Bangs Bangs, my baby shot me down

Nel 1974 usciva il numero uno (e anche l’ultimo) di Brain Damage, la fanzine curata da Metal Mike Saunders, futuro membro di Vom e Angry Samoans. Una ‘zine veramente old school che – tra le varie cose – contiene un’intervista alla star di quegli anni, nel mondo della critica rock: il signor Lester Bangs, direttamente dalla redazione di Creem.
Bangs non si spreca molto, rispondendo con un fiume di parole deraglianti e inconcludenti… ma ovviamente noi al cospetto di sua Maestà ce ne strafreghiamo e suggiamo le sue perle di saggezza insensata senza farci domande. Ecco dunque un tentativo di traduzione (onestamente il testo originale è confuso ai limiti dell’inintelligibile, frutto di un Bangs senza dubbio in vena di giocare con le parole per confondere e deridere i lettori e l’intervistatore), nel timido intento di riesumare un pezzettino di storia bangsiana dimenticata.

Dove è iniziato tutto questo?
Probabilmente nella preistoria. Mi considero un beatnik, sai. Da ragazzino nel tempo libero le uniche cose che facevo erano andare al supermercato a comprare una bottiglia di succo di limone concentrato e una di 7 Up, leggere William Burroughs e inghiottire noce moscata.

Ormai da un po’ sei considerato “il” critico rock per eccellenza. A che punto della tua vita ti sei reso conto che eri sulla via giusta, professionalmente?
Direi quando uscì la mia recensione di Exile On Main Street su Creem, nel giugno del 1972: sono io al mio meglio. Inversioni e mutazioni linguistiche tagliate fino all’osso, stampa aliena. Le mie radici sono quelle del Kerouac vagabondo, roba visionaria da girovago. In parte c’è della cara e vecchia lingua velenosa, in parte dello sconvolgimento da Belladonna. Il Romilar è il mio vizio. Sono un Maynard G. Krebs che gira coi rollerblade ai piedi…

Da dove arriva l’inimitabile stile alla Lester Bangs? Magari ti sei ispirato ad altri critici musicali che scrivevano a metà degli anni Sessanta…
Lascia che ti dica che l’adulazione non ti porterà lontano con uno come me. Dove io abbia trovato ispirazione per il mio stile sono affari miei e tocca a te capirlo. E comunque è questione di essere nel posto giusto al momento giusto. Hai capito, ragazzino? Vendere scarpe a San Diego, il sound delle periferie di Detroit, rilassarsi a Boston mangiando biscotti all’hashish al tramonto! Quando sei affamato di dolci e visioni anfetaminiche frullate, tendi ad arrangiarti come puoi. Per me è tutta una questione di cibo. Il rock è arte, l’arte è rock, il rock è cazzo, è ballare senza scarpe in una pozzanghera di sangue in una bettola.

Quindi sei favorevole alle droghe?
Erba, figa, eroina, casino!!! Un po’ di tempo fa io e il vecchio Alan Niester ci eravamo imbucati a una convention della MCA a Los Angeles; Al mi guarda di traverso, dopo un pomeriggio passato a bere Coors, Miller e Blue Nun e mi dice: “Bangs, se un vero punk e mi piaci, perché alla mia maniera da canadese del cacchio mi piacciono i punk”. E da lì è iniziato il delirio. Il mondo del rock fa cagare, è un polipoide marcio che ti striscia sul faccione!

Nella tua rapida ascesa hai ispirato una folta schiera di imitatori. Cosa mi dici di chi si lamenta che Robot Hull e il suo modo di scrivere stanno infestando Creem in maniera letale? Ti dà fastidio che altri, ora, si stiano facendo un nome usando uno stile che fondamentalmente ti appartiene?
Non vedo come tu possa fare queste affermazioni, visto che di recente ci siamo attivati per purgare Creem da Hull. Comunque lascia che ti dica che questa gente mi fa incazzare di più di un taco piccante immerso in un secchio di cera fusa bollente pronto a schizzarti in un occhio e a farti spruzzare sangue come una fontana. Mi hanno intortato tanto da farmi pubblicare la loro roba, lo ammetto, ma senza dubbio non sentirai mai più parlare di queste nullità, finché non impareranno che devono uscire dalle loro tane illuminate da candele e impregnate di fumo di canne, non si dimenticheranno della purezza e di tutte queste cazzate culturali e non si sporcheranno un po’ le mani. Ormai qualsiasi coglione con una macchina da scrivere in casa pensa di poter diventare un critico rock, ma nessuno di loro può nemmeno avvicinarsi a me quando si tratta di lasciarsi andare alla sarabanda concettuale che schizza fuori dal vortice sonoro. Lasciali provare! [segue delirio seriamente intraducibilenda]

Quindi, in altre parole, ti definiresti come uno dei poeti del nostro tempo?
Certo che sì!

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