Please meet miss Loveland

Lana Loveland – Order To Love (Groovie Records, 2011)

Lana Loveland è la pulzella maliarda che quel vecchio porcellone di Rudi Protrudi ha assoldato nella nuova incarnazione dei Fuzztones alle tastiere e che ancor prima suonava nei Music Machine riformati… questo giusto per inquadrare l’elemento e per farvi lustrare un po’ gli occhi, visto che so già cosa pensate di lei e della sua presenza fisica (e visto che un po’ lo penso anche io).
Ma Lana Loveland è anche la band che la suddetta tastierista ha messo in piedi. Ed è una signora band, alla faccia delle fantasie erotiche dei garagers di mezzo mondo che le scrutano le chiappe inguainate ai concerti.

Questo Order To Love – che vede Lana alla voce/tastiere, Lenny Svilar alla chitarra, Alex Tenas alla batteria e l’onnipresente Rudi Protrudi al basso – è un buon disco di garage americano anni Sessanta, con forti influenze West Coast. A tratti la filologia del sound è quasi esagerata e chiunque conosca anche solo superficialmente il genere non faticherà un istante a cogliere fortissimi echi di Jefferson Airplane, Love, Doors e Music Machine… insomma quel garage-folk-psichedelico che sta nel lato oscuro della Summer of Love, ombroso, intossicato, cafone e misterioso. Ma pur sempre leggermente freak.

Dieci brani compatti, ben arrangiati e senza sbavature, per un lavoro che – pur non facendo gridare al miracolo – può ufficialmente giocare nel campionato 2011 per il miglior disco garage. Unico appunto: la voce non sempre convincente e un po’ monocorde…

I love you Babies

The Babies – s/t (Shrimper, 2011)

Sono biondini, bellini, emaciati in modo (ancora) accettabile, con jeans stretti rigorosamente sgarrati sulle ginocchia. Non sto sfogliando l’ultimo numero di Vanity Fair comodamente seduto sulla tazza del cesso; sono seduto, sì, ma di fronte allo schermo del computer e quella che sto vedendo e la prima foto che mi capita a tiro di web dei Babies. Si tratta della band composta dalla cantante-chitarrista Cassie Ramone delle Vivian Girls e dal bassista dei Woods Kevin Morby, con Justin Sullivan dei Bossy a percuotere le pelli.

Pare che Cassie e Kevin abbiano condiviso per un po’ un appartamento a New York. E siccome non fanno i cuochi, invece di mettere su una tavola calda a Brooklyn hanno pensato bene di formare un gruppo parallelo. Dopo due apprezzati 7” su Wild World e Make A Mess Records, esce ora l’album dato alle stampe dalla “mitica” Shrimper, che da vent’anni spaccia il lo-fi americano senza aver mai riscosso grandi consensi.

Gli undici pezzi dell’album sono avvolgenti e amabili, né più né meno, in bilico tra psichedelia pop (“Run Me Over”, “Wild 2”), garage spruzzato di blues-folk (“Voice Like Thunder”, “Breakin’ The Law”, “Sick Kid”) e indie rock dei Novanta – di cui i tre sono indubbiamente figli.

Ho letto una recensione nella quale l’esperto Compagnoni scrive testualmente “indie rock a doppia voce che passa dalle parti dei Pastels”. Sottoscrivo in pieno perché il mood generale è molto simile a quello degli scozzesi (“All Things Come To Pass”, “Wild 1”). Ma qui c’è pure del punk da cantina umida da non sottovalutare (“Personality”) e una bella botta di solarità che esplode magnificamente nella hit “Meet Me In The City”, che sembra eseguita dai Pixies piombati nel pop degli anni Sessanta. Questo per la cronaca e per i lettori di Black Milk che vogliono la ciccia.

Torino glam punk city

Hollywood Killerz – Dead On Arrival (logic(il)logic, 2011)

A dispetto di un nome da classe differenziale, gli Hollywood Killerz di Torino spaccano davvero. Ci sanno fare e il glam punk lo maneggiano con la padronanza consumata di chi l’ha molto studiato, ma anche praticato e – perché no – vissuto (altro…)

Una birra al Bar La Muerte

Le Singe Blanc – Babylon (Bar La Muerte, 2011)

Diavolo di un Bruno Dorella. Nonostante non sia un fanatico delle avanguardie e dei suoni sperimentali, ho sempre seguito con attenzione e curiosità le vicende del suddetto personaggio, sia come musicista (Ovo) che come proprietario dell’etichetta Bar La Muerte.

Le Singe Blanc sono quattro pazzoidi francesi (vengono da Metz) in giro dal 2000. Babylon è il loro terzo disco.
Lo ripeto: ho uno spirito punk, mi piacciono i suoni ruvidi e diretti, le canzoni da tre minuti. Non amo gli sperimentalismi, i drones, tutta quella roba non fa per me. Massimo rispetto, ma le mie preferenze vanno ad altre cose. Questo disco è riuscito nell’impresa di farmi amare un certo tipo di approccio alla musica, proprio perché l’intento avanguardistico viene efficacemente amalgamato con uno spirito profondamente punk.

Nove pezzi per poco meno di mezz’ora, dove Zappismi vari e nostalgie da Capitano Cuoredibue incontrano tribalismi, urla, un insospettato senso del groove, vocette da Teletubbies, distorsioni chitarristiche, cambi di tempo, stop and go e accelerazioni improvvise.
“Bombadilhom” è forte di una base ritmica alla Primus, “Ouzfat” è inizialmente infognata in una palude che più melmosa non si può, poi scappa e per rincorrerla bisogna addentrarsi nel mercato di Casablanca.
Si prosegue così, tra schizofrenie assortite e bignami hardcore, senza perdere mai di vista la forma canzone, la quale risulta anzi essere perfettamente incastrata in un timing sempre contenuto.
È d’obbligo citare la perla del disco: “Tapadi”. E’ dance music chitarra-basso-batteria che cambia pelle infinite volte nell’arco dei suoi quattro minuti, ti fa muovere il culo-la testa-le mani, e quando parte la vocetta che fa “tiki-tiki-tu-tiki-tiki-tu” capisci che resistergli è totalmente inutile: bisogna abbandonarsi al groove isterico e basta.
Che dire? Doppio chapeau, ai francesi e al bar della morte.

Giù le mani… carogna

Le Carogne – s/t (autoprodotto, 2010)

I liguri Le Carogne hanno incrociato la strada di Black Milk in occasione della recensione della compilation La Mano. In quell’occasione scrivevo di loro: “intrigano – ma per non più di un minutino, poi diventano piuttosto molesti, almeno per il sottoscritto – con un garage gravemente meticciato con il rock sperimentale, cantato in italiano”.

Questo cd gentilmente inviato dalle suddette Carogne, conferma al 100% la prima impressione, aggiungendo un tocco di trash, di situazionismo e di sano rock demenziale di quello che solo in itaglia si sa(peva) fare.

Il risultato è bizzarro: una specie di mash-up tra Nuggets 1, gli Skiantos, gli Ifix Tcen Tcen, il beat italiano più oscuro e qualche band di alternarock anni Novanta (Jane’s Addiction?). A tratti euforizzante, in altri momenti semplicemente straniante e ai confini col fastidioso… non si può dire che manchi di personalità, questa band. E’ difficile da gustare, insomma, questa proposta, ma nessuno potrà scrivere la fatidica formula che recita “sono scontati e prevedibili”.

A piccole dosi sono quasi geniali; alla lunga fanno sciogliere il cervello… decidete voi se è un bene o un male. Io il cd sono contento di averlo (ha anche una bellissima confezione).

Quella volta che Peter Laughner fu intervistato da Punk

Peter Laughner: la famosa intervista in Punk Magazine

La fascinazione per Peter Laugnher, qui nel bunker di Black Milk, è nota. Conclamata.  Per rendergli omaggio nuovamente, si è pensato di tradurre una breve e buffa intervista rilasciata a Punk Magazine in occasione della vincita di un concorso. Peter aveva inviato un breve saggio messo insieme senza nemmeno pensarci troppo e aveva vinto il secondo premio, ovvero un abbonamento alla rivista e il diritto a vedere pubblicato il suo pezzo (pare che sia uscito nel secondo numero). Ecco come ha risposto alle domande che la redazione gli ha fatto, dopo aver decretato che lui era uno dei vincitori…

Descrivi il punk in 20 parole:
Punk è sapere che morirai e non te ne frega niente. OPPURE: Punk è sapere che morirai, quindi che cazzo importa?

Sei un punk?
No. Perché anche se conosco la regola che si diceva prima mi capita, a volte, di innamorarmi abbastanza da pensare che qualcosa importa.

La tua cosa preferita?
La canzone nuova che ho scritto col mio gruppo stasera: “Everything I Say Just Goes Right Thru Her Heart”. E poi i Television, che sono fottutamente grandi.

I tuoi musicisti preferiti?
Uno: Tom Verlaine. Due: John Cale – che è sempre sbronzo come una zucca ed è anche gallese! Tre: Patti Smith – anche se va di moda, me la farei sedere sulla faccia in qualunque momento.

Rivista preferita?
Creem, quando fa uscire un numero con un po’ di ciccia dentro. Anche Punk Magazine potrebbe diventarlo, ma non posso proprio dirlo visto che è uscito un solo numero fino a ora. Per la roba più regolare, invece, Esquire.

Lo sconvolgimento che preferisci?
Metanfetamina pura, eroina in vena, cocaina tagliata non più di due volte, birra e cognac.

Programma televisivo preferito?
I Television live al CBGB’s.

Chi  o cosa erano:
WOODSTOCK – mezzo milione di coglioni che non avevano niente di meglio da fare che stare sotto alla pioggia (Paul Morrissey l’ha detto)
JAMES DEAN – un personaggio interessante, che è diventato un mito da imitare, ma – voglio dire – ha già fatto tutto lui
STONES – Out Of Our Heads è uno dei cinque migliori dischi rock’n’roll di sempre. Brian Jones è bassissimo nel mixaggio, ma probabilmente è stato uno dei migliori chitarristi ritmici al mondo
ALICE COOPER – Merda di Hollywood per topi da roulotte
CAMP RUNAMUCK – Una scuola di masturbazione per ragazzini
THE CURVOIR – Forse volevi dire Curvosier
SPUTNIK – Un satellite internazionale. Volevo andarci sopra quando avevo quattro anni
L’EDUCAZIONE – Non fare incazzare chi ha una pistola
EDDIE HASKELL – Prima di cena lo vedevo

Sei una rockstar?
Sì! Suono la chitarra come un pazzo, meglio di Richard Lloyd o Ron Asheton, canto come Dylan con un bastone da pastore su per il culo, posso fare Metal Machine Music con un solo ampli, e non somiglio a nessuno, quindi sono originale. Ci sono anche altri motivi, ma chi ha voglia di essere logorroico?

Lavori?
Scribacchino freelance per Creem. Suono in qualche gruppo – Pere Ubu. Ogni tanto si vende qualche disco.

Sei il più punk dei punk?
Sono più punk di molti perché riesco a vomitare, svenire per una decina di minuti e poi tornare come nuovo, a suonare un concerto perfetto o a fare il culetto a qualcuno. E parlo anche bene.

Fumi sigarette?
No, non ho mai preso il vizio. Le canne invece mi rendono nervoso.

Studi?
No, ho a mala pena finito il liceo.

Birra preferita?
Busch, Grolsch lager (importazione).

Hai giacche di pelle?
Solo sei (una è marrone). Sono il segno delle personalità deviate.

Il miglior pasto fuori?
Uno: Patti Smith. Due, la domenica mattina al Katz’s Deli con un doposbronza e Tina Weymouth.

[Se vuoi ascoltare la musica di Peter, scarica questo disco]

Dalle viscere del NYHC…

Urban Waste – Recycled (Nicotine, 2011)

Sono molto sospettoso e cinico di regola – ai limiti del pregiudizio – nei confronti delle reunion delle band che si risvegliano dopo 30 anni. Più ancora se sono piccoli culti o gruppi misconosciuti, che hanno pubblicato magari solo un 7″ nei primi anni Ottanta. Il motivo? Semplice… nove volte su dieci si tratta di formazioni che sono minori per un motivo ben preciso (cioè che non valevano molto). E in caso contrario, comunque, le reunion tardive sono pietose. Vedere/sentire dei quasi cinquantenni che tentano di rinverdire i fasti dei loro 16 anni punk è piuttosto patetico, no?

Fatta questa introduzione, è innegabile che non mi approcciavo agli Urban Waste nel migliore dei modi, visto che ebbero il loro momento di gloria nei primi anni Ottanta  (tra il 1981 e il 1984, per la precisione), nella New York dell’hardcore nascente: nel 1982 incisero un rarissimo singolo seminale, da molti ritenuto una pietra miliare del NYHC (scaricatelo QUI) e spesso bootlegato come manufatto rappresentativo di un’epoca aurea, per poi sciogliersi e dar vita agli anonimi Major Conflict. Con queste premesse – gruppo meteora e seminale, sparito da decenni – leggere che questo Recycled è una ristampa italiana di un disco inciso lo scorso anno dalla band riformata ha subito attivato il mio meccanismo difensivo anti disco pacco. Ma fortunatamente è andata molto meglio del previsto.

Recycled sarà anche un’operazione che – di primo acchito – puzza un po’ di bufala, ma al netto delle sensazioni aprioristiche funziona. Il disco è cattivo, duro, ruvido e hardcore. Quell’hardcore intriso di anni Ottanta e di Grande Mela, da cui gli Agnostic Front molto hanno preso e a cui molto hanno dato (non per nulla gli Urban Waste sono citati da Roger Miret come una delle sue band preferite). La maggior parte dei brani sono stati scritti quasi 30 anni orsono e si sente, ma anche i più recenti funzionano più che dignitosamente, ritraendo un gruppo che – nonostante tutto – è ancora in grado di reggere. Certo, il genere deve piacere e occorre la giusta disposizione d’animo nei confronti delle operazioni nostalgia, pena una certa noia. Ma è – appunto – una faccenda di gusti.

L’unico vero appunto che mi sento di fare è: c’era davvero bisogno di questo album? Probabilmente – nella mia ottica da necrofilo – avrebbe avuto molto più senso una bella stampa su cd del 7″ arricchita da brani dal vivo e frattaglie varie d’epoca, più un bel booklet con foto e storia della band. Ma probabilmente non c’erano i margini per una release simile… per cui taccio.

Detto questo: un buon lavoro della Nicotine, che continua imperterrita nella sua missione.

Il sovrano è nudo

The Sovran – No Song For a Non-Generation (logic(il)logic, 2011)

Pare abbiano iniziato nel 1997 come formazione dedita a un sound motorheadiano e venomiano, questi Sovran. Ora, dopo varie traversie, si può tranquillamente dire che di Venom e Motorhead non conservano neppure il ricordo, essendosi spostati verso un glam-punk-sleaze-rock di buona fattura (altro…)

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