Traffico di Codeina ad Arcore

Codeina – Quore (Vacation House, 2010)

Prima o poi la pianterò di sorprendermi quando, ciclicamente, mi capita di ascoltare una band pesantemente ispirata al tardo grunge. E’ sicuramente un problema mio, che ho mal vissuto quel periodo e reputo le sue sonorità ormai morte e irrilevanti (al contrario del periodo d’oro del grunge, quello pre-boom commerciale). Ad ogni modo, ripeto, problema mio: imparerò a storicizzare e contestualizzare, prima o poi.

Veniamo al sodo. I Codeina hanno inciso una decina di pezzi che fanno tornare il calendario più o meno al 1998-99, con un grunge rock cupo e melodico che – in virtù del cantato in italiano – mi riporta alla mente alcuni sprazzi dei primi Verdena (e poi, ovviamente, ci sono le nirvanate di rigore e qualche sfuriata alla Mudhoney). Decidete voi se è un bene o un male, insomma. La stoffa e il fervore filologico non mancano, ma il tutto diviene più interessante quando fa capolino l’anima stoner dei Codeina, che – per quanto mi concerne – potrebbero seriamente pensare di premere più l’acceleratore per battere questi assolati e desertici sentieri… magari mollando il cantato in italiano che (perdonate la franchezza) mi fa da sempre venire l’orticaria.

Insomma, i 10 anni abbondanti on the road del gruppo si sentono – per compattezza e chiarezza di idee – anche se onestamente trovo il genere piuttosto asfittico. Problema mio. Il succo è che se avete amato certe sonorità, di sicuro potreste trovare ottimi spunti in Quore; se i vostri anni Novanta sono stati altro, probabilmente questo cd vi lascerà piuttosto impassibili.

PS: massima solidarietà ai Codeina perché vivono ad Arcore… alzate il volume degli ampli e fate tremare il culo al nano malefico.

Alla ricerca del soviet punk perduto

Umberto Negri – Io e i CCCP (Shake, 2010, 448 pag.)

Premetto che:
– con i CCCP non ho mai avuto un gran rapporto (possiedo un solo album, per intenderci, che non mi esalta – ma neppure mi schifa)
– le band post-CCCP mi hanno sempre repulso, a torto o a ragione
– aborro il Ferretti-pensiero degli ultimi anni e la sua svolta (vera o falsa che sia) integralista cattolica leghista e che cazzo ne so
– la Shake mi suscita emozioni contrastanti e a fronte di buone cose, penso abbia fatto anche tante uscite che non mi interessano o sono un po’ pacco.

Nonostante tutto ciò, però, appena ho visto casualmente questo librone non ho potuto fare a meno di restarne affascinato. E i motivi sono di due ordini: il primo puramente estetico, visto che si tratta sostanzialmente di un volume fotografico, con testo rarefatto, in cui le immagini (tutte in bianco e nero e pazzesche) parlano ed evocano moltissimo. Il secondo è legato al fatto che la storia raccontata è quella del periodo pre-contratto major e arriva dai ricordi di Umberto Negri, bassista originale dei CCCP uscito dalla formazione proprio alla vigilia del contratto. Quindi, se mi passate il termine e il concetto, queste 448 pagine sono de-ferrettizzate al 100%. Per carità, Ferretti è presente come figura che agiva nella catena di eventi, e ne esce in una luce doppia – che forse riflette il personaggio (affabulatore, intortatore, opportunista, ma anche genialoide per certi versi).

Preparatevi, dunque, a vivere una storia fatta di immagini e per brevi ritratti di momenti (tra)scritti. Una storia che pulsa, perché riportata da chi l’ha vissuta – forse anche un po’ odiata, ma ora ci ha fatto (quasi) pace.
E’ innegabile che l’apparato iconografico e le parti scritte potrebbero anche vivere egregiamente separati l’uno dalle altre, ma è dal loro intreccio che nasce la grandezza del libro. E sfido chiunque sia nato negli anni Settanta a non impazzire vedendo certi ritratti di provincia, le R4 sgangherate, le vie deserte, i punk romagnoli e gli squat berlinesi.

Se, comunque, delle foto pensate di potere fare a meno, allora scaricatevi questo file mp3 in cui il veterano Gomma (tra l’altro, che fine ha fatto Gomma.tv? Risulta offline) intervista proprio Negri: e da questa intervista deriva buona parte del testo del volume. Potrebbe anche farvi da antipasto e convincervi a fare l’acquisto – peraltro consigliato senza alcun dubbio.

Portogallo hardcore

No Good Reason – Far Away (Chorus of One, 2010)

L’hardcore punk come cristo comanda non ha età e non scade – esattamente come tutti i generi fatti con palle e cuore. Questi portoghesi No Good Reason, sebbene ampiamente fuori tempo massimo, offrono un’ottima interpretazione dell’hc punk melodico anni Novanta di ispirazione statunitense: per intenderci, roba stile Revelation del periodo di mezzo. C’è quindi la rabbia alla Gorilla Biscuits, ma anche la melodia dei Farside o dei Jawbox (che non erano su Revelation, ma stricazzi, ci siamo capiti). Nel primo pezzo del lato b, poi, fa capolino anche qualche sfuriata più new school – ma il fuoco resta comunque quello descritto.

Una bella prova, fissata in un 7″ piacevole, da sentire almeno un paio di volte di fila – che inevitabilmente stuzzica l’appetito e costringe ad andare a ripescare i vinili dei vecchi maestri. Unica nota stonata è forse la voce, per i miei gusti troppo adolescenziale; ma son faccende, appunto, di gusto.

Ah e occhio al vezzo: il lato a va a 45 giri, il b a 33…

Sweet home Tor Pignattara

Duodenum – Radical Chic (Bubca, 2010)

Un’altra cassetta – sì, avete letto bene, e tra l’altro è uno di quei vecchi nastri per i computer, da 15 minuti di durata – targata Bubca, l’etichetta per l’uomo che non deve chiedere mai. Ed è nuovamente un’uscita dei Duodenum (altro…)

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