Union Carbide Productions story (parte 4)

E’ stato molto difficile avere a che fare con gli atteggiamenti di Steve Albini – uno che crede di essere l’Einstein del punk rock, una cosa che io trovo estremamente patetica
(Ebbot)

Nella terza parte della storia degli Union Carbide Productions abbiamo rivissuto la gestazione e la pubblicazione del terzo album, From Influence To Ignorance – uscito nell’aprile del 1991. Quasi in concomitanza con la pubblicazione del disco, però, la Radium 226.05 (l’etichetta che fin dall’inizio ha patrocinato gli UCP), in pratica si trova sull’orlo del fallimento e viene salvata – tramite acquisizione – dalla MNW, una label svedese piuttosto ben posizionata sul mercato.

Questo cambiamento, almeno sulla carta, dovrebbe essere positivo per il gruppo: la nuova etichetta è più solida, il successo dei Nirvana ha portato in classifica una tipologia di rock che non è poi troppo distante da ciò che gli UCP propongono, la band ha un certo seguito… si respira il profumo del “salto di qualità”.

Ultimatum

In realtà le cose sono molto meno semplici. La MNW non riesce a comprendere esattamente come gestire gli UCP, ereditati dalla Radium 226.05; i dirigenti capiscono che il gruppo ha un proprio mercato, sono impressionati da alcuni nuovi demo, ma dubitano fortemente sulle potenzialità commerciali. Per cui viene decisa una mossa di rottura: viene commissionato un nuovo album alla band, con la clausola che dal successo o meno di questo prodotto dipenderà il futuro del contratto che lega le due parti.
Ian Person: “Volevano che facessimo un disco da classifica, volevano i Nirvana svedesi o storie del genere. Volevano che sfornassimo un album grezzo e semplice, come le primissime cose degli UCP – ma non facevamo più quella roba e ormai eravamo più boogie che mai!”.

Per questo nuovo capitolo discografico la MNW raccoglie il suggerimento del proprio distributore statunitense (la Cargo), che vedrebbe bene gli UCP nelle mani di Steve Albini. La label accetta di mandare il gruppo intero a Chicago, per registrare, semplicemente perché è trapelata la voce che Albini potrebbe occuparsi del prossimo disco dei Nirvana: è un nome, quindi, spendibile a livello di marketing.
La scelta viene accolta con scetticismo dai membri della band, ma un’avventura negli States non si rifiuta mai.
Patrick Caganis: “In quel momento il nostro sound era molto rock’n’roll. Voglio dire, cose molto alla Stones e Faces. […] Misero in piedi questa fuffa con Albini, ed è molto strano, perché penso che lui non abbia nulla a che vedere col blues rock’n’roll. All’epoca non lo conoscevo quasi, avevo solo sentito i Big Black e non facevano proprio musica per me”.
Henrik Rylander: “Accettammo solo perché ci mandavano a Chicago. Fu l’unico motivo”.

Alla corte di re Albini

I sei musicisti (nel frattempo si è aggiunto Anders Karlsson alle tastiere) che si imbarcano sull’aereo per Chicago nel luglio del 1992 sono decisamente ai ferri corti tra loro. Le dinamiche interne, infatti, non sono affatto migliorate rispetto all’anno passato; addirittura, visto che Patrick è sempre più perso nel suo mondo, balena l’idea di sostituirlo con l’ex chitarrista Bjorn – che però declina l’invito.
Ebbot: “A insaputa di Patrick, domandammo a Bjorn se voleva venire con noi. Eravamo convinti che Patrick avrebbe mollato tutto… era completamente fuori. […] Vivevamo una situazione durissima: c’eravamo io e Ian da una parte, dall’altra Henrik, Jan e Anders, e in mezzo c’era Patrick. E non parlavamo quasi tra di noi”.
Patrick, secondo il copione che va in scena invariato dall’anno precedente, è ancora vittima di problemi personali piuttosto invalidanti, legati a una relazione disfunzionale con una ragazza.

All’arrivo a Chicago, comunque, i ragazzi sono entusiasti; una sensazione destinata a smorzarsi quasi subito.
Jan: “Dopo un paio di giorni che ci prendemmo per sistemarci, iniziammo a domandarci quando avremmo iniziato a incidere. Ma una telefonata allo studio ci rivelò che non era stata fatta nessuna prenotazione. Chiamammo la Cargo e ci spiegarono che saremmo stati solo un paio di giorni in studio, per poi spostarci a casa di Albini. Il problema era che lui non poteva iniziare a lavorare perché era nel mezzo dei festeggiamenti per il suo trentesimo compleanno: stava giocando a biliardo da giorni senza fermarsi, e non voleva essere disturbato”.

Quando finalmente Albini finisce di giocare e fare baldoria, si presenta alla band con un’idea decisamente diversa da quello che tutti si aspettavano, come racconta Ian: “Ci disse: ‘Dai, andate lì dentro e registrate, facciamo tutto in due giorni’. Noi ce ne stavamo lì a bocca aperta come dei pecoroni e ci chiedevamo: ‘Ma cosa dice?’. Noi volevamo fare un sacco di sovraincisioni, prenderci il nostro tempo in studio. […] Ma Albini non ne voleva sapere e diceva: ‘Ho un altro gruppo da registrare, dobbiamo sbrigarci'”.
Jan: “Albini ci disse, con grande orgoglio, che di solito registrava i gruppi in presa diretta al mattino e poi nel pomeriggio mixava tutto. Le nostre session furono una via di mezzo. Lui era abituato a incidere band di tre elementi, che facevano musica semplice. Gli UCP erano cinque musicisti e un cantante, ognuno con le proprie parti distinte da suonare all’unisono e per tutto il tempo, per cui solo nei pezzi molto minimali come ‘Turn Off The Blues’ l’approccio del tutto-in-una-volta funzionava”.

Le session sfiorano il disastro; addirittura  pare che una barista di Chicago amica della band, dopo avere sentito un nastro coi nuovi pezzi, abbia detto: “Cosa diavolo avete fatto per quattro settimane? E’ uno schifo! Suona malissimo!”.
Patrick: “Mi ricordo che sull’aereo, ritornando a casa, ci mettemmo tutti ad ascoltare il mixaggio finale di Swing e nessuno si eccitava, nessuno diceva ‘Hey è bello!’. Ce ne stavamo tutti seduti persi nei nostri affari. Io a un certo punto misi una cassetta degli Upside Down Cross che mi aveva dato Albini; era quasi black metal, ma andava bene perché non volevo ascoltare il nostro schifo di album”.

Swinging Gothenburg

E’ così che gli UCP decidono di ritoccare il lavoro per conto loro – soprattutto il mixaggio – in Svezia (la versione originale scaturita dalle session di Chicago si può sentire nel bootleg ufficiale The Albini Swing del 1994). Il risultato è Swing, fatto uscire di fretta e furia dall’etichetta nel dicembre 1992, con una copertina che definire indegna è un complimento.
Ebbot: “Ormai non mi importava più niente. E il colpo di grazia me lo diede quella copertina, che fecero senza dirci nulla. La vedemmo nei negozi e l’unica cosa che riuscimmo a pensare fu che era la peggior copertina di tutti i tempi, nessuno ne aveva mai fatta una così brutta”.

Swing è un buon album, giudicato col senno di poi. Solido, ma non eccezionale: è ricco di mestiere, davvero rock’n’roll, ma decisamente troppo standard. E anche i sogni della MNW di sfondare nel nuovissimo mercato alternative rock si schiantano contro l’ostacolo di un disco medio, senza picchi, come se si trattasse di una fotocopia di terza generazione di ciò che la band era stata. C’è la pseudo-ballatona di turno (“Mr Untitled”, pochi gradini sotto a “Golden Age” del disco precedente, per intensità), un tour de force stoogesiano (“High Speed Energy”) lievemente imbolsito ma sempre potente, l’expolit psichedelico di “Chameleon Ride”… e poi una mezza dozzina di pezzi di puro hard-punk-boogie di cui anche Keith Richards potrebbe andare fiero, se solo gli interessasse sapere cosa è l’underground.

Ad aprile del 1993 gli UCP si imbarcano in un tour promozionale di circa sei settimane, il “Get In The Swing Tour”. Partono in cinque (il tastierista è già fuori dai giochi) e l’atmosfera e di smobilitazione, come ricorda Ebbot: “Credo che ormai ci fossimo tutti chiusi in noi stessi, era impossibile comunicare. Avevamo suonato assieme per troppi anni, credo che fossimo arrivati al settimo”.
Come se non bastasse le condizioni logistiche non sono particolarmente migliorate; Patrick: “Per questa volta affittammo un’auto, una di quelle piuttosto piccole, e avevamo un carrello attaccato dietro per tenerci dentro l’attrezzatura. Questo tour fu davvero in puro stile Spinal Tap. Girammo circa per un paio di mesi e molti concerti vennero cancellati all’ultimo istante, come quelli in Spagna. In Italia ne rimase uno solo. Restammo per diversi giorni senza nulla da fare, solo a cazzeggiare con un pallone” .

Cronaca di una fine annunciata

Al termine del tour gli Union Carbide Productions si sfaldano: il gruppo formalmente esiste ancora, ma nessuno dei membri ha voglia di continuare. Ian si chiama fuori dalla faccenda disertando un concerto a un importante festival finlandese (“Dissi solamente: non vengo. Potevo usare come scusa le mie orecchie, perché avevo un versamento di sangue e non potevo volare con le orecchie in quelle condizioni”), che diventa l’atto decisivo nella storia della band. Il destino degli UCP è segnato e tutti sono d’accordo nel decretare la fine dell’avventura.

Henrik: “Decidemmo solo di fare un ultimo tour estivo per andare a pari coi debiti. Dovevamo dei soldi all’agenzia di booking e alla casa discografica e volevamo chiudere la faccenda. Però Patrick decise di non venire in tour, così chiamammo Bjorn, che rientrò nella band”.
Patrick: “Non mi andava, sentivo che se fossi salito sul palco a dire addio probabilmente mi sarei messo a piangere o qualcosa del genere. E comunque se tutta la faccenda era per salutarci tra noi, direi che l’avevamo già fatto, quindi non ho partecipato”.
Ian: “Credo che si sia trattato di 10 o 15 concerti  in Svezia, e poi a Oslo e Copenhagen. […] Facemmo pezzi di tutti e quattro i dischi, le canzoni che ci piacevano di più”.

Il concerto di addio si tiene a Gothenburg il 4 dicembre 1993 (il giorno della morte di Frank Zappa, per una bizzarra coincidenza) ; prima che gli UCP salgano sul palco diversi gruppi si avvicendano per suonare cover della band.
Il set dei protagonsiti della serata è diviso in due parti: si inizia con una frazione unplugged, per poi procedere con il più classico macello elettrico. La serata, in termini di accoglienza, è un grande successo, ma la percezione che i membri del gruppo hanno è di sollievo – come se fosse terminata un’esperienza ormai dolorosa e pesante.
Ian: “Non eravamo più un gruppo e l’energia non c’era più. Fu una festa divertente, più che altro. Ho riscoltato di recente la registrazione della serata… ok, non è male, ma non c’è nessuna magia. Eravamo troppo vecchi per quella roba, ormai”.
Jan: “Quell’ultimo concerto fu un successo strepitoso, un bellissimo evento. Dopo mi trovai ad avere sentimenti contrastanti in proposito, perché il gruppo lasciava un grande vuoto nella mia vita […]. Ma nel contempo ero un po’ stanco della vita superficiale che facevamo”.
Henrik: “Fu una liberazione. Dopo che decidemmo di smettere, iniziai a sentirmi davvero bene, perché era esattamente quello che volevo fare da parecchio tempo”.
Ebbot: “Ero sollevato. Per festeggiare me ne andai in Marocco dove rimasi per un po’. Fu una bella esperienza”.

E’ la fine, ma non cala il silenzio – visto che praticamente tutti gli ex UCP continuano a suonare (chi in progetti già iniziati durante la vita della band, chi in nuove formazioni o da solo).

Reunion blitz

Dieci anni dopo, in occasione dell’Oya Festival di Oslo, gli UCP si riformano per una data. Un sabba estemporaneo in cui si ritrovano, appesantiti (Ebbot è veramente una montagna di carne irriconoscibile) ma pacificati, per inscenare un ultimo concerto all’insegna dei vecchi tempi. L’intero live è disponibile su YouTube (QUI) e mostra una band maturata, ma troppo pulita e professionale… i tempi degli eccessi sono finiti da un bel po’ e a parte i ricordi non resta molto altro a rinverdirli.
Da quel momento, per qualche tempo, si rincorrono voci di un possibile box set antologico con inediti e rarità, ma tutto si conclude in un nulla di fatto. E così i dischi degli UCP rimangono una curiosità non troppo facile da reperire – almeno fino a pochi mesi orsono, qando sono stati ristampati su cd e a prezzo abbordabile.

Non staremo a parlare dei Soundtrack Of Our Lives e di tutta la miriade di progetti (solisti e non) post scioglimento… queste sono altre storie e ci sarà tempo anche per loro. Per quanto riguarda gli UCP, l’unica chiusura degna è una frase di Bjorn, che dice: “Gli Union Carbide Productions sono stati un’estensione delle nostre personalità e attraverso la musica creavamo un nostro mondo. Una specie di party perpetuo, ma anche una gigantesca recita teatrale. A volte le cose sfuggivano di mano, ma alla fine tutti avevamo una sola priorità ed era la musica. Quando suonavamo assieme tutte le stronzate venivano messe da parte e sentivamo solo la libertà”.

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