Gara di resistenza al massimo volume

Massimo Volume – Cattive abitudini (La Tempesta, 2010)

1992. Studiavo a Bologna e tornavo poco a casa, per lo più durante le feste comandate. In una di queste rare occasioni andai a un festival rock in una discotecaccia in provincia di Pescara. E qui vidi per la prima volta i Massimo Volume di cui non sapevo nulla; la sera stessa appresi che alla chitarra c’era un abruzzese come me, Umberto Palazzo, con gloriosi trascorsi in Ugly Things ed Allison Run. Avevo vent’anni e quel concerto mi flippò. Letteralmente. C’era una sincera disperazione in quella musica – noise e post-punk di scuola SST e Touch & Go – e soprattutto nei testi, bellissimi, “recitati” in italiano da Emidio Clementi e in un paio d’occasioni “urlati” da Umberto Palazzo. In quelle parole c’era una forza fino ad allora a me sconosciuta. Nel tutto c’era della splendida violenza, non deliberata.
A fine concerto comprai il loro demo al banchetto scambiando mezza-parola-mezza con la batterista Vittoria da cui venni a sapere che il gruppo faceva base proprio a Bologna. Tornato a tortellinolandia appurai subito che l’altro chitarrista, Gabriele, non solo era anche lui abruzzese ma addirittura della mia stessa, “insignificante” provincia.

L’anno dopo uscì su vinile il primo album dei Massimo Volume che comprai nel mio negozio di fiducia, che lo aveva persino pubblicato reinventandosi etichetta discografica. Di lì a poco, sempre da Underground Records, comprai una t-shirt della band. Era nera con un altoparlante al centro. Presi a metterla nelle occasioni speciali.
Ecco com’è iniziata la mia passione per i Massimo Volume. Che da lì in poi è andata in crescendo.
Nel 1995 ho comprato l’album Lungo i bordi. Nel 1997 l’album Da qui ed il primo libro di Emidio Clementi, Gara di resistenza, di cui ricordo le belle (micro)storie/poesie perfettamente intonate con il cartone ruvido della copertina. Nel 1999 uscì Club Privé che ho ascoltato ma non comprato perché mi sembrò da subito il capolinea: previsione tristemente azzeccata. In compenso non ho smesso di comprare e apprezzare i libri di Clementi: l’incompiuto Il tempo di prima del 2000, l’ottimo La notte del pratello del 2001 e l’altrettanto ottimo L’ultimo dio del 2004.

Poi è successo quello che accade sovente nelle relazioni sentimentali. Passa il tempo con la disdicevole routine a corollario, la passione si spegne lentamente, la prevedibilità diventa una mannaia. Ecco perché, pur rimuginandoci sopra, non ho preso l’ultimo romanzo di Clementi Matilde e i suoi tre padri del 2009.
Per farla breve la mia passione per il “mondo” Massimo Volume sembrava spentasi irrimediabilmente lo scorso anno con l’atto simbolico del “non acquisto” di quel libro. Una fine naturale, senza traumi, una cosa del tipo: “ci siamo voluti bene e ce ne vorremo sempre, ma ora è tempo di tornare a respirare a pieni polmoni senza avere sensi di colpa e ciocche dei tuoi capelli tra le dita…”.
Ma quando ci sono di mezzo le passioni non è tutto così lineare e razionale. E così, inaspettatamente, tutto ri-inizia un bel giorno dei primi di ottobre quando mi arriva un messaggio nella posta elettronica. Una e-mail che sono sinceramente tentato di cestinare senza neanche aprire essendo l’ennesima, fottuta e-mail dell’Ufficio stampa musicale Lunatik. So bene che questi ragazzi fanno solo il loro lavoro e che lo fanno al meglio e con passione. Ma so bene anche che sono dei martelli pneumatici di ultima generazione, maestri nell’arte dello stancheggio, atomici spaccacazzo che non mollano l’osso neanche se gli spari in testa. Ebbene mi ritrovo a scorrere velocemente questa e-mail che contiene una lista di nuove uscite discografiche e relativi link dove scaricare gli album in questione. Nulla d’interessante, finche non leggo del nuovo album dei Massimo Volume che scopro intitolarsi Cattive abitudini e che vedrà la luce ufficialmente il 15 ottobre 2010, anche nella versione doppio vinile, su La Tempesta.
La miccia si (ri)accende immediatamente e con essa il desiderio febbrile di ascoltare subito il disco. Come quando si incontra al supermercato una vecchia fidanzata che non si rivede da anni e si diventa rossi all’improvviso.

La deflagrazione arriva sin dal primo pezzo, appena le chitarre miagolano e Clementi inizia a recitare “Robert Lowell”: simili a una folla di bagnanti / quando il cielo rannuvola / i giorni si accalcano e spariscono / lasciando a quelli che restano / il conto dei vivi / celebriamo allora i nostri sforzi / il solco avaro da cui siamo partiti / chi l’avrebbe mai detto di ritrovarci qui / giugno 2010 in un pomeriggio di pioggia / e di sole seduti di fronte alle nostre parole?
Sì, chi l’avrebbe detto. E chi l’avrebbe addirittura immaginato, poi, che più delle parole sarebbe stata la voce ad affascinarmi. Una voce matura, forte, definitiva. Una voce che da sola regge “Coney Island” e che torna a farmi girare le braccia e piegare le ginocchia in “Le nostre ore contate” perché è vero che ora siamo “divisi da nuove alleanze / senza più nulla da nascondere / solo più accorti / nel mostrare i punti dove la vita ristagna” ed è altrettanto vero che “io non ti cerco / io non ti aspetto / ma non ti dimentico”. Il passato riaffiora prepotente in “Litio” e “Fausto” con la violenza di una tacchettata che buca il gastrocnemio. Ma il sangue non esce fuori, defluisce dentro come le storie tremende narrate col sorriso sulle labbra in “La bellezza violata” e “In un mondo dopo il mondo”. Le storie di cui oggi mi sono finalmente riappropriato in questa eterna gara di resistenza al massimo volume.

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2 commenti

  1. Ciao Manuel! Grandissimi Massimo Volume, condivido dalla prima all’ultima parola.
    😉

    Rispondi
  1. For those about to read’n’rock, we salute you | Black Milk Magazine

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