Peter Perrett, back from the dead (pt. I)

Questa intervista è apparsa nel blog Throwing Musings at Music un anno fa. La traduco e ripropongo in maniera oggettivamente un po’ truffaldina, dato che i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto. Il blog è fermo da almeno 11 mesi, la persona non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e proporre il tutto, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk. Mi sembra, però, un’occasione ottima per aggiornare tutti i fan italiani sullo stato di Peter Perrett e su ciò che ha combinato negli ultimi anni, nonché sugli Only Ones. Rispondono alle domande Alan Mair e Peter Perrett. Enjoy…

Che pregi avete visto, inizialmente l’uno negli altri… e pensate ancora adesso le stesse cose?

AM: Ovviamente Peter ha messo in piedi la band, ma per quanto mi riguarda ad attirarmi sono state le canzoni scritte da lui. Sono state le sue composizioni a portarmi dentro, piuttosto che l’aver pensato “Kellie è un grande batterista” oppure “John è un chitarrista pazzesco”. Mi sono unito a loro dopo che Kellie ebbe una specie di rivelazione spirituale – dice che mi vide entrare in sala prove per caso e pensò: “Chi è quel tipo?”. Io ero un bassista e finì che andai a provare con loro qualche volta. All’epoca avevo altro per la testa, ma quando andai da loro e ascoltai un paio di registrazioni – “Out There In The Night” e “Watch You Drown” – capii la qualità della loro musica. Ed è così che entrai nel gruppo.

E cosa mi dici delle singole personalità?

AM: Un aspetto importante è stata la passione per la musica. Con loro non era mai una questione di soldi, o – come succedeva per ogni musicista che incontravo all’epoca – di “Mi danno 200 sterline a settimana per questa roba…”. Con gli Only Ones i soldi non c’entravano, era passione pura. E quindi, per questa ragione, la cosa mi piaceva.

Ma in un’intervista recente hai detto che la musica è solo un business…

AM: Mai detto niente di simile…

PP: Credo di averlo detto io. Perché sai… allora siamo stati fortunati, fu una piccola rivoluzione. Sentivi che era un momento di cambiamenti, dal 1976 in poi, soprattutto con Malcolm McLaren e il modo in cui trattava con le case discografiche. E poi era un momento di boom, vendevano un sacco di dischi, anche se non avevano il controllo di ciò che accadeva.
C’erano tanti giornalisti che andavano a caccia di musica nuova per conto loro. Capitava che un gruppo si formasse, suonasse in un pub e la settimana dopo finiva in copertina di NME. Sembrava davvero che i musicisti contassero molto… è stato l’unico momento così… mentre adesso è tutto solamente business. Sul NME non ci finisci se non hai un agente che ti cura le pr con gli agganci giusti. E’ durissimo per i gruppi nuovi.
Una volta pubblicavi i tuoi dischi da solo. Noi abbiamo stampato “Lovers of Today” per conto nostro e l’abbiamo poi spedito ai giornali: tutti lo fecero singolo della settimana… questa è roba che non credo possa accadere al giorno d’oggi.

AM: Sì, in effetti l’industria musicale è molto più attaccata ai soldi ora. Comunque prima credevo che ti stessi riferendo a noi…

No, per niente… non volevo dire quello. Penso che sia possibile per i gruppi fare le cose da soli, ma credo che tanti siano pigri e si crogiolano nell’idea di un contratto, come se fosse una cosa bellissima, da inseguire. Senti parecchi giovani dire “Vogliamo perendere un manager, ne conosci qualcuno?”. Beh, a che diavolo ti serve un manager, quando sei all’inizio? non c’è nulla che tu non possa fare da te…

PP: Credo sia una cosa buona, però, perché il manager si becca i colpi, fa da scudo. E’ scoraggiante quando proponi qualcosa a cui tieni tantissimo e lo fai sentire a un talent scout, ma ti accorgi che non presta attenzione: 10 secondi  di un pezzo, 10 di un altro e poi dice “Ok, tornate l’anno prossimo”. Capisci cosa intendo? Quando i musicisti fanno da soli, spesso si scoraggiano. Avere un manager è buono perché fa da cuscinetto tra la durezza del business e la passione per la musica. Ci sono alcuni musicisti che sono anche ottimi businessmen, ma di regola non funziona così.

E ora voi avete un management?

AM: No.

PP: No (ride).

Quindi state prendendo il controllo della situazione…

AM: Sì, curiamo tutto noi.

PP: Sì, in effetti siamo dei pensionati, abbiamo lasciato il giro tempo fa e adesso seguiamo un hobby che ci piace. Ci sono ancora abbastanza fan vivi, disposti a pagare per farci andare a Tokyo, Stoccolma, Madrid, e così giriamo un po’ il mondo. Sai come funziona: verso la fine spesso la gente va in pensione e si imbarca in una lunga crociera intorno al mondo. Ecco…

AM: Giriamo il mondo con gli Only Ones. E’ una fortuna.

PP: Però fare un disco è difficile perché non abbiamo un budget decente, quindi dobbiamo stare attentissimi a come spendiamo i soldi in studio.

AM: Ora abbiamo sistemato uno studio in casa di Peter. In passato abbiamo registrato qualcosa, ma non abbiamo mai finito. Tra l’altro la casa di Peter una volta era davvero uno studio…

PP: Si chiamava Pathway Studio; il primo disco di Elvis Costello e Sultans of Swing sono stati registrati lì. La Stiff lo usava molto, anche Nick Lowe

AM: E tu non lo sapevi quando l’hai affittata…

PP: No, mi piaceva perché era una bella casetta isolata, l’abbiamo affittata e poi abbiamo scoperto la sua storia: in effetti è tutta insonorizzata…

AM: E così faremo lì il disco – pezzo per pezzo.

Cosa mi dici del materiale nuovo?

AM: Se ne occupa Peter; è il compositore principale.

PP: Molta è roba che avevo iniziato a scrivere tempo fa, e poi ho trovato dopo l’ispirazione per finirla. Sai, vecchi brani che non avevano un testo decente; poi mi capita di trovare le parole giuste e mi innamoro nuovamente della canzone. Poi c’è un pezzo che si chiama “Magic Tablet” e parla del nostro batterista che un anno fa ha avuto un esaurimento nervoso…

AM: Non ci abbiamo messo molto a farglielo venire…

PP: Questa cosa mi ha ispirato una canzone. Alla mia età si ha abbastanza esperienza da avere sempre qualche argomento di cui scrivere. Penso anche che appena avremo finito di registrare il disco forse inizierò a pensare “Magari se scrivo un altro disco ancora, potrebbe uscire”. Capisci cosa intendo? Perché quando non incidi mai nulla raggiungi un punto in cui pensi “Ok, non vale la pena scrivere, intanto nessuno sentirà mai questa roba”. D’altra parte credo sia uno spreco scrivere bei pezzi che nessuno ascolterà mai.

Avevi voglia di tornare a scrivere o ti è costato uno sforzo?

P: No, no. Sai, nella nostra scaletta c’è comunque tanta roba vecchia che all’epoca non ho voluto incidere perché non mi interessava. E poi scrivere i testi è una cosa che faccio da sempre. Ho mucchi di quaderni di testi, perché non posso fare a meno di scriverli. E poi, quando prendo la chitarra in mano, allora diventano canzoni. Se c’è una cosa che non ho mai smesso di fare e non smetterò è scrivere testi… anche se poi mi ci vuole la spinta di un gruppo…

A: Beh, quella serve…

PP: Un artista ha necessità di avere un pubblico. Sono pochi quelli che sono soddisfatti solo di creare senza che nessuno apprezzi il loro lavoro. E questa cosa mi ha dato lo stimolo per terminare alcune canzoni.

Quale è stato il fattore che vi ha fatto tornare assieme?

AM: Beh…

PP: Hai avuto tu l’idea no? Hai pensato che potesse accadere e così…

AM: Ero stato in giro coi Beatstalkers e a ogni intervista mi chiedevano degli Only Ones. Dicevano sempre “Chiedo scusa ai Beatstalkers, ma devo sapere se c’è la possibilità che gli Only Ones si riformino”. Mi ero rimesso a suonare il basso e credo che questo mi abbia fatto tornare la voglia di suonare con gli Only Ones. E così ho iniziato a manovrare nell’oscurità, chiedendo “Ti andrebbe?”… Kellie mi disse “Lo faccio se ci stai anche tu” e John mi ha risposto la stessa cosa. Peter invece credo che abbia solo cercato di essere gentile con me…

PP: No, nessuno mi ha hiesto niente finché… ma Warren Ellis non te l’aveva chiesto prima?

AM: Avevo ricevuto un’email…

PP: E’ quando ci hanno fatto l’offerta…

AM: No, prima di quella…

PP: Sai chi è Warren Ellis: suona con Nick Cave and the Bad Seeds… si occupava dell’All Tomorrow Parties

AM: Si, comunque prima ho ricevuto un’email e ho negoziato sui soldi…

PP: Nessuno mi aveva detto niente.

AM: Non ti ricordi che ti avevo detto che la Sony era disposta a pagare bene se avessimo fatto un concerto segreto? Tu avevi risposto “Davvero?” e io mi sono detto “Aaaaaah!”.

PP: La prima volta che mi ricordo di essere stato interpellato è quando è arrivata l’offerta…

AM: No, sono venuto da te un po’ di volte prima, perché Sony stava facendo uscire un Best of, dato che c’era stata quella pubblicità Vodafone [“Another Girl, Another Planet” nel 1996 venne usata in uno spot  di Vodafone – n.d.Andrea] e poi dopo è arrivata l’offerta per l’All Tomorrow Parties.

PP: Credo che se Ellis non ci avesse stanato, non avremmo ripreso a suonare.

AM: No. Se non ci fosse stata quell’offerta…

PP: L’All tomorrow Parties mi è piaciuto molto, sai… andarci con tutta la famiglia, in un weekend bello e soleggiato…

AM: Non c’è pressione in concerti del genere, perché il pubblico c’è comunque.

PP: Quando ho acconsentito a suonare all’ATP ho detto “Ok, ma solo per questa volta”. E’ stato solo dopo il concerto che mi è stato detto che ce n’erano altri in ballo.

AM: Beh, gli avevo mandato delle email, ma non avevo capito che lui non guarda mai la sua casella di posta elettronica.

PP: Non sapevo come si faceva, all’epoca. Adesso Zena ha imparato come si fa e mi ha insegnato. Quindi tu eri convinto che io leggessi quello che mi scrivevi?

AM: Sì!

PP: Benissimo.

AM: E poi all’epoca, non so se ti ricordi, ma una volta ti ho detto “Riformiamo la band” e tu sei uscito dalla stanza senza rispondermi, così ho chiesto a Zena “Secondo te cosa voleva dire?” e le mi ha risposto “Penso che dovreste farlo, dovreste ritornare assieme”.

[Continua QUI]

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  1. Peter Perrett, back from the dead (pt. II) | Black Milk Magazine

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