Goodbye Jeffrey Lee… sono già 15 anni

Eh già: 15 anni fa se ne andava, stroncato da una simpatica emorragia cerebrale, sua maestà Jeffrey Lee Pierce.

Lui e i suoi Gun Club sono stati per anni una mia ossessione totalizzante; fatta di decine di dischi collezionati, comprati, cercati disperatamente, scambiati. E poi il suo libro letto, riletto, straletto, quasi memorizzato. E gli articoli fotocopiati, le cassette bootleg, i cd-r di contrabbando, le cover, i tentativi di immedesimazione senza troppo successo…
Poi il fuoco è diventato leggermente meno virulento, ma è sempre lì che arde; magari non ascolto-penso-colleziono solo a loro, ma la faccenda non si è mai chiusa.

In questa giornata un po’ così, complice una mezza bottiglia di Ripasso, mi permetto un omaggio veloce e narcisista, riesumando una vecchio pezzo di Black Milk (anzi, risalente alla sua incarnazione precedente e defunta che si chiamava This Heart Doesn’t Run On Blood).

Ciao Jeffrey.

La tua musica è sempre qui e non ha smesso di farci venire una cazzo di pelle d’oca che nemmeno puoi immaginare.

E vai col revival…

(da This Heart, recensione della ristampa di Miami, 2004)

Il giorno che riuscii a procurarmi la mia prima copia vinilica di Miami, dopo anni di ricerche, non fu esattamente uno dei più felici della mia vita. Era il 1997: il materiale dei Gun Club si trovava piuttosto facilmente… diciamo con la stessa facilità con cui ognuno di voi uscendo di casa poteva trovare 500.000 Lire infilate sotto allo zerbino.
Avevo cacciato questo fottutissimo pezzetto di vinile per anni e – senza, peraltro, neppure l’aiuto di Internet – non ero mai riuscito a metterci le zampe sopra. Dicevo, comunque… quel giorno d’estate ero appena stato licenziato da una cooperativa di loschi tangentisti. Faceva caldo. E me l’ero appena preso dolorosamente in quel posto; certo, andandomene avevo riempito di cemento in polvere le vaschette delle lavatrici e avevo svaligiato l’armadietto dei medicinali della comunità, ma… erano magre soddisfazioni. La dura verità era che avevo perso una fonte di reddito e guadagnato una fonte di rompimento di coglioni senza precedenti, in casa.
Non ce la facevo a tornare dai miei a sorbirmi l’ennesima menata tipo: “Tagliati i capelli, coi tatuaggi non troverai mai lavoro, fai il concorso, vestiti bene, piantala con ‘sta musica, è ora di mettere la testa a posto, sembri un drogato, guarda il figlio di XXX…”. Proprio non ce la facevo. Così me ne andai a fare un giro in un negozio di dischi. Ero appena entrato quando il proprietario mi allungò una borsa bianca dicendomi: “Toh, questo è per te; un regalo”. Dentro a quella borsetta c’era una copia di Miami.
Me ne andai a casa in trance, mi sorbii una quindicina di minuti di menate senza fare attenzione, poi ascoltai “Watermelon man” e me ne uscii di casa sbattendo la porta, mentre mio padre bestemmiava con mia madre dicendo che ero un fallito testa di cazzo. Quella sera mi ubriacai da solo al chiosco dei camionisti, bevendo Campari e gin. Poi andai al Guercio, ma non scesi neppure dalla macchina: un paio di auto degli sbirri stavano fermando tutti quelli che si dirigevano verso il centro sociale e un paio di miei amici, già fermati e in attesa di controllo, provvidenzialmente mi fecero segno di andarmene.Vagai da solo per un po’ e finii al Bar Nizza per un paio di Borghetti della staffa. Tentai di chiamare C per farmi fare un qualche lavorino, ma era in vena di preziosità. Certo, proprio lei che qualche sera prima mi implorava di infilarle una bottiglia mezza piena di Beck’s nel culo. E finii a casa distrutto dall’alcool.
Ecco, forse a voi sembrerà tutta un’accozzaglia di stupidaggini. Ma Miami è proprio questo. E’ il dramma della provincia, il dolore del sentirsi come la merda infilata nel battistrada di uno scarpone, la consapevolezza lancinante di sapere trovare conforto solo in cose che sono considerate disprezzabili e dannose.

Miami è il diavolo che si traveste da cocktail per infettarti da dentro.
Miami
è la donna che ami e che, appena finito di scopare, ti dice: “Devo fare in fretta perchè se no il mio fidanzato si arrabbia”
Miami
è la donna che scopi così per semplice necessità, per ammazzare il dolore… e che non hai il coraggio di guardare in faccia se non di sera e al buio.
Miami
è essere licenziati per avere detto quello che era giusto alle persone sbagliate. E andarsene con le tasche piene di psicofarmaci rubati.
Miami
è guidare da soli, con la fronte sudata e il cervello spappolato dal gin, sapendo che ovunque andrai sarà una merda. Ma da qualche parte devi pur andare.
Miami
è il blues, il punk, il rock. E’ l’inferno reso capolavoro.

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4 commenti

  1. bob

     /  aprile 1, 2011

    questo commento non dovrebbe neanche esserci, perché parole non ci sono. grande andrea. quello che scrivi ricorda le vicissitudini di molte persone che conosco. io mi ci sono ritrovato in pieno, ad altre latitudini e tempi.
    bob

    Rispondi
  2. grazie Bob. So che tu sai

    Rispondi
  3. denis

     /  aprile 1, 2011

    gran disco, gran pezzo.

    Rispondi
  1. Blues walked like a picciotto | Black Milk Magazine

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