Stoner bloody stoner

Stoned Machine – Human Regression (Casket/Alkemist Fanatix, 2010)

Stoner, fottutissimo stoner… e l’headbanging parte dal primo riff, insieme a una filosofica – quanto ignorantissima – sospensione di giudizio. Già, perché stranamente il sottoscritto di fronte allo stoner rock diviene il prototipo del rocker alla Beavis & Butthead.

Questi Stoned Machine, come il nome mette subito in chiaro, con lo stoner ci vanno a nozze. E anche col mio terzetto di neuroni… ciò significa che mi sono piaciuti. Bei riffoni ossessivi con una chitarra dal sound cremoso come lava (probabilmente c’è un Big Muff di mezzo), mid tempo rocciosi come sassi tirati sulla nuca, basso fuzz e voce col giusto feeling rock, sofferta e torrida senza mai scadere nell’esibizionismo metallaro.

A questo punto lo dico. La parola magica è Kyuss, da pronunciare tenendo a mente qualche lezioncina Sabbathiana e un (bel) po’ di grunge anni Novanta. Il tutto per un bel risultato, che confluisce in un cd desertico, cupo, melodico e heavy che fa sognare serate nella Death Valley e pomeriggi a cavallo di una moto sotto al sole bastardo dell’Arizona.
La morsa si allenta solo verso il finale, con la penultima “Listen to the wind”, una ballata soffice ed esoterica dal sapore orientale – che probabilmente si ispira ad alcune cose degli Zeppelin, oltre a evocare suggestioni care a Brian Jones. Ma si chiude in bellezza con un pezzaccio muscolare, ovvero la title track.

Buona anche la produzione, moderna senza risultare fredda. Promossi a pieni voti. Ora scusate, ma devo pulire la sella della Harley. Ah cazzo… forse è meglio se prima mi compro la Harley, però.

Rabies in Leicester

Agony Bag – Feelmazumba (Black Widow, 2001)

Sono da sempre tra i campioni della NWOBHM più oscura, questi Agony Bag (con ex membri della cult band Black Widow); il ruolo se lo sono meritatamente guadagnato sulla scorta di un singoletto contenente due soli brani, che è una specie di Santo Graal per diversi collezionisti: Rabies is a Killer/Never Ever Land (1980, Monza Records).
Il mito e la leggenda, poi, sono stati per anni potenziati dal fatto che la band – di stanza a Leicester, UK – aveva inciso un album mai uscito, visto lo scioglimento precoce.

Ed è qui che entra in gioco la genovesissima Black Widow Records, che con un colpo di mano, nel 2001, si aggiudica la possibilità di riesumare i nastri originali del disco e pubblicarli in pompa magna, in edizione cd. Nel 2001 esce, dunque, Feelmazumba, con “soli” 21 anni di ritardo.

La sensazione, ascoltando gli Agony Bag in una dimensione più dilatata (e con il proverbiale senno di poi) è che per anni la percezione sul loro conto sia stata falsata in buona parte. Perché la NWOBHM non è per nulla la componente maggiore del loro sound, in cui – al contrario – sono rintracciabili residui punk, suggestioni gothic rock, parecchio progressive di quello scuro, l’immancabile hard rock anni Settanta, una buona spolverata di glam e qualche pizzico di folk/psych inglese. Insomma, un bell’ibrido straniante, che necessita una certa predisposizione d’animo per essere affrontato.

Le vere schegge soniche del disco sono tre: i due brani d’apertura (ossia quelli già inclusi nel signolo), in cui si respira aria di NWOBHM piuttosto ruvida; e poi “Sally of Leicester” che è il manifesto dell’anima punk che alberga negli Agony Bag, con un riff semplice e ignorante, quasi degno (se così si può dire) degli Exploited o dei GBH. Nei restanti pezzi si alternano segmenti hard sabbathiani a momenti progressivi che richiamano i Jethro Tull più ispirati, glam stralunato, divagazioni psichedeliche e fraseggi blues rock.

A calamitare all’ascolto – sempre se vi troverete nel mood giusto – è proprio la caleidoscopicità dei brani, insieme alla totale assenza di pretese: non lasciatevi ingannare dagli stereotipi… prog, hard, blues e glam per gli Agony Bag significano prendere gli stilemi basilari dei generi e proporli nudi e crudi, quasi involvendoli e riportandoli a uno stato in cui necessiterebbero del suffisso “proto” per essere meglio inquadrati.

Naïf? Probabilmente sì. Anzi di certo. Ma sanguigni e in preda a quel demone che possiede chiunque si trovi almeno una volta a settimana in una sala prove: avete presente quei momenti in cui vorreste fondere insieme, negli stessi tre minuti di brano, tutto quello che vi ha formato, colpito, influenzato e stregato in anni di ascolto? Ecco. Gli Agony Bag sembrano essere in quello stato di grazia per l’intero disco. A tutto questo aggiungiamo un gusto per la teatralità stile Rocky Horror Picture Show… et voilà.

Come dice Punk Not Profit: “Blast from your ass”. Prendere o lasciare, con gli Agony Bag non ci sono vie di mezzo (ma un paio di ascolti, prima di decidere da che parte si sta, sono necessari).

[Scaricate il cd QUI, e se vi piace ricordate di comprarlo… lo trovate ancora facilmente]

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Yes we Kaams

The Kaams – She’s a Killer (Bedo Records, 2010)

E cacchio… ci voleva un dischetto così, davvero. Il verbo è quello santissimo del garage rock, interpretato in chiave Eighties revival e con una spiccata predilezione per il lato più R&B bianco da British Invasion (altro…)

E il lupo si fece addomesticare…

Grinderman – Grinderman 2 (Mute, 2010)

I fan di personaggi controversi e intensi come Nick Cave sono portati per imprinting a essere onnivori: si succhiano qualsiasi prodotto a prescindere. Anche il sottoscritto apparteneva al girone di questi cannibali saccheggiatori del Re Inkiostro, fino a qualche lavoro fa (altro…)

Apri la finestra, c’è un po’ di odore di revival

Fallingice – Measuit (Ukdivision/Alkemist Fanatix, 2010)

Dopo una manciata di bicchieri di Barbera di Govone e una mattinata di quelle spese in solitudine totale a frullare merda col minipimmer del cervello, piazzare questo cd dei Fallingice nel lettore è una strana madeleine proustiana. Tipo che – volente o nolente (soprattutto nolente) – ho avuto un flash e per qualche minuto mi è parso di avere ancora 25 anni e di rivivere quel periodo (che orribilmente adesso sembra quasi bello) del fallout grunge, ossia il picco appena seguente al boom dei Nirvana.
C’era Videomusic e spuntavano come funghi i video di band di squinternati che fino a poche settimane prima giravano hamburger da McDonald’s o friggevano pollo da Kentucky Fried Chicken, e all’improvviso si trovavano un contratto con la Warner in mano. E non erano – mediamente – neppure band atroci: solo tutte simili, fotocopiate. Ma per carità… milioni di volte meglio loro della pappa rigurgitata pop/dance che imperava poco prima.

Ecco, i Fallingice sono davvero una specie di manifesto postdatato di quell’epoca, con il loro indie grunge patinato, cattivo ma non truce, con la giusta melodia sempre a portata di mano. Bravi senza dubbio, piacevoli da ascoltare, maestri nel maneggiare le attrezzature del genere… peccato che è roba già detta, ridetta e stradetta. Da overdose assicurata.

Chissà: se arriverà il revival dei Novanta e delle loro sonorità grunge-derivate, loro saranno in prima fila di sicuro… e in bocca al lupo. Per il resto, parafrasando obliquamente i vecchiacci: it’s only rock’n’roll, but you may like it.

Jimmy Recca, I was a teenage Stooge

Ken Shimamoto – Jimmy Recca Story, 1971 (Easy Action, 2010, 18 pag.)

E’ incredibile scoprire come anche le storie che si credono sviscerate, raccontate in lungo e in largo, non siano nient’altro che espressione di un punto di vista soggettivo e – a volte – manipolatorio. Prendete gli Stooges: sono usciti un discreto numero di libri sulla loro storia e su Iggy Pop (ne ho scritto persino uno io, con Gabriele Lunati, per dire) e ormai tutti o quasi eravamo convinti di aver letto l’intero scibile sulla band. Errore.

Già, perché in presenza di entità come gli Stooges – nonostante il bel lavoro fatto da Paul Trynka con le sue “interviste impossibili” – sembrano moltiplicarsi persone e personaggi in grado di offrire punti di vista alternativi, ma anche storie inedite, aneddoti e rivelazioni. E’ proprio questo il caso di Jimmy Recca – bassista della band nel 1971, nel periodo glorioso in cui alle chitarre regnavano incontrastati Ron Asheton e James Williamson insieme (documentato nel quadruplo cd You Don’t Want My Name, You Want My Action). Recca, che in molti davano per disperso, è stato scovato poco prima dell’estate e intervistato da quell’eroe del rock’n’roll che risponde al nome di Ken Shimamoto (dovreste leggere ogni cosa che ha scritto, in particolare le sue interviste – le trovate facilmente in Rete; The Stash Dauber è il suo blog). Poi è entrata in gioco la Easy Action che si è incaricata di stampare un booklet formato copertina di cd per fissare su carta tutte le rivelazioni di Recca. Et voilà.

Questo libretto – che viene venduto al solo costo della spedizione – è un indispensabile compendio al quadruplo cd di cui si è detto sopra, ma anche uno scrigno che contiene piccole perle mai rivelate prima. Ad esempio, se vi intrigasse l’idea di sapere come si svolse la famosa telefonata internazionale con cui Iggy invitò a Londra i fratelli Asheton dopo averli estromessi dalla band pochi mesi prima… beh, sappiate che Jimmy Recca c’era e addirittura ha ascoltato il dialogo in diretta.

Non c’è molto altro da aggiungere: investite questa cifra ridicola in spese postali (probabilmente ve la caverete con un euro o due). Altrimenti, se siete in vena di spese e lussuria a briglia sciolta, sappiate che il booklet viene inviato in omaggio a chi compra il nuovo cofanetto degli Stooges ultra limitato, intitolato Popped. Ma di questo parleremo a breve.

Sunset Strip alla teramana

Soundust – Savage Mantra (Alkemist Fanatix, 2010)

I Soundust darebbero un rene a testa per poter dire di essere nati e cresciuti a Los Angeles… e invece sono teramani. Di sicuro donerebbero anche un altro organo extra a scelta per tornare indietro nel tempo, magari intorno al 1986-87, in piena esplosione del glam metal e street rock targato Sunset Strip (altro…)

Meet you in Siena, Nevada

The Last To Knows – 2011 Promo (autoprodotto)

E’ praticamente passato un anno esatto da quando conobbi i The Last To Knows che si fecero vivi mandandomi il loro bel 7″ Seven Men/Dig For The Heart. Rieccoli, a sorpresa, con un pugno di canzoni nuove di zecca, registrate lo scorso ottobre e raccolte sotto al titolo provvisorio di 2011 Promo (sì 2011).

Sono ancora maturati – non che fossero particolarmente acerbi – i nostri folk/country rocker senesi e hanno raggiunto un ottimo livello di padronanza del genere, tanto da cavalcarlo con disinvoltura senza attingere in maniera troppo smaccata da nessuno dei loro numi ispiratori: Bob Dylan, Rolling Stones, Hank Williams, Creedence Clearwater Revival, Reigning Sound, Neil Young, Townes Van Zandt e Gram Parsons.

Ovvviamente l’anima dei The Last to Knows è rapita da atmosfere e suggestioni statunitensi al 100%: deserti, praterie, drammi da stazione di servizio, amori che durano la lunghezza di una highway ed evaporano, notti a base di alcool e neon colorati… qui di punk e di rock’n’roll tradizionalmente inteso non ne troverete. Ma – in compenso – nei loro pezzi aleggia l’alone mortifero e letale della lower America, con tutte le sue contraddizioni e tradizioni.

Se, poi, siete curiosi di come un ispirato Gram Parsons avrebbe potuto infilare Siena in un brano fintamente allegro – ma in realtà malinconico e livido come una prateria dopo un incendio – i The Last To Knows sono il vostro gruppo e vi esaudiranno nella mitica “Cross Your Mind”.

Tra l’altro, se avete un’etichetta fatevi avanti: i ragazzi non vedono l’ora di pubblicare ufficialmente questi cinque gioiellini – magari insieme ad altri brani, per far uscire un album completo. Contattateli… fatevi il classico favore, se avete un po’ di cervello.

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