Nick, Nick, raccontaci una storia…

Nick Kent – Apathy For The Devil (Arcana, 2010)

Se il saper scrivere recensioni rock non sempre è un passepartout  per il Paradiso, figurarsi se è una prerogativa per la riuscita di un intero libro sul rock.

Nick Kent è stato per molti anni un decano del NME, una delle riviste sul rock inglesi più popolari del pianeta. Nel decennio che va dal 1970 al 1980 circa, il critico londinese ha rappresentato più di ogni altro lo zeitgeist di quella decade: ne ha tracciato una partitura geometricamente perfetta, come una tela di ragno, con dei punti fermi  – i suoi masterpiece su NME racchiusi nel libro culto The Dark Stuff del 1996 – avendo avuto la fortuna e il tempismo di vivere fianco a fianco di celebrità del calibro di Bowie, Iggy Pop, McLaren, Keith Richards e compagnia tossica.
Quel libro è stata la mia personale Bibbia sul rock per diversi anni; lo trovai in lingua originale in una deserta libreria di Biarritz a ferragosto e ho speso un po’ di tempo, vocabolario alla mano, a tradurlo quasi fedelmente – o almeno comprensibilmente.

Se in The Dark Stuff Nick Kent trasformava il mero articolo rock in un’investigazione alla maniera dei true crime – immergendosi così tanto nel contesto trattato, da rimanere agganciato all’amo dell’eroina – questa seconda fatica,  (Apatia per il Diavolo – titolo  tratto dalla sarcastica definizione di Bob Dylan sullo stato di salute in cui versavano gli Stones nella seconda metà degli anni ’70) è un libro abulico e svogliato, frettoloso e sciatto. Contiene i B-side di quegli articoli che hanno fatto la sua fortuna, quella del NME e dell’opera prima The Dark Stuff.

L’operazione editoriale è alquanto furba, perché se in The Dark Stuff erano gli stessi protagonisti a raccontare se stessi e il giornalista restava al suo posto puntando la lente d’ingrandimento – laddove ce n’era bisogno – per investigare sui vizi e le devianze dei vari Iggy-Barrett-Richards-Reed-Wilson-Beefheart-Dolls-Pistols, in Apathy è il medesimo Kent a raccontarsi attraverso gli stessi illustri personaggi. Ma il risultato non brilla della medesima luce.
Se il saper scrivere recensioni rock non sempre è un passepartout  per il Paradiso, figurarsi a volte l’esistenza di un critico rock – seppur illustre – quanto può essere  distante da quella dei propri idoli.

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2 commenti

  1. Il libro mi aveva incuriosito molto – per ovvi motivi – ma mo’ mi ci stai a fare ripensare, maledetto!

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  2. hugo bandannas

     /  aprile 15, 2011

    Manuel,

    te lo passo io, non credo meriti 19.50 euri!

    h.

    Rispondi

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