Noise non noise

The PepiBand – Panic (autoprodotto, 2010)

The PepiBand è un quartetto siracusano devoto alla disciplina del noise-alternative rock con striature fugaziane, riflessi dreampop e divagazioni indie (altro…)

For the love of Jesus

For The Love of Jesus Series (Sympathy For the Record Industry/Fat Possum, 199?)

Il solito negozio ripieno di ratti e dischi usati. Il solito pomeriggio post-lavoro. Un’insolita botta di pizzicore e umore leggero. Sono questi gli ingredienti per investire una trentina scarsa di euro in un reperto anni Novanta, ossia sei vinilozzi a 7″, in blocco, che insieme compongono l’intera delirante serie For The Love of Jesus – cortesia della sempiternamente illuminata Sympathy e della Fat Possum.

Non riesco a ricordare con precisione quando questa raffica di uscite iniziò e finì – e neppure la Rete e il sito ufficiale della Sympathy mi vengono in aiuto. Comunque sia, era quasi sicuramente la fine degli anni Novanta (azzardo un 1998), quando la mente di Long Gone John partorì l’idea di una collana tematica di 45 giri che dovevano contenere due brani a testa di vecchie glorie – più o meno dimenticate – del blues. Il tutto presentato in copertine identiche, in stile bibbia, per andare a comporre un unico sermone da messa blues recitato da sei sacerdoti diversi.

Chi si stesse grattando la testa, domandandosi perché mai un’etichetta fondamentalmente devota a sonorità più ruvide e punk come la Sympathy abbia messo in cantiere un progetto simile, in realtà dovrebbe fermarsi a considerare che il blues – soprattutto a fine dello scorso secolo – ebbe un grosso revival, anche in ambito punk… pensiamo a tutti gli indemoniati proseliti della scuola di Memphis e della Goner, nonché alla recrudescenza di fama dei Gun Club. Era dunque un’operazione piuttosto trendy, ma di valore in quanto andava a recuperare schegge misconosciute di un mondo che il punk medio non poteva conoscere, ma potenzialmente poteva apprezzare. Chissà se erano in programma ulteriori volumi… fatto sta che la baracca si fermò al sesto, con buona pace dei se e dei ma.

Ma veniamo al sodo. Elmore Williams apre alla stragrande la serie con due botte di puro delta blues primordiale, con dentro tutto – ma proprio tutto – quello che ci deve essere: le radici del rock, il demonio, il groove, l’ossessività. E – soprattutto – quel piglio anarcoide che ha segnato la nascita di un genere nei primi Ottanta, ossia il blues-punk inaugurato da Jeffrey Lee Pierce e i suoi Gun Club.

Il secondo round è targato T-Model Ford, un leggendario tizio che nemmeno sa esattamente la propria data di nascita (da qualche parte intorno al 1920) e ha iniziato a suonare nei primi anni Settanta mischiando principalmente il blues di Chicago alle sonorità da baccanale del juke joint blues. Le sue due bombette in onore di Gesù sono veramente roba seria: “I’m Insane” è praticamente un pezzo punk che ti scortica la prima pelle, mentre il retro – “Morning Gown” – è un classico da ballroom, da bottigliate in testa, mani infilate nelle mutande della tipa che ti balla davanti e vomitata sui piedi di uno sbirro… un bluesaccio dal riff archetipico, strascicato e farfugliato che puzza di guai già alla seconda nota.

Frank Roach è il reverendo che si occupa del terzo sermone: un personaggio minore della musica del diavolo, un vero loser costretto a fare il benzinaio in vecchiaia per arrivare a fine mese. E anche la sua musica è loser, al 100%: delta blues scordato e zoppicante, ai confini tra il noise e la molestia, ma impregnato del fascino di una Louisiana antica, crudele e bastarda. Non per tutti, ma impietosamente speciale.

Il quarto predicozzo è tenuto da Cedell Davis, ossia il maestro del coltello da cucina. Già, perché dopo che la poliomielite gli fece perdere l’uso normale della mano sinistra – a 10 anni – lui decise che avrebbe continuato a suonare la chitarra, inventandosi uno che è basato sull’utilizzo di un banale coltello arrotondato come slide bar. I suoi due pezzi sono bizzarri e ipnotici, dissonanti, pur partendo da una base molto tradizionale – ai limiti del banale; è lo stile chitarristico a creare un sound inedito, in realtà: le sue slidate metalliche suonano come un incidente ferroviario in una lavastoviglie piena di posate… peculiare.

Quinta omelia, quinto bluesman: Robert Cage. Un altro perdente che ha sempre praticato più le officine in veste di meccanico che non i palchi, dedito a un blues con pennellate country – ossia il più classico prewar blues, se vogliamo usare un’etichetta. E forse il più debole del lotto, per quanto mi concerne, e anche il meno cupo e oscuro.

La messa si chiude con il sermone di Junior Kimbrough ed è il momento più oscuro, da brivido. Questa creatura da juke joint (che peraltro è crepata di infarto nel 1998) spalma le due facciate del 45 giri con una melassa infernale fatta di ritmica ripetitiva – la classica corda bassa suonata col pollicione – e ricami sincopati sulle corde più acute. E’ un blues peculiare, il suo, che esula da ogni classificazione. Minaccioso, sofferto e inafferrabile: “You’ll Find Your Mistake” è esattamente la sublimazione di questi concetti. Sul lato B lo troviamo alle prese con una band completa, ma anche uno strumentale apparentemente standard diventa uno straccio sporco intriso di guai, con le spruzzate di disagio che le sei corde di Kimbrough seminano lungo il solco.

L’indie rock mi fa vomitare

Chaos Conspiracy – Indie Rock Makes Me Sick (Andromeda/Alkemist Fanatix)

Che trip. E in accezione positiva, sia ben chiaro. Questi italianissimi Chaos Conspiracy (alla loro seconda prova sulla lunga distanza) suonano un polpettone straniante di generi – dal post hardcore al metal, dal noise alla psichedelia, dal nu metal al crossover, dal jazz allo space rock – e scelgono di non avere voce (altro…)

Big Sexy Noise nelle acque dei Navigli

Big Sexy Noise featuring Lydia Lunch & Gallon Drunk + Three Blind Mice @ Cox18, Milano, 11/11/10

La difficoltà nel trovare parcheggio in zona Conchetta non faceva presagire nulla di buono. Solo dopo svariate ronde a girotondo siamo riusciti a farci spazio tra le lamiere, la nebbia e i fumi dell’alcool in una zona off limits, a pochi metri dal leggendario Centro Sociale Cox18 – occupato, smobilitato, e ri-occupato, ma costantemente sorvegliato e minacciato dalla Banda del Pirellone.

Sfidata la sorte, arriviamo tra i primissimi. Così numeri uno da essere in mostruoso anticipo: cancello chiuso e qualcuno da dentro che urla che prima delle dieci passate non si apre un bel niente. In effetti si sentono distinti rumori di piatti e forchette: a quanto pare Lydia se la gode tra un risotto e un cognac, insieme ai suoi compari dei galloni ubriachi.
Ci facciamo largo tra la sparuta folla e la densa nebbiolina meneghina, ci dirigiamo in un infimo pub paludosamente naviglioso dietro l’angolo, per scolarci qualche drink. Chiacchierando tra un drink e l’altro si santifica la madrina della no wave newyorkese, per il semplice fatto che in un perfetto stile punk continua a esibirsi in locali barricadieri e non si è lasciata abbindolare dal consumismo musicale su più ampia scala, su cui si sono adagiati i maturi Sonic Youth e il Nick Cave stempiato, amici dell’epoca che fu.

Torniamo al Cox, rinvigoriti e corrazzati. Finalmente si entra, e i cinque euro di sottoscrizione mi fanno schizzare indietro ai gloriosi tempi in cui i concerti costavano quanto dovevano costare – e nei centri sociali questo è sempre rimasto un diktat assiomatico.
Si sbevazza prima del support set dei Three Blind Mice, che aprono le danze. Ma si sbevazza anche durante il loro set, perché questi tre topini ciechi fanno roba new wave che già sarebbe apparsa pallida e sbiadita copia sul finire degli anni Ottanta, cianfrusaglie alla Mission con altri echi della new wave minore. Finalmente, con un bizzarro lascito “a Berlino cazzo” ruggito dal frontman, la fatica è conclusa. Al cambio di palco scappo ai cessi a intoppare e mi accorgo con stupore che il locale è stracolmo, gente ovunque, sparsa come i miei schizzi di vomito dentro la turca.

Il climax è vicino quando mi si affiancano due lesbo-lumachine molto trendy – che flirteranno con Lydia per tutto il concerto – e un oggetto poco identificabile a forma di trans, che continua a ballare anche ad amplificatori spenti. Vabbè, la Lunch ci ha abituato a queste cose: infatti svuotato e con un sorriso ebete stampato mi godo in primissima fila, quasi sul palco, tutto il set della vipera ex Teenage Jesus and Jerks.
Lei è la solita meravigliosa strega, sformata dagli anni, incantatrice, ammaliante sciamana con la pistola sempre carica, che sputa i suoi testi tra un sorso di alcool ed una tirata di sigaretta scroccata. I Gallon Drunk nel ruolo di backing band eseguono le tracce del progetto Big Sexy Noise dalla prima all’ultima: impeccabili, dolorosi, piegati da un lamento di sax di Terry Edwards (anche all’organo) che sembra perennemente sul punto di attaccare “Funhouse” degli Stooges.
I Big Sexy Noise (che per chi non lo sapesse sono la fusione di Gallon Drunk e Lydia Lunch) sono marci e malati al punto giusto: la tossicomania blues britannica da scantinati che puzza di whiskey di James Johnston e soci incontra – e si incista con – la schizofrenia porno americana della signora Lunch. Un connubio letale che dà vita a un gruppo tra gli ultimi, meravigliosi, decadenti e credibili ancora in circolazione.

La divina scende dal palco aiutata da mille braccia di sostenitori, ma è già troppo tardi: la testa mi esplode, le orecchie mi fischiano, il mio compagno di viaggio ha il mio stesso sorriso ebete. Incredibilmente ritrovo anche la macchina.

Cocomeri, pupe e sveltine

Philosophy of Watermelon – A Dirty Quickie (Antstreet/Alkemist Fanatix)

Sono trentini, di Riva del Garda, questi Philosophy of Watermelon. Un power trio che si gioca un paio di carte forti, ma davvero scontate. La prima è il genere, un punk’n’roll muscolare e basilare, con voce rauca e riff da hard discount; la seconda è la tematica sessuale ricorrente (altro…)

Nel nome di Cristio

Cristio – Adult Taste (Lepers, 2010)

I Cristio sono bravi, davvero bravi. Fanno un genere che, lo dico per gli amanti delle etichette, loro – o qualcuno della Lepers Productions – definisce post cow punk. Non avete capito che musica fanno, eh? Ho cercato su Wikipedia i riferimenti e la definizione fornita è “un sottogenere del punk rock che origina negli anni Ottanta in California, specialmente a Los Angeles e fonde il punk rock al country, nel sound, nei temi, nell’atteggiamento e nello stile, ed è stato il precursore del country rock degli anni novanta”.

Ecco i Cristio dovrebbero essere questo, ma post, un po’ come a voler dire che l’etichetta del cow punk non si adatta perfettamente al loro genere, per cui hanno bisogno di creare un’altra definizione, un’altra nomenclatura. Io ho sempre odiato le etichette e quindi non capisco tutto questo bailamme e soprattutto perché ci ho perso così tante righe su questo argomento che non porta a niente. Riparto.

Dicevo che i Cristio sono davvero bravi e riecheggiano diverse influenze tra cui Presidents of the United States, qualche eco dei Primus di Frizzle Fry e dei God is My Co-Pilot, ma anche (come avrebbe detto Ualterveltroni) e soprattutto i Minutemen di Double Nickels on a Dime.
In generale l’album sembra essere un contributo alla sacra arte della sperimentazione o al volgare esercizio di un’estrema dose di eclettismo, il che non guasta, anche se la presenza della voce ha il potere di concedere ai brani una certa linearità, ma con i Cristio dire linearità è una vera forzatura.

Scendendo nel dettaglio dei brani, meritano una sicura menzione “Above the Tree (Fall in Love)”, “Stereogirl” (forse la canzone più “pop” di Adult Taste), “Magic Pipes” e la sua anarchia organizzata con contorno di tromba e poi “Granito” – un pezzo post hardcore (lo sapevo ci sono cascato pure io sull’etichetta, mannaggia!).
Geniali quindi i signori Cristiano Alberici (ex X-Mary) e Michele Napoli (ex Peawees) che hanno dato vita a questo bel lavoro assieme a tanti loro amici di altri gruppi, che hanno contribuito con i loro vari strumenti (Tromba, Hammond, etc.): segno che questa band è ben inserita nel magico caravan della musica underground italiana.

Suonano in giro per l’Europa, trovate tutti i riferimenti sul loro maispais… Cristio Santo che aspettate, andate a vederli!
Questa battuta è davvero scontata: il Selaschetti di una volta non l’avrebbe mai fatta, ma che volete ormai sono oltre, chiamatemi pure post Selaschetti.

[Il disco lo potete scaricare gratis, legalmente, nel sito della Lepers: www.lepers.it. Poi è acquistabile in formato fisico QUI]

Dopo le tenebre del regime… la luce

Svetlanas – s/t (Vampata records, 2010)

Formatisi nel 1977 furono costretti a suonare rock’n’roll per il KGB.
Nati come spie e informatori venivano usati per ottenere informazioni sui segreti militari delle nazioni più potenti del mondo.
Trent’anni fa andarono in tour negli USA; durante uno spettacolo di copertura un amplificatore si ruppe e innescò una scarica violentissima che, investendoli, li mandò tutti e quattro in coma.
Il KGB ha occultò i loro corpi e li ibernò, per coprire e custodire i segreti delle missioni.
I loro vecchi nomi erano Olga, Irina, Jurij e Ivan.

Fast forward: 2008. Una rivista scandalistica inglese sbatte in prima pagina lo scoop rivelando i retroscena di ciò che è accaduto: dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la scomparsa del KGB, i quattro Svetlanas sono stati scongelati, hanno deciso di dare un taglio netto col passato e di cambiare identità.
Con queste premesse è chiaro che se i comunisti sono ritenuti rei di mangiarsi i bambini, i soviet punk Svetlanas possono essere tranquillamente ricordati come gli iniziatori del punk rock nell’ex URSS.

Come nella migliore tradizione dei supereroi yankee, anche i soviet punk Svetlanas hanno affrontato quell’iter di trasformazione genetica, dalla catalessi ibernata al risveglio col botto – BANG! – che li ha condotti a riprendere in mano i vecchi brani abbandonati nel ’77. Questa volta, però, con una consapevoezza dei superpoteri inaspettati, che li ha finalmente spinti ad assemblare materiale per farne un disco intero (uscito il 28 ottobre, data già annoverata nell’epica di regime come  l’evento più esaltante dell’intera storia russa, secondo soltanto all successo della missione spaziale di Jurij Alekseevič Gagarin del 1961).

Nell’album ci sono 13 tracce appuntite (registrate al mitico Sonic Iguana Studio di Mass Giorgini), che deflagrano nel giro di mezz’ora o poco meno, dopo un’incubazione durata trent’anni. I punk sovietici raccolgono riff come schegge di uno Sputnik andato in frantumi, li riassemblano e si azzuffano con lontani fantasmi di Circle Jerks, Zero Boys, TSOL, Germs… e anche un po’ di Spitboy.
Olga Pushkina aka Olga Svetlanas – vocalist della band dalla voce rauca ed esasperata per gli innumerevoli vodka shot che le versavano nel ghiaccio durante l’ibernazione – danza sui riff vertiginosi del chitarrista Mick Vassilli e svolazza su montagne russe postatomiche architettate dalla sezione ritmica a firma Alx Dimitri (basso) e Juri Diste (batteria).

Svetlanas è una trama, un ricamo concettuale di alto spionaggio che smitizza il regime con un fondamentalismo punk di gelida ortodossia. E’ così che anche l’intro-anthem “Svetlanas National Anthem” (con l’inno sovietico in prima linea) sembra materiale d’avanguardia, piuttosto che rievocazione di fasti passati, non appena viene assassinato e scardinato dal pesantissimo riff di “Soviet Assassin”.
In “KGB is Dead”, come in “I Am a Spy”, straborda l’essenza ambigua dello spionaggio Svetlanas, e si abbandona l’ipotesi di un’altra grande truffa del rock and roll per addentrarsi in situazioni più turbolente – come un decollo su un TU-144 o un Concordosky, la replica sovietica del Concorde.

Come nelle migliori fiabe sovietiche conclude il disco “We Eat Children”. Giusto, ma con una fraccomandazione: prima di mangiare i bambini, è meglio educarli a colpi di soviet punk.

Derf Scratch, from Fear to the unknown

Il 28 luglio di quest’anno infame è morto Derf Scratch, ovvero il bassista dei terribili Fear; ha suonato nel primo, classico, album della band: The Record, uno dei più significativi reperti del punk statunitense. In Rete, da qualche anno, si trova questa lunga e interessantissima intervista che Derf rilasciò al mitico Mark Prindle – amico di Black Milk, che ci lascia tradurre e riproporre il suo materiale (altro…)

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