Goodbye Jeffrey Lee… sono già 15 anni

Eh già: 15 anni fa se ne andava, stroncato da una simpatica emorragia cerebrale, sua maestà Jeffrey Lee Pierce.

Lui e i suoi Gun Club sono stati per anni una mia ossessione totalizzante; fatta di decine di dischi collezionati, comprati, cercati disperatamente, scambiati. E poi il suo libro letto, riletto, straletto, quasi memorizzato. E gli articoli fotocopiati, le cassette bootleg, i cd-r di contrabbando, le cover, i tentativi di immedesimazione senza troppo successo…
Poi il fuoco è diventato leggermente meno virulento, ma è sempre lì che arde; magari non ascolto-penso-colleziono solo a loro, ma la faccenda non si è mai chiusa.

In questa giornata un po’ così, complice una mezza bottiglia di Ripasso, mi permetto un omaggio veloce e narcisista, riesumando una vecchio pezzo di Black Milk (anzi, risalente alla sua incarnazione precedente e defunta che si chiamava This Heart Doesn’t Run On Blood).

Ciao Jeffrey.

La tua musica è sempre qui e non ha smesso di farci venire una cazzo di pelle d’oca che nemmeno puoi immaginare.

E vai col revival…

(da This Heart, recensione della ristampa di Miami, 2004)

Il giorno che riuscii a procurarmi la mia prima copia vinilica di Miami, dopo anni di ricerche, non fu esattamente uno dei più felici della mia vita. Era il 1997: il materiale dei Gun Club si trovava piuttosto facilmente… diciamo con la stessa facilità con cui ognuno di voi uscendo di casa poteva trovare 500.000 Lire infilate sotto allo zerbino.
Avevo cacciato questo fottutissimo pezzetto di vinile per anni e – senza, peraltro, neppure l’aiuto di Internet – non ero mai riuscito a metterci le zampe sopra. Dicevo, comunque… quel giorno d’estate ero appena stato licenziato da una cooperativa di loschi tangentisti. Faceva caldo. E me l’ero appena preso dolorosamente in quel posto; certo, andandomene avevo riempito di cemento in polvere le vaschette delle lavatrici e avevo svaligiato l’armadietto dei medicinali della comunità, ma… erano magre soddisfazioni. La dura verità era che avevo perso una fonte di reddito e guadagnato una fonte di rompimento di coglioni senza precedenti, in casa.
Non ce la facevo a tornare dai miei a sorbirmi l’ennesima menata tipo: “Tagliati i capelli, coi tatuaggi non troverai mai lavoro, fai il concorso, vestiti bene, piantala con ‘sta musica, è ora di mettere la testa a posto, sembri un drogato, guarda il figlio di XXX…”. Proprio non ce la facevo. Così me ne andai a fare un giro in un negozio di dischi. Ero appena entrato quando il proprietario mi allungò una borsa bianca dicendomi: “Toh, questo è per te; un regalo”. Dentro a quella borsetta c’era una copia di Miami.
Me ne andai a casa in trance, mi sorbii una quindicina di minuti di menate senza fare attenzione, poi ascoltai “Watermelon man” e me ne uscii di casa sbattendo la porta, mentre mio padre bestemmiava con mia madre dicendo che ero un fallito testa di cazzo. Quella sera mi ubriacai da solo al chiosco dei camionisti, bevendo Campari e gin. Poi andai al Guercio, ma non scesi neppure dalla macchina: un paio di auto degli sbirri stavano fermando tutti quelli che si dirigevano verso il centro sociale e un paio di miei amici, già fermati e in attesa di controllo, provvidenzialmente mi fecero segno di andarmene.Vagai da solo per un po’ e finii al Bar Nizza per un paio di Borghetti della staffa. Tentai di chiamare C per farmi fare un qualche lavorino, ma era in vena di preziosità. Certo, proprio lei che qualche sera prima mi implorava di infilarle una bottiglia mezza piena di Beck’s nel culo. E finii a casa distrutto dall’alcool.
Ecco, forse a voi sembrerà tutta un’accozzaglia di stupidaggini. Ma Miami è proprio questo. E’ il dramma della provincia, il dolore del sentirsi come la merda infilata nel battistrada di uno scarpone, la consapevolezza lancinante di sapere trovare conforto solo in cose che sono considerate disprezzabili e dannose.

Miami è il diavolo che si traveste da cocktail per infettarti da dentro.
Miami
è la donna che ami e che, appena finito di scopare, ti dice: “Devo fare in fretta perchè se no il mio fidanzato si arrabbia”
Miami
è la donna che scopi così per semplice necessità, per ammazzare il dolore… e che non hai il coraggio di guardare in faccia se non di sera e al buio.
Miami
è essere licenziati per avere detto quello che era giusto alle persone sbagliate. E andarsene con le tasche piene di psicofarmaci rubati.
Miami
è guidare da soli, con la fronte sudata e il cervello spappolato dal gin, sapendo che ovunque andrai sarà una merda. Ma da qualche parte devi pur andare.
Miami
è il blues, il punk, il rock. E’ l’inferno reso capolavoro.

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The Wild Brunch #1

The Wild Brunch #1 (marzo-aprile 2011)

Gli impegni della vita (lavoro, famiglia, lavoro, scrittura, lavoro, musica, lavoro, alcool, lavoro…) arrotano spessissimo anche i meglio intenzionati. Il sottoscritto, dopo anni di eroica – o ignava – resistenza si trova ora un po’ in affanno, ed è così che nasce l’idea di una rubrica in cui raggruppare tutti gli ascolti che, per ragioni di tempo, non sono riuscito a coprire con una recensione o un articolo ad hoc. E’, quindi, il classico spazio cumulativo in cui si parla con pochi tocchi e suggestioni (aggiungendo un primordiale sistema di valutazione con voto finale), di diversi dischi/libri/fanzine, per non lasciarli semplicemente scivolare via. Non è detto che tutto sia nuovo (anzi, è anche un buon modo per parlare di acquisti tardivi e reperti da bancarella) e tutto sia meritevole, ma fa parte del gioco. E allora assaggiamo ‘sto brunch selvaggio, alla faccia della vita che ti spiana.

MONDO

Ragdolls Dead Girls Don’t Say No (logic(il)logic, 2011)
Glam, horror punk e nu metal con tanto di make-up carnevalesco, zeppe trampolate e pacchianerie assortite. Questi svedesi faranno la felicità dei ragazzini adolescenti in cerca di emozioni da Halloween, ma niente di più. Immaginate un mistone di Type O Negative, Kiss, Motley Crue, Murderdolls, e Misfits senza Danzig con un tocco di nwoahm per sembrare più moderni. E immaginate anche che, se avete più di 18 anni, probabilmente al terzo brano avrete già sbadigliato.
[Voto: * – Consigliato a: adolescenti ribelli, collezionisti del trash, glamsters della domenica pomeriggio]

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ITALIA

Out Of DateD-Side (Bells On/Myself/Dmb, 2011 cd)
Dopo un breve intro che mi ha fatto pensare: “Ah, una band in stile ultimi Iron Maiden”… ci si tuffa in un bacinellone di hardcore punk melodico stile Offspring metà anni Novanta, ma anche stile Nofx e band similari. Ma i suoni sono scuri e compressi (troppo metallari per essere accattivanti… poi quei noisegate che chiudono tutto negli stacchi sono proprio passati di moda e fanno molto finto), i pezzi sono standard e senza scintilla. Roba strasentita, passata, bollita, che aveva un senso 15 anni fa o forse più… ma ora è un simpatico revival con poca anima e un po’ noioso. Non giovano proprio a nulla le due cover pseudo divertenti degli Hot Chocolate e di Shakira, in versione Nofx.
[Voto: 1/2 – Consigliato a: amici e parenti del gruppo, fanatici degli anni Novanta fuori tempo massimo]

Sange:Main:MachineReady For The Show (logic(il)logic, 2011, cd)
Heavy rock curatissimo e cesellato, di quello che faceva impazzire i metal kids tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta. Gli echi di Deep Purple, Zeppelin, primi Iron Maiden e hard rock di maniera sono fortissimi, per un album formalmente perfetto, ma senza scintilla. Bravi, professionali, filologici, laccati e precisi… ma nient’altro. Probabilmente è solo un problema di anacronismo: fosse uscito nel 1982, avrebbe sotterrato con un rutto Vanadium & compagnia rockeggiante, divenendo un cult italiano ed europeo. Ma siamo nel 2011: amen.
[Voto: *1/2 – Consigliato a: hard rocker infrangibili, italiofili incorreggibili, protometallari stagionati]

Soldiers Of A Wrong War – Lights & Karma (Dmb, 2011, cd)
Vercellesi, giovani, rockettari alternativi con animo melodico-melanconico e forma mentis da MTV. Produzione pulita e leccata, pezzi ben arrangiati e lavorati, ma proprio poco da dire. Probabilmente cantando in italiano e con la giusta mafia alle spalle potrebbero diventare idoli o quasi delle ragazzine – magari per qualche mese, o anche di più. In bocca al lupo, dunque, ma non credo che ci risentiremo mai più.
[Voto: 0 – Consigliato a: emo rocker minorenni]

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RISTAMPE/REPERTI/FUORI TEMPO MASSIMO

CandlemassTales Of Creation (Peaceville, 2008, 2cd)
Ristampone expanded di qualche anno fa (potrebbe essere del 2008) del quarto album dei doom metaller Candlemass – uscito originariamente nel 1989. Il disco non ha retto completamente il test del tempo, ma resta un ottimo lavoro – forse uno dei più noti del gruppo, anche se non il più rappresentativo. Nel secondo cd bonus sono inclusi dei demo, un’intervista e il video di “Dark Reflections”. Per una dozzina d’euro è niente male.
[Voto: **
– Consigliato a: metal kids degli anni Ottanta, storici del doom, collezionisti assatanati]

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LIBRI/FANZINE

Abracadabra zine n. 1, gennaio 2011 + AEIOU cd
Abbiamo già parlato del numero zero di questa sbomballatissima photo ‘zine targata Bubca records; la nuova uscita resta nei binari già segnati, in puro stile lo-fi (fotocopie a go-go e  layout minimale), proponendo una serie di scatti più o meno a tema (disperati vari per le vie della città, passeggini e carrozzelle…) rigorosamente in bianco e nero. Un gesto artistico? Una burla cerebrale? Non è dato saperlo, ma va bene così. In allegato un cd degli AEIOU, che immortala una session tenuta nell’ultima notte del 2010… lo-fi punk folk blues stralunato e molesto, di quello che solo i gruppi Bubca espellono dai loro pori.
[Voto: **
– Consigliato a: bizzarri animali, drogati di lo-fi, artistoidi autistici, Bubca-fanatici]

Dome meets The Headbangers

Dome La Muerte & The Diggers/ The Headbangers – split 7″ (Area Pirata, 2011)

Che buffo destino, quello del recensore/boss/burattinaio/caprone di una webzine un po’ di nicchia. Buffo per non dire bastardo. Sì, perché capita sempre più di frequente che arrivi materiale promo incompleto, magari senza copertina. E 9 volte su 10 si tratta di dischi che mi piacciono un casino e che mi metterei con grande goduria nello scaffalone dell’inferno in cui tengo i miei vinili e i cd. Però la goduria viene decurtata di un buon 75% dal pensiero di avere il disco in versione monca. Certo, la gente delle etichette starà pensando: “Brutto bamboccione, se ti piacciono allora poi puoi comprarti la versione commerciale, completa di tutto”…. ed è verissimo, non fa una piega. Giusto, sacrosanto. Però cazzo: aprire i pacchetti e trovare dischi fighissimi in questa configurazione è come trovare un pentolino di caramelle ciucciate sotto all’albero di natale. Amen: problema mio.

Passiamo alle cose serie, ovvero a questo split 7” in vinile (45 giri, buco grosso… oh yes) di Area Pirata.

Dome La Muerte & The Diggers fanno il culo a tutti, con un brano acido che ricorda “Good Times, Bad Times” dei Led Zeppelin dopo un trattamento da parte degli Stones periodo “Their Satanic Majesties Request”… e cazzo, ditemi voi se è poco. Un vero pezzone del demonio, intriso di visioni distorte, melodie stralunate, armoniche blues e garage drizzapelo. Il brano è frutto di una collaborazione con Jorge degli spagnoli Dr. Explosion, e risale alle session di Diggersonz, l’album uscito la scorsa primavera. Grandissima prova, un solo pezzo basta, avanza e uccide.

Gli Headbangers, di Prato, non li conoscevo… ma se questo pezzo è indicativo della band, allora potrebbe essere – almeno per quanto mi riguarda – una delle scoperte più esaltanti dell’anno. Punk rock scuro e rock’n’roll, con forti reminiscenze proto-punk, zozzo e ficcante, di quello che ti entra sotto la pelle e si infetta.

Se vuoi entrare nel Giro, devi fare poche domande

Il Giro (marzo 2011)

Dopo l’exploit con uscita a sorpresa e distribuzione carbonara dello scorso luglio, torna Il Giro, la fanzine più interessante, divertente e maniacale del momento per tutti gli appassionati di reperti musicali esoterici di area garage, beat, neo Sixties. Ma anche di calcio e vintage culture.

E’ quasi imbarazzante recensire materiale del genere, perché si batte in loop sui medesimi concetti: è una figata, ah che sballo la cara vecchia fanzine cartacea, c’è la passione, c’è la qualità, ci trovate le monografie da sbavare, ci sono le interviste oscure, etc etc etc.

Ebbene è tutto verissimo. Tragicamente vero, per me che devo scriverne senza rischiare di sembrare un mezzo ritardato; deliziosamente vero per chi leggerà queste pagine. Quindi l’antifona è immutata: se vi piace leggere di musica, se apprezzate quello di cui si diceva in apertura, se il concetto di fanzine old school è radicato nel vostro personalissimo giardino dei ricordi libidinosi, allora dovete sbattervi un pochino e procurarvi Il Giro. Dico sbattervi perché non la troverete facilmente dai vostri spacciatori di fiducia, ma solo nel giro (eh già), e in un numero limitato di copie.

In questo numero vi potrete rifare gli occhi con una monografia sugli oscuri Sea-Ders (band freakbeat libanese), il consueto e godurioso angolo sul Texas punk, i micidiali Squires direttamente dal 1965, un report losangeleno da lacrime, un ripescaggio dei grandi Catacombs (neo-garage italiano fine anni Ottanta), una lunga intervista a Le Scimmie (band italiana anni Sessanta di beat tutta al femminile)… e poi ancora molta roba, ma proprio molta.

La chiave di lettura è ancora una volta quella che privilegia l’aspetto oscuro ed esoterico, per cui non dovete preoccuparvi se sapete poco o nulla dei gruppi di cui si parla; anzi è proprio il bello, perché gli articoli de Il Giro sono concepiti appunto per portare alla luce situazioni e gruppi altrimenti destinati alla nicchia estrema. E ben venga, dunque… anzi: meno si sa e più si gode a leggere queste pagine.

Bangs Bangs, my baby shot me down

Nel 1974 usciva il numero uno (e anche l’ultimo) di Brain Damage, la fanzine curata da Metal Mike Saunders, futuro membro di Vom e Angry Samoans. Una ‘zine veramente old school che – tra le varie cose – contiene un’intervista alla star di quegli anni, nel mondo della critica rock: il signor Lester Bangs, direttamente dalla redazione di Creem.
Bangs non si spreca molto, rispondendo con un fiume di parole deraglianti e inconcludenti… ma ovviamente noi al cospetto di sua Maestà ce ne strafreghiamo e suggiamo le sue perle di saggezza insensata senza farci domande. Ecco dunque un tentativo di traduzione (onestamente il testo originale è confuso ai limiti dell’inintelligibile, frutto di un Bangs senza dubbio in vena di giocare con le parole per confondere e deridere i lettori e l’intervistatore), nel timido intento di riesumare un pezzettino di storia bangsiana dimenticata.

Dove è iniziato tutto questo?
Probabilmente nella preistoria. Mi considero un beatnik, sai. Da ragazzino nel tempo libero le uniche cose che facevo erano andare al supermercato a comprare una bottiglia di succo di limone concentrato e una di 7 Up, leggere William Burroughs e inghiottire noce moscata.

Ormai da un po’ sei considerato “il” critico rock per eccellenza. A che punto della tua vita ti sei reso conto che eri sulla via giusta, professionalmente?
Direi quando uscì la mia recensione di Exile On Main Street su Creem, nel giugno del 1972: sono io al mio meglio. Inversioni e mutazioni linguistiche tagliate fino all’osso, stampa aliena. Le mie radici sono quelle del Kerouac vagabondo, roba visionaria da girovago. In parte c’è della cara e vecchia lingua velenosa, in parte dello sconvolgimento da Belladonna. Il Romilar è il mio vizio. Sono un Maynard G. Krebs che gira coi rollerblade ai piedi…

Da dove arriva l’inimitabile stile alla Lester Bangs? Magari ti sei ispirato ad altri critici musicali che scrivevano a metà degli anni Sessanta…
Lascia che ti dica che l’adulazione non ti porterà lontano con uno come me. Dove io abbia trovato ispirazione per il mio stile sono affari miei e tocca a te capirlo. E comunque è questione di essere nel posto giusto al momento giusto. Hai capito, ragazzino? Vendere scarpe a San Diego, il sound delle periferie di Detroit, rilassarsi a Boston mangiando biscotti all’hashish al tramonto! Quando sei affamato di dolci e visioni anfetaminiche frullate, tendi ad arrangiarti come puoi. Per me è tutta una questione di cibo. Il rock è arte, l’arte è rock, il rock è cazzo, è ballare senza scarpe in una pozzanghera di sangue in una bettola.

Quindi sei favorevole alle droghe?
Erba, figa, eroina, casino!!! Un po’ di tempo fa io e il vecchio Alan Niester ci eravamo imbucati a una convention della MCA a Los Angeles; Al mi guarda di traverso, dopo un pomeriggio passato a bere Coors, Miller e Blue Nun e mi dice: “Bangs, se un vero punk e mi piaci, perché alla mia maniera da canadese del cacchio mi piacciono i punk”. E da lì è iniziato il delirio. Il mondo del rock fa cagare, è un polipoide marcio che ti striscia sul faccione!

Nella tua rapida ascesa hai ispirato una folta schiera di imitatori. Cosa mi dici di chi si lamenta che Robot Hull e il suo modo di scrivere stanno infestando Creem in maniera letale? Ti dà fastidio che altri, ora, si stiano facendo un nome usando uno stile che fondamentalmente ti appartiene?
Non vedo come tu possa fare queste affermazioni, visto che di recente ci siamo attivati per purgare Creem da Hull. Comunque lascia che ti dica che questa gente mi fa incazzare di più di un taco piccante immerso in un secchio di cera fusa bollente pronto a schizzarti in un occhio e a farti spruzzare sangue come una fontana. Mi hanno intortato tanto da farmi pubblicare la loro roba, lo ammetto, ma senza dubbio non sentirai mai più parlare di queste nullità, finché non impareranno che devono uscire dalle loro tane illuminate da candele e impregnate di fumo di canne, non si dimenticheranno della purezza e di tutte queste cazzate culturali e non si sporcheranno un po’ le mani. Ormai qualsiasi coglione con una macchina da scrivere in casa pensa di poter diventare un critico rock, ma nessuno di loro può nemmeno avvicinarsi a me quando si tratta di lasciarsi andare alla sarabanda concettuale che schizza fuori dal vortice sonoro. Lasciali provare! [segue delirio seriamente intraducibilenda]

Quindi, in altre parole, ti definiresti come uno dei poeti del nostro tempo?
Certo che sì!

I cavalieri dello zodiaco abitano a Berkeley

Argetti – New Seeds (No Reason, 2011)

Onestamente, e non me ne vogliate, penso che un nome peggiore di Argetti (che a quanto leggo è anche uno dei cavalieri dello zodiaco… ma per favore!) sia davvero difficile da trovare – così come è piuttosto folle decidere di affibbiarlo alla propria band, soprattutto se si decide di suonare punk rock. L’impressione iniziale, quindi, è stata gravemente negativa.

Ero quasi pronto a una recensione di quelle che nei primi Novanta, nella fanzine di Rev Norb, venivano fatte solo guardando la copertina e non ascoltando il disco, ma poi ovviamente ho fatto ciò che un uomo deve fare e l’ho messo nel lettore cd. E’ stato una piacevole sorpresa constatare che, nonostante il nome da tribunale dell’Aia, i vicentini Argetti suonano un ottimo pop punk fine Ottanta/primi Novanta, che trasuda letteralmente (e lo ripeto: trasuda, ne è intriso come una spugna) suggestioni inequivocabilmente riconducibili alla prima ondata di gruppi Lookout.

Lawrence Livermore probabilmente si sarebbe innamorato di loro nel 1991-92, visto che incarnano le anime che nel periodo aureo hanno contraddistinto l’etichetta di Berkeley: punk rock asciutto e semplice, suonato senza fronzoli e tecnicismi, ma soprattutto striato di sensibilità pop alla Smiths/Morrissey e attitudine emo-core (occhio ai termini: l’emo di cui si parla non è quello di adesso, ma proprio tuuuuuutta un’altra roba). Per utilizzare il solito giochino del “somiglia a”, direi che gli Argetti sono un improbabile ibrido di Monsula, primissimi Green Day e J Church, leggermente insaporiti in salsa anni Duemila e con una persistente vena malinconica a corredo.

Notevoli davvero, quindi: probabilmente hanno anche il giusto appeal per piacere ai relitti che la scena degli albori Lookout la hanno vissuta in prima persona, così come agli under 20 e ai famigerati twentysomething. E allora, bene così. Magari ogni tanto incazzatevi un po’ di più, invece di cedere incondizionatamente al lato melanconico del pop punk…

Il ragazzo del garage

Garage Boy – Gonzo Muziko (Lepers Produtcions, 2011)

Non si può proprio dire che questi della Lepers Productions siano banali. Ho già avuto modo di recensire una delle loro creature (i Cristio) e di notare come con i loro gruppi il “l’ho già sentito” è sempre difficile lasciarselo scappare. Così quando ho iniziato ad ascoltare i Garage Boy sapevo già di predispormi all’inconsueto. E infatti l’album Gonzo Muziko è una vera catarsi di differenti generi musicali dal punk (e cowpunk) all’hip-pop, dal dub alla tecno, dal funk al pop anni Ottanta, da cui trae a mio avviso la maggior ispirazione linfa, il tutto con una spruzzata di campionamenti dei principali rumori e jingle della modernità (suonerie di cellulari, trasmissioni cine-televisive, etc.).

Dimenticavo i Garage Boy sono in realtà una one man band. La leggenda narra infatti che dietro a questo gruppo si celi un posteggiatore abusivo e clandestino proveniente dal Tagikistan. L’ironia di questa operazione di maquillage della propria identità in stile “Borat dei poveri” non è male e rende ancor più concettuale questo lavoro: questo è quasi sempre il destino delle creature musicali che nascono da una sola mente eclettica. Mi vengono in mente, pur con differenze sostanziali, gli esperimenti di Cornelius, DJ Shadow, Pepe Deluxe episodi di musica più vicina a tecno e discoteca, rispetto ai mondi più industriali di NIN e Ministry, comunque in alcuni episodi evocati. E non manca neppure qualche passo basso e batteria stevealbineggiante (“Gimmie Gimmie”, “Le Grand Passion d’Amour”) tanto per dare un ulteriore contributo alla voce eclettismo.

Ma non fatevi scoraggiare da questa patina di seriosità, perché Gonzo Muziko è molto bello e merita di essere ascoltato: a dire il vero non vi ci vorrà molto a restare intrappolati nelle sue ardite melodie, tanto da far emergere quasi una certa vocazione pop.
Tra i pezzi migliori il reggae dubbato di “La Moderna Vivo”, la onirica “Tajik-Soviet Fantasy” e il pezzo dall’ispirazione maggiormente punkeggiante e cioè il già citato “Gimmie Gimmie”.

Bravo Garage Boy, vai con l’avanguardia.
Pubblico di merda.

[Potete scaricare il disco di Garage Boy, legalmente e gratuitamente, nel sito della Lepers Productions, cliccando QUI]

Zabrisky point

Zabrisky – Fortune Is Always Hiding (Shyrec, 2011)

Dai, non fate quelle facce. Mica vi ascolterete tutto il santo giorno del marcio garage punk, no? Ok la velocità, ok la distorsione, ok la zozzeria, ma dopo trenta minuti di Teengenerate ci vuole qualcosa per depressurizzarsi.

Io, per depressurizzarmi, ascolto sempre dell’ottimo pop anni Novanta stile Creation Records. Avete presente, no? Quella fantastica etichetta fondata da Alan McGee, che ha avuto il merito di lanciare gente come Teenage Fanclub, Primal Scream, eccetera.
Ecco, prendiamo i primi. E veniamo al disco oggetto della recensione, giacché i veneziani Zabrisky, giunti al terzo disco, affinità con il gruppo scozzese capitanato da Norman Blake ne hanno parecchie. La circolarità dei riff, per esempio. La loro solarità, lezione che giunge da lontano, diciamo da gente come Byrds e Big Star.

È un pop’n’roll chitarristico da canzoni di due-minuti-due quello proposto dai Zabrisky, ma è roba fatta talmente bene che, come spesso succede, ti fa dimenticare immediatamente i molteplici riferimenti contenuti nel loro sound; così, che cosa ce ne importa se l’attacco di “Stone Inside” ricorda “Waterfall” degli Stone Roses: la canzone è talmente bella che sta in piedi da sola. Oppure “Getting Better So Far”, che sembra uno degli episodi migliori uscito dalle penne dei La’s.

E potremmo andare avanti così, ma la verità è che i Zabrisky hanno scritto un signor disco, e se questo fosse uscito in Inghilterra, ora starebbero tutti a gridare al miracolo. Dannati inglesi.
Composizioni solide, melodie cristalline, zuccherosamente irresistibili ( ascoltate “Calling Home” e provate a non cantarla sotto la doccia), che verso la fine sfocia in una slackness da figli di puttana degna dei migliori fratellini Reid (l’accoppiata “Real Me” e “Good Company”, venate di soffice psichedelia molto british).

Questa è musica coi controcazzi. Pollice in alto per i Zabrisky.

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