Il sabba degli Apache

Apache – Radical Sabbatical (Burger, 2010)

Ha un che di bizzarro scrivere di registrazioni musicali. Non di rado capita di metter su il disco, ascoltare solo un paio di pezzi è farsi subito un’idea chiara di cosa scrivere, che paragoni tirar fuori e quale “chiave narrativa” utilizzare: una roba di sensazioni, insomma. E questo succede invariabilmente in tutti i casi, cioè se il disco è bello, discreto o se fa letteralmente cacare al cazzo.

Altre volte, invece, la faccenda si complica e lo scrivere diventa un’operazione un po’ più faticosa: le parole non escono e se escono mi pare non rendano giustizia al disco. Non so se questo capiti anche ad altri. A me capita, non spessissimo ma capita. Nel caso in cui il disco faccia schifo, ça va sans dire, non perdo neanche tempo a scervellarmi: non sono e non diventerò mai un fottuto timbracartellino del r’n’r. Se il disco è appena sufficiente ma lo voglio comunque recensire – ad esempio perché stimo la band o l’etichetta che lo ha prodotto – me la cavo con quel po’ di mestiere che mi sono fatto nel tempo e tiro fuori una recensione didascalica, didattica, spesso insignificante.

Quando il disco è bello, o molto bello come in questo caso, be’ allora è un casino.

Perché, in tutta sincerità, c’è poco da dire su questo spettacolare, secondo album – che segue l’ottimo Boomtown Gems del 2008 – degli Apache. Il primo pezzo “Bad Kids” è una rasoiata chirurgica in mezzo allo sterno che ti apre a metà senza che te ne accorga. Punto.

La scombinata congrega di capelloni freak di San Francisco con la fissa del punk americano delle origini, sembra né più né meno che un nugolo di teppisti a zonzo per le strade di NY nel 1975/76. Dei Dictators più emaciati e stonati, che si muovono tra il vizioso e l’efebico come le New York Dolls. Gente che randella punk fuori controllo (“Faster Louder”), sbrodolando nel power pop più tentacolare (“Heaven Can Wait”) per poi affogare in un barattolo di marmellata allucinogena (“Outside”, “Jam Pusher”). Gli Apache sono perversamente sublimi anche quando iniettano nei pezzi massicce dosi di melodia – quasi pop-punk – (“Finger Ranger”, “OMC”) pur continuando a mostrare i muscoli e un sorriso sornione che pare uscire dalle casse dello stereo come un ologramma, o si lanciano in marcette glam da psicolabili (“Hospital Bed”, il cui video è tutto dire).

Immagino si sia capito che Radical Sabbatical salirà di corsa sul podio dei miei dischi del 2010, si tratta solo di decidere il tipo di metallo da appendergli al collo.

Ultime quattro righe d’obbligo per la Burger Records, etichetta da seguire/supportare per più di una ragione: intanto per il geniale nome (e logo a corollario), perché ha appena stampato su cassetta i Black Lips, i Beat di Paul Collins, gli eccellenti Bare Wires, ecc. e poi perché fa base a Fullerton, la cittadina californiana che dovrebbe dire più di qualcosa agli appassionati di rock “elettrico”.

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