meneghino e non temono nulla – a parte, forse, le letali salsicce della Trattoria il Buongustaio, che stendono i talebani solo con l’odore, figuratevi a mangiarle (altro…)

La repubblica delle (tre) banane

Trio Banana – Baby Save My Soul (Bubca, 2011)

Hey, vieni anche tu nei Bubca boys! Come dici? Sono casinisti, caciaroni, ubriachi e squinternati? Beh, ma dovrebbe essere il motivo per unirti a loro, cazzo. Ah, ok, non ti fidi di certa gente perché hai ascoltato una volta una cassetta dei Duodenum e sei dovuto correre a confessarti per l’orrore. Allora tranquillo. Torna pure coi Rinco boys e salutaci caramente Alberto Castagna. Anche perché qui abbiamo di meglio da fare, tipo spararci il cd dei Trio Banana, nuova creatura dell’etichetta più ricercata dall’Interpol per violazione dei canoni della decenza più basilari. E buttala via…

50-copie-50, nel solito Bubca-formato cd-r, ma per la prima volta con copertina a colori, questo Baby Save My Soul è un rigurgito incontenibile di punk, noise, lo-fi e blues (e come avrebbe potuto essere diversamente?). La vera chicca è che rispetto alla media delle ultime uscite Bubca – avvelenate fino al midollo e schiumanti dalla bocca – nei Trio Banana si ravvisa la presenza di canzoni. Magari non costruite e cesellate finemente, ma l’impressione è che ci sia un tipo diverso di approccio, quasi ragionato. Diciamo almeno quanto un macrocefalo schizofrenico in acido possa essere ragionevole e progettuale.
Questo per dire che sotto ai quintali di zozzeria lo-fi e alla registrazione da manicomio criminale c’è anche una certa consistenza e dei bei brani (davvero). Tanto che – orrore e bestemmia – verrebbe da chiedersi cosa ne uscirebbe se i nostri tre talebani registrassero leggemente meno in cessofonia.

“Il 2012 è dietro l’angolo… la fine è vicina e questa è la sua colonna sonora”. E sticazzi… forza Bubca.

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