Peter Perrett, back from the dead (pt. II)

Parte seconda dell’intervista agli Only Ones condotta nel dicembre 2009 dal blog Throwing Musings at Music (disclaimer: i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto; il blog è fermo da quasi un anno, il titolare non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e riproporre il tutto citando ovviamente la fonte, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk).
Questa volta Peter Perrett e Alan Mair ci raccontano dell’eroina, del tour americano che pose fine alla band, del pubblico degli anni Settanta e altro ancora. Forza che si parte…

Parliamo della reunion. E’ una cosa su cui ho da sempre sensazioni ambivalenti…

PP: E’ il motivo per cui anche io non ero sicuro di volerla fare. Perché di regola non è mai una buona idea. La maggior parte delle band che una volta erano grandi, quando le rivedi insieme pensi “Ma cosa gli è venuto in mente?”.

E’ il motivo per cui mi rifiuto di andare a vedere i New York Dolls… voglio dire, si sono sciolti l’anno in cui sono nato. Mi accontento dei ricordi degli altri, di seconda mano; mi basta il libro di Nina Antonia, le foto che hanno scattato altri. Ho sempre tenuto la distanza dalle band che si riformavano perché non voglio restare deluso. non voglio rovinarmi il mito…

PP: Per me i New York Dolls senza Johnny Thunders non sono i New York Dolls. E poi, insomma, non c’è più nemmeno Jerry Nolan, capisci cosa intendo…

AM: Ecco questo è importante. Perché credo che non ci saremmo rimessi insieme se qualche membro non fosse stato della partita. Dovevano esserci gli originali.

Avete suonato a Manchester, un po’ di tempo fa, e ho resistito alla tentazione. Ma questa volta siete proprio dietro casa, e mi sono detto “Non posso non andare”…

AM: In tanti ci hanno detto “Credevamo che non vi avremmo mai visti live”. Persone che sono cresciute ascoltando la nostra musica, ma sono giovani e pensavano che sarebbe stato impossibile vedere il gruppo. Fino a ora abbiamo avuto una bellissima accoglienza.

Vengono molte persone giovani ai concerti?

PP: Direi che è un miscuglio; ci sono anche alcuni che di sicuro ci hanno visti ai tempi, te ne accorgi dai capelli grigi…

AM: Sì. E si vendono tante t-shirt di taglia Large.

PP: In Giappone però erano quasi tutti ventenni o teenager. Non so perché lì sia così diverso.

AM: Sì, tanti giovani…

Credo che là la gente conosca molto bene la musica.

PP: Sì, a tutti piace molto la roba occidentale.

AM: E’ un pubblico emotivo, c’erano parecchi tizi che piangevano.

Come trovate il pubblico ora, rispetto a 30 anni fa?

PP: Di sicuro all’epoca era piuttosto ribelle…

AM: Erano abbastanza selvaggi e a volte anche noi ci lasciavamo trascinare…

PP: Però la cosa dello sputare era pessima.

AM: Sì, orribile. Specialmente per Peter, quando canta (apre la bocca, e mima uno sputo che la centra).

Ormai non ricevete più sputi, credo, no?

PP: No! No…

AM: Era davvero ributtante.

Era un segno di approvazione però…

PP: Erano i ragazzi che si divertivano. Era diventato un rituale tra certi punk, quelli che l’avevano letto sui rotocalchi, se capisci cosa voglio dire. Qualcuno ha detto che sono stati gli Stranglers a dare inizio a questa roba: e non erano nemmeno un gruppo punk, loro.

AM: Comunque sia, è andato avanti per troppo tempo.

PP: Dopo un po’ iniziò a sparire e tutto era calmo, finché non facevi un concerto in qualche cazzo di posto sperduto, dove trovavi sempre una persona nel pubblico che aveva appena letto di questa storia. Però quando era solo uno a sputare, ti levavi la chitarra e scendevi a sistemare le cose faccia a faccia.

AM: Sinceramente, non ho iniziato a suonare per farmi sputare addosso. Era troppo.

PP: Solitamente succedeva solo ai concerti punk più estremi. Il nostro pubblico, quello che seguiva noi, non aveva l’abitudine di sputare.

Non vi dava fastidio essere incasellati con le punk band?

PP: Beh, poco dopo si sono inventati il termine new wave, che indicava musica nuova, fresca ed eccitante, ma non fatta di tre accordi suonati a 1000 all’ora.

Eri a tuo agio con quella definizione?

AM: Sì.

PP: Sì. Alla gente non piace essere etichettata perché ama credere che, musicalmente, dovrebbe avere tutte le opzioni aperte e disponibili. Ma penso che sia stato bello essere parte di un movimento nuovo ed eccitante.

AM: Penso che l’avvento della new wave abbia fatto scendere quelli delle case discografiche dalla loro torre d’avorio, per venire finalmente a vedere i gruppi dal vivo. Prima non uscivano neppure dai loro uffici – erano spaventati di quello che li aspettava. E continuavano a mettere assieme dei supergruppi, roba che non interessava più a nessuno. Quindi è stata una cosa buona. Ha cambiato l’industria, le ha dato una scossa.

E direi che le serviva. Quando gente come gli Yes e i Blind Faith e gli altri supergruppi erano in giro, c’era puzza di vecchio.

PP: Era tutta musica autoindulgente, orribile. Direi che l’unica cosa buona è stata David Bowie; e i Roxy Music, che negli anni Settanta erano interessanti.

Quindi avete formato la band per scrollare via la noia che regnava?

PP: Io volevo una band perché ne avevo già avuta una nei primi Settanta, ma non se ne cavava nulla. Mia moglie Xena andava dai discografici a fargli sentire i provini e molti le dicevano “sembra un po’ Lou Reed; ma questo settore non ha abbastanza spazio per un Lou Reed, figuriamoci per due”. Fa sorridere ora. Ho reclutato tante persone piene di entusiasmo, ma con poca abilità musicale. Quindi mi ero stancato e volevo solo gente che sapesse suonare piuttosto bene. Ed è anche il motivo per cui eravamo diversi dalle punk band che nascevano allora. Poi penso di essere stato anche più grande di età, in media… ero più giovane di Joe Strummer, sì, ma ero arrivato a un punto in cui apprezzavo la tecnica musicale.

Come vi sembra suonare pezzi scritti 30 anni fa?

AM: E’ sempre divertente. Cerchiamo sempre di fare qualche stranezza, aggiungiamo qualcosa…

E i pezzi hanno lo stesso significato, per voi? O con l’esperienza di una vita hanno un nuovo senso?

PP: Sai, mi piacciono ancora le vecchie canzoni. Le trovo molto buone, quasi tutte. Però di certo mi sento più affine alle nuove, perché come paroliere sono migliore adesso di un tempo. Invecchiando migliori l’arte. Per un po’ abbiamo suonato le solite vecchie canzoni e ogni tanto riesumavamo qualcosa che non facevamo da un po’. Poi in Giappone, siccome la chitarra che mi aveva fornito la Gibson aveva problemi di tenuta dell’accordatura, tra un pezzo e l’altro c’erano molte pause e parlavamo con il pubblico, che ci chiedeva pezzi che non toccavamo da 30 anni…

Incontrate mai i vostri fan?

PP: Sì.

AM: Specialmente in Giappone…

PP: Hanno sempre queste sessioni di autografi dopo i concerti. Ti danno mezz’ora o tre quarti d’ora…

AM: In cui devi incontrare chi si è comprato un tuo poster, un cd o che altro…

PP: Si fanno le foto con te, sai. Arrivano, tremano per l’emozione. E’ una cosa carina. Sono davvero un popolo unico. E una delle cose più belle che hanno è la loro umiltà.

E i fan inglesi? Li incontrate mai?

PP: Non particolarmente.

AM: Qui non organizzano le cose bene come i giapponesi! Però ne sentiamo molti via email, anche se non li vediamo faccia a faccia. Comunque se qualcuno ci chiede di venire nei camerini per fare quattro chiacchiere, di solito diciamo di sì…

Avete qualche fan ossessionato?

AM: Non direi, ora.

PP: No. C’è solo gente che arriva prestissimo a ogni concerto.

AM: Anche se qualcuno che ci scrive via email c’è… persone che devono avere ogni cosa della band e vogliono sapere tutto ciò che stiamo combinando. Ci sono certi fan che si scrivono tra loro. Diciamo che alcuni ci tengono d’occhio in ogni momento, per cui si potrebbero definire ossessivi. Ma non nell’accezione di pericolosi o assillanti.

Non sono pazzi?

AM: No.

PP: Li avevamo, quelli come dici tu, un tempo.

Tipo?

PP: Mi ricordo una tizia, in Olanda, che si fece tatuare il mio nome sul corpo. Si lanciò sul cofano della macchina per impedirci di partire.

AM: Fu piuttosto spaventoso.

Nel periodo di vuoto della band, tutti voi siete rimasti nel campo della musica?

PP: Nei Novanta?

Anche…

PP: Tra il 1994 e il 1996 no, perché mi ero ripulito. Non stavo lontano dalla droga dagli anni Settanta. Mi dicevo di continuo “Voglio starne lontano una volta per tutte”, ma era una specie di trappola che mi sono teso. Perché appena ho deciso di farlo, praticamente ho mollato la musica. E visto che mi ci è voluto molto per smettere, ho buttato via tanto tempo. Avrei voluto essere come Johnny Thunders, e continuare comunque con la musica. Almeno quando suoni non hai troppo tempo per pensare alla droga. Adesso la musica è la mia terapia per starne lontano, credo. Perché nella mia vita ho da sempre due passioni: una è totalmente distruttiva, l’altra è positiva. E’ stato un peccato che una abbia escluso l’altra, avrei dovuto invece usare la musica come arma, all’epoca.

La leggenda degli Only Ones è senza dubbio legata a doppio filo con il consumo di droga. Tante persone vi associano proprio a questo: cosa ne pensate?

PP: Beh, è fastidioso per Alan, perché lui non ha mai preso nulla.

…ma non vi sembra, a volte, che la droga abbia preso il sopravvento sulla musica della band, nell’immaginario popolare?

AM: Eh sì.

PP: E’ un casino, perché tanti pensano che tutti i nostri testi parlassero di droga…

AM: Io ero arrivato al livello di saturazione… mi sembrava che la droga stesse affossando il gruppo… il tour americano era degenerato malamente: mi ricordo che ero al Tropicana con una ragazza e tutti erano fatti, tutti quelli che erano nel giro della band.

PP: C’era gente con gli aghi che penzolavano dal braccio.

AM: Sì. John e Peter cercavano di trattenersi, ma c’erano delle fan che si facevano di brutto e successe un casino. Io dividevo una stanza con John e una volta ero lì con una tipa e lui è entrato con un ago nel braccio, e io gli ho detto “Cristo, John, che cazzo fai!”. Credo sia stato uno dei momenti in cui ho pensato “Ok, abbiamo oltrepassato il limite”. E non solo per quell’episodio, ma per ciò che accadeva a tutti quelli dell’entourage e ai fan.

PP: John una volta dovette mettersi tre maglie sul palco perché…

AM: Era in astinenza.

PP: No, non era per quello; si era fatto un buco sporco.

AM: Ok, comunque, sai, sembrava che tutti avessero perso il controllo. Sono stato derubato fuori dalla mia stanza d’albergo e anche Peter. Sentivo che era il momento di mollare, così sono andato da Peter e Xena e ho semplicemente detto: “E’ ora che me ne vada, non ce la faccio più”. Peter mi rispose: “Se molli, lo faccio anche io”; credo che stesse pensando anche lui di staccare la spina.

PP: Era duro, per me, stare in una band con John, perché stavo cercando di restare pulito almeno quando dovevo lavorare: sai, volevo fare il tour americano senza prendere droghe, essere sobrio tutto il tempo. Però era difficile… non so se conosci il film con Clint Eastwood su Charlie Parker, Bird. E’ bello. E a Charlie Parker succedeva la stessa cosa quando voleva smettere con l’eroina, perché nella band c’era questo Red Rodney, che invece aveva appena iniziato a farsi. Io mi sentivo nella stessa maniera con John, anche perché quando c’è eroina intorno a te in ogni momento diventa difficilissimo smettere.

AM: E poi ci fu quella cosa nella stanza d’albergo a New York. Quella fu davvero la fine del gruppo.

PP: Volevo continuare come solista e mettere insieme un nuovo gruppo. Ma tornato da New York mi beccai un’epatite che mi mise ko per tutti gli anni Ottanta. Non ho mai recuperato la funzionalità totale del fegato. Epatite B. Sai, tanti fanno la C, ma mi sembra una robetta… certa gente nemmeno sa di averla, perché i sintomi sono leggeri. Ma l’epatite B ti fa davvero a pezzi.

AM: Quindi a New York il gruppo finì, anche se per un po’ continuammo a giocare al gatto e al topo con la CBS.

Vai alla prima parte dell’intervista: QUI
Vai alla terza parte dell’intervista: QUI

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  1. Peter Perrett, back from the dead (pt. I) | Black Milk Magazine
  2. Peter Perrett, back from the dead (pt. III) | Black Milk Magazine

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