Cleveland confidential: Mike Hudson, i Pagans e il rock’n’roll

Non mi pento di nulla. Anche se tenderei
a rifiutare la chance di ricominciare dall’inizio.
Sono più contento di essere vicino alla fine
(Mike Hudson)

Immagino che sarebbe del tutto superfluo, per la maggior parte di quelli che capiteranno qui, leggere le canoniche 10 righe che spiegano chi erano, cosa hanno fatto e perché sono fondamentali. E infatti le eviterò – invitando chi avesse questa grave lacuna da colmare a provvedere al più presto, magari leggendo la storia dei Pagans nella loro pagina MySpace.

Come il copione esige, le vicende musicali ed extra dei Pagans sono mitologia oscura, pescata nel solito bacino di anddotica torbida ed esaltante presso cui è d’obbligo abbeverarsi.
Ci sono il rock’n’roll, l’alcool, le droghe, il crimine, la morte, gli scazzi e l’inevitabile status di culto… che significa essere un mito quando ormai non te ne frega più un cazzo o quasi, visto che al momento giusto le cose non sono andate come avresti voluto (se siete curiosi, QUI trovate un po’ di racconti di prima mano).

Tutto questo, dal 2008, è stampato nero su bianco in un volumetto scritto dal cantante dei Pagans, Mike Hudson.
Il libro, uscito per la Tuscarora Books, si intitola Diary of a Punk ed è una delle testimonianze più vive del punk statunitense: ben scritto, evocativo e impietoso, è il racconto di una scena mitica (quella di Cleveland, Ohio) ma conosciuta solo in maniera superficiale da chi non l’ha vissuta sulla propria pelle. Ma non solo… perché una buona metà della storia è dedicata a descrivere – con occhio amorevolmente impietoso – ciò che succede quando la spinta iniziale si affievolisce e si capisce che non si diventerà mai grandi come i Ramones; i soldi diventano un problema, i matrimoni si sfasciano, la gente va e viene dalla band, qualcuno ci lascia le penne… e si arriva, poi, alla fase degli show di reunion che i fan vogliono ardentemente, ma tu no (e a ogni concerto ti domandi: “Dov’era tutta questa gente 20 anni fa?”… probabilmente sul seggiolone a fare i ruttini al sapore di omogeneizzato al pollo).

Mike non risparmia niente e nessuno, in particolar modo se stesso. Mette sul tavolo tutto, senza addolcire la pillola, in un’escalation che inizia con un gruppo di ragazzi agitati, con la passione del rock’n’roll e dello sballo, per arrivare alla resa dei conti – una notte del 2006 passata in ospedale, con tanto di estrema unzione ricevuta e aspettativa di vita che non supera le 12 ore (“Non avevo paura di morire. Pensavo che se l’avevano fatto mio fratello, mio figlio e metà degli amici che ho avuto, potevo farlo anche io”). Per fortuna Mike l’ha sfangata e sarà qui ancora per un bel po’ di tempo a scrivere nel suo magazine (il Niagara Falls Reporter, di cui è redattore e socio fondatore), a pubblicare libri e a rispondere alle domande di chi ancora pensa ai Pagans e alla loro musica dopo tanti anni.
E tanto di cappello a Mike che confessa: “non possiedo più nessuno strumento in grado di riprodurre cd, cassette o vinile. Ho una radio in cucina, sintonizzata su una stazione di Toronto che programma solo musica di big band, roba registrata prima che io nascessi: la accendo solo quando cucino la cena o lavo i piatti. Per me la musica era un modo di vivere che comportava il sesso, la droga e l’alcool, lunghi viaggi in auto, caos, morte e indifferenza. Ma è una vita che ho abbandonato”. E’ sicuramente così, però come racconta lui le storie malate dei Pagans e degli anfratti del punk statunitense, non le racconta nessuno.

Ma lascio la parola proprio a Mike, che una volta contattato è stato disponibilissimo, gentile e rapidissimo nel rispondere alle mie email; e questo è il risultato di una chiacchierata notturna.

Quanto tempo ti ci è voluto per assemblare Diary of a Punk?
Beh, potremmo dire che ci ho impiegato 30 anni! Ne ho scritto più o meno un terzo nel 2000 e poi ho fatto un sito dei Pagans per pubblicarlo online; il sito era molto visitato, quindi nel 2007 – dopo che è uscito il mio primo libro – ho deciso di espandere e riscrivere quel materiale e di trasformare il tutto in un libro. Quindi nel complesso direi che ci ho messo un paio di mesi, ma spalmati nell’arco di otto anni.

Diary of a Punk è una lettura elettrizzante, ma anche intrisa di tristezza e di situazioni al limite. È stato facile rivangare questi ricordi? E – se ce n’è una – quale è la ragione per cui hai sentito il bisogno di scrivere un libro come questo?
Volevo semplicemente raccontare come erano le cose all’epoca. Ho scritto il libro soprattutto per far vedere alla gente cosa fosse il punk rock, a Cleveland, negli anni Settanta. Chi eravamo e come vivevamo. Non era ancora stato fatto un ritratto accurato di questa cosa. Non chiedo scusa per nulla, né mi pento di come ho vissuto la mia vita… mi mancano le persone che sono morte, però è impossibile controllare le vite degli altri, non importa quanto forti siano i legami.

Sei ancora in contatto coi i tuoi ex compari dei Pagans e/o con altri personaggi della vecchia scena di Cleveland?
Certo. Con Mick Metoff ci si scrive via e-mail quasi tutti i giorni e più o meno una volta al mese parliamo al telefono. Un paio di mesi fa siamo andati insieme a Boston a vedere un match di baseball. Col batterista Bobby Richie parlo moltissimo, è anche l’autore della copertina di Diary of a Punk e di un altro dei miei libri. Alla fine gli ex Pagans ed io abbiamo ancora degli affari in piedi. Poi a volte mi capita di sentire Cheetah dei Dead Boys, John Morton degli Electric Eels, Bob Pfeiffer degli Human Switchboard, Jamie Klimek dei Mirrors e Craig Bell dei Rocket From the Tombs.

Alla fine del libro scrivi che la musica non fa più parte della tua vita e fai cose completamente diverse; raccontaci una giornata tipo di Mike Hudson, redattore di una rivista e veterano del punk…
Adesso mi occupo molto di reportage politici, giornalismo investigativo e opposition research [è la pratica di cercare fatti ed eventi potenzialmente dannosi nel passato di candidati a cariche politiche; può essere svolta da consulenti pagati dai candidati stessi oppure dagli oppositori in cerca di materiale per danneggiare i concorrenti – n.d.a.], quindi passo tanto tempo al telefono. Di solito lavoro da casa, mentre mia moglie Rebecca va in redazione a mandare avanti le cose. Viaggiamo ancora molto, otto o dieci settimane all’anno. Di recente siamo stati in Messico: mi piace molto là, nonostante la guerra in corso.

La discografia dei Pagans – tra 7″, album, live e compilation – è piuttosto estesa. C’è ancora qualcosa che non è mai uscito e vorresti vedere pubblicato?
Nulla. E infatti mi meraviglio che qualcuno riesca a scovare sempre qualcosa di nuovo da stampare. Ad esempio il nostro ultimo disco, che è uscito due anni fa, è la registrazione di un concerto in Wisconsin di cui mi ero completamente dimenticato.

È buffo che in Diary of a Punk l’Italia sia menzionata diverse volte; so anche che hai scritto un libro su un boss italiano a Brooklyn… è solo una coincidenza oppure hai qualche tipo di interesse nei confronti di questo Paese?
Spero di venire in Italia l’anno prossimo. Sono cresciuto in un quartiere italo-americano e ho da sempre molti amici di origine italiana. Il mio socio nel Niagara Falls Reporter, Dante Cipolitti, è abruzzese ed è venuto lì l’anno scorso quando c’è stato il terremoto. E poi, ancora, quando i Pagans iniziarono, i fan italiani furono tra i primi ad accorgersi di noi. Ho ancora tante lettere di ragazzi italiani che ci hanno scritto nel corso degli anni.

Hai qualche libro in uscita o stai lavorando a qualcosa, al momento? Ci puoi dare qualche anticipazione?
Per 15 anni ho tenuto una corrispondenza con il romanziere d’avanguardia David Markson, che è morto quest’anno; ultimamente ho riguardato tutte le lettere e mi sono messo a trascriverle: questa cosa potrebbe diventare un libro. Ho anche scritto qualche racconto, ma avendo fatto quattro libri in due anni ho pensato di prendermi un anno di riposo.

Domanda scema: il tuo pezzo preferito dei Pagans è…
Mi piacciono “I Juvenile,” “Eyes of Satan,” “Nowhere to Run,” “(Us and) All Our Friends Are So Messed Up”… a parte poche eccezioni, direi che mi piacciono tutti. Altrimenti non li avremmo mai fatti uscire.

Il finale di Diary of a Punk è triste, ma anche molto introspettivo… e un po’ spiazzante. Tanto che ci si chiede se hai dei rimorsi e cosa faresti se avessi la chance di ricominciare tutto dall’inizio…
So che è stato percepito in questo modo, ma non volevo proprio che il finale fosse triste. Certo, non è felice, ma chi cazzo lo è, di questi tempi? Comunque, come ho già detto, non mi pento di nulla. Anche se tenderei a rifiutare la chance di ricominciare dall’inizio. Sono più contento di essere vicino alla fine.

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2 commenti

  1. Mario

     /  settembre 20, 2010

    La lucidità è sempre un fatto senile. Sono sicuro di questo..

    Rispondi
  1. What happens in New Orleans stays in New Orleans | Black Milk Magazine

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