Asheton + Williamson = TNT

The Stooges – You Don’t want My Name, You Want My Action (Easy Action, 2009)

Se amate Ron Asheton e avete sempre avuto la curiosità di sentirlo all’opera insieme a James Williamson (entrambi alla sei corde, nota bene), questo cofanetto con cinque live del 1971 vi ammazzerà di godimento. Ma dovete essere dei fottuti fan. FAN. F-A-N. Perché si sente male ed è indegnamente costoso. Però… ascolterete brani mai finiti su un disco ufficiale e sentirete il gusto dell’eroina in gola. E – soprattutto –  non avete idea di cosa scatenavano quei due con le loro chitarre al collo…

I dischi, ormai, non si vendono più come una volta; succede da almeno 13-14 anni. Cioè, in realtà l’industria discografica piange miseria almeno dagli anni Settanta, ma prima era una miseria milionaria, ora è una miseria un po’ meno opulenta, visto che per entrare in classifica di vendita basta qualche migliaio di copie (2.000/3.000, mica 20.000 eh!).
Quindi la pensata del music business è stata: “stimoliamo” quelli che i dischi già se li comprano (e non hanno mai smesso di comprarli) a cagare ancora più soldi. Il risultato è evidente ogni volta che entrate in un negozio di dischi o guardate uno store online. Secondo voi cosa sono quelle vagonate di box, cofanetti, limited edition, expanded edition con dvd e cd più o meno zeppi di inediti, pack con dischi+libretti+magliette+action figure, deluxe edition con cd/45 giri/riproduzione della pagella di prima media del cantante/tanga col logo della band? E non è facile non cascarci. Io l’ho fatto in questo caso (e in altri, ok) e – anche se con qualche bestemmia – devo dire di essere soddisfatto dell’acquisto. Certo è anche vero che una cosa un po’ più dimessa, e magari a metà del prezzo che ho dovuto pagare, l’avrei preferita. Quindi in futuro tenterò di tirare una dozzina di respiri prima di farmi trascinare nuovamente dalla fregola assassina. Amen.

Dopo questo inutile, ma abbastanza liberatorio, pseudo-saggio autoreferenziale, passiamo a You Don’t Want My Name, You Want My Action, un box con ben quattro cd che immortalano cinque esibizioni che si svolsero rispettivamente il 13 aprile, 14 maggio, 15 maggio, 26 maggio e un imprecisato giorno del luglio 1971 (a Detroit, New York, St Louis e Wampler’s Lake).
Lo sfondo di queste esibizioni è il declino della band: Williamson è entrato in organico da poche settimane, tre membri su cinque sono invischiati pesantemente nell’eroina, le vendite di Fun House sono state del tutto insoddisfacenti per la Elektra e – infine – il nuovo manager Danny Fields non riesce a stare al passo con le follie e le continue richieste di soldi (per bucarsi) degli Stooges.
E’ un brutto periodo, decisamente: amplificatori e strumenti vengono venduti per comprare eroina, i concerti spesso sono un freak show di zombie ed è chiaro che l’epilogo è – se non dietro l’angolo – comunque molto vicino. Eppure, seppellito in quel fiume di siringhe, scazzi, vomito e distruzione, c’è ancora un grande gruppo, che dall’intreccio creato da Asheton e Williamson esce rinnovato. Meno curioso, ma più moderno e senza dubbio anticipatore della furia hard rock di Raw Power e dei migliori dischi del genere a venire nei seguenti 40 anni.

Lucidità è un concetto bandito dagli Stooges nell’anno del signore 1971 – e ciò si era capito – quindi da questi cinque live non è legittimo aspettarsi precisione e coesione, ma piuttosto il suono inconfondibile e proibito dell’autodistruzione, del terrore sedato a colpi di ago. E’ come essere di fronte alla Morte in persona, minacciosa e nera, ma se la guardi una decina di secondi capisci che sta a mala pena in piedi e ha fatto a se stessa quello che avrebbe potuto fare a te.
Le scalette sono praticamente identiche (a parte il frammento della quinta, ovvero il concerto finale della band del luglio 1971, dopo cui gli Stooges Mark I si sciolsero) e contengono quasi solo materiale peculiare, di transizione, che poi la band abbandonò nella sua incarnazione seguente, quella che diede vita a Raw Power. Sono brani di rock duro e ipnotico, in cui Asheton e Williamson si alternato nelle vesti di chitarra solista e ritmica, spezzando la monotonia delle rispettive routine e lasciandosi andare senza troppi pensieri – complice anche il caos e la struttura piuttosto libera dei pezzi: la durata della medesima canzone, infatti, varia in maniera evidente a seconda della sera, dell’umore e del grado di stravolgimento.
C’è decisamente molta meno sperimentazione – annegata nell’eroina e nell’impostazione più tradizionalmente rock di Williamson, che fa fortemente capolino nell’impasto – e una dose da cavallo di “improvvisazione calmierata”, nel senso che il numero di giri, la lunghezza degli assoli e le strofe di cantato non sono mai uguali nello stesso brano, come se fossero dettagli figli dell’umore e del colore del singolo momento (un gioco pericoloso che rischia di trasformare la medesima canzone, in maniera imprevedibile, in una polpetta di fogna o in un capolavoro, a seconda della serata: ascoltare per credere).
Eppure mi sento di dire, e senza troppi ripensamenti, che siamo davanti a un ibrido pazzesco tra le due anime della band, quelle che per molti (me compreso, fino a poco tempo fa) sono state inconciliabili. Insomma, gli Stooges con Asheton e Williamson alle chitarre erano possibili e potevano funzionare. Ma la storia se li è mangiati.

I cinque concerti di You Don’t Want My Name, You Want My Action derivano da altrettante cassettine amatoriali – le cosiddette audience recording – che qualche anima folgorata ebbe la lungimiranza di incidere all’epoca (39 anni orsono), quindi non possono sentirsi bene: questo deve essere chiaro. Nella migliore delle ipotesi il tutto è stato ripreso con un apparecchio mono appoggiato da qualche parte nella sala; non sono bootleg rubacchiati da tecnici del suono truffaldini che incidevano dal mixer… è tutto crudo, nudo, caotico, mono e condito con quel classico gracidare della registrazione che va in saturazione per il volume troppo alto. E nei punti in cui il nastro si è rovinato per gli anni trascorsi, state sicuri che vi accorgerete che qualcosa non va.
A ben pensarci, però, questo è l’unico tipo di registrazione plausibile, coerente con la decadenza degli Stooges nella primavera del 1971; per una band che si sta sfaldando è perfetta una fotografia così sfocata, deragliante e fangosa.

Concludendo? Niente grappa Bocchino – che fa ancora caldo e poi è mille volte meglio la Nardini – ma l’idea è che se avessero pubblicato un semplice doppio cd con copertina sobria, invece di questo sfarzoso e arrogante pseudo-libretto (con incluse quattro riproduzioni tipo santino di foto polaroid, di cui proprio non capisco l’utilità) da quattro dischi, tutto sarebbe stato meno costoso e più accessibile ai fan che DEVONO sentire questa roba (già bootlegata solo in parte, in passato).

Fate i vostri giochi… nel caso vi sembrasse troppo costoso QUI potete scaricare i quattro cd in mp3.

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3 commenti

  1. Io sono un FAN e godo come un porco!

    Rispondi
  2. hugo bandannas

     /  settembre 4, 2010

    Mi domando cosa sarebbe potuto essere un Raw power con queste due chitarre…..

    Rispondi
  1. Street walking cheetahs under the Duomo | Black Milk (a fix of)

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