Everything went Robanera

Robanera – s/t (autoprodotto, 2011)

E’ incredibile come girando in Rete io non abbia trovato praticamente nessuna traccia dei Robanera, eccetto la loro pagina Myspace. Non una recensione, un’intervista, una segnalazione… beh, cara la mia “critica” musicale italiana, hai cannato, cappellato, sbagliato, pestato un merdone.

Va bene confesso che – anche se mi bullo e faccio il brillante – ho comunque scoperto solo casualmente la band; ma detto questo è innegabile che basta un grammo di curiosità per rendersi conto di quanto i Robanera meritino e siano un gruppo peculiare, soprattutto in questo momento storico. Quindi il concetto resta il medesimo: informatevi, ascoltateli, parlate di loro. Cazzo.

“E da cosa deriva cotanto entusiasmo, di grazia?” vi starete domandando… è presto detto: provate a immaginare una versione più lo-fi, acida (e meno autoreferenziale) dei Black Flag dell’ultimo periodo miscelata a succo di Saint Vitus e Obsessed; marinate il tutto in una dama di vino rosso da 13 gradi almeno e via, il gioco è fatto: avrete questo cd con otto brani di ottimo sludge core/proto-doom pesante come un cingolato sovietico e nero come la ruggine più infetta, raschiata da carcasse metalliche improbabili.

Lo schema è minimale, ma di quelli rischiosi: riff a martello su tempi per lo più rallentati, con stop & go per creare la tensione e cantati disperati (con testi di poche parole: ho trovato eccezionale questa cosa… il testo del brano “Robanera” è composto solo e unicamente da tre vocaboli, per fare un esempio). Il margine per cadere nella banalità da tredicenni pseudometallari è altissimo, ma è proprio qui che emerge la stoffa di questi ragazzi, che vanno ad attingere in quel medesimo pozzo putrescente e pulsante da cui pescarono i loro numi ispiratori.

Se la sacra triade di cui sopra vi dice qualcosa, sapete cosa fare. Anzi, cosa dovete fare. Robanera.

Blues walked like a picciotto

Waines – Sto (Autoproduzione, 2011)

C’è modo e modo di suonare il blues. Personalmente è un genere che non mi cagai mai a sufficienza, fino a che un bel giorno non conobbi i Gun Club. Dopo Miami, nulla fu più come prima: andai allora alla ricerca del tempo perduto, recuperando le cose della Chess, John Lee Hooker, la Fat Possum, ecc…
Insomma, mi avvicinai alla musica del diavolo. Ma come tutte le cose belle della vita, da cui ricevi soddisfazione nel farne e nell’usufruirne, anche il blues va fatto come dio (ops!) comanda: per dire, pollice su per gli artisti citati prima, pollice giù per bluesman plasticosi e artefatti alla Clapton, King e compagnia suonante. Quel blues immobilista, formale (in una parola: finto) lo lascio volentieri ad altri.

I Waines il blues lo sanno suonare. Questo disco è una bomba, ve l’assicuro. Sono in tre, vengono da Palermo e Sto è il loro terzo album: undici pezzi dove il genere viene trattato in tutte le sue diramazioni e svariati accoppiamenti: hard, psych, proto-stoner, folk. Gli elementi che contraddistinguono e tengono saldamente unito l’intero lavoro, rendendolo un blocco di granito omogeneo, sono il groove e l’approccio “matematico”: il culo che si muove incessante, la testolina che fa costantemente su e giù, sono infatti assicurati da una costruzione certosina delle dinamiche, quasi come se i Don Caballero decidessero di diventare più catchy e melodicamente accessibili.

Il prodotto risulta essere al tempo stesso intrinsecamente moderno e tradizionale: ma quando dico moderno dimenticate le cose da fighetti tipo Black Keys, piuttosto pensate al trattamento che della materia fece la Blues Explosion a metà anni novanta in dischi come Acme ed Orange.
Impossibile citare dei brani piuttosto che altri, in un album che fa della compattezza la sua arma vincente: ma se proprio devo, opterei per i ZZ Top in acido dell’iniziale “Turn It On”, per la torbida coda psichedelica di “The Pot”, o ancora per l’attacco stradaiolo e vizioso della pur articolata “Keep It Fast”.

Il discorso è sempre lo stesso: ci sono gruppi in Italia che spaccano il culo a molti nomi ben più blasonati ma con molto meno talento provenienti dall’estero: gente come Waines, Majakovich, Lovely Savalas, Gurubanana, ecc. pagano l’unica sfortuna di essere italiani. A tutti loro auguro di essere l’ennesimo caso di fuga dei cervelli, per andare a cogliere le meritate glorie dove magari esiste un pubblico disposto ad ascoltarli.

Too much pop punk spoiled the soup

Trigger Boys – Destination Nowhere (autoprodotto, 2011)

Onestamente ero quasi tentato di piazzare questa recensione in uno dei Wild Brunch prossimi venturi; ma poi dopo un secondo ascolto è scattata dell’empatia per questi giovani di Sulmona, ossia i Trigger Boys. Per carità, questo è un ep carino – l’aggettivo del demonio, sì… l’ho usato – di punk rock/pop punk ben fatto, nulla per cui strapparsi i capelli e decisamente derivativo. Però si fa apprezzare per la concisione… quattro brani solamente fanno in tempo a farti muovere un po’ la testa, ma senza provocare la solita sensazione di “che due palle ‘sta roba la fanno in millemila gruppi dal 1991”.

Ci sono forti echi di Rancid – e, per traslato, di Clash – così come di Ramones, Screeching Weasel, ma anche Operation Ivy e di Mr T Experience… ma i nomi citabili sono moltissimi, visto lo storico (e il volume di dischi usciti) che il genere in sé ha accumulato.
Insomma, meritano di sicuro un incoraggiamento, nella speranza di una maturazione rapida e mirata, magari verso territori meno pop punk e più punk rock/combat rock, pompando maggiormente sul lato Rancid-o e Clash-iano… dato che, diciamocelo senza pudore, il pop punk anni Novanta non ha più ragione d’esistere e suona più muffoso e stantio di un greatest hits di Michael Bolton comprato all’autogrill.

The Wild Brunch #3

The Wild Brunch #3 (aprile-maggio 2011)

Gli impegni della vita (lavoro, famiglia, lavoro, scrittura, lavoro, musica, lavoro, alcool, lavoro…) arrotano spessissimo anche i meglio intenzionati. E allora diventa necessario il classico spazio cumulativo in cui si parla con pochi tocchi e suggestioni (aggiungendo un primordiale sistema di valutazione con voto finale), di diversi dischi/libri/fanzine, per non lasciarli semplicemente scivolare via. Non è detto che tutto sia nuovo (anzi, è anche un buon modo per parlare di acquisti tardivi e reperti da bancarella) e tutto sia meritevole, ma fa parte del gioco. E allora ri-assaggiamo ‘sto brunch selvaggio, alla faccia della vita che ti spiana. E prendetela con filosofia, se vi trovate in questo spazio… quello che non è piaciuto a Black Milk, piacerà ad altri.

Aaron’s AgonyLost Inside Myself (Alkemist Fanatix, 2011, cd)
Non riesco a trattenermi, l’orrore mi attanaglia (o forse sono le tre Ceres). Insomma, non capisco perché si ostinino a inviare cd di band nu metal, magari un po’ emo/screamo patinato coi capelli e il look studiato; ma soprattutto inascoltabili da chiunque abbia più di 16 anni. Non so cosa ci sia di buono in questo genere musicale e non lo voglio sapere. Buona vita, buon proseguimento, di sicuro crescerete e magari smetterete di fare questa roba per darvi a hobby differenti. Ma per carità degli dei, non mandateci più questa roba.
PS: leggete la sezione di Black Milk dedicata all’invio di materiale, in futuro.
[Voto: 0 – Consigliato a: nu-metal kids italiofili, amici di MTV, poseur, modaioli, minorenni]

Clan Bastardo – s/t (This Is Core, 2010, cd)
Memo: punk non è rifare come automi gli stessi riff uguali da 40 anni e sentirsi fighi perché si ha la cresta bionda ben pettinata o la camicia di Joe Strummer tutta stirata bene. No. Quindi gli avellinesi Clan Bastardo per quanto mi concerne (e probabilmente per quanto concerne il lettore medio di Black Milk) hanno la stessa rilevanza di una cover band dei Ladri di Biciclette o di Baccini. Buon divertimento… ma non fate proprio nulla per scrollarvi dalla mediocrità galoppante. Nemmeno la confezione fighissima e la connection con la Warner vi aiutano. Peccato, ma questa è la vita.
[Voto: * – Consigliato a: punk rocker under 16 senza nessuno che consigli loro i dischi fondamentali da ascoltare]

TheConflittoDusk Over The nations (Wormhole Death, 2011, cd)
Spezzini, citano tra i loro ispiratori Converge, Refused, Neurosis, Comeback Kid e Burst. In effetti suonano un post hardcore screamo, cupo, metallico e ben eseguito, ma francamente formulaico e noioso. Difficile misurarsi su questo terreno quando i mostri sacri hanno detto tutto. Bravi, ma come troppi altri.
[Voto: * – Consigliato a: post hardcorers metalloidi che non conoscono i classici]

Lex 180W la fuga (autoprodotto, 2011, cd)
Pop punk cantato in italiano in puro stile anni Novanta, classico, senza picchi né demeriti. Tutto è stato detto, in questo campo, per cui ciò che resta è un cd che i Lex 180 di sicuro si sono divertiti a realizzare e che piacerà decisamente solo ai nostalgici (ammesso che ce ne siano) di quell’era o a chi proprio non l’ha vissuta per motivi anagrafici. I pezzi scivolano via tra reminiscenze e citazioni, ingenuità tipiche del punk rock in italiano e riff da abbecedario del pop punk. Onestamente mi ha colpito di più la presenza degli sponsor sul retro del cd: un paio di ristoranti, un bar, una ditta che posa o vende parquet, un negozio di articoli sportivi e un posatore di pavimenti in ceramica. Gosh.
PS: non so quanto sia geniale, ma la copertina è una specie di parodia-scimmiottamento di W La Vida dei Coldplay.
[Voto: * – Consigliato a: nostalgici del pop punk italiano anni Novanta]

N(mi) – Armados (autoprodotto, 2011, cd)
Spagnoli, invischiati in sonorità che 10 anni fa erano già vecchie. Tipo Sepultura meets Rage Against the Machine con cantato in spagnolo. Uffff… no grazie. Bravi, ma basta.
[Voto: 1/2 – Consigliato a: groove metallers rimasti indietro di 15 anni]

Il lato gioioso della morte

Bass Drum Of Death – GB City (Fat Possum/Inflated, 2011)

Ascoltare quintalate di r’n’r è un piacere: ma che ve lo dico a fare a voi lettori di questa gagliarda webzine. In alcuni casi è finanche terapeutico. Però può anche essere ammorbante. A chi non capita di affilare dischi tutti uguali, anonimi, che non riesci a distinguere?
Be’, al primo ascolto, l’esordio dei Bass Drum Of Death ha rischiato di finire non nelle lista “nera” ma in quella “grigia” sì. Di finire, cioè, nella massa informe di quei dischi che ascolti una volta – anche con piacere, per carità – ma poi li abbandoni a soffocare di polvere sullo scaffale meno in vista.

Complice il fumo che esce dalle bocche dei due nella foto di copertina, mi ci sono messo di buzzo buono. E alla fine questa band del Mississippi guidata dal giovane cantante-chitarrista John Barrett ce l’ha fatta alla grande a riconquistare terreno. Il merito va ascritto tutto ai pezzi meno diretti, psichedelici e paranoici come “Velvet Itch”, “Spare Room” e “Leaves”, che m’hanno “costretto” ad un ascolto più attento.
“Piano piano, poco poco, come piace a noi”, citando il Crozza/Marzullo, ho iniziato ad apprezzare anche il blues-punk fuzzoso e un po’ indie della opening track “Nerve Jamming”, l’imitazione della Blues Explosion intenta a rifare i Beatles di “GB City” e persino le derive lo-fi oasisiane della conclusiva “Religious Girls”.

Non c’avrei scommesso un centesimo, eppure mi tocca ammettere che i Bass Drum Of Death chiudono con una promozione a pieni voti per il suono gioioso e al contempo sinistro come il r’n’r dovrebbe sempre essere. I fan dei Black Keys sono avvisati.

Black Flag 1980 a.D.

6 settembre 1980. I Black Flag (Greg Ginn, Dez Cadena, Chuck Dukowski e Robo) suonano a Santa Cruz coi DOA. Ripper Fanzine è presente con tre “inviati” – Tim Tonooka, Violet Vamp, Earnest Endeavors e Phil Tiger – e li intervista.
Direttamente dalla macchina del tempo, una traduzione del pezzo: i Black Flag degli esordi o quasi, pre Rollins, duri puri e un po’ ingenui.

TIM: Come avete trovato il nuovo cantante?
GREG: Lo conosciamo da tanto. Era in un gruppo che si chiama Red Cross ed era un nostro grande amico. Però nei Red Cross suonava la chitarra, non cantava.
TIM: Cosa facevi di bello prima?
DEZ: Non molto. Ma sono appassionato di musica sin da bambino. Mio papà era un produttore per la Fantasy Records, che è un’etichetta jazz. Aveva anche un negozio di dischi tutto suo e io ero sempre là. Quindi sono abituato a sentire musica fin da quando ero piccolo. Ho iniziato con la chitarra a 12 anni; all’epoca saltavo la scuola per andare in biblioteca a leggere, perché la scuola non mi piaceva. A dire il vero non mi sono nemmeno diplomato, mi manca un annetto. Odiavo la scuola e odiavo stare con gli hippie che fumavano canne tutto il tempo, così non andavo a scuola e andavo a leggere, magari con qualcun altro se lo trovavo. Comunque ho iniziato a suonare in gruppi solo da due anni; ne ho già cambiati 10. Sono stato nei Red Cross per circa sei mesi –  i Red Cross riformati, però, non gli originali Suonavo la chitarra.
GREG: Sono forti.
EARNEST: Da quanto sei nei Black Flag?
DEZ: Circa due mesi e mezzo. Ma li seguivo, andavo a vederli già da due anni prima, dall’inizio del 1978  o giù di lì.
PHIL: Avevi mai cantato prima?
DEZ: No. Solitamente suono la chitarra.
GREG: Sì, Dez suona davvero bene, e vorremmo che in alcuni pezzi suonasse anche la chitarra oltre a cantare, così potremmo fare qualcosa in più. Abbiamo delle idee di canzoni che suonerebbero meglio con due chitarre. Ci abbiamo lavorato un po’, ma non abbiamo ancora iniziato a suonare così… ma lo faremo. Penso che andrà a pennello. Ci darà più spazio per lavorare, più libertà per fare cose che ho sempre voluto. Ho sempre voluto molto avere due chitarristi, ma quando abbiamo iniziato è stato già un’impresa trovare un batterista e un bassista che volessero suonare questa roba.
TIM: Era il 1976, vero?
GREG: Ho iniziato a voler mettere in piedi un gruppo nell’estate del ’76. Ma non ci riuscivo. Ho provato alcune persone per fargli suonare i miei pezzi ma…
DEZ: La gente delle nostre parti, comunque, è troppo fatta. E’ la spiaggia. Si siedono lì e fumano un casino di roba.
GREG: Sì. E ascoltano roba diversa da quella che volevo fare io. Soprattutto dove viviamo noi.
DEZ: Sì, gli piacciono gli Eagles, Jackson Browne e cose così.
GREG: O il progressive come i Genesis, roba del genere. Ero molto frustrato, perché finalmente avevo delle canzoni che volevo far uscire, ma non potevo perché non avevo una band. Dopo sei mesi ho incontrato Keith: ero molto sorpreso che gli piacesse molta della roba che ascoltavo io perché là a nessuno interessava, a nessuno piaceva. Per tanto tempo ho creduto che non sarei riuscito a mettere un gruppo assieme, mi accontentavo di scrivere i pezzi, era uno sfogo. Come quando andavo a scuola, che tornavo a casa e mi mettevo a suonare come un pazzo.
TIM: Le superiori?
GREG: No, università.
TIM: L’hai finita?
GREG: Sì.

La scuola e gli inizi

TIM: Cosa studiavi?
GREG: Economia. Ma ho studiato molte cose diverse. Mi piaceva, ma alla fine ne avevo abbastanza. Puoi fare ottime cose se riesci a trovare la chiave giusta nella faccenda, se lo fai in modo intelligente: puoi imparare tanto, cose che ti interessano. Ma penso che la maggior parte delle persone abbiano un atteggiamento errato verso la scuola e pensano che le cose che gli interessano debbano restarne fuori.
TIM: Sono più interessati al pezzo di carta che a imparare qualcosa.
GREG: Sì. Quello o avere un lavoro dopo. Io ho pensato che a scuola avrei potuto imparare quello che volevo e che mi interessava, invece di forzarmi per trovare poi un lavoro o qualcosa del genere. Però suonavo solo per divertirmi, per me, perché non avevo nessun desiderio di entrare in un gruppo e suonare materiale di altri. Volevo solo suonare quello che volevo io. Infatti non sono mai stato in altre band, questa è la mia prima. Dopo un po’ che tentavo di mettere in piedi il progetto ho trovato Keith, il nostro cantante originale; voleva suonare la batteria e gli ho detto: “Ma no, perché invece non canti?” – perché avevo idea che sarebbe stato grande e poi non aveva una batteria. Secondo me poteva essere un ottimo cantante e potevamo trovare un batterista altrove. Infatti un suo amico suonava la batteria e l’abbiamo chiamato, poi è arrivato il bassista e abbiamo iniziato a suonare le nostre cose. All’inizio facevamo schifo a tutti. Tutti. Ma ci piaceva quello che facevamo. Poi dopo un po’ la gente ha iniziato ad apprezzarci, perché il punk rock è diventato qualcosa a cui la scena musicale ha iniziato ad avvicinarsi, e nelle vite di molti le cose sono cambiate.
TIM: Da quanto avete cominciato?
GREG: E’ successo circa tre anni e mezzo fa. Quando Keith ed io abbiamo fondato il gruppo.
TIM: Non eravate considerati punk allora, vero?
GREG: Nel ’76, dove viviamo, suonavamo alle feste e nessuno sapeva cosa fosse il punk, quindi non c’era modo che dicessero “Questo è un gruppo punk”, perché non sapevano cosa il punk fosse. Per quanto li concerneva la nostra era roba veloce e dura. Però dopo poco i media hanno creato un’immagine molto netta del punk, nella testa delle persone. Prima di questo la gente era molto più aperta al punk, senza sapere cosa fosse.
CHUCK: Chiamavano punk la roba alla Ramones. I Ramones erano considerati punk rock. Ma non esisteva un atteggiamento netto e definito nei confronti del genere, così capitava di andare a suonare a una festa di capelloni surfisti e divertirti un casino. Perché nessuno aveva fatto delle scelte.
DEZ: Era una novità e piaceva.

PHIL: Soprattutto i media non erano arrivati a etichettarla.
CHUCK: Sì, esisteva un nome per questa roba, ma non un atteggiamento nei suoi confronti.
TIM: All’epoca nessuno aveva ancora deciso che ci fossero delle “regole” a cui chi ascoltava quel tipo di musica dovesse conformarsi.
GREG: Esatto. Poi questa roba si è diffusa rapidamente, anche grazie ai mass media, al punto che chiunque tu incontri per strada ha un’idea del punk che è molto differente da quella che avevo io quando ho iniziato ad ascoltarlo. Per quanto mi riguarda l’immagine che i media ne danno deve morire. Penso che i media abbiano fatto davvero molti danni.
CHUCK: Però l’hanno reso più noto. L’hanno fatto conoscere a gente che non ne avrebbe nemmeno mai sentito parlare, altrimenti, persone che si sono poi avvicinate al punk – che fossero giusti o sbagliati i motivi.

“Vorreste suonare? Certo. Andate pure affanculo”

TIM: Dopo quanto avete iniziato ad avere il seguito così forte di adesso?
GREG: E’ successo non più di un anno fa. Prima nessuno voleva farci suonare in giro, perché siamo fuori dal circolo della scena. Per due anni abbiamo solo fatto le prove.
CHUCK: Al massimo suonavamo a qualche festa privata e facevamo le prove nel nostro studio. Ci piaceva, ma nessuno ci vedeva mai. I primi veri concerti ce li siamo organizzati da soli: affittavamo una sala e organizzavamo.
GREG: Quando è uscito il nostro ep, abbiamo ricevuto buone recensioni e allora hanno iniziato ad arrivare i primi concerti, ma la scena di L.A. era molto chiusa; noi siamo un po’ fuori e non ci hanno mai accettato del tutto. Comunque ci siamo divertiti, abbiamo suonato per noi stessi.
PHIL: Quali erano le difficoltà?
CHUCK: A Hollywood, tutti  si sentono al centro della città e se tu non sei di Holywood pensano che non sei uno di loro, sei un contadinotto che viene da fuori, non sei un duro, non sei punk. Ci guardano i vestiti perché viviamo vicino alla spiaggia e ci dicono: “Quindi voi vorreste suonare? Certo. Andate pure affanculo”.
TIM: Vivete sempre a Redondo Beach?
CHUCK: Sì. Siamo di Hermosa Beach, ma in esilio.
GREG: Dobbiamo andarcene da lì ora. Ma non sappiamo ancora dove.
CHUCK: Se riturno a Hermosa c’è un appartamento pronto per me, proprio nella prigione.
TIM: Cos’è quella storia strana sullo “slam dancing” che c’era sul L.A. Times?
GREG: Nessuno che io conosca sapeva dello “slam dancing” o aveva mai sentito quella parola finché quell’articolo non è stato pubblicato. Da lì è stato ripreso da altri e si è diffuso, tanto che anche a Vancouver la gente ci chiedeva cos’è lo “slam dancing”, dicevano che ne avevano letto in giro. E noi non ne sapevamo niente.

Cambiamenti

GREG: La scena ora è molto cambiata, si sente l’influenza dei ragazzini ricchi…
DEZ: Molti dei vecchi hanno mollato, se ne stanno a casa.
CHUCK: Per vari motivi.
DEZ: Hanno lavori regolari, magari stanno per sposarsi.
CHUCK: E’ una cosa che mi stupisce molto. Ce ne sono un bel po’ che stanno per sposarsi. E’ strano vedere una cosa del genere. Quando ho finito la scuola poi ho perso i contatti con tutti i miei compagni, mi sono infilato in questa cosa del punk rock eppure vedo succedere cose molto ordinarie. La gente che molla tutto per quei motivi. Anche il nostro secondo cantante ha lasciato la band per sistemarsi con una ragazza.
TIM: Ron?
CHUCK: Ron è solo un nomignolo. Lui è Chavo Pederast.
GREG: E’ il suo vero nome.
TIM: E Keith perché ha mollato?
CHUCK: Perché non voleva cambiare. La nostra musica si stava evolvendo e a lui non piacevano molte delle nuove canzoni.
DEZ: Anche a Ron non piacevano i pezzi nuovi. Però se n’è andato per altri motivi.
CHUCK: Se vuoi un parere dall’interno te lo do io. Quando suoni dal vivo ti esponi. Quando sei all’inizio nessuno ti conosce nella scena, lo fai e basta, ci credi e dici fanculo, se gli piace bene se non gli piace amen. e fai di tutto comunque per dare una buona impressione. Dopo un po’ che sei in giro ti sei fatto parecchi amici, ti sei costruito uno status, la gente ti conosce e sa quello che fai. Per noi è un po’ diverso, perché ogni pezzo che scriviamo è leggermente diverso, ha un approccio suo. Non abbiamo scritto quattro “Nervous Breakdown”; nno abbiamo altre canzoni di quel tipo, solo una. Non facciamo le cose così, seguendo una formula. Quindi a un certo punto alcune persone non se la sentono più di rischiare che tutti pensino: “Che puttanata che hanno fatto!”.
GREG: Sì, di sicuro Keith voleva suonare, ci ha detto che avrebbe preferito più brani come “White Minority”, che però è vecchia di tre anni e mezzo. Ci piace il pezzo, lo suoniamo ancora, ma bisogna fare cose nuove.
CHUCK: E’ una reazione emotiva. La paura di fare cose nuove, la resistenza al nuovo. Ed è una situazione che si presenta sempre più crescendo.
TIM: E’ vero che il nuovo disco è il primo di una serie di 12″?
GREG: Abbiamo registrato il primo, il secondo sta arrivando. il nostro primo ep è stato inciso due anni e mezzo fa, abbiamo voglia di fare uscire qualcosa che sia più…
CHUCK: Che rappresenti quello che siamo ora.
TIM: Come diresti che siete cambiati?
CHUCK: Più veloci. Ho un nuovo ampli per il basso, meno rumoroso. Il nostro primo aveva un pannello davanti, ma non era fissato e mentre suonavo oscillava. gli altri della band dicevano che il mio suono di basso era come una marmitta che striscia sull’asfalto.

Nel ventre della bandiera nera

TIM: Black Flag rappresenta l’anarchia o l’insetticida omonimo?
CHUCK: L’anarchia.
GREG: Non è l’insetticida.
TIM: E quale è la vostra definizione di anarchia?
CHUCK: E’ l’impegno a cambiare, ma senza regole fisse. Perché il mondo in sé è anarchia. Una persona che si dedica all’anarchia vuole la distruzione dello status quo.
PHIL: Chi scrive il materiale? Tu?
GREG: La maggior parte. Ma anche gli altri scrivono qualcosa.
TIM: Di cosa parlano le tue canzoni?
GREG: sono molto importanti per me e personali, dicono quello che sento.
DEZ: Sono su cose di ogni giorno, che potrebbero accadere anche a te.
CHUCK: Parlano di emozioni, è un modo per esternarle.
TIM: cosa vi spinge a essere così intensi dal vivo?
GREG: Suoniamo ciò che sentiamo, non ci pensiamo su.
CHUCK: E’ l’unico modo.
DEZ: Altrimenti diventa noioso.
CHUCK: Altrimenti, cazzo, non lo farei. Sarei in giro a mordere la testa alla gente oppure tornerei a fare corse in moto e gare di sci d’acqua, roba così. Ci metto tutta la mia energia fisica. Lo fai portando il tuo corpo al limite, per poi sentire la sensazione di liberazione.
TIM: ci piacerebbe se anche il batterista dicesse qualcosa.
ROBO: Ciao.
GREG: E’ uno taciturno.

Case discografiche

GREG: Le case discografiche proprio…
CHUCK: Non c’entrano un cazzo con quello che facciamo noi. E nessuna di loro è minimamente interessata. Vogliono solo gruppi che sembrano gli Knack.
TIM: Perché voi non volete essere commerciali, non è il vostro scopo.
GREG: No. Vogliamo pubblicare la nostra musica, come diciamo noi.
CHUCK: Abbiamo cose da dire e da fare e le faremo.
TIM: Ma le etichette non apprezzano?
CHUCK: non c’entrano niente con questa roba, quindi si fottano.
GREG: Già. Nemmeno ci pensiamo alle case discografiche.
CHUCK: Dovranno mandare gente ben muscolosa se vorranno mai avere a che fare con noi.
TIM: E’ bello che esistano gruppi che non si piegano a ogni loro capriccio.
GREG: E’ pieno, a L.A., di gente che farebbe ogni cosa pur di firmare un contratto. Ma ci sono anche molte ottime band che agiscono fuori da quel territorio. Voglio dire, non ci interessa proprio, nemmeno ci pensiamo.
TIM: Ed è quello che piace ai vostri fan, il vostro approccio senza compromessi.
GREG: Beh, sì. Non potremmo fare altrimenti.
CHUCK: Se vuoi scendere a compromessi, allora forse è meglio se lo fai lavorando. Preferirei farlo sul lavoro e poi avere la possibilità di fare cose totalmente mie, come voglio io, nel tempo libero. altrimenti non sei nulla. Almeno così riesci a esprimerti almeno in una situazione.
GREG: non siamo snob, non ci va che la nostra musica resti nascosta, ma di sicuro non siamo disposti a cambiarla per nessuno, vogliamo che giri il più possibile, ma così come è. Così tentiamo di promuoverci da soli e come vogliamo noi. In questo modo abbiamo anche il controllo e nessuno può metterci bocca.

Do It Yourself

TIM: Quindi fate voi promozione, booking e cose del genere?
GREG: Al 100%.
PHIL: Anche la distribuzione?
GREG: La maggior parte. Passiamo anche attraverso qualche distributore, ma ovunque andiamo portiamo i nostri dischi nei negozi: ce li portiamo dietro. Però abbiamo anche qualche distributore che li fa arrivare in negozi in giro. Ovviamente non possiamo avere una distribuzione da major, che fa trovare i dischi in ogni singolo negozio, perché per le piccole etichette non esiste nulla di simile.
TIM: Cosa è esattamente la SST?
GREG: La nostra etichetta. Tipo Black Flag Records, ma faremo uscire anche il disco di un altro gruppo, si chiamano Minutemen, sono di San Pedro, California. Sono molto bravi.
TIM: Come avete conosciuto l’artista che vi cura le grafiche?
GREG: E’ mio fratello.
TIM: Siete in tour spessissimo…
GREG: Stiamo iniziando a farlo sì. Vogliamo suonare ovunque possiamo. se possiamo permetterci di arrivarci, lo facciamo.
CHUCK: E’ meglio che restare fermi a L.A.
GREG: andremo dappertutto. Ovunque ci vogliano.
DEZ: Ovunque riusciamo ad arrivare.
GREG: Vogliamo andare in un sacco di posti: al momento è il nostro obiettivo.
CHUCK: Suonare davanti alla gente più diversa.
PHIL: Siete tutti al 100% impegnati con il gruppo e la vostra musica?
CHUCK: E’ l’unico motivo per cui faccio ogni cosa che faccio.
GREG: Lavoriamo, ma lo facciamo per finanziare il gruppo.

Campare, studiare e altre piacevolezze

TIM: Cosa fate per campare?
CHUCK: Facevo tavoli da biliardo per una ditta che si occupava di questa roba, poi ho mollato e adesso sto finendo i soldi.
GREG: Sì aveva messo via del denaro e l’ha investito per le nostre registrazioni. Io costruisco componenti elettroniche.
TIM: Di che tipo?
GREG: Radio con antenna.
DEZ: Io facevo equipaggiamento da sub, ma ho dovuto mollare il lavoro per andare in tour.
TIM: E Robo?
ROBO: Lavoro in un magazzino.
TIM: Dimmi qualcosa di te.
ROBO: E’ il mio primo gruppo. Sono entrato da un paio d’anni e fino a ora è stato bello. Mi sono molto impegnato.
TIM: E prima cosa facevi?
ROBO: Lavoravo. Magazzini, fabbriche. Roba regolare. non mi interessava molto suonare. a scuola suonavo il tamburo nella banda, ma tanto tempo fa. Non ho avuto una batteria fino al 1976, quando me ne sono comprata una per la prima volta.
TIM: E poi dopo poco sei entrato nei Black Flag?
ROBO: Sì. Cercavano un batterista, perché il loro se n’era andato. Ho visto un volantino a Hollywood, ho chiamato ed era fatta. Abbiamo iniziato le prove. E’ andata bene fino a ora, spero che continui così.
TIM: Chuck, tu cosa facevi prima? Parlavi di corse…
CHUCK: Sì ho fatto quella roba. E ho studiato molto.
TIM: Università?
CHUCK: Sì, cazzo, sì. Quattro anni di college. Poi mi sono stufato e ho mollato tutto. Mi manca un anno per laurearmi alla University of California.
TIM: La sede di Los Angeles?
CHUCK: No. Quella di Santa Barbara, L.A. e Long Beach.
VIOLET: Studiavi musica?
CHUCK: No.
VIOLET: E cosa allora?
CHUCK: Psicobiologia.
VIOLET: Sembra interessante.
CHUCK: Si studia molta farmacia e si lavora con le droghe. Si fanno anche interventi al cervello. mettevo elettrodi nei cervelli dei topi, poi gli somministravo dosi di medicine e studiavo i loro comportamenti, poi cercavo di teorizzare. Ogni volta che mi veniva un’idea poi la testavo. Ma a un certo punto mi sono scontrato con un muro che la scuola ha tirato su: hanno iniziato a dirmi “No, non puoi farlo, no, non puoi pensare così, fai solo le cosine che ti diciamo, piantala di pensare”. Capisci? in pratica mi hanno detto: “Smetti di pensare e cerca solo di risolvere questi problemucci per noi”. Perché lì funziona che dicono “Ok, abbiamo fatto questo, questo e quest’altro, ma ci è rimasto un piccolissimo buco da riempire. Perché non lo fai tu per noi? Ci sono solo tre possibilità, trova tu per noi quella giusta, a, b o c;  noi siamo troppo pigri per farlo, pensaci tu”.
TIM: Sei mai stato in altri gruppi?
CHUCK: Sì.
VIOLET: Facevate cose simili a ora?
CHUCK: Abbastanza. I Black Flag erano un gruppo che provava vicino a noi e non aveva un bassista. Dopo un po’ di volte che li ho sentiti, mi trovavo a canticchiare le loro canzoni nella mente e ho pensato: “Sono grandi!”. Così ho iniziato a suonare con loro alle feste e robe così. Poi ho mollato gli altri perché hanno iniziato ad ascoltare Jimi Hendrix. Mi sono detto “Fanculo questa roba” e ho deciso di cambiare. E’ stata una cosa che mi ha portato molto più divertimento ed energia. sai, suono il basso perché mi piacciono le cose fisiche. Il livello mentale è per le parole e le idee, non per la musica. se vuoi dimostrare di essere intelligente non suoni musica: è qui che tutti questi coglioni che fanno progressive cadono. Vogliono far vedere che sono intelligenti. Ma se lo sei, in qualche maniera si vedrà, non devi diventare pretenzioso.
VIOLET: La scena di qui è diversa da Los Angeles?
CHUCK: La Bay Area è meno violenta, meno aggressiva. La gente è più intellettuale e vuole sempre far vedere quanto è sagace. Vogliono tutti far vedere che sono acuti. allora ascoltano gruppi che hanno lo stesso atteggiamento, tizi che suonano stramberie. E’ roba rilassata e tutto, ma si rischia di diventare snob. Può diventare: “Io la capisco e tu no”. Mentre se suoni cose molto dirette tutti capiscono, non c’è rischio. Devo anche dire che la Bay Area puzza tremendamente di hippie, risente ancora dei loro danni. Roba che risale agli anni Sessanta, perché qui è stato l’epicentro. I poliziotti sono fumati tutto il tempo. Mi hanno arrestato a San Francisco perché stavo facendo un graffito su un muro e il poliziotto mi ha chiesto scusa. Poi alla fine mi ha lasciato andare e mi ha solo detto di usare un altro colore. A Los Angeles mi avrebbero fatto una multa da 10.000 dollari.
TIM: Ho sentito che vi hanno denunciato per “inquinamento visuale”.
CHUCK: Non ne so niente. Non mi pare ci abbiano denunciato. Ma credo che la direzione scolastica di Orange County desidererebbe moltissimo farlo.
TIM: Perché?
CHUCK: Perché mettiamo volantini e scriviamo sui muri… roba così. Tanti nostri fan lo fanno per noi, o lo andiamo a fare direttamente noi, ci sono un casino di graffiti lì nelle scuole. una volta mi hanno anche telefonato.
GREG: (ride) Hanno detto che a causa nostra c’erano danni per 5.500 dollari in una scuola, e ancora di più in un’altra. Noi abbiamo risposto che ci dispiaceva e che avremmo potuto suonare un concerto benefit per loro.
CHUCK: Gli ho detto: “Suoneremo gratis, così raccoglierete i soldi. Altrimenti scordatevi di vedere del denaro da noi, è come cercare di cavare sangue spremendo una pietra, siamo totalmente al verde”.
GREG: Siamo indebitati.
TIM: Cosa pensate quando sentite “il punk è morto”?
GREG: La maggior parte di quelli che lo dicono…
CHUCK: …avrebbe voluto che il punk non fosse mai arrivato.
GREG: Comunque dipende da cosa intendono con punk. Se parlano del punk come immagine, o del punk come un gruppo di band o persone che fanno cose nuove e fanno la differenza.Ma quasi tutti quelli che dicono che il punk è morto sono solo dei disadattati che vogliono fumare canne e sentire lo ska, non hanno mai amato il punk.
CHUCK: Sì, evidentemente si sono stancati di averci a che fare.

Nick, Nick, raccontaci una storia…

Nick Kent – Apathy For The Devil (Arcana, 2010)

Se il saper scrivere recensioni rock non sempre è un passepartout  per il Paradiso, figurarsi se è una prerogativa per la riuscita di un intero libro sul rock.

Nick Kent è stato per molti anni un decano del NME, una delle riviste sul rock inglesi più popolari del pianeta. Nel decennio che va dal 1970 al 1980 circa, il critico londinese ha rappresentato più di ogni altro lo zeitgeist di quella decade: ne ha tracciato una partitura geometricamente perfetta, come una tela di ragno, con dei punti fermi  – i suoi masterpiece su NME racchiusi nel libro culto The Dark Stuff del 1996 – avendo avuto la fortuna e il tempismo di vivere fianco a fianco di celebrità del calibro di Bowie, Iggy Pop, McLaren, Keith Richards e compagnia tossica.
Quel libro è stata la mia personale Bibbia sul rock per diversi anni; lo trovai in lingua originale in una deserta libreria di Biarritz a ferragosto e ho speso un po’ di tempo, vocabolario alla mano, a tradurlo quasi fedelmente – o almeno comprensibilmente.

Se in The Dark Stuff Nick Kent trasformava il mero articolo rock in un’investigazione alla maniera dei true crime – immergendosi così tanto nel contesto trattato, da rimanere agganciato all’amo dell’eroina – questa seconda fatica,  (Apatia per il Diavolo – titolo  tratto dalla sarcastica definizione di Bob Dylan sullo stato di salute in cui versavano gli Stones nella seconda metà degli anni ’70) è un libro abulico e svogliato, frettoloso e sciatto. Contiene i B-side di quegli articoli che hanno fatto la sua fortuna, quella del NME e dell’opera prima The Dark Stuff.

L’operazione editoriale è alquanto furba, perché se in The Dark Stuff erano gli stessi protagonisti a raccontare se stessi e il giornalista restava al suo posto puntando la lente d’ingrandimento – laddove ce n’era bisogno – per investigare sui vizi e le devianze dei vari Iggy-Barrett-Richards-Reed-Wilson-Beefheart-Dolls-Pistols, in Apathy è il medesimo Kent a raccontarsi attraverso gli stessi illustri personaggi. Ma il risultato non brilla della medesima luce.
Se il saper scrivere recensioni rock non sempre è un passepartout  per il Paradiso, figurarsi a volte l’esistenza di un critico rock – seppur illustre – quanto può essere  distante da quella dei propri idoli.

I ragazzi dello Zoo di Roma

Negli ultimi 10 anni la capitale italiana del punk settantasettino è stata la stessa città che dal 1871 è la capitale della nostra sempre più bistrattata Repubblica. Non ci sono cazzi, amici. Dai Bingo in poi i gruppi romani, in Italia, sono stati nettamente i migliori nel dare forma e sostanza ai tre accordi più brutti e marci della musica. Invero lo scioglimento di Taxi e Transex stava facendo vacillare questa certezza, ma nel frattempo hanno iniziato a farsi strada a sportellate i grandi Idol Lips che sono sì di Ceccano (FR) ma “romani” in tutto e per tutto. A tenere alta, o meglio eretta, la bandiera sono arrivati poi Silver Cocks e The Steaknives, due nuove band cattive, dure, perverse e per niente accomodanti, come il vero punk dovrebbe sempre essere.

Per farla breve, tutta ‘sta gentaglia – vecchia e nuova – della città eterna è stata “raccolta” oggi da un’etichetta discografica di Lecce chiamata White Zoo che ha messo una mano sul cuore e l’altra nel portafogli e ha buttato fuori un vinile più bello dell’altro. Per sapere qualcosa in più di questa connection Roma-Lecce, ho scambiato quattro chiacchiere con i protagonisti, a partire da Sergio: il boss dell’etichetta.

Perché White Zoo, come e dove siete nati, chi siete e, soprattutto, cosa volete da noi?
White Zoo ronzava come marchio nella mia testa già da un po’ di tempo. Avevo fatto questo sogno dove mi ritrovavo catapultato in una sequenza di Cristiana F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, quella in cui David Bowie canta “Station To Station”. Sono cresciuto nel quartiere “ferrovia” di Lecce, una zona battuta dai transex (non a caso), teppistelli e da svariati drogati. Insomma, il Duca Bianco, la droga, lo zoo, la stazione, i travoni. Tutto torna, diciamo. Però nel sogno mi rompevo le palle e ricordo distintamente che desideravo un po’ di punk al posto di Bowie, andavo in cerca di emozioni forti evidentemente. Per carità, non fraintendermi, adoro zio David. Comunque sia, White Zoo mi sembrava un bel nome per una label di questo tipo. L’etichetta di fatto nasce a Lecce. Siamo attivi ufficialmente da un paio di mesi e fischia. Siamo in tre per adesso: io, Sergio “piggy” Chiari, il megadirettore galattico in pratica; Cristina Diez, che è la responsabile grafica, ha creato il logo, il sito e ha realizzato la copertina del 7″ dei Transex, una talentuosa creativa. Poi c’è Stefano Materazzi, altro eccellente grafico, che si occupa della parte tecnica e che ha prodotto anche svariati siti fetish dei quali la rete è tempestata (enjoy!). Alla famiglia stanno per aggiungersi due altre eccellenti ragazze, ma non posso dire troppo per adesso. Una sarà la nostra donna all’estero e poi vi è un’altra fantastica mujer, che è introdotta negli ambienti punk che contano, e che dovrebbe occuparsi del booking visto che le nostre band sono decisamente ingestibili, pessimi soggetti, non gliene sbatte davvero niente, non vendiamo fumo. Cosa vogliamo da voi? Vogliamo solo farvi divertire con noi e abbrutirvi!

Tra vecchie (Transex, Taxi/Giuda) e nuove leve (Silver Cocks, The Steaknives) vi siete concentrati sul punk di derivazione settantasettina della capitale…
Beh, quel tipo di suono per quanto mi riguarda risponde a ciò che io intendo per punk rock, la contraddizione insita in quello che concepisco come PUNK: non solo il rock, ma anche la provocazione, la fascinazione estetica, l’aggressività e l’ambiguità, tutto questo era un valore per chi faceva punk rock nel ’77 come nel ’73. Ma questa mia riflessione non ha niente a che fare col purismo, semplicemente nasce da una mia convinzione “filosofica”, e cioè che l’essere umano è contraddittorio, il punk è intrigante come la nostra natura, che è complessa. Questo lo differenzia dall’hc e da altri generi musicali che ancora oggi sono anche più frequentati musicalmente. Il PUNK non ti fornisce un’identità precisa, ma ti sveglia, ti fa porre delle domande. Questo tipo di suono ha conservato la propria cattiveria e il proprio fascino e continua ad esercitarlo su persone dalle più differenti estrazioni musicali. Ti faccio un esempio concreto: non posso non citare i miei amici Natilbox e Dj Kosmik, dj techno e house che apprezzano queste band e vanno a vedersele in concerto magari, e comprano i loro dischi, perché in esse riconoscono quelle qualità di cui ti parlavo, l’elettricità e l’eccitazione, la violenza e la freschezza, la stessa che loro cercano frequentando magari altri generi musicali. La ritrovano in questi dischi perché queste band non sono “finte”, non sono una caricatura dei tic del punk da cartolina. Non si inculerebbero mai i Casualties, ma gli piacciono i Silver Cocks. È chiaro! Sono trasversali!
Basta citare Transex e Taxi (ora Giuda) e sai perfettamente di cosa parlo. Nei primi anni zero convinto di queste loro qualità ho preso un puzzolente treno da Lecce, ho macinato km e sono andato a vedermeli al primo “Road To Ruins” in quel di Roma, come un novello Pasolini, splendida e misera città che non smette di incantarmi. Da allora queste persone fanno parte della mia vita e ne sto dando pienamente dimostrazione. Fatti, non parole. È stato dunque un processo molto naturale coinvolgere poi Steaknives e Silver Cocks. Questo per adesso: non produrremo solamente punk in stile ’77 (e i Giuda non lo sono infatti), la nostra natura è troppo eccentrica, hahah! La qualità sonora poi delle creazioni musicali di queste band è di serie A, non esattamente ’77. Chiedere conto al geniale Danilo Silvestri, produttore musicale del miglior disco rock del 2007, vale a dire Yu Tolk Tu Mach dei Taxi.

L’unica gita fuori porta, per ora, l’avete fatta in Ciociaria dando alle stampe la versione in vinile del nuovo album degli Idol Lips.
È molto semplice, ci hanno contattati e ci hanno detto “manchiamo noi all’appello!”, ed era vero chiaramente. Ci hanno spedito il master, è la loro migliore uscita ed ha anche il nostro logo. Che dire? colpito e affondato!

Mi pare che il “vostro dio”, come del resto il mio, sia il vinile: cercate di spiegare meglio agli infedeli cosa si perdono ascoltando musica nell’orrido formato cd o ancora peggio nel formato…
Ahi ahi caro Manuel, non vorrei deluderti, ma non sono un purista del vinile. Quando il denaro me lo consente compro ambedue i formati, cd e vinile. Gli infedeli dovrebbero comprare il vinile? Certo! Io non potrei mai privarmi del suono caldo e gracchiante del vinile, che esalta i bassi ed è solido, ha un corpo tutto suo, estremamente pieno e sensuale, solletica il basso ventre. Ma tutti quanti, punk rockers, jazz listeners, techno minds e via elencando esaltano le qualità del vinile a scapito del cd. Sinceramente non potrei privarmi neanche della chiarezza del suono digitale: col cd mi metto a equalizzare all’infinito per raggiungere quella brillantezza della quale parlava Carmelo Bene a proposito della maniera in cui avrebbero dovute essere ascoltate le poesie di Dino Campana dalla sua viva (e morta) voce. Cazzo ho detto?! E poi me lo sparo in macchina! Comunque non me ne vogliate per questo… del resto stiamo producendo il cd del prossimo, imminente disco dei Giuda e anche quello del disco degli Steaknives: i ragazzini che non hanno un piatto a casa lo reclamano ai concerti! Possiamo noi non accontentarli?

Il primo vinile griffato White Zoo che s’è fatto un giro sul mio piatto è stato il 7” EP dei Transex, Heart of the State. Quattro pezzoni che sono l’equivalente di una martellata sulle gengive tirata non al massimo della forza, ma che fa lo stesso un male cane e, soprattutto, produce danni irreparabili. Un dischetto assolutamente inaspettato visto che dei Transex si erano perse le tracce già da qualche anno. L’unico a far luce sulla sua “vera storia” non può che essere il Líder máximo Pierpaolo De Iulis.

Sapevo che eravate morti per asfissia come Brenda, eppure mi ritrovo tra le mani questo vostro nuovo 7″ rosa shocking…
Quello che ti ritrovi fra le mani è l’ultimo rantolo dei Transex. Un disco che raccoglie gli ultimi momenti di vita della band, scioltasi ufficialmente il giorno della morte della nostra amica Brenda, il 20 novembre 2009. Avevamo passato la nottata insieme a lei e Pietro. La mattina dopo è stato uno shock apprendere la notizia. Chi ha ucciso la nostra amica? Secondo noi Gianguarino Cafasso (il pappone delle trans nonché pusher deceduto per overdose lo scorso settembre, ndPier) non c’entra nulla. Hanno voluto affossare la responsabilità su questo uomo per poi ucciderlo, chiudendo così il caso. La risposta sta nell’hardisk del portatile di Brenda, maldestramente sabotato dopo la morte. Il computer custodiva infatti immagini che ritraevano la nostra amica, con personaggi noti e importanti, in situazioni compromettenti. Sergio della White Zoo Records, il nostro produttore, era come un fratello per Brenda e ha pensato bene di avventurarsi nel mondo della produzione discografica investendo i suoi capitali sulla band simbolo di “certe” notti capitoline: i Transex. Il suo è un atto d’amore verso l’universo trans, che troppo spesso è oggetto di violenza e discriminazione.

Vedo che dietro i tamburi c’è il mio concittadino Larry quindi, seppur datate, suppongo si tratti delle ultimissime registrazioni dei Transex.
La svolta mistica di Alessandro, convertitosi alle dottrine di Bhagwan Sri Govinda e trasferitosi a Trevignano Romano, aveva lasciato un vuoto difficilmente colmabile da altri. L’arruolamento del giovane Larry è avvenuto per volontà del sottoscritto, che ha sempre riposto grande fiducia verso la realtà musicale teramana. Un piccolo universo “underground” di grande vitalità e tensione creativa.

Dalla cover di “Fascist Dictator” dei Cortinas si passa a “Red Brigades”… amico, il tempo scorre ma tu rimani il solito vecchio punk comunista!
Che ci vuoi fare, il tempo scorre inesorabile, ma la fede verso la causa invincibile del Socialismo rimane sempre alta. Anziché essere la mano invisibile del mercato a determinare le scelte economiche, devono essere gli uomini liberamente associati a stabilire cosa e come produrre, e come ripartire i beni prodotti. Non credo ci siano altre alternative per questa civiltà. Come diceva Carlo Marx “se non dividi la pagnotta, sei un figlio di mignotta” (Das Kapital, 1°libro, 1867).

Altro graditissimo ritorno – e, credetemi non è una frase fatta – è quello degli ex Taxi, dopo la prematura scomparsa del batterista Francesco nel giugno del 2007. Si sentiva proprio la loro mancanza perché i Taxi sono stati la migliore punk band italiana di sempre, almeno per quanto mi riguarda. Non è un caso che siano stati tra i pochi (se non gli unici) alle prese col punk ‘77 ad incidere in modo continuativo per un’etichetta americana con le palle come la Dead Beat e a fare un paio di importanti tour negli States. Ora si fanno chiamare Giuda e sparano proiettili acuminati di glam r’n’r capaci di far sciogliere all’istante un iceberg. Ho chiesto al chitarrista di poche (ma buone) parole, Lorenzo, lumi sul presente e sul futuro del gruppo.

– Sono davvero felice che siate tornati per restare: so che è in cantiere l’album…
Proprio così, tra non molto uscirà un altro singolo per Surfin’ Ki e un LP per l’americana Dead Beat Records che verrà presentato a Roma il 28 maggio.

I gruppi punk di una volta si imborghesivano e approdavano alla new wave, voi siete andati a ritroso riscoprendo, nel vostro primo singolo, la parte più gioiosa del glam r’n’r, spargendo zucchero filato (“Get It Over”) a muso duro (“Kidz Are Back”).
Personalmente, sono da sempre un fan accanito di band come Slade, Sweet, Hello, Sparks etc. Circa dieci anni fa, poi, ho cominciato ad appassionarmi ai gruppi glam europei minori, il cosidetto Junk Shop Glam (ho anche un blog a riguardo, proudfootsound.blogspot.com), quindi dopo aver deciso che non avremmo più suonato pezzi dei Taxi, la scelta del nuovo “sound” è stata quasi naturale. Dead Beat ha detto che i Giuda sono la “naturale evoluzione dei Taxi”, e poi… riesci ad immaginarci a suonare new wave?

Nell’accingermi a salutarvi, mi scuso con voi e con i diretti interessati per non aver scritto neanche una riga sugli album di Silver Cocks e The Steaknives. La verità è che non ho avuto ancora il piacere di ascoltarli; ça va sans dire che rimedierò a breve, anche perché ho apprezzato molto i 7” delle due band romane pubblicati un paio di anni fa dalla statunitense Zodiac Killer Records.

Chiudo questo pezzo-tributo dedicato alla White Zoo Records e alla (vera) scena punk romana con i “forestieri” Idol Lips che hanno appena sfornato il loro secondo disco dal programmatico titolo Scene Repulisti. Non lo faccio mai, ma questa volta mi permetto la licenza di autocitarmi, riportando ciò che ho scritto altrove a proposito di questo fantastico album: “L’esordio del 2006, Too Much For The City, aveva la forza dirompente di una martellata sui denti che manda in frantumi incisivi e canini in un solo colpo. Difficile ripetersi, se non al limite dell’impossibile. Questi ragazzi ciociari, nel frattempo divenuti un quartetto col chitarrista Tony Volume passato alla voce principale, ce l’hanno fatta alla grande mostrandoci che il punk può ancora essere eversivo ma anche dannatamente maturo […] Gli Idol Lips sono una perfetta macchina da guerra che va dritta per la sua strada, sbranando a morsi il proto-punk dei New York Dolls e poi pulendosi con i lustrini e le paillettes del glam.” C’è davvero poco da aggiungere, se non che nell’album ci sono anche due misconosciute e bellissime cover tutte da scoprire. La prima è “Soul Power”, un pezzo del 1982 dell’ex frontman di F-Word e Negative Trend, Rik L. Rik, morto nel 2000 a soli 39 anni. La seconda è ancora più oscura, si tratta di “Rockin’ on a Rock” dei romani Fire che suonarono proprio questo pezzo nel film con Tomas Milian “Delitto sull’autostrada”. Le battute che seguono le ho scambiate col bassista Luca.

Il titolo dell’album è tutto un programma, a cosa alludete? Ci entra anche il fatto che siete rimasti in quattro cambiando la voce?
Sei proprio cattivo (si scherza!)… no, l’abbandono del cantante e il cambio di formazione non c’entrano niente con il titolo. Scene repulisti è quello che ha subito il punk rock (quello vero) negli ultimi tempi, ormai è talmente fuori moda che è uscito da qualsiasi circuito. E poi capirai, noi veniamo dalla provincia, e a volte riuscire ad organizzare solo un concerto è un’impresa. Il rock’n’roll sembra non far battere il cuore più a nessuno. Se già qualche anno fa i Dictators si chiedevano chi avrebbe salvato il Rock’n’roll… Per fortuna ci sono persone (o supereroi?) come Sergio di White Zoo, con tutte le “persone informate sui fatti”, che cercano di “salvare il mondo un disco alla volta”.

Siete cresciuti molto nel songwriting senza perdere nemmeno un grammo della vostra “forza punk”. Mi pare che Scene Repulisti sia un album molto quadrato e più a fuoco del precedente…
Paradossalmente da quando suoniamo in quattro siamo molto più “quadrati”, con le spalle al muro gli Idol Lips tirano fuori il meglio. Il disco è stato concepito tutto nel giro di quest’ultimo anno, abbiamo trovato (o perfezionato) la nostra sintonia, siamo più affiatati. Abbiamo lavorato tanto sui pezzi, ma è stato molto più facile rispetto ai dischi precedenti, proprio perché sapevamo tutti e quattro dove volevamo andare, che tipo di pezzi volevamo fare… quando siamo entrati in studio per registrarlo avevamo tutto già in mente, non è stato lasciato nulla al caso, tant’è che tutto il disco è stato registrato in meno di una settimana: questo è il punk rock, almeno noi così lo intendiamo, si trattava solo di portare su un pezzetto di vinile l’energia che tiriamo fuori sul palco. Ti confesso che siamo molto soddisfatti di come è venuto fuori poi in concreto. È vero, il disco è più “a fuoco”, ma è anche molto più “raffinato” (se non ruffiano, nel senso buono del termine) rispetto ai precedenti, i pezzi hanno una struttura più New York Dolls (se ci scusi l’immodestia del paragone) rispetto alle altre nostre cose. Considera questo: dopo aver registrato la chitarra Tony Volume è volato a New York e ha portato un nostro disco e un paio di bacchette sulle tombe di Johnny e Jerry: il tributo è pagato.

[Vai alla seconda parte dello speciale: QUI]

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