Their Giöbia Majesties Request

Hard Stories è sicuramente uno dei dischi italiani più interessanti di questo 2010, un viaggio psichedelico di tutto rispetto organizzato dai Giöbia, quartetto milanese attivo ormai da più di 10 anni. Abbiamo cercato di saperne di più sulla loro musica intervistandoli. Ecco cosa ci hanno detto.

Inizierei l’intervista risalendo alle origini dei Giöbia, negli anni Novanta. Cosa vi spinse a dare vita ad un gruppo con un suono così particolare? Gli anni del garage revival italiano erano passati da un po’…

Quando abbiamo iniziato, il nostro suono era legato più all’immaginario psichedelico delle band della Delirium Records e al shoegaze in voga in quegli anni. Poi nel tempo abbiamo sperimentato molti modi di fare musica ma la psichedelica è sempre stata un punto fermo.

Come vedete oggi invece la situazione musicale in Italia, anche in virtù delle date all’estero che avete fatto in questi anni? Ci sono band con cui pensate di condividere qualcosa dal punto di vista musicale e non solo?

Nell’underground italiano ci sono molte band valide che non avrebbero problemi a confrontarsi con band straniere già affermate e con produzioni che nel rock in Italia sono impensabili. Le band per le quali abbiamo una particolare stima e che sono forse più vicine a noi sono King Suffy Generator, Thee Piatcions, The Tigers of Mompracem, The Pretty Face e i nostri allucinati mentori spirituali The Strange Flowers.
La situazione generale della musica in Italia (dischi, live, produzioni, ecc) in questi ultimi dieci anni è cambiata molto e noi abbiamo scelto di non concentrarci mai troppo su come sarebbero andate le cose: abbiamo sempre pensato che l’unica cosa che conta veramente è continuare a fare musica per noi e a sperimentare con le nostre sensazioni. Sicuramente però, e questo è tristemente inconfutabile, c’è poca cultura musicale.

Sul vostro MySpace è possibile leggere questa definizione: “La musica dei Giöbia è alla ricerca della liaison naturale fra la cultura dell’eccesso hippy e la cultura dell’eccesso punk”. Pensate di essere a buon punto in questa ricerca?

Questa ricerca è stata il punto cardine, la guida nel sviluppare Hard Stories. Il lato più hippy è la ricerca che facciamo nell’inserire strumenti etnici, riverberi, eco e altre diavolerie per dare un effetto mistico ai nostri brani. Il punk, di contro, ci serve per trasmettere energia, aggressività e quella punta di horror che tanto ci piace. Il risultato penso sia stato raggiunto.

Si parla anche di liriche simboliche e visionarie e se ne ha poi la prova ascoltando i vostri dischi. Qual è il ruolo dei testi nelle vostre canzoni? E cosa nasce prima, il suono o appunto i testi?

Solitamente scriviamo prima le musiche, dopodiché subentra il quinto Giöbia, quello nascosto ma fondamentale, che è una lei: Francesca si occupa dei testi, dei cori e canta anche qualche brano con noi dal vivo. E’ molto in sintonia con noi e scrive i testi in base alla sua interpretazione della nostra musica.

Tra i gruppi che citate come influenze, oltre a nomi più facilmente immaginabili, come Electric Prunes, Seeds o Love, ci sono anche i Wire e i Gang Of Four; cosa c’è di queste band nel vostro sound? O è qualcosa più a livello di attitudine che ve li fa apprezzare?

I primi gruppi che citi rappresentano per noi il suono di riferimento e l’attitudine. L’inquietudine dei Wire e le ritmiche destrutturate dei Gang Of Four sono poi fonte di ispirazione come lo sono moltissime altre band di altri generi da cui cerchiamo di carpire l’innovazione.

Un altro nome che sorprende abbastanza vedere nella lista sul vostro myspace sono i Black Rebel Motorcycle Club. In questo caso devo dire che me li ricordate nel live: nei vostri pezzi meno psichedelici avete lo stesso tiro rock di Peter Hayes e soci, con in più la tastiera o il violino. È una somiglianza che notate anche voi?

Siamo grandi fan dei BRMC e di tutti i figli partoriti dalla grande famiglia dei Brian Jonestown Massacre. Diciamo che il suono proveniente da San Francisco cerchiamo di farlo nostro tutto, dal 1967 ai giorni nostri.

Da qualche mese è uscito il vostro secondo disco, Hard Stories, che ha avuto ottime recensioni ovunque e anche su Black Milk. Il nostro Valentini parla di un ibrido tra gli Stones più psichedelici, i Count Five, dei Morlocks rallentati, Roky Erickson, Brian Jones e anche i Brian Jonestown Massacre. Una gran bella lista di nomi ed influenze, direi. Vi ritrovate in questa descrizione?

Sicuramente si!

A proposito del disco, com’è stata la lavorazione? Cos’è cambiato rispetto al primo album, visto che nel frattempo sono passati cinque anni?

In questi anni siamo andati indietro nel tempo. Hard Stories è stato registrato in dieci giorni all’Outside Inside studio di Montebelluna (Treviso) 100% in analogico.
Il nostro primo album invece è stato registrato a pezzi e con un computer e ci abbiamo messo un’eternità. Le differenze sono nei tempi, nei costi e nella qualità del suono che per un genere come il nostro è fondamentale.
Nei cinque anni di distanza fra il primo e secondo album vi sono state anche alcune vicende personali che ci hanno coinvolto profondamente e segnato tutta l’esperienza musicale di Hard Stories, obbligandoci a prenderci una pausa più lunga. La nostra violinista e organista Paola Di Francesco ci ha lasciato tre anni fa all’età di 25 anni dopo aver lottato contro un tumore. Ha fatto però in tempo a iniziare a comporre con noi quello che sarebbe diventato Hard Stories.

Se doveste scegliere un pezzo che rappresenti al meglio ciò che sono i Giöbia, quale scegliereste? E perché?

Abbiamo brani stilisticamente molto diversi tra loro, cerchiamo di avere uno stile più omogeneo sui dischi ma non nei live. Il brano che rappresenta al meglio quello che abbiamo fatto finora dobbiamo ancora scriverlo!

Lo scorso aprile, in occasione del Record Store Day, avete suonato un breve set acustico da Psycho. La dimensione acustica è qualcosa che esplorate o è stato un evento unico quello?

Per ora abbiamo provato questo esperimento solo due volte: la prima da Psycho e poi al Moonshine Pub; è qualcosa su cui vogliamo lavorare e penso ci saranno in futuro altre occasioni.

Quando suonate il classico set elettrico solitamente chiudete con una jam tiratissima dalle parti degli Ozric Tentacles, carica di psichedelia e sempre più accelerata fino a ritmi che definirei quasi-techno. Lo fate perché ormai nei locali milanesi bisogna finire i concerti per lasciare spazio alle serate disco e volete iniziare a scaldare il pubblico?

No, del pubblico che aspetta di ballare alle serate disco dopo il nostro live non ci frega nulla. Nei finali ci piace improvvisare con un tiro più space-rock e a tratti “Goa” perché il nostro finale deve essere d’impatto e psichedelico.

Confrontando la vostra musica con la vostra provenienza, cioè i Navigli, la domanda sorge spontanea: al posto della cocaina di cui tanto si parla, nei canali ora c’è LSD?

Nei canali dei navigli puoi trovare di tutto…

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