Kommando over garageland

The Movements – Come on Kommando!/We Want The Lot (PH, 201o)

Forse dio/allah/buddha o almeno un cazzo di ingegnere globale esiste. Perché altrimenti non farebbe arrivare certi dischi nei momenti in cui non ce la si fa più.

Ma non divaghiamo troppo, ché questo 7″ dei The Movements (da Göteborg, vecchia conoscenza di Black Milk) è davvero una bella bombetta. In pratica è successo che a Tubinga, in Germania, c’è questa squadra di calcio che si chiama Kommando e che passa per essere una vera accademia di freak in calzoncini e scarpette da calcio; i giocatori del Kommando si innamorano del sound dei The Movements e li contattano chiedendo loro di scrivere l’inno ufficiale della formazione. Detto fatto… ed è così che nasce “Come on Kommando!”, un pezzone neo-garage con uno di quei riff evergreen che ti fanno venire voglia di prendere la chitarra e suonare a volume 11, stile Spinal Tap. Sul lato b del viniletto a 45 giri in questione, invece, si trova un brano più vecchio del gruppo, che è comunque ottimo: più crepuscolare e cupo, ritrae una grande band che tiene fede all’alto nome del garage nordeuropeo. Poi, in tutto questo, ovviamente c’è la componente calcistica, che per molti appassionati è un bonus stellare… del resto si sa: musica e calcio non sono estranei e spesso sono esplosivi se piazzati assieme, amplificando le due diverse follie che stanno dietro a due passioni così viscerali e totalizzanti.

Grande band. E pare che per il decennale della loro nascita sia in uscita un album per l’italiana Misty Lane/Teen Sound…

Il garage longobardo è servito

The Monolithics/The Kaams – split 7″ (Boss Hoss, 2011)

Dopo una giornata di merda, faticosa e piovosa, è un piacere quasi proibito trovarsi faccia a faccia con un bicchiere stracolmo di Dolcetto Dogliani; se poi sul piatto dello stereo si piazza un dischetto come questo split tra  Monolithics e Kaams (due vecchie conoscenze di Black Milk, che i più attenti ricorderanno), per una manciata di minuti si riesce anche a staccare la spina e a viaggiare un po’.

Non fraintendiamoci: non ci sono trip psichedelici in ballo, né panorami new age. Il viaggio, qui, è nei cari, vecchi e pericolosi territori del garage rock’n’roll, quello di matrice neo-garage, figlio bastardo dei Sessanta e degli Ottanta, senza pretese né fronzoli.

I Monolithics attaccano con un bel pezzo “organoso” e scuro, con tocchi di Fuzztones, Cramps e Misfits (primissimo periodo, azzarderei) – il tutto condito dalla voce particolare che li contraddistingue, che a tratti ricorda Danzig; ma danno il meglio di loro stessi nella rivisitazione di “Take the time you need” (pezzo già incluso nel demo cd di qualche tempo fa): un brano di garage ficcante e ruvido, dal ritornello che ti si stampa in testa con un tempo da stomp selvaggio.

Il lato dei Kaams parte con un sonoro ceffone in puro stile Pebbles e compilation di Sixties punk minore, per poi traghettarci verso le acque sulfuree di un pezzo frenetico in puro stile Monks (“Why don’t you love me anymore?”) che fa sbattere la testa e trapana i timpani con incursioni di armonica e un solo di chitarra ai confini del rave-up.

Bravi, cazzo: tutti e due. Ah, dettaglio non da poco: il vinile è rosso maculato. Si gode.

Ci facciamo uno spritz?

Les Spritz – Pajaso (Lemmings Records/Have you said midi?/Whosbrain Records/Musica per organi caldi, 2010)

Che la Sicilia sia da sempre terra fertile per band dell’area alternativa/underground è un fatto noto; così come è noto che spesso queste band restano come rinchiuse nel caldo guscio della loro Sicilia, ricevendo raramente le attenzioni e l’esposizione che meritano anche altrove.
Questi Les Spritz confermano di sicuro la qualità della scena sicula, con un noise rock strumentale nervoso, jazzato e schizoide – figlio di No Means No, dei Sonic Youth, della no wave newyorkese, dei Big Black e (perché no) dei semi dello stoner e del desert rock.
A scanso di equivoci devo dichiarare di non essere un conoscitore, né un vero amante del genere, per cui mi limiterò alle mie personalissime impressioni, che potrebbero avere un valore prossimo allo zero assoluto. Ad ogni modo Payaso è un buon ascolto: duro, spigoloso, asimmetrico e lontano dal narcisismo artistoide fine a se stesso; imprevedibile quanto basta (senza osare troppo… e ben venga, per il sottoscritto), crea sentieri agevoli da percorrere anche per un cafone rockettaro come me.

A suggellare il legame con l’universo del buon Albini, c’è il particolare che l’album è stato masterizzato da Bob Weston (degli Shellac)… un tocco in più che aggiunge aura e compattezza al prodotto finale. Ho goduto molto leggendo che esiste anche una versione limitata su vinile – peccato, a me è arrivato il cd, che comunque è in confezione fighissima, quindi non  ho nulla da lamentarmi.

Ottima band, non facilissima da metabolizzare, ma da ascoltare senza dubbio.

Volevamo essere i NoFx

Killer Sound – Bored Kids Are Back In Town (Oxygenate, 2011)

Avete presente i NoFx? Immagino di sì. Ok, allora fotocopiateli una mezza dozzina di volte, nella vostra mente, in modo da creare una copia conforme all’originale, ma di qualità differente e un po’ più grezza (altro…)

Stappiamoci una bella Dreker

Dreker – In Thrash We Trust (autoprodotto, 2009)

Copertina e logo della band che parodiano/ricalcano l’etichetta della birra Dreher e la parola “thrash” nel titolo del disco mi suscitano ricordi agrodolci del tempo che fu. Già, perché sono passati qualcosa come 25 anni (abbondanti e tendenti al 27), per dio e la madonna, dal momento in cui, sprovveduto quindicenne di provincia estrema, capii che le cassette degli AC/DC e degli Iron Maiden non erano il massimo a cui si poteva aspirare… perché era nato il thrash metal, un genere talmente estremo che pochi avevano il coraggio di ascoltarlo. E così iniziò il periodo delle scoperte: dai Metallica agli Slayer, ai primi Anthrax che erano piuttosto melodici ma “tiravano”… e poi tutta la progenie teutonica di scuola Noise Records – impazzivo letteralmente per il primo 12” dei Sodom e per quello dei Destruction. E poi le varie scene locali, europee e non.

Ebbene, i Dreker indossano scarpe da ginnastica alte, jeans elasticizzati e t-shirt senza maniche, per calarsi idealmente nella parte dei thrasher di metà anni Ottanta. E ci riescono senza problemi, tanto da poter essere annoverati – se non fosse per la discrepanza temporale – in quell’esercito di valorosi gruppi definiti minori (ma non per questo dal valore inferiore) che sfornarono centinaia di album nel periodo d’oro del genere. Erano gli anni in cui i dischi si compravano per la copertina – o per una citazione su qualche sparuta rivista musicale – e contavano velocità, cattiveria, quoziente di headbanging e furia; e non importava se i gruppi si somigliavano un po’ tutti… anzi, era una garanzia che ci sarebbero piaciuti. Ecco, io i Dreker di sicuro li avrei comprati e amati, 25 anni fa o giù di lì. Avrei detto a tutti gli amici che somigliavano ai Tankard perché erano fissati con l’alcool, ma ricordavano un po’ i primi Metallica e il thrash virato hardcore punk dei micidiali Nuclear Assault di Dan Lilker, ma anche gli Holy Terror, i Vendetta e i Mortal Sin.

Ebbene, se a qualcuno non è ancora chiaro, i Dreker sono old school – molto, moltissimo old school – ed è il loro punto di forza. Sfornano brani “cazzoni” nell’attitudine, ma distruttivi e incredibilmente carichi della freschezza che il thrash ha perso da molto tempo. Il tutto con quella sana patina di do it yourself, che – volente o nolente – allontana il luccichio dei suoni asettici e troppo studiati.

Il cd in questione, però, inizia a essere un po’ stagionato, per cui cresce la curiosità di risentire i Dreker alle prese con materiale e registrazioni più recenti. Speriamo di poterlo fare a breve.

Che abbiano davvero ragione i topi?

Edipo – Hanno ragione i topi (Foolica, 2010)

Non ho mai amato i cantautori, la musica elettronica e il cosiddetto pop italiano formato indie, a parte rare eccezioni: diciamo Ivan Graziani e Luigi Tenco tra i cantautori, Suicide e Clock DVA nel versante elettronica e non mi dispiacciono certe cose di Perturbazione e Virginiana Miller per quanto riguarda l’indie-pop made in Italy. Tanto per dire che il disco in questione avrei dovuto bypassarlo alla grande. Peraltro Edipo, il monicker che si è scelto questo ragazzo bresciano (all’anagrafe Fausto Zanardelli), spiace dirlo ma mi fa cacare nonostante sia un omaggio a Edipo Re di Pasolini. Però apprezzo il lavoro dell’etichetta che ha prodotto questo disco così trendy. E allora una volta fatto trendy ho non potevo che fare trentuno.

In un pomeriggio postprandiale libero, mentre rispondevo ad alcune e-mail, ho infilato il cd nel lettore del computer e azionato Winamp convinto di reggere al massimo un paio di pezzi. E invece il disco mi s’è tirato al punto di rimetterlo da capo una seconda volta e poi decidere di “scenderlo” in macchina per allietare il solito percorso mattutino casa-asilo di mia figlia-lavoro. Decisamente non male viste le premesse.
D’altronde, al di là dei gusti personali, i 10 pezzi dell’album sono costruiti oggettivamente bene con ritornelli orecchiabili e spesso intelligenti. Sono solo “canzonette”, ma scombiccherate al punto giusto e piene di interessanti calembour linguistici e messaggi condivisibili.

Immaginate di essere in una sala giochi con Tricarico che cambia i gettoni alla cassa e un bel biliardino al centro della sala dove si sta svolgendo un’accesa sfida tra la coppia Bugo-Beck e la coppia Daniele Silvestri-Max Gazzè.
Entrando nello specifico dei brani aggiungo che il ritornello di “È banale stare male” è un po’ scontato, ma volente o nolente entra in testa come certi vecchi pezzi dei Prozac +.
Il monologo campionato (?) in “Petrarca” è una scelta che denota stile. Il finto rap iniziale e il ritornello killer di “Appartamenti” mi hanno riportato al mio ultimo periodo da studente fuorisede. I sintetizzatori vintage di “Sono qui ma torno subito” disegnano gustosi arabeschi psichedelici. La tecno di “Hai Hai Hai Hai” fa uscire il truzzo che è in tutti noi. “Per fare un tavolo” è un potenziale hit da Mtv Brand:New che parte alla Offlaga Disco Pax per poi stravolgere letteralmente il capolavoro di Gianni Rodari, musicato ai tempi da due signori che si chiamavano Luis Bacalov e Sergio Endrigo: “Per fare un tavolo serve un motivo / come ad esempio per fare un pasto / per fare un pasto serve la fame / per far la fame servono i debiti / per fare i debiti serve la droga / per fare i debiti serve la droga / per far la droga ci vuole un fiore, un fiore bello da morire / ecc.

Chi avesse curiosità può ascoltare l’intero disco in streaming qui.

Posi-core in baguette

Fire At Will – Hoping For The Best…Expecting The Worst (Chorus of One, 2011)

Il posi-core ha sempre avuto un forte appeal per gli hardcore kids europei; poco meno di 20 ani fa scoppiò prepotentemente il bubbone e in pratica il Vecchio Mondo nel giro di poco tempo divenne un bacino sterminato (sopratuttto la Germania) di band che si rifacevano a sonorità e messaggi dell’ondata del primo straight edge e para-straight edge.
Che cazzo fosse, poi, il posi-core, non è semplicissimo spiegarlo; ma quello che so è che i francesi Fire At Will ne offrono una gustosa lezione, come se il tempo non fosse passato e i Gorilla Biscuits o gli Youth Of Today fossero ancora nel fiore dei loro anni. Il tutto filtrato da una bella cappa di emo-core.

Quindi aspettatevi voce incazzosa alla Ray Cappo, stacchi stop & go, sound ammeregano al 110%, cori urlati fatti apposta per chi vuole star sotto al palco col cappuccio in testa e il ditino puntato al cielo a sgolarsi – e poi un fil rouge melodico che non abbandona quasi mai la trama di tutti i brani.

Insomma è un bel dischetto davvero: senza guizzi che lo rendano memorabile, ma capace di restituire bene il mood di un periodo e la sua colonna sonora. Se fosse uscito nel 1994 o giù di lì, probabilmente sarebbero diventati leggende – anche solo per qualche tempo, come ad esempio i Nations On Fire, che furono semidivinità per un anno o due e poi flop… scomparsi. Invece è il 2011 e le cose non sono così facili.

Menzione speciale per la scelta di pubblicare un vinile a 12″ e per il bellissimo artwork, sia della copertina che della busta interna. Ottimo lavoro.

Enciclopedismo senza limitismo

Distanti – Enciclopedia popolare della vita quotidiana (Triste, 2010)

Ultimamente la scena emo-core nazionale (con le sue varie propaggini) è in uno stato di buona salute: tra i migliori dischi usciti negli ultimi anni in Italia, per chi scrive, ci sono quelli dei Dummo, degli Altro e dei Fine Before You Came.

Ora da Forlì arrivano i Distanti, con il loro esordio Enciclopedia popolare della vita quotidiana in uscita per la Triste, che già si era occupata dell’edizione in vinile di Sfortuna dei FBYC. Poco più di venti minuti, 10 pezzi che ci riportano al suono dei Rites Of Spring e soprattutto al biennio 1997-1998, più o meno ciò che stanno facendo anche i Verme in questi mesi. I forlivesi forse ci riescono un po’ meno bene, anche perché giovanissimi: hanno infatti qualche passaggio a vuoto quando si allontanano dalla formula elettrica e veloce che caratterizza la maggior parte dei brani. Ci sono un paio di frazioni semi-acustiche che fanno tanto demo e di cui non si capisce del tutto la presenza, seppur con testi interessanti (“Appunti per una stagione virtuosa” e “Appunti per un’amica”), oltre a un inserto abbastanza incomprensibile in cui una mamma descrive il pranzo pasquale al figlio lontano (“Geloso”).

Il resto però, quando si viaggia sui binari anni Novanta (con pure qualche scatto screamo dalle parti dei concittadini La Quiete), funziona assai bene, con la giusta esposizione di emo-zioni più o meno adolescenziali su suoni tirati e abbastanza grezzi. In particolare va segnalata “Limonare Duro”, che si fa ricordare non solo per il titolo molto esplicativo, ma per la riuscita complessiva del pezzo, tra amore, lacrime e un bel compromesso tra ritmo e melodia. Che è la strada da seguire.

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