Derf Scratch, from Fear to the unknown

Il 28 luglio di quest’anno infame è morto Derf Scratch, ovvero il bassista dei terribili Fear; ha suonato nel primo, classico, album della band: The Record, uno dei più significativi reperti del punk statunitense. In Rete, da qualche anno, si trova questa lunga e interessantissima intervista che Derf rilasciò al mitico Mark Prindle – amico di Black Milk, che ci lascia tradurre e riproporre il suo materiale.

Ecco, quindi, la traduzione (con qualche bel taglio e spostamento tipo Tetris, visto che Scratch era un fiume in piena, incontenibile e spesso deragliante). Ne leggerete delle belle, sopratutto sul conto di quel simpatico bastardo di Lee Ving.

Allora, raccontami la storia dei Fear. Mi hai detto che mi avresti dato tutti i gossip…
Certamente. Hai un po’ di tempo? Perché vorrei raccontare tutto una volta sola, così quando la gente mi chiederà dei Fear potrò semplicemente dare l’indirizzo del sito con questa intervista.

Vai tranquillo…
Bene, allora comincerò dal principio. Vediamo… Lee Ving. Il suo vero nome è Lee James Jude Capalero. Un giorno mi telefonò: era il periodo in cui Rumours dei Fleetwood Mac era sulla cresta dell’onda. I Sex Pistols avevano appena fatto il loro tour degli USA e Lee mi chiamò dopo avemi visto al Troubadour, quando avevo suonato coi Trashy Ted and the Dog Shit Canyon All-Stars. Avevamo un amico comune che si chiamava Billy. Lee mi chiese qualcosa a proposito del fatto che suonavo il basso. Lui era amico di un tale  Bob Seidmann, che era il tipo che aveva fatto la copertina del disco dei Blind Faith (quella con la ragazzina nuda e l’aereo in mano); era anche un famoso fotografo di San Francisco che Rolling Stone aveva assunto per fare foto durante il tour dei Pistols… lo fece e dopo chiamò Lee dicendogli: “Se vuoi fare soldi con la musica, metti su un gruppo punk, capito? Ho già il nome: sarà ‘Fear'”. Quindi il nome è arrivato da qualcun altro, non da Lee, che comunque disse “Ok”. Lee si fece dare il mio numero da Billy e mi telefonò, così andai da lui per parlare. Io ero un capellone hippye ed ero a un punto della mi vita in cui avevo capito che tutto quello che mi faceva schifo diventava un grande successo. E fin dall’inizio ho oditato il punk rock… così quando Lee mi domandò se volevo fare una punk band con lui pensai “Cavolo, odio questa musica del cazzo… perché no?”. Andai da lui, parlammo un po’, poi mi richiamò dicendo: “Scusami, prima di decidere voglio sentire anche altre persone”. Non ho mai saputo di chi parlasse, ma le cose non andarono bene. E un mese dopo mi richiamò: “Senti, è andata male. Vieni da me e riparliamone”. Così tornai a casa sua, iniziammo a parlare e facemmo amicizia. Pensa che viveva nella Valley, in una casa a Van Nuys, con una dependance sul retro dove viveva sua suocera. Era sposato, aveva un figlio e una piscina. Diventammo amici, direi, ma mi domandavo perché non mi guardava mai negli occhi quando si parlava di cose serie: era uno di quei tizi che guardano da un’altra parte… sai quelli che non incrociano mai il tuo sguardo? E quando si innervosiva cominciava a canticchiare tra sé e sé.
Comunque iniziammo coi Fear; a quel punto avevo appena dato il mio esame per diventare agente immobiliare, ma avevo subito capito che non ero bravo a fare quel mestiere. La disco music andava da dio e Rumours vendeva milioni di copie… non preoccuparti, poi queste cose avranno un senso più avanti nel racconto!

Ok!
Insomma, avevamo questo batterista, Johnny Backbeat e credo che avesse suonato con Mitch Ryder and the Detroit Wheels, per un po’. Aveva i denti sporgenti… sai quelle dentature che sembrano uscire fuori dalla bocca? Ah e pensa che roba: Lee, che era di Philadelphia, era stato in un gruppo che si chiamava Sweet Saving Chain, che era un gruppo blues. Lui era l’unico bianco, gli altri erano tutti neri e l’hanno cacciato una volta che ha provato a parlare nel loro gergo… non l’hanno presa bene. Comunque, per non divagare, decidemmo di mettere su questa punk band. Io ero stato in un gruppo fusion, prima; avevo un diploma in musica e Johnny ed io sapevamo davvero suonare i nostri strumenti; decidemmo che saremmo stati la prima punk band che sapeva davvero suonare. […] Comunque, Johnny suona nel primo singolo che abbiamo pubblicato, una cosa registrata su otto piste, ma dopo le fregistrazioni capimmo che dovevamo sbarazzarci di lui. Così lo cacciammo e restammo solo Lee ed io. Io ogni mattina dovevo andare in ufficio, in agenzia immobiliare, dove lavoravo coi miei genitori. Di solito dicevo loro che uscivo per cercare case, ma invece andavo da Lee per parlare del gruppo.

Non sapevo niente di tutto questo… pazzesco!
Beh, ti ho detto che avrei aperto il libro…  comunque quello che accadde fu che questo mio amico di colore, Rick Fisk, era un ottimo batterista e cantante. Era un bravissimo cantante e stava iniziando una carriera da attore. Ci sembrò subito il batterista adatto per noi, così Lee gli chiese: “Se avessimo un concerto da qualche parte e ti dicessero che lo stesso giorno hai un lavoro per recitare, cosa sceglieresti?”. E Rick disse: “Credo che dovrei scegliere la recitazione”. Lee disse: “Ok, non va bene, non possiamo usarlo perché preferisce fare l’attore. Fanculo”. In quesl periodo Lee ed io stavamo davvero diventando molto amici, quasi fratelli. Passavamo molto tempo in salotto da lui a parlare del gruppo e a decidere che tipo di canzoni ci servivano.

Ho una domanda: come era Lee di carattere, in quel periodo? Era come sul palco, un conservatore che ama le armi e la guerra?
No. Pensa che mi trovò anche un lavoro – lui lavorava come cameriere cantante alla Great American Food and Beverage Company. […] Era solo un tizio che fumava un sacco di canne e beveva birra, come tutti noi. Un musicista: è quello che pensavo lui fosse. Non gli interessavano le pistole e queste cazzate qua.

Ok…
Mi sono perso. Cosa stavo dicendo? Ah ok, dovevamo trovare un batterista e un chitarrista. Trovammo questo tizio che si chiamava Burt; era uno di quelli che crede di essere Keith Richards – suonva la chitarra, era un rocker, ma mi sa che aveva ereditato un sacco di soldi da uno dei suoi genitori o qualcosa di simile. Si presentò alle prove per un’audizione e portò con sé Spit. Johnny Backbeat quel giorno non si presentò, così Spit, che era un batterista, entrò nel gruppo. Poi arrivò Philo, che trovammo grazie a un amico che si chiamava Eric Dugdale. Philo viveva vicino a Eric e il suo nome ci intrigava – è la traduzione latina di “amore” – così lo contattammo e lui si dimostrò davvero entusiasta. Era perfetto per noi. Così diventammo quattro, finalmente avevamo la formazione completa. […] Iniziammo a provare quattro volte a settimana, religiosamente. Provavamo così tanto non perché fosse difficile ricordare i pezzi – che non erano particolarmente intricati – ma per tenere allenati i muscoli! Tutto quello che suonavamo – chitarra e basso – doveva essere fato con pennata verso il basso; non facevamo anche il ritorno, perché è molto diverso quando suoni otto note plettrando verso il basso, invece che le stesse otto suonate anche col ritorno verso l’alto. Il double picking è più o meno un “di-duh, di-duh, di-duh, di-duh”, mentre il downstroke somiglia a “duh-duh-duh-duh-duh-duh-duh”.

Avevate un sound particolare come gruppo punk…
Era speciale. Abbiamo anche cercato di trascrivere i tempi di batteria di “We Destroy The Family” e “Camarillo” ma… non c’era verso – potevi contare come diavolo volevi. L’importante era iniziare e finire insieme, questo era il succo. Non ci siamo mai posti il problema di contare; ci dicevamo: “Ok, io suono in settimi, lui in tredicesimi, ma non si sa come, tutto funziona, sta in piedi e suona anche strano. Va bene”. Philo ed io abbiamo trovato l’arrangiamento di “We Gotta Get Out of This Place” perché lui la suonava in sol e io in fa-diesis. E in tutto il pezzo ci sono solo due momenti in cui ci incontriamo e suoniamo la stessa tonica – lui suona l’accordo e io faccio la stessa nota col basso. Un giorno ci dicemmo: “Facciamo questo pezzo nel modo più folle che troviamo”… eravamo lì che la suonavamo, Lee era in ritardo e a un certo punto arrivò, la sentì e disse: “Sì, facciamola!”. Così tenemmo quell’arrangiamento. Molti anni dopo passai un weekend con Eric Burdon e mi disse che la nostra era la versione migliore che avesse mai sentito di quel pezzo.

E cosa ci facevi con Eric Burdon?
C’entra ancora Bob Seidmann, che era nei Big Brother And The Holding Company,  dava sempre feste e conosceva un bel po’ di gente del giro artistoide e roba così. C’era sempre questa tizia che si chiamava Ming e viveva a Palm Springs; una volta andai là a trovare James Gurley, il chitarrista dei Big Brother, che viveva anche lui da quelle parti e mi fermai da Ming. Da lei c’era Eric, così iniziammo a chiacchierare e prima che me ne accorgessi era già passato tutto il weekend. E’ un grande, lui. Comunque… cosa stavo dicendo… ah sì,ecco, insomma per i primi quattro anni le cose andarono così: avevo trovato Philo e Spit e avevo messo insieme la band con Lee e, in pratica, tentavo di sopportare le sue stronzate. Lui era uno che bruciava i ponti senza motivo: non l’ho mai capito quando faceva così. Pensa che quando andavamo in giro a suonare aveva sempre una copia dell’autobiografia o una biografia di Hitler.

Ma perché?
Non saprei. Dopo uno degli ultimi concerti stavamo tornando da San Diego e lui mi disse: “Derf, io vedo un esercito di skinhead”. E io gli risposi: “Siamo un cazzo di gruppo musicale, non un movimento politico, ok? Facciamo intrattenimento”. Questo accadde appena prima che di mollare il gruppo e credo che se non mi avesse cacciato, me ne sarei andato io. Tutto questo capitava perché eravamo un gruppo a cui piaceva provocare; la gente veniva anche a vederci per guardare come reagivano quelli che prendevamo per il culo e insultavamo. […] Gli applausi, se arrivavano, li sentivamo prima di salire sul palco, perché dopo la gente era troppo occupata a tirarci roba. Una volta Philo ed io decidemmo di farcire le nostre sigarette con dei petardi… mentre suonavamo, a metà concerto, ci fermammo dicendo “Ok, è proprio il momento di una pausa sigaretta” e iniziammo a offrire da fumare alla gente sotto al palco. Eravamo al Whisky A Go-Go e dopo 30 secondi il pubblico cominciò a tirarci di tutto, però nel frattempo c’era chi si era acceso la sigaretta e sentivi le esplosioni di quelli che tentavano di fumare quello che gli avevamo offerto… insomma, ci divertivamo, Philo ed io.

Come sono andate le cose, quando il meccanismo ha iniziato a rompersi?
Quello che accadde fu che smascherai Lee. Capii prima di tutti che si prendeva dei soldi in più… e cosa potevo fare? Io ero anche il portavoce della band. Ero quello che usciva sempre e si faceva vedere in giro: Lee era sposato e aveva un figlio, Philo si era sposato e Spit stava con Susan. Io ero l’unico single e vivevo  nel garage di Philo. E tutte quelle voci secondo cui ero pieno di soldi erano stronzate. Non avevo un dollaro all’epoca.

Già, perché ci furono dei pettegolezzi anche sul tuo conto: perché, secondo te?
Non lo so, onestamente. Ho sentito cose strane e credo che ci abbia messo lo zampino Mr Ving. Fondamentalmente successe che dovevamo suonare un concerto alla Vet’s Hall per 800 dollari, ma Joey Vex ce ne diede solo 500 e Ving disse: “Non vorrete che vada a cercare gli altri 300, vero?”… cioè a parlare coi buttafuori e la security. Non era una cosa da Lee e pensai che era strano. Infatti poco dopo ho scoperto che i soldi mancanti se li era messi in tasca lui. E poi io mi mettevo in gioco, stavo di più coi fan e facevo amicizia con loro, cose di questo genere. In questo modo la stampa parlava più di me che di Lee. Ad esempio a un concerto mi picchiarono e mi ruppero la faccia in 12 punti, e questa cosa mi fece guadagnare una foto a colori su Rolling Stone. E Lee non sopportava che parlassero più di me che di lui. Gli dava davvero fastidio di brutto.

Davvero?
E ti dirò di più Philo aveva scritto la canzone “Johnny, Are You Queer?” La ricordi?

Non la conosco…
Era cantata da Josie Cotton e fu un successo commericale. Questi tizi che si facevano chiamare Paine Brothers erano i produttori e ci pasticciarono un po’. Andò che i Paine Brothers avevano sentito “100 Downers” di Philo e la fecero diventare “Johnny, Are You Queer?”; riscrissero il testo, la arrangiarono e dissero: “Hey Philo! Ti diamo metà dei diritti o quello che vuoi. Vorremmo usare la tua canzone”. Però Lee li odiava e Philo non aveva le palle per imporsi. Temeva il confronto e tentava di evitare i Paine. Poi un giorno chiamò Lee e gli chiese cosa doveva fare; lui gli disse “Non farti dare nessun credito. Non immischiarti con questa roba”… benissimo, la canzone è diventata un hit, ma Philo diede retta a Lee. Penso che Philo avrebbe potuto guadagnarci almeno 50.000 dollari e io non riuscivo a credere che Lee avesse fatto una cosa simile.

Senti, hai ascoltato i dischi dei Fear usciti dopo che te ne sei andato?
Sì. E devo dire che, a quanto mi ha riferito il tecnico che ha lavorato al secondo disco (More Beer), lì sopra a suonare il basso ci sono io. E pensa che non lo sapevo nemmeno! Quando stavamo registrando una canzone che doveva finire nel film Vicini di casa, in cui recitava John Belushi (che era un nostro grande fan e un mio amico), buttammo giù anche delle altre idee da rifinire. E sono quelle che hanno usato per fare il secondo disco.

Ma hanno usato tutto  o solo alcune tracce?
Non saprei, perché non riesco a ricordare con precisione. Facemmo quattro o cinque canzoni, cazeggiavamo là dentro. Niente di serio. […] Comunque, volevo arrivare al momento in cui me ne sono andato dal gruppo. Avevamo un po’ di proposte discografiche, la Slash voleva fare uscire il nostro album e avevamo un manager – Danny Hutton, uno dei Three Dog Night. […] Ma Lee voleva un contratto come quello dei Fleetwood Mac, con un anticipo da 500.000 dollari. Questo voleva, e quindi diceva di no a tutti. […] A un certo punto i Black Flag e i Circle Jerks stavano facendo uscire un disco, tutti ne facevano uno, e noi eravamo gli unici che stavano a guardare. E non avevamo nemmeno trovato il contratto da favola. Così mi toccò andare alla Slash a pregare Bob Biggs di rimettere sul piatto la sua offerta, promettendogli che l’avremmo accettata. Poi andai alle prove e dissi agli altri: “Sentite, se non prendiamo questa occasione io me ne vado. Perché andando avanti così ci prenderanno per un gruppo della seconda ondata del punk, perché il nostro disco uscirà dopo quelli di tutti gli altri e non saremo dove dovremmo”. Così lo facemmo. Io avevo lavorato al Sound City studio e andammo lì a registrare perché conoscevo Gary Lubow. […] Lo prendemmo come co-produttore e incidemmo nello stesso studio in cui avevano lavorato i Fleetwood Mac per Rumours. E’ buffo che i Fleetwood Mac ricorrano nella nostra storia e ho anche sentito che Lindsey Buckingham era un nostro grande fan. […] Comunque, avevo forzato la mano del gruppo per il contratto e il produttore, e poi arrivò il film. Era una pellicola di Ralph Bakshi intitolata American Pop e noi c’eravamo.

Che film era?
American Pop. Era un cartone animato. […] E poi ne facemmo un altro intitolato Get Crazy.

Mi pare di aver sentito che c’è anche un pezzo dei Ramones in questo film…
Sì. Pensa che un giorno Lee arrivò alle prove dicendo: “Abbiamo tutti una parte in questo film, Get Crazy“. E io pensai “Figo. Adesso potremo prendere tutti il tesserino della SAG [Screen Actors Guild, una specie di sindacato degli attori – nda]”. Andammo sul set e Philo e Lee avevano un ruolo vero, mentre Philo e io eravamo solo comparse. Per tre giorni io non firmai i cedolini – c’erano almeno un paio di migliaia di comparse tutte assieme – ma riuscii a essere inquadrato in tutte le riprese; così al terzo giorno andai dal produttore e gli dissi: “Senti, mi avevano detto che avrei avuto una parte e la voglio. Altrimenti dovrai rigirare tutto quello che è stato fatto in questi tre giorni, perché me ne vado”. Il giorno dopo avevo un camerino e una parte, che era anche un po’ più grande di quella di Lee. […] E’ proprio durante le riprese che venni licenziato dalla band; subito dopo Lee ebbe una parte in Flashdance. La cosa ridicola è che avevamo un tour della West Coast in programma e ci garantivano almeno 2000 dollari a sera; ma quando gli organizzatori seppero che non ero più nella band abbassarono la cifra a 500. Così tornarono a chiedermi se potevo fare quest’ultimo tour con loro e io risposi: “Ok, ma solo se mi pagate l’aereo e gli alberghi”. Ero davvero ferito. Pensavo che Lee fosse come un fratello, sai? Io mi mettevo in gioco per far parlare della band, dei Fear… non lo facevo per me stesso… e non avevo mai capito che lui non lo sopportava. E poi sapeva che io sapevo che faceva le creste sui soldi, anche se non l’avevo detto agli altri ragazzi del gruppo. E non avrei potuto dirlo se mi avesse cacciato, perché sarebbe sembrata una ripicca: “Hey, Lee fa questo e quest’altro!”. “Sì, va bene Derf”. […] Comunque mi disse che ero licenziato, al telefono: “Ah, dirò a tutti che te ne sei andato” e io gli risposi “Fai pure. Io dirò a tutti che sono stato cacciato”.

Che motivazione ti diede per il licenziamento?
Che non mi impegnavo. Ed ero un tossico. Non lo ero più degli altri, ad ogni modo. Mi piaceva far baldoria come a tutti, non ero Keith Richards, sai? Alla fine credo che questa cosa si sia ritorta contro il gruppo. […] Dissi anche a Lee “Perché non lo affronti? Ormai non ci sopportiamo più. Non ti piaccio più e questo è il motivo per cui mi cacci”. Ho provato a parlare con lui, da allora, ma non vuole saperne.

Hai più parlato con gli altri?
No. Ho rivisto Spit tempo fa e poi avevo messo su un gruppo con Philo, dopo i Fear, che si chiamava The Happy, ma non ha funzionato. Non parlo con loro da 15 o 20 anni.

Cosa pensi di Lee? Che facesse finta di essere un tipo a posto, o forse lo era e diventare popolare lo ha cambiato?
Probabilmente un po’ faceva finta. Aveva un buon occhio per il talento, però […] e infatti si circondò di tre musicisti piuttosto dotati. Ma si prese tutto il merito. E, come sai, si è liberato di noi e ora non combina nulla. Continua a battere sulla storia dei Fear – vedo continuamente che suonano in giro, ma quando la gente li vede, capisce che è una barzelletta. Frusta un cavallo morto. E poi adesso non è nemmeno più cool dire che ti piacciono i Fear. Credo che anche la sua carriera da attore sia andata in fumo. Credeva che sarebbe diventato il nuovo Marlon Brando. Davvero. Ma quando lo vedi in Flashdance, dove fa la parte del gestore di un club, lì recita se stesso. Sì, lui era proprio così: uno stronzo. Magari questo non pubblicarlo.

Una curiosità: ma alla fine il punk rock ha continuato a farti schifo o ti è piaciuto?
Ah sì! Mi ci sono buttato a capofitto e mi ha conquistato, totalmente, appena ho capito di cosa si trattava.

Cosa pensi del primo disco, adesso?
Che è grandioso. All’epoca pensavo fosse divertente, appena uscì: se volevi svuotare una stanza, a una festa, bastava che mettessi su il nostro album e la ripuliva al volo. Spaventava la gente!

Cosa pensi di The Decline of Western Civilization?
In che senso… penso sia figo.

Secondo me è grandioso. Solo che ho intervistato parecchie persone che erano nel film e tutti si lamentano: “Avrebbero dovuto metterci i Weirdos” e altre cose ancora…  io quel film l’avrò visto 20 volte da ragazzino!
Ti racconto cosa è successo. Lee ed io eravamo in Laurel Canyon a mettere volantini sui pali del telefono. […] C’è una stradina parallela a Laurel Canyon e all’epoca, se la polizia ti beccava ad attaccare volantini, erano 300 dollari di multa e un weekend in galera; così noi usavamo una tattica di guerriglia: camminavamo per la stradina, poi correvamo verso un palo del telefono di Laurel Canyon e ci graffettavamo un flyer, per poi correre di nuovo nella stradina. Bene, Penelope Spheeris viveva proprio in Laurel Canyon e mentre passava sulla sua Mustang ci ha visti fare questa roba. Ha accostato e ci ha chiesto se volevamo fare il film.

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