Sul ponte sventola bandiera nera

Stevie Chick – Spray Paint The Walls (Omnibus, 2009, 404 pag.)

Questa non è propriamente una recensione, in quanto il libro lo sto ancora leggendo. Eppure mi permetto uno strappo alla regola, visto che merita. Quasi come la confettura Arrigoni delle pubblicità di quando ero bambino (quella che nessuno voleva assaggiare, perché si comprava “a scatola chiusa”), sono certo che consigliarvelo e parlarne anche ora non sarà un passo falso.

Innanzitutto c’è un aneddoto personale dietro a questa faccenda – e te pareva. La storia è che fino alla seconda settimana di dicembre c’era un progetto in ballo, in cui io e un amico che lavora nell’editoria ci eravamo buttati con entusiasmo da undicenni in gita scolastica. Si trattava di scrivere e pubblicare (c’era anche già l’editore interessato) una lunga e minuziosa storia-biografia dei Black Flag. Sapevamo dell’esistenza di questo volume statunitense, ma avevamo in mente di impostarla diversamente, in modo da avere un prodotto con caratteristiche che lo rendessero compatibile con l’altro e appetibile per chi già avesse comprato il volume di Chick. E soprattutto sarebbe stato in italiano, andando a colmare una lacuna: infatti ci sono persone che in inglese non hanno voglia o possibilità di leggere, quindi un libro nella nostra lingua aveva senso.

Poi il diavolo ci ha messo la coda e, proprio mentre si stava iniziando a scrivere, è arrivata la notizia: un editore su cui non andrò a esprimere giudizi (metteteci un po’ di inventiva – e no, non è uno dei soliti noti che si occupano di queste cose, di regola) ha comprato i diritti di Spray Paint The Walls e lo pubblicherà, tradotto, fra qualche mese. A quel punto ci abbiamo dovuto ripensare, la concorrenza sarebbe stata troppo pesante – anche se, come al solito, la traduzione sarà quai di sicuro l’equivalente di uno spruzzo di diarrea sugli occhi – e anche il nostro editore giustamente ha espresso perplessità sulla pubblicazione. Quindi via, il progetto è andato alle ortiche. Nix, kaputt. E non mi restava altro da fare che leggermi con attenzione uesto libro

Ma passiamo a Stevie Chick. Il suo volumone è notevolissimo, zeppo di interviste di prima mano e di materiale d’archivio preso da ogni fonte disponibile (dai video di Youtube alle fanzine d’epoca, e tutto ciò che c’è nel mezzo). Un lavoro certosino, piacevole da leggere e – paradossalmente – nemmeno troppo ossessivo: non mancano divagazioni e precisazioni di più ampio respiro, per cui non ci si trova persi in una pozza nera in cui l’unico elemento sono i Black Flag, ma si assaggia anche un bel po’ di ciò che c’era intorno. Detta in altra maniera, se siete disposti a perdonare qualche leggero allungamento del brodo – peraltro indispensabile per giungere a 400 pagine circa di lavoro – e se vi interessa respirare l’aria che tirava in quegli anni, non potete fare a meno di questo libro.

Senza dubbio la parte più pazzesca è quella iniziale (pre-Rollins, per intenderci), ossia quella meno documentata e più oscura. Solo per le prime 100, per intenderci, varrebbe la pena fare l’acquisto. Uomo avvisato…

[QUI potete leggere un estratto dal libro]

PS: la traduzione sarà sicuramente una merda. Compratevi il libro originale, per pietà.

Niente basso, non si transige

Hazey Tapes – ep (autoprodotto, 2010)

E’ bizzarro come uno si renda conto dei propri cambiamenti solo quando sono avvenuti e – probabilmente – irreversibili. Così si trova lì con il punto interrogativo disegnato sulla capoccia, come un fumetto idiota, a pensare: “Ma come è che adesso è così, ma sei anni fa era l’opposto?”. Dico questo perché l’ascolto degli Hazey Tapes mi ha portato una di queste epifanie da hard discount e non potevo fare a meno di condividere il momento con voi…

Sono sicuro che cinque o sei anni orsono, pieno di incazzatura (long story), livore, arroganza e stravizi, avrei maltrattato questa band in maniera truce e insensata; probabilmente avrei scritto qualcosa tipo (cito da una recensione d’epoca): “Io purtroppo ho l’apocalittica visione di un consesso di universitari fuori sede, coi pantaloni militari, i magliocini di lana, le borse a tracolla e le spillette attaccate ovunque, che ascoltano il gruppo in piedi davanti al palco, muovendo la testolina o il bacino cercando di seguire il tempo. E qualcuno guarderà le tette delle due componenti senza prestare attenzione alla musica. Ecco, se lo prendiamo come University Student Oriented Rock, allora forse il tutto acquista un senso”. L’unica cosa che avrei cambiato è la locuzione “delle due componenti” che sarebbe divenuta “della cantante”.
Invece devo dire che, nonostante incazzatura, livore e stravizi non manchino anche ora (forse l’arroganza è – per fortuna – venuta meno), in questi Hazey Tapes ho trovato un piacevole ascolto serale; certo non sono esattamente ciò che più mi piace piazzare nel mio stereo, a livello di genere e sonorità, ma fanno un buon rock’n’roll grunge decostruito, con tocchi lievemente noise e indie. Insomma roba molto – ma proprio molto – anni Novanta, con il plus di una formazione con due chitarre senza basso (assetto che amo alla follia da sempre).

Sono ruvidi, ma molto ruffiani, complice anche la voce di Angelika che mi ricorda Kim Gordon shakerata con Nena, Pauline Murray e Yvonne Ducksworth; forse i brani sono leggermente troppo dilatati (eccetto il primo, gli altri quattro superano i quattro minuti, a volte abbondantemente), ma a compensare c’è una produzione pulita senza essere leccata e patinata… requisito indispensabile per far sì che proposte simili non divengano la parodia di se stesse, trasformandosi in materiale da GQ, MTV e acronimi vari per fighetteria assortita.

Date loro una chance, potrebbero essere una bella scoperta.

Piccoli sciattoni crescono

Tv Buddhas – Dying At The Party (Trost, 2010)

Dei Tv Buddhas ho apprezzato l’EP uscito lo scorso marzo, complice anche il favoloso disegno in copertina che omaggia dichiaratamente l’arte di Raymond Pettibon. Un paio di mesi fa il mio amico Julien di 5 Roses Press mi ha inviato l’album d’esordio del trio israeliano di stanza a Berlino, ma appena ho aperto il pacchetto sono stato investito in pieno dalla copertina in cui i tre sono immortalati da uno scatto falsamente sciatto con sopra un lettering dai colori sgargianti, quasi fosforescenti: una robaccia fashion-trasandato da fottuti Gossip. Peraltro avevo letto in giro diverse recensioni/stroncature che puntavano l’indice sull’imborghesimento della band, colpevole di aver abbandonato l’approccio lo-fi e svuotata di quella urgenza che li aveva contraddistinti in precedenza. Insomma tutti i segnali mi dicevano, ahimé, che l’abito fa il monaco e non nego che stavo quasi soprassedendo.

Fortuna che ho ancora il batticuore adolescenziale per ogni nuovo supporto musicale (meglio se in vinile) che stringo tra le mani e, soprattutto, non ho perso il “vizio” di ascoltarli i dischi prima di dare giudizi.
Alla fine della fiera Dying At The Party non ha tradito affatto le mie aspettative. È vero che queste nove tracce sono più lente e ragionate delle loro vecchie canzoni, ma dove sta scritto che rallentare i ritmi e “ragionare” sia un passo indietro? Mi pare che gente come i Television ragionasse eccome, o sbaglio?

Addirittura, ascolto dopo ascolto, mi sono quasi entusiasmato per l’indolenza sottotraccia e per il suono sì vecchio e strasentito, ma assolutamente incisivo – seppur non così diretto – e finanche personale. Un suono che rimanda dritto al primo punk newyorkese e alle ciminiere di Detroit (“Let Me Sleep”), che prende a piene mani dalla ritmica secca dei Modern Lovers, dalla quiete dopo la tempesta dei Television, dalla poetica di Richard Hell (“Tv Tonight”) e di Lou Reed (“Long Way Down”). Un suono elettrico e fremente nella sua alternanza di up & down, sospeso tra i sussulti proto-punk dei primi Settanta e le vertigini soniche della metà degli anni Ottanta di cui è zeppo il catalogo della SST: c’avete presente l’attitudine degli Hüsker Dü?

La mia personalissima palma d’oro va a “I Want You” che potrebbe essere benissimo un pezzo di Iggy Pop affogato nel miele o di Lloyd Cole affogato nella cocaina; comunque la pensiate si tratta di una grande ballata di appena tre minuti, intrisa in eguale misura di polvere urbana e noia rurale.

Mi gioco il Jolly

Jolly Jolly Doowhacker – s/t (Giuda l’onesto)

Pop shoegaze post-Blur – o qualcosa di simile – è la maniera in cui gli italiani (con membro “distaccato” in Australia) Jolly Jolly Doowhacker si autodefiniscono (altro…)

Peter Perrett, back from the dead (pt. III)

Terza e ultima parte dell’intervista agli Only Ones condotta nel dicembre 2009 dal blog Throwing Musings at Music (disclaimer: i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto; il blog è fermo da quasi un anno, il titolare non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e riproporre il tutto citando ovviamente la fonte, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk). Da questa chiacchierata non si è mosso molto per la band, che ancora non ha ultimato il fantomatico nuovo album (previsto, forse, per il 2011), ma ha fatto qualche sporadico concerto in Francia e Inghilterra. Eccovi serviti…

Alan, ricordo che una volta accennasti a un’offerta che ti avevano fatto i Pretenders, verso la fine degli Only Ones…

AM: Sì, e Xena – molto astutamente – mi disse “Alan, se hai intenzione di accettare, tieni a mente che se qualcuno di noi fa sapere i propri piani o si lascia sfuggire che la band sta per sciogliersi, il debito che abbiamo con la casa discografica verrà diviso tra i singoli membri. E’ meglio continuare e far finta che tutto vada bene”. E abbiamo proprio fatto così. Abbiamo anche suonato al Dingwalls e in un po’ di altri posti, dopo.

PP: Abbiamo suonato all’università di Leeds o qualcosa del genere…

AM: Poi li abbiamo presi per i fondelli raccontando che stavamo preparando un disco nuovo. John disse: “Buttiamo giù un po’ di cover”. E loro risposero: “Le adoriamo”. C’era anche un pezzo degli Small Faces.

PP: “My Way Of Giving”.

AM: Noi pensavamo che avrebbero odiato l’idea, tipo “Ci fa schifo, vi molliamo”.

PP: Al Dingwalls suonammo solo perché dopo un po’ di mesi ci stavamo annoiando; chiesero a Xena se ci andava di farlo, ma fu un errore, perché arrivò gente da tutta Europa e non riuscirono a entrare tutti. Fu una sciocchezza suonare in un posto piccolo…

AM: Poi si aspettavano che iniziassimo a lavorare al nuovo disco il giorno dopo, così facemmo una riunione a casa di Peter e Xena; lei disse “Ora dobbiamo chiamarli e dire che la band si è sciolta”. E invece, non scherzo, il telefono si mise a suonare ed era l’etichetta che ci diceva “Scusate, ma dobbiamo lasciare il gruppo… niente di personale, ma dobbiamo mollarvi”. Avrebbero dovuto pagarci il giorno seguente. E finì così. Fu un momento fantastico.

PP: Robert Stigwood era tra quelli che volevano comprare il mio contratto, c’era anche la EMI, e poi mi contattarono un paio di compagnie, chiedendo se ero interessato a vendere i diritti. Ma io ero troppo fuori.

Xena si occupa ancora del management?

PP: No. Si occupa solo di me. Mi tinge i capelli.

Beh, è roba importante!

PP: Sì (ride).

AM: Xena ci segue ovunque. Lo fa da sempre.

Tutti voi avete una compagna che vi portate dietro in tour?

AM: No, no. E se fossi sposato, non farei venire mia moglie. Xena è un membro del gruppo. Se non fosse per lei, non esisteremmo. Oltre alle composizioni di Peter, Xena ha fatto in modo che la band funzionasse.

PP: Ha messo un sacco di soldi nel gruppo, prima che firmassimo un contratto. E in quel periodo io stavo con altre ragazze. Lei aveva davvero una grossa passione per la musica.

AM: Xena è come il quinto della band. E se qualcun altro chiedesse “Posso portare mia moglie?” la risposta sarebbe “no”.

Vi ricordate altre volte in cui avete suonato a Leeds?

AM: Io no, Peter per queste cose ha una memoria migliore.

PP: Abbiamo suonato all’Università. Mi ricordo anche un’altra volta che eravamo in grande ritardo e la polizia ci fermò per eccesso di velocità. Eravamo così in ritardo che alcuni spettatori se ne stavano andando perché avevano il treno per tornare a casa.

AM: Sì, però non ricordo in quale posto fosse il concerto…

PP: Leeds e York erano ottimi posti per la musica. Le università erano avanti in questo campo: erano grandi, perché facevano suonare un sacco di ottime band.

Beh, adesso è l’opposto. Almeno a Leeds. Arrivano solo i megagruppi.

PP: Come i Take That?

Non così grandi, forse…

PP: Sì, ok, ma hai capito, intendevo roba del genere.

AM: Abbiamo suonato qui l’anno che ci siamo riuniti, per l’O2 Wireless Festival. Per un soffio non è saltato tutto a causa della pioggia. I prati erano allagati. Siamo andati vicini alla cancellazione.

PP: Ti ho già parlato della pioggia? A Glastonbury c’erano i White Stripes come headliner e quando hanno iniziato a suonare il tizio ha detto “Mi scuso per la pioggia e per essere americano”. Così poi all’O2 ho usato la stessa frase, ho detto “Mi scuso per la pioggia e per essere il migliore alleato dell’America”.

Negli anni Settanta c’era un promoter che organizzava molti concerti di gruppi new wave a Leeds – un tizio che si chiamava John Keenan. Faceva i concerti al Futurama; ve lo ricordate? E’ ancora nel giro.

PP: Il nome John Keenan mi suona. Non è quello che ha organizzato il festival di fantascienza dove abbiamo suonato?

AM: Sì, mi sa di sì…

PP: Sarà stato il 1979.

AM: Sì.

PP: Tra i primi nel cartellone c’erano gli Echo and the Bunnymen. Noi e gli Hawkwind eravamo headliner. Gli Hawkwind dovevano suonare per ultimi perché erano più conosciuti – credo – ma siccome  eravamo in ritardo, salimmo sul palco dopo di loro.

AM: Erano furiosi.

Quel è il vostro miglior ricordo degli Only Ones?

PP: Oh, dio. Il ricordo più bello? Temo che la maggior parte sia roba legata al sesso, perché quando sei giovane ti interessa quello. Il sesso è troppo importante. Mi capisci vero? Poi invecchi e lo metti in prospettiva. Ho fatto molte cose per i motivi sbagliati.

AM: Per me credo che sia stato lavorare al primo disco, mi è piaciuto tantissimo ogni singolo momento. Entrare in studio e fare un album era roba eccitante, per me lo era. Il Basing Street studio era una grande chiesa, fantastico… e poi è stato così bello sentire il disco finito: pensavo fosse grandioso. E lo penso ancora.

PP: Fare i programmi tv dal vivo era bello. The Old Grey Whistle Test era dal vivo?

AM: Molto…

Come hai vissuto il periodo in cui Nina Antonia stava scrivendo il libro su di te? E come ti sembrava il fatto che stessero mettendo insieme un volume sulla tua vita? Ti piace il risultato finale?

PP: Penso che certe cose… certe cose che alcuni hanno detto sul mio conto non sono vere. Non ho avuto nessun controllo sull’operazione, era il suo libro. Io ho detto solo la verità, ma certi no e mi piacerebbe poter correggere.

AM: E’ uscita anche un’edizione aggiornata.

Ah ok…

PP: Non so proprio dove lei trovi il tempo per fare queste cose. Adesso, poi, ha anche un compagno, no? Un ragazzino…

Deve essere frustrante sapere che c’è un libro intero su di te [The One and Only: Peter Perrett, Homme Fatale – n.d.Andrea], vederlo nero su bianco e sapere che…

PP: Beh, sai come funziona: la gente vede la roba stampata su carta e pensa che sia tutto vero e sacrosanto.

AM: Stamattina mi è arrivata un’email da un tizio che sta scrivendo un libro sui Queen che mi chiedeva “Alan, è vero che ti avevano chiesto di unirti ai Queen”? Perché Nina Antonia lo ha scritto nel libro. E io pensavo, non ho mai detto questa roba…  e Nina non mi ha mai chiesto niente. Quando Freddie Mercury è venuto a lavorare per me [Alan aveva un negozio di vestiti a Kensington Market a Londra nei primi anni Settanta: Mercury per un po’ fece il commesso lì – n.d.Andrea], John Deacon era già nei Queen. Questo è un buon esempio di quello che è successo… così stamattina ho dovuto mettermi a scrivere una mail spiegando che non era vero, e Freddie non sapeva neppure che io suonassi il basso. Quando ero al lavoro, non pensavo alla musica, ero lì per un altro motivo… e questa è solo una piccola cosa. Ovviamente nel caso di Peter ci sarà un sacco di roba. Comunque io, per questo fatto, ricevo diverse email che mi chiedono dei Queen. Ed è una cosa che non è mai accaduta.

Peter, dovresti correggere tutto quello che non va. Potresti mandarle una lunga mail. Comunque, è vero che andrete in tour in India?

PP: (dopo un lungo silenzio) No… credo che questa cosa l’abbia detta Marc Zermati, no?

Oh, credo di averla letta in qualche intervista.

PP & AM: Sarà John…

PP: John rilascia interviste a chiunque senza dirci nulla. Ne ha fatta una con un tipo greco e ha detto un casino di roba senza senso.

AM: Marc Zermati è un tizio che negli anni Settanta aveva un’etichetta… come si chiamava?

PP: Skydog.

AM: Skydog. Lo abbiamo incontrato e lui era tutto entusiasta di noi, si è messo a parlare di quello che voleva fare, e la cosa del tour in India era una di queste cose. Qualcuno ha creduto a tutte quelle panzane. Mi sa che John ci è cascato.

PP: Comunque è interessante che ci siano questi strani Paesi… tipo, ho un amico che mi raccontava di un gruppo sconosciuto russo che è andato in Cina e ha suonato davanti a 150.000 persone. Perché in certi posti tutti, dai 2 ai 92 anni, arrivano dalle zone vicine per assistere a uno spettacolo che non avevano mai visto prima.

AM: Sarebbe fantastico andarci. Molto eccitante. Magari non come il Giappone, ma sarebbe bello andare in un posto così diverso, per vedere come la gente reagisce alla musica.

PP: E’ una cosa che mi piace molto. Con gli Only Ones, all’epoca, quando andavamo all’estero mi piaceva solo l’ora che passavamo sul palco, ma il resto del tempo lo passavo a sperare di tornare in Inghilterra al più presto, per mettere le mani su un po’ di droga buona. Anche perché quando viaggiavamo di solito stavo pulito. Adesso invece apprezzo molto le altre culture e il fatto di vivere su un pianeta con abitudini così varie.

AM: Sì ti godi tutte queste cose…

P: Il Giappone era come essere in Blade Runner, perché c’erano questi schermi giganti per strada. Adesso sono spariti questi affari, no? Da quando c’è la crisi hanno levato i maxischermi. Sei mai stato in Giappone?

No, mi piacerebbe… ma quindi cosa avete in serbo per il futuro?

AM: Niente.

Davvero?

PP: La cosa principale è finire il disco. I tre concerti che stiamo facendo mi hanno convinto a suonarli perché tutti mi dicevano: “Tranquillo, quando sarà il momento dei live avremo già finito col disco”. Sai, prima ovunque andassimo tutti ci chiedevano “Quando esce l’album?” e mi ero stufato di inventarmi scuse, così un po’ di mesi fa ho detto che non volevo più suonare dal vivo… anche se andare all’estero mi piace, è come essere in vacanza. Comunque i concerti sono arrivati, e noi non abbiamo ancora terminato il disco.

AM: Pensavamo che ce l’avremmo fatta. E poi tutti volevano fare qualcosa vicino a Natale…

PP: Sì, ma a me interessa solo finire il disco. Voglio qualcosa di nuovo. E poi in ogni concerto abbiamo suonato sei pezzi nuovi.

AM: Sì.

PP: Quando il disco uscirà tutti lo conosceranno già, perché avranno sentito i pezzi su Youtube.

AM: Ok… però la versione in studio sarà diversa. A marzo faremo anche un tour francese.

PP: Se non avremo finito il disco io mi metterò in sciopero.

Vi è sembrato difficile affrontare i cambiamenti del music business – ad esempio il modo in cui la gente ascolta la musica, non comprando più i dischi? E’ una cosa che si è ripercossa sul vostro modo di lavorare, da quando vi siete riuniti?

AM: Penso che l’album ne risentirà. Fino a ora non è accaduto, perché non abbiamo nessun nuovo prodotto in giro; penso che ce ne accorgeremo col disco. Su come l’industria musicale sopravviverà, non ho proprio nessuna idea; so che i download stanno crescendo, ma non ho idea di come si muoverà l’industria. Ci vorrebbe un altro inventore scozzese che tirasse fuori un formato per la musica che non sia possibile copiare. E noi lo abbracceremmo al volo.

PP: A me, ora, non piace pagare la musica.

Non dovresti dirlo, Peter!

AM: Io penso che le grandi band che regalano i loro cd facciano bene, buon per loro; ma i gruppi piccoli, cosa dovrebbero fare coi loro dischi? Come possono sopravvivere? Come guadagnano soldi?

Credo che voi abbiate una base di fan piuttosto grande, gente che vuole i vostri dischi su un supporto fisico…

AM: Comunque per me il cd non scomparirà; ma di sicuro spariranno i negozi.

C’è un’artista – Kristin Hersh – che ha fatto una cosa interessante; praticamente ha bypassato l’industria musicale, mettendo in piedi una specie di servizio ad abbonamento – paghi più o meno 25 dollari ogni quadrimestre e hai diritto a scaricare i pezzi inediti che lei mette a disposizione nel suo sito, solo per gli iscritti; ogni volta che fa uscire un disco hai diritto a riceverne una copia fisica ed entri gratis ai suoi concerti. In questa maniera si garantisce dei guadagni continui. Certo, il fatto è che è un’artista già nota e la stessa cosa non funzionerebbe con chiunque. C’è anche da dire che se io facessi una cosa del genere con ogni gruppo che mi piace, finirei in bancarotta.

PP: Ti piace molto lei, vero?

Sì, è una delle mie preferite.

PP: Roba anni Novanta, no?

Sì, era nei  Throwing Muses, su 4AD . Comunque secondo me ci sono delle opportunità che andrebbero esplorate, anche se il panorama sembra molto scoraggiante. Parlandoti da scrittore, ti dico che anche per i giornali musicali va male, perché non ci sono entrate pubblicitarie, le etichette indipendenti sono in difficoltà.

AM: La cosa bella è che i gruppi nuovi, adesso, non devono passare attraverso la trafila dei talent scout delle etichette, sai quelli dell’A&R [la divisione Artists & Repertoire tradizionalmente nelle etichette è quella dedicata alla selezione dei nuovi artisti – n.d.Andrea]. Mettono la loro musica online e se alla gente piace iniziano a farsi un bel seguito. Anche se non capisco come possono sopravvivere finanziariamente, almeno finché non riescono a fare concerti per pagarsi le spese.

A volte penso “Ok, benissimo, dato che è così duro vivere di musica, ci sarà una scrematura e solo i migliori e i più appassionati resteranno”. Eppure c’è ancora tantissima merda là fuori!

AM: Ci sono ancora molte cose che devono cambiare… le case discografiche più grosse spariranno tutte, per ora sopravvivono solo grazie alle altre attività collaterali che hanno messo in piedi.

Peter, i tuoi figli sono entrambi musicisti. Gli dai mai qualche consiglio?

PP: L’unica cosa che hanno imparato da me è di non diventare mai tossici. Ma per quanto riguarda la gestione delle band, non gli ho mai detto nulla.

AM: Sono dei grandi musicisti, tutti e due.

PP: Hai mai sentito la loro musica?

Ho sentito gli Strange Fruit, il gruppo di Jamie, perché Sarah – una mia amica – me li ha consigliati. Mi pare che Jamie le abbia fatto da dog-sitter!

PP: Ah sì, è in un gruppo che si chiama Screaming Ballerinas, no?

Veramente è nei Wet Dog.

PP: Hai ragione, Sarah. Stavo pensando a Laura…

AM: E’ un’ottima band.

Hanno mai suonato con voi?

AM: Stiamo tentando di farli suonare a Leamington Spa, domani sera.

PP: I miei ragazzi hanno suonato dove suoniamo noi stasera…

AM: Il Brudenell Social, si chiama così.

PP: Mi hanno detto che è una specie di circolo dopolavoro, ma che è bello.

Molto. E’ il mio locale per concerti preferito a Leeds.

PP: Il palco è piccolo, vero?

Non saprei… lo è se sei abituato a suonare in posti grandi.

AM: Quando mi hanno contattato la prima volta per suonare, ho detto “Brudenell Social Club!?”. Sai, suonavamo in posti del genere agli inizi, così ho fatto subito un controllo.

Fino a un po’ di tempo fa era solo un posto in cui promoter piccoli organizzavano concerti, tutti lo consideravano un po’ sfigato. E adesso è uno dei più popolari. E’ grande abbastanza da poterci far suonare gruppi piuttosto importanti, ma senza passare attraverso tutte le stronzate business che ti impongono i locali più grandi del circuito.

AM: Sì, è quello che ci diceva John Paul, l’organizzatore; sembra bello. E poi, a parte l’O2 Wireless Festival, è un po’ che non suoniamo qui.

PP: Faremo delle canzoni che non suoniamo da 30 anni. Alan, la facciamo “Watch You Drown”?

AM: Sì.

PP: Hai il testo giusto? Mi sta scaricando il testo da Internet, ma ogni volta è diverso da quello che avevo scritto.

AM: Faremo cinque pezzi vecchi che non suoniamo da tanto. Ho trovato un sito di un tizio con i testi delle canzoni, c’è davvero tutto.

Vi confesso che leggevo su Internet il testo di “Another Girl, Another Planet” e pensavo “Oh cazzo, non pensavo dicesse questo”.

AM: Ah, sì, era quello dei Blink 182? Il tipo dei Blink 182 ha proprio male interpetato e ora tutti citano la sua versione. Quel pezzo che dice, “I always flirt with death”…

PP: Sì e poi lui ha cantato “I’ll get killed”.

Esatto. Io pensavo che dicesse “I get ill”

P: Sì.

Grande… avevo ragione!

AM: Quando abbiamo ricominciato a suonare, ho scaricato stampato tutti i testi perché avevo capito che Peter non usava il computer; ma sapevo anche che dopo tutti questi anni la maggior parte dei testi che trovavo erano sbagliati, però c’è un sito in cui questo tipo ha trascritto tutto quasi alla perfezione. L’ho già detto altre volte a Peter – e Rod Liddle si è anche offerto per aiutarlo – che potrebbe scrivere un libro sui suoi testi, su come ha scritto le canzoni e sul motivo per cui le ha fatte. Peter, dovresti farlo.

PP: Non ho tempo.

AM: Fallo con un dittafono.

Ok, è la mia ultima domanda, non voglio rubarvi altro tempo; cosa vi fa paura e perché?

AM: La morte. Mi spaventa da sempre. Perché? Non so… è stato così fin da quando ero giovane. Non è per il fatto di morire o per il dolore, è il vuoto a spaventarmi. Da bambino mi terrorizzava. Ora convivo con questa cosa, ma è davvero quella che mi spaventa di più. Sai, ogni volta che ci penso mi viene in mente l’oscurità e mi incupisco. Il non esistere è terrificante.

Peter?

PP: Per me non è la morte, ma l’idea di vivere senza Xena. Se lei morisse prima di me, sarebbe terrificante. E poi mi preoccupa anche la salute: ho paura di iniziare a stare male, di perdere la ragione, di provare dolore. Quando invecchi la morte diventa un’opzione tangibile. Quando sei giovane puoi parlare di “flirtare con la morte” e roba del genere, perché sei invincibile. Ma quando arrivi alla mia età, la verità è che il tuo corpo inizia a incasinarsi e io non voglio per nulla al mondo vivere senza Xena. E’ l’unica cosa che mi spaventa per davvero. E non sopporterei di vederla soffrire. Io credo nell’eutanasia. Non si dovrebbe obbligare la gente a soffrire, quando la vita sta finendo. Ci dovrebbe essere della dignità nella morte. E invece la gente è costretta ad andare in Olanda o in Svizzera o che altro, ma deve farlo prima del momento in cui servirebbe davvero.

AM: E devi anche scrivere le tue volontà, come vuoi che venga fatto.

Mi spiace, è un modo un po’ cupo per chiudere l’intervista…

AM: Beh, è quello che succede quando chiedi a qualcuno della nostra età “Cosa ti spaventa?”. E tu di cosa hai paura?

Avevo paura di essere investito da un’auto, ma poi la scorsa settimana mi è successo davvero. Non mi ha colpito con violenza, però.

AM: Quindi quella cosa l’hai risolta?

Sì è andata. Poi avevo paura di cadere dalle scale del posto in cui lavoravo, ed è successo anche quello. Di solito so che – quando ho paura di qualcosa – di sicuro succederà.

PP: Come un presagio?

Forse. L’ho sempre saputo che prima o poi sarei stato investito.

PP: Ma perché? Quando attraversi la strada ti addormenti?

Ma no Peter! Non è stata colpa mia! Ha ha! E il tipo non ha nemmeno abbassato il finestrino per vedere se stavo bene.

PP: Ma come… è scappato via? Cazzo. E’ un reato, no?

Sì.

PP: Probabilmente era ubriaco o altro.

Può essere. Però adesso devo trovare una nuova paura. Vi farò sapere.

Vai alla seconda parte dell’intervista: QUI
Vai alla prima parte dell’intervista: QUI

Addio Captain Beefheart

Il 2010 non si smentisce e nelle sue pendici decide di assestare un altro brutto colpo al rock’n’roll e alla sua mitologia.

Don Van Vliet alias Captain Beefheart (69 anni) è morto il 17 dicembre in California, a causa di complicazioni legate alla sclerosi multipla di cui soffriva.

A darne notizia è stato un portavoce della galleria d’arte Michael Werner di New York City, dove molti dei suoi dipinti sono esposti: Van Vliet, infatti, si era ritirato dalla musica nel 1982, per dedicarsi alla pittura. Lascia la moglie Jen, con cui era sposato da 40 anni e che si è occupata di lui durante la malattia.

Captain Beefheart tra il1967 e il 1982 ha inciso tre dischi live, un ep e ben 14 album in studio:

* Safe as Milk (1967)
* Strictly Personal (1968)
* Trout Mask Replica (1969)
* Hot Rats (con Frank Zappa, 1969)
* Lick My Decals Off, Baby (1970)
* Mirror Man (1971)
* The Spotlight Kid (1972)
* Clear Spot (1972)
* Unconditionally Guaranteed (1974)
* Bluejeans & Moonbeams (1974)
* Bongo Fury (con Frank Zappa, 1975)
* Shiny Beast (Bat Chain Puller) (1978)
* Doc at the Radar Station (1980)
* Ice Cream for Crow (1982)

Life (after death)

Keith Richards, Life (Feltrinelli, 2010, 560 pag.)

“Sono esperienze importanti. Mi piaceva essere strafatto.
Se stai sveglio, riesci a comporre quello che tutti gli altri si perdono mentre dormono”
(Keith Richards)

Nell’accaparrarmi Life – l’autobiografia di Keith Richards uscita in Italia per Feltrinelli – il mio consueto e smodato entusiasmo mi gioca un brutto scherzo: dimentico la carta di credito al negozio dove l’ho acquistato. Ovviamente tutto si complica se la città in questione è a circa 300 km dalla mia residenza; quindi, facendomi due conti, libro e spedizione della carta (per farmela recapitare a casa) uguale 50 euro netti, praticamente il doppio del prezzo del libro.

Ma al vecchio Keith “The Skull” Richards si perdona davvero tutto. Ci ha insegnato, con il suo occhio da coccodrillo imbalsamato, a schernire ogni evento umano e superumano, e per questo ridicolizzerebbe anche la mia coglionaggine  con quella risata catarrosa ormai annoverata nel manuale del rock and roll.

Il libro in questione è un tomo di più di 500 pagine, che spazza via in quanto ad aneddotica e a pelo sullo stomaco ogni diceria, biografia autorizzata e non, pubblicazione più o meno apocrifa su Keith – incluso il libro del suo spanish pusher/autista Tony Sanchez.
Certo che ci si stupisce a immaginarsi un Richards ormai ri-bollito e ingobbito dal peso della sua Telecaster, intento a scrivere le proprie memorie con una freschezza al sapore di acne adolescenziale, con una memoria degna del miglior Johnny Mnemonic con cui sventaglia tutto l’ambaradan di storie e ricordi (dalla sua infanzia di stenti al recentissimo e sfarzoso film di Scorsese sugli Stones).
Comunque il mistero di tale abilità letteraria non viene svelato nel corso delle pagine: o meglio, è svelato solo in parte e Keith, a quanto pare, ha sempre tenuto una specie di diario segreto di bordo come si conviene a un degno capo zingaro del rock and roll.

Il leit-motiv di Life è il suo sfrenato amore-ossessione per il blues, con lo studio delle tecniche chitarristiche dei padri fondatori di Chicago e del Mississipi. Ci impartisce lezioni di sei corde, anzi di cinque corde con accordatura aperta; spiega l’invenzione, a volte distratta, ma efficacissima, di riff che hanno fatto la storia del rock come “Satisfaction” o “Jumpin’ Jack Flash”; confessa la sua indiscussa passione per le droghe, soprattutto pesanti, ma senza compiacimenti o false morali – ci passa sopra come un tank, come è passato sopra a tutto nel corso della sua esistenza donne comprese.

E poi, ancora, narra della sua adolescenza trascorsa a Dartford, sobborgo malfamato di Londra; ripercorre l’amicizia storica con Jagger, sfociata con gli anni in conflitto e rivalità;  restituisce il profilo psicologico di un Brian Jones imbarazzante, vittima di scherno da parte del resto degli Stones una volta diventato caricatura di se stesso, soprattutto nel periodo finale della sua esistenza; scredita colleghi e falsi amici, ma esalta anche i suoi più stretti “malviventi” compagni di strada; strapazza le sue compagne di vita e compagne per una notte da buon burbero introverso. Ed  enumera le sue interminabili e proverbiali notti insonni passate a provare brani e inventarsi riff,  tanto che probabilmente – considerando il suo tempo di veglia rispetto alle rare ore di sonno – verrebbe da domandarsi se non sia davvero l’Immortale del Rock.

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