Blues walked like a picciotto

Waines – Sto (Autoproduzione, 2011)

C’è modo e modo di suonare il blues. Personalmente è un genere che non mi cagai mai a sufficienza, fino a che un bel giorno non conobbi i Gun Club. Dopo Miami, nulla fu più come prima: andai allora alla ricerca del tempo perduto, recuperando le cose della Chess, John Lee Hooker, la Fat Possum, ecc…
Insomma, mi avvicinai alla musica del diavolo. Ma come tutte le cose belle della vita, da cui ricevi soddisfazione nel farne e nell’usufruirne, anche il blues va fatto come dio (ops!) comanda: per dire, pollice su per gli artisti citati prima, pollice giù per bluesman plasticosi e artefatti alla Clapton, King e compagnia suonante. Quel blues immobilista, formale (in una parola: finto) lo lascio volentieri ad altri.

I Waines il blues lo sanno suonare. Questo disco è una bomba, ve l’assicuro. Sono in tre, vengono da Palermo e Sto è il loro terzo album: undici pezzi dove il genere viene trattato in tutte le sue diramazioni e svariati accoppiamenti: hard, psych, proto-stoner, folk. Gli elementi che contraddistinguono e tengono saldamente unito l’intero lavoro, rendendolo un blocco di granito omogeneo, sono il groove e l’approccio “matematico”: il culo che si muove incessante, la testolina che fa costantemente su e giù, sono infatti assicurati da una costruzione certosina delle dinamiche, quasi come se i Don Caballero decidessero di diventare più catchy e melodicamente accessibili.

Il prodotto risulta essere al tempo stesso intrinsecamente moderno e tradizionale: ma quando dico moderno dimenticate le cose da fighetti tipo Black Keys, piuttosto pensate al trattamento che della materia fece la Blues Explosion a metà anni novanta in dischi come Acme ed Orange.
Impossibile citare dei brani piuttosto che altri, in un album che fa della compattezza la sua arma vincente: ma se proprio devo, opterei per i ZZ Top in acido dell’iniziale “Turn It On”, per la torbida coda psichedelica di “The Pot”, o ancora per l’attacco stradaiolo e vizioso della pur articolata “Keep It Fast”.

Il discorso è sempre lo stesso: ci sono gruppi in Italia che spaccano il culo a molti nomi ben più blasonati ma con molto meno talento provenienti dall’estero: gente come Waines, Majakovich, Lovely Savalas, Gurubanana, ecc. pagano l’unica sfortuna di essere italiani. A tutti loro auguro di essere l’ennesimo caso di fuga dei cervelli, per andare a cogliere le meritate glorie dove magari esiste un pubblico disposto ad ascoltarli.

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