La nicchia non muore mai

Angela Monteiro e Tommaso Floris fanno le cose per bene. C’è, nel loro lavoro, una cura per il dettaglio, un amore per le cose belle fatte con dedizione da non lasciare indifferenti chi, come me, pensa che la buona musica sia una forma d’arte troppo significativa per essere relegata nel limbo sfigato dei file mp3, dei link da scaricare, dei brani in streaming.
La musica va posseduta, annusata, catalogata, fatta sporcare, pulita, osservata. Deve essere oggetto di vanto per chi la detiene (“Ti piacerebbe avere il mio rarissimo 7” dei Weirdos, eh?? Beh, fottiti”).

La Shit Music For Shit People nasce nel 2008, con lo scopo di pubblicare solo in formato vinile/tape e in edizione limitata. Scelta suicida? Non credo. Parafrasando la loro ragione sociale, infatti, è “musica di nicchia per gente di nicchia” (senza snobismi di sorta, altrimenti s’incazzano) e, credetemi, la nicchia non muore mai. Meglio: la nicchia è quella che ti compra i dischi, che viene ai concerti. Prova ne è il fatto che quasi tutte le uscite dell’etichetta sono andate sold-out in breve tempo.
Altra prerogativa dei nostri è di affidare le copertine dei dischi a illustratori affini ai loro gusti e non necessariamente legati al mondo della musica, rafforzando il binomio tra suoni e immagine, promuovendo il concetto del valore dell’oggetto fisico che vince sull’immaterialità del download.

Ma bando ai preamboli, veniamo alla musica. Che, per inciso, raccoglie alcune delle migliori realtà in ambito lo-fi garage presenti sul nostro paese (e non solo).
La prima uscita dell’etichetta è il 7” dei Capputtini i’Lignu (Cheb Samir, noto agitatore della Roma Est-zona Pigneto, affiancato da Kristina) che propongono uno sgangheratissimo garage punk, sferragliante quanto basta (“God Never”), come degli Stones chiusi in cantina rimasti infoiati col peggior blues del Delta (“Digging U A Hole”).
I Two Bit Dezperados (franco-portoghesi-italiani) suonano invece più eterogenei, mescolando praticamente tutto ciò di buono uscito dagli States in materia di roots music (country, garage, folk), unendola ad una sensibilità pop parecchio affine ai B52’s (li ricordate?). “Devil In Me”, “Pretty Girl”, che inaugurano il primo lato del 7” “Macumba Para Exù” sono brani assolutamente deliziosi, che ti svoltano la giornata.
Stesso effetto che vi farà il lavoro appena uscito dei Love Boat (“Sliding Deck”), twee pop garage festaiolo, coretti la-la-la (“Song About Flying Sebadas”), Small Faces, Beach Boys, un’attitudine festaiola unita a una capacità di scrittura veramente notevole. Ah, sono italiani.
Chiudiamo la carrellata coi più schizzati del lotto, i franco-italiani Sàtan (ora J.C. Sàtan, usciti con un full-lenght su Slovenly), che attaccano con la potente e sguaiatissima “Lick My Feet”, continuano con la dinoccolata “More Funny Than A Mini Horse”, passano per le isterie garage-synth di “Sàtan”, e chiudono con la notturna e soft “Loin De Moi” un lavoro da spellarsi le mani.

In conclusione, tenete d’occhio i tipi della Shit Music For Shit People. Ne vale la pena.
Chiudo con cinque domandine fatte a Tommaso via e-mail, che ringrazio per la disponibilità. Buona lettura.

Come, dove e quando nasce la S.M.F.S.P?
Il progetto è nato verso la fine del 2008 a Roma dal desiderio di far conoscere e promuovere nuovi musicisti e illustratori.
E intendevamo sviluppare questo attraverso un linguaggio originale che ci permettesse di creare degli oggetti accattivanti e interessanti.

Perché solo edizioni in vinile/tape? scelta editoriale nostalgica, filosofia di vita, o semplice snobismo (che ci piace tanto) elitario?
Per diversi motivi. È una specie di ritorno alle origini e anche un modo per distinguerci. Ma essenzialmente perché sono degli oggetti con i quali ci identifichiamo e con cui abbiamo stabilito una relazione affettiva che è legata alla nostra infanzia. Nessun snobismo elitario, chi compra i nostri dischi ha il download gratuito dei brani in mp3 e presto potrà trovarli in vendita sui vari mercati di musica digitale come itunes o amazon.

Come scegliete gli artisti da produrre?
La maggior parte delle band che abbiamo scelto fin ora le conoscevamo personalmente o le abbiamo incontrate ad un loro concerto. Usiamo anche Internet per scovare nuove bande e soprattutto illustratori.

Il sogno nel cassetto?
Riuscire a vivere della nostra passione e trasformarla in lavoro a tempo pieno.

Fresca fresca è l’uscita del 7″ dei Love Boat, di cui parlavamo sopra. Prossimi progetti? Cosa bolle in pentola?
Attualmente bollono molte cose in pentola, ma non vogliamo rivelare troppo. Possiamo dire che per la fine della primavera daremo alle stampe dei 12”  con un concetto seriale in cui due band che condividono una stessa anima s’incontrano per un confronto musicale. Inoltre espanderemo il lato artistico con la promozione del lavoro degli illustratori con cui collaboriamo.

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Two Bit or not Two Bit

Two Bit Dezperados – s/t (Jeetkune, 2010)

E’ di qualche mese fa il secondo lavoro sulla lunga distanza di questi fenomenali Two Bit Dezperados, un quartetto che non ho ancora ben capito dove è di stanza (presumo in Italia), visto che tutti scrivono cose tipo “uniscono Sardegna, Brasile e Portogallo”, ma dove cazzo abitino ‘sti ragazzi non è dato saperlo.

Geografia a parte, questa band è da orgasmo psicosomatico se – come la natura esigerebbe – amate Sixties garage, blues, punk, folk, psichedelia e country, che vengono semplicemente mescolati assieme a colpi di cucchiaio, lasciando pezzettoni ben grossi e croccanti.

Praticamente lo scontato paragone coi Detroit Cobras è molto calzante, sia per il cocktail sonoro, sia per la presenza di una notevolissima voce femminile; ma le sfumature sono piuttosto differenti e hanno umori cangianti: più malinconici, molto roots/Americana, con piccoli tocchi di pop raffinato. Qui si muove il culo, si sbatte la testolina, ma ci si dondola anche con quella che potrebbe essere la colonna sonora di un documentario sui cowboy della Barbagia.

L’unica cosa che mi lascia perplesso è che molte altre recensioni che ho letto parlano di tropicalismo, Os Mutantes e influenze sudamericane. Come dire… io – a parte alcuni brani cantati in portoghese (ma solo cantati) – non è che abbia rilevato tutto questo tropicalismo. Anzi, c’è molto ottimo garage, ma da qui a mettere sul piatto il beat brasiliano mi pare corra una certa differenza. E, se posso permettermi un giudizio tagliente, è davvero meglio così, perché i Two Bit Dezperados vanno bene proprio così come sono.

Un altro bel colpetto per la Jeetkune. E per chi di voi sarà così furbo da investire pochi euro in questo cd.

Cannoli al gusto lametta

Bobsleigh Baby – s/t (Jeetkune, 2011)

I romani (ma solo di base, essendo i quattro membri sfollati di varia estrazione e provenienza geografica) Bobsleigh Baby hanno già avuto il pollice alto e l’imprimatur di Blow Up, Rumore e Vice Magazine con recensioni più che positive. A me personalmente non impressiona molto la cosa, però mi rendo conto che ha il suo valore e che costituisce un selling point non trascurabile. E non nascondo neppure che ho dovuto vincere un po’ di stronzaggine prima di convincermi ad ascoltare il disco senza pensare “Vabbé, sarà roba che non mi piace”; e sbagliavo. Oggettivamente anche.

Il garage pop punk folk – con un paio di schizzi di post punk – della band è intrigante, per non dire ammaliante. L’elemento più fascinoso è la sensazione di pericolo che alberga in brani che superficialmente sono tutt’altro che estremi. La minaccia è sottile e un po’ paranoica, come il pensiero che nel tuo cannolo siciliano possa esserci una lametta arrugginita rotta in due; come l’idea che nelle ultime gocce del tuo terzo cuba libre potesse esserci un abbondante spruzzata di topicida.
E’ tutta una questione di suoni – vintage, ruvidi e crepuscolari, senza eccessi né vomitevoli modernerie – e di amalgama.

Dagli Archies ai Gun Club, passando per Magazine, Violent Femmes e Monks… capita l’antifona?

Disco della settimana. Almeno.

Il dottor Ness, suppongo…

Social Distortion – Hard Times And Nursery Rhymes (Epitaph Records, 2011)

“Road Zombie” è l’ingresso verso un viaggio senza ritorno. Un viaggio, anzi un dirottamento delle mie facoltà mentali verso il magazzino dei ricordi. Il suono distorto della chitarra e l’aspro tono del rullante a martello mi riportano indietro di una bella ventina di anni. Sono sulle ginocchia e in adorazione. Questa è la cosa più vicina alla mia modesta opinione di cosa in pratica significhino quelle quattro lettere buttate a caso con cui puoi comporre la parola rock. E’ un pezzo strumentale in cui tutto è perfetto e la voce non serve (e ci vogliono davvero delle palle di pregevolissima fattura e consistenza per aprire un album così).
Poi, e qui più che una recensione è una cronaca, arriva la voce di Mike Ness come una maledizione a contaminare le altre 10 canzoni di Hard Times And Nursery Rhymes, per ricordarci come si fa a perdere il controllo degli arti superiori dalla voglia di simulare un bel riffone alla chitarra con tanto di grugno compiaciuto.

Sono già passati sette lunghi anni da Sex, Love And Rock’N’Roll in un bel mix di infortuni sul lavoro e abusi di sostanze illecite attorno ai Social Distortion, l’alter ego musicale di Mike Ness.
La formula magica è sempre la stessa: ingredienti genuini e di qualità. Niente fronzoli effetti speciali o colpi di scena, con batteria quattro quarti e pedalare, tra brani più tonici e graffianti e altri più lenti ai confini della ballad. Il profumo di casa è sempre il solito, un retrogusto di sonorità alla Pogues (quelle linee vocali che canteresti volentieri in un pub con le pinte di birra in mano e sventolate ben in alto), una sensazione di sleaze rock (mi vengono in mente i Dogs D’Amour) e una lacrima di Bruce Springsteen degli albori.
Certo anche i Green Day emergono in alcuni punti, ma qui è forse più giusto dire il contrario e cioè che in tutti gli album dei Green Day si trovano tracce di Mike Ness.

L’album funziona, difficile trovare un pezzo più o meno divertente degli altri, e vi regalerà una quarantina e più di minuti spensierati. L’ho ascoltato tutto d’un fiato, scendendo a rotta di collo con lo snowboard. Per lunghi attimi mi sono talmente gasato da tentare cose che non avevo mai provato in vita mia: ero il Dio della tavola. Poi ho preso una stecca da paura, cadendo di mento sulla neve ghiacciata. In quel momento tutti i miei sogni sono crollati e mi è rimasta solo la faccia gonfia e graffiata: il vecchio, goffo e ciccione è tornato sulla terra. E in fin dei conti questa è la vita e questi sono gli effetti del rock’n’roll.

“Live Fast, Die Fat!”
[Rodrigo Buchago & Il Mulo – 2011]

Sweet home Chelsea

Chelsea on the Rocks (Abel Ferrara, 2007)

Senza il Chelsea Hotel il rock and roll sarebbe stato più povero. Luogo culto di New York (al 222 West 23rd Street, Manhattan, tra la Seven e l’Eight Avenue, vicino a Chelsea) attivo dal 1884 è stato un crocevia di anime bohemienne e di sostanze che hanno generato  miscele di esplosiva creatività: “Chelsea Hotel”  di Leonard Cohen, dopo un pompino fugace di Janis Joplin al bardo canadese proprio in una stanza dell’hotel; “Chelsea Morning” di Joni Mitchell, che indirettamente ha dato il nome a Chelsea Clinton; “Third Week in the Chelsea” dei Jefferson Airplane; “Like a Drug I Never Did Before” di Joey Ramone…  e poi qui dove Wharol ambientò il suo estenuante lungometragio Chelsea Girls, con Nico e il resto della cricca.

Ma fu anche teatro di alchimie nichiliste: qui nel 1953 il residente a lungo termine Dylan Thomas si prese l’ubriacatura che gli risultò fatale; e nella stanza numero 100 si consumò l’omicidio di Nancy Spungen da parte di Sid Vicious.
Nel 2008, un anno dopo che il Chelsea, subissato da debiti, era stato messo in vendita (per la cronaca, il motto di Stanley Bard, mitico manager del Chelsea negli anni Sessanta era: “Non siamo qui per far soldi” un rovesciamento del titolo del  famoso disco di Frank Zappa), il regista yankee partenopeo  Abel Ferrara ci mise lo zampino riuscendo, col suo documentario Chelsea on the rocks a cogliere la contraddizione di fondo di questo luogo così fortemente carico di energie – archetipo junghiano ma anche ying-hiano – di eros thanatos.

Ferrara esaspera il ruolo del regista fino a trasfigurarsi in voyeur e diventato  tutt’uno con la sua macchina da presa; se ne va in giro per il Chelsea sondando ed esplorando i corridoi, le stanze, i bassifondi, facendo splendide carrellate sullo skyline della Grande Mela. Ma soprattutto raccogliendo dai protagonisti e dai co-protagonisti una serie di  racconti e aneddoti grotteschi (tragica-divertente la storia raccontata da Milos Forman, mentre la dichiarazione d’amore di Ethan Hawke è una recita d’autore), nonché una ricostruzione (recitata) della morte di Nancy Spungen.

L’innato spirito anarchico  di Abel Ferrara sembra assolutamente assecondare la natura bohemienne del luogo: l’impressione che si riceve alla visione è che gli stessi antichi frequentatori del posto, ormai nelle vesti di fantasmi, siano smaniosi di raccontarsi; e questi fantasmi, più che imprigionati e incatenati nel limbo del Chelsea, sembrano non volersene più andare, ma solo vagare liberi di stanza in stanza.

E fate che sia un buon trip

The Oracles – Have A Nice Trip (Nexus, 2011)

Il rock’n’roll, quello fatto bene, quello che ti fa muovere il culo, va suonato con la giusta attitudine.
C’è poco da fare, è l’unica “legge” a cui asservirsi.

Gli Oracles sono giovani, ma già sanno come gira il mondo. Se le sono studiate bene, quelle quattro regolette per essere una band giusta al momento giusto; e, cosa più importante, dopo essersele studiate le hanno applicate alla perfezione nel loro esordio, Have A Nice Trip.
E sì, perché c’è tutta questa “nuova onda” di bands nostrane, che si rifanno ai canoni più classici del buon vecchio rock esterofilo spaccaossa: Last Killers, Barbacans, Giobia, Oracles. Non inventano nulla, ripropongono vecchie sonorità, ma lo fanno con spirito indomito, selvaggio e belligerante quanto basta. E a noi piace, oh sì.

Prendete gli Oracles: da qualche parte ho sentito parlare di rock psichedelico: no, non ci siamo. Qui di psichedelico non c’è quasi nulla, tranne forse la strumentale “Mushroom”, esercizio di stile a metà tra i Kyuss degli esordi e degli strascicati e strafatti Zep; il resto è un tiratissimo hard’n’roll, che a volte sconfina nel punk (“Checkpoint Charlie”) e a volte nel blues più groovy (“I Wanna Live In A Dream Machine”).
Quando i nostri rallentano la corsa, ne escono fuori delle ballad straordinarie, puro gusto seventies à la Stones declamate con la sfrontatezza e la spocchia dei migliori Oasis (“Prisoners”, “Hand In Hand”), da cantare a squarciagola con in  mano una pinta di rossa ghiacciata.

L’altra metà del lavoro si rifà alla lezione revival che fu propria di quelle cazzutissime band scandinave anni 90 tipo Hellacopters e Gluecifer (“Jukebox”, “Not My Time”), con chitarre lancinanti e infuocate, voce filtrata e bastarda.
In sostanza, un gran bell’esordio. Dritto, potente, colpisce dove deve colpire.

Lunga vita agli oracoli.

La tua vita non vale un cazzo

Sick Dogs – Lavoro (Autoprodotto, 2010)

Vito ed io ci conosciamo e incrociamo da una vita (scusate il gioco di parole). Da fine anni Ottanta frequentavamo gli stessi centri sociali e bettole del Piemonte-Lombardia, suonavamo sugli stessi palchi, bevevamo le stesse porcherie e conoscevamo gli stessi disadattati. Poi la vita ci ha portato in posti diversi, io mi sono spostato molto, e ne avevo perso traccia.
Già all’epoca lui cantava nei Sick Dogs, che credo di avere visto live almeno una decina di volte (e abbiamo anche suonato assieme se la memoria non m’inganna): una specie di istituzione che – con mio sommo godimento – è viva e vegeta dopo più di 10 anni dall’ultima volta che ne avevo sentito parlare. In particolare hanno sfornato questo ep (disponibile in versione digitale, scaricabile gratis) intitolato Lavoro, che è un pugno allo stomaco. Puro punk rock working class, con quei riff sempreverdi che ti fanno ingriffare, con la voce biascicata stanca e sbronza, coi testi che a ogni frase ti fanno dire: “Cazzo sì, lo dico sempre”. Certo, poi il concept del disco aiuta, visto che parla impietosamente di insoddisfazione nella vita e sul lavoro, di ingiustizie e di orrore del quotidiano.

Se UK Subs, Stooges, Dead Boys, Ramones, Exploited ed Heartbreakers sono nomi che vi evocano un cocktail di vostro gradimento, per dio, fatevi un favore e scaricate Lavoro, in creative commons, su Jamendo: QUI.

E comunque bando alle cazzate. Il video dell’inno “La tua vita non vale un cazzo” parla più di tre pagine di recensione. Ascoltate, guardate e stra-godete.

Il nuovo punk italiano… dal bancone del bar

Smart Cops – Per proteggere e servire (La Tempesta, 2011)

Eccovi l’incipit del press sheet che il solerte ufficio stampa Lunatik ha fatto recapitare a me e altre centinaia di sfigati che scribacchiano di musica: “Gli Smart Cops nascono alla fine del 2007 in seguito alla mancata ammissione ad un concorso per arruolarsi in polizia. Sono una macchina impazzita di alienazione sociale, sarcasmo, ribellione e paranoia, un gruppo definito da un’idea musicale e di immagine. Il suono, le parole, sono veloci e rumorose, semplici e dirette”.

Niente di originale e di particolarmente creativo, compresa la cazzata che vuol fare tanto simpatia del “mancato arruolamento in Polizia”. D’altronde la musica degli Smart Cops è tutto fuorché originale. Eppure che questi ragazzi non siano gli ultimi quattro stronzi a salire sul carrozzone del punk fuori tempo massimo, è chiaro sin dall’attacco del primo pezzo “Realtà cercami”: sirena della polizia, basso legnoso, un muro di chitarre da far girare la testa e un cantato che più beat non si può. Praticamente un incrocio tra gli Avvoltoi e i Queens of the Stone Age in modalità punk.

Non c’è da stupirsi perché dentro chiodi striminziti e pantaloni attillati da Carabiniere, c’è gente con un pedigree di tutto rispetto. Alla sei corde l’ex Ban This! Edoardo Vaccai, che pare abbia suonato anche con la leggenda dell’Oi! tricolore Klasse Kriminale. Alla voce Nicolò Fortuni, l’ex cantante dei With Love, band di cui ho un ottimo ricordo “romano” targato 1999 quando il coinquilino di un mio amico mi allungò il loro omonimo album d’esordio dicendomi che ci suonava dentro (chi sia, il tipo, vattela a pesca!). Dietro i tamburi c’è un treno impazzito che risponde al nome di Matteo Vallicelli. E infine c’è Marco Rapisarda, una bella testa del r’n’r italiano, che ha messo su La Piovra e L’Amico di Martucci, nel suo soggiorno americano ha suonato pure con gruppi yankee molto in voga di ‘sti tempi e, soprattutto, gestisce l’ottima etichetta Hell, Yes!.

Insomma, il background dei componenti non si discute; men che meno la scelta di un’estetica che porta dritto ai Crime: “Il look è importante tanto quanto la musica; giacche di pelle nera, pantaloni neri con strisce rosse lungo i fianchi, maglia nera con logo rosso e guanti di pelle neri. Un’uniforme che ben rappresenta il non-sense tra genere punk e rigore militare e sottolinea lo spirito situazionista del progetto”, citando ancora il comunicato stampa.
Oltre a quanto già detto sull’opening track “Realtà cercami”, aggiungo che anche gli altri 10 pezzi sono incisivi, potenti, diretti, senza inutili sbrodolature. I testi in italiano polizziottescocentrici non sono da antologia ma, tuttavia, più che discreti, in alcuni casi persino arguti (“Meglio insabbiare”, “Vesciche di guerra”), con il cantante che esce miracolosamente vivo dall’incontro di box contro l’ostica metrica italiana (“A gambe levate”).
Il disco contiene pure una potenziale hit da un minuto e trenta “Il cattivo tenente” che vedrei bene su Deejay chiama Italia, il che non guasta.

A voler essere cavillosi, però, non è tutto rose e fiori. C’è quel cazzo di effetto Punkreas sempre in agguato dietro l’angolo, ma è pur vero che facendo una cosa del genere è quasi inevitabile.
I consigli da semplice ascoltatore e piccolo fan sono due:
1) spingere più sull’acceleratore hardcore come la band ha fatto nel passato; insomma, più Black Flag e Indigesti (tipo in “La soffiata”) e meno Punkreas e Sick Tamburo;
2) percorrere di più l’autostrada del garage, imboccata alla grande in “Sangue d’Africa”.

Mi ripeto, gli Smart Cops non sono quattro stronzi qualsiasi. Hanno gusto, un’indubbia dimestichezza con gli strumenti e l’idea precisa del suono che vogliono (registrazione e produzione sono oggettivamente di ottimo livello). E poi sanno esattamente come funziona e come fare per cercare di emergere nel mercatino italiano: in questo la “scelta” di accasarsi con La Tempesta non mi pare affatto casuale. Potenzialmente possono diventare il contraltare punk e meno intellettualoide de Il Teatro degli Orrori (che sono bravi sì, ma due coglioni!). Il che significa avere un seguito fatto di centinaia, se non migliaia, di giovani alternativi sotto il palco a cantare a squarciagola sing-a-long tra un sorso e l’altro di vodka dell’Eurospin.
Io glielo auguro con tutto il cuore. Che poi non stia sotto il palco tra i giovani alternativi – ma magari ad ascoltarli dal bancone del bar giusto per i primi venti minuti e poi prendere al banchetto la versione in vinile su Sorry State prima di darmela a gambe – questo è un altro discorso.

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