Paludi morte e mastini regali

Dead Swamp/King Mastino – split 7″ (Surfin’Ki/Pantano, 2010)

Ecco un bel 7″ (ovviamente in vinile) diviso fraternamente tra due gruppi dello Stivale (rispettivamente provenienti da Massa e La Spezia) (altro…)

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What Madonna you want?

(Allmyfriendzare) Dead – Hellcome (coproduzione, 2010)

Molotov rock’n’roll dalla Calabria, signori e signore… roba tosta, per palati bruciati dal rum a poco prezzo, lingue marinate nella birra da discount e gole scartavetrate dal fumo – di tutti i tipi (altro…)

Union Carbide Productions story (parte 3)

Gli Union Carbide Productions sono stati una grandissima influenza. A un certo punto mi dissero che, visto che mi piacevano così tanto, avrei dovuto provare a sentire gli Stooges e gli MC5. Subito pensai che questi due gruppi erano un po’ scadenti rispetto agli UCP, ma poi ho capito.
(Dregen, Hellacopters)

Nella seconda parte della storia, avevamo lasciato gli Union Carbide Productions alle prese con il tour di supporto per Financially Dissatisfied, Philosophically Trying, a cavallo tra il 1989 e il 1990. Già nella primavera, però, iniziano le session serrate per tentare di assemblare un nuovo album; sembra che le idee non manchino e con un regime di quattro prove settimanali nel giro di poco tempo viene confezionato un lotto di brani inediti.

Psicodrammi a go-go

Nell’autunno del 1990 gli UCP, compatti e rodati dopo il lungo tour, entrano nello studio Music-A-Matic di Gothenburg per fissare i pezzi che costituirannno From Influence To Ignorance. Ma, ancora una volta, quello che superficialmente sembrerebbe un quadro piuttosto stabile, si rivela l’esatto opposto.
Ebbot: “Vari problemi di donne e di droga iniziarono a influenzare il nostro lavoro in studio. Non avevamo più energia, ed è per questo che il disco uscì molto più leggero dei precedenti”.
Secondo Ebbot e il batterista Henrik Rylander uno degli ostacoli più grandi è costituito dal chitarrista Patrick Caganis; Rylander commenta così, a questo proposito: “Patrick secondo me non stava bene all’epoca. Aveva dei casini con suo padre. Credo che mentalmente non stesse bene e andando in tour questo disagio esplose. Finì per mettersi a bere tantissimo – nel peggiore dei modi, quello distruttivo”.

In effetti anche Patrick, intervistato da Mike Stax nel 1998, descrive una situazione personale piuttosto disastrata: “Avevo conosciuto questa tipa nel 1990 e credo che i problemi della band siano iniziati proprio per via di questa storia. Nessuno di noi due aveva il coraggio di lasciare l’altro; credo che tutto derivasse dal fatto che eravamo molto simili. […] Litigavamo di continuo e lei aveva la tendenza a controllarmi in ogni momento, si presentava in studio a sorpresa mentre registravamo e cose del genere. Il modo che avevamo trovato per risolvere i nostri problemi era ignorarli – anzi, per dimenticarli uscivamo e andavamo a bere. Poi a volte lei arrivava ubriaca e voleva parlare con me, ma era un disastro. Io ero davvero dispiaciuto perché così non riuscivo a concentrarmi sulla musica e alla fine questa roba ha danneggiato il gruppo intero”.
Ian: “Aveva troppi problemi con questa ragazza. Erano sempre lì ad attaccarsi, quindi Patrick era perennemente di pessimo umore, in studio. A volte capitava di dirgli: ‘Perché non provi a fare così o cosà?’ e lui si incazzava, spegneva l’ampli e se ne andava”.

Il colpo di stato di Ebbot

Se Patrick Caganis è fragile e sull’orlo della crisi più nera, non bisogna dimenticare un elemento altrettanto importante per inquadrare il mood di From Influence To Ignorance, ovvero l’ascesa di Ebbot alla posizione di produttore e di ago della bilancia nelle scelte della band. Il cantante, in poche parole, prende il comando in studio: siede dietro al mixer con il produttore Michael Ilbert, pensa agli arrangiamenti, decide come e dove utilizzare effetti o trucchi.
Il risultato è un sound completamente inedito per gli UCP: tutti gli strumenti vengono registrati separatamente, viene sfruttata al massimo la tecnologia digitale disponibile e – in generale – ogni cosa suona più pulita, patinata… per alcuni fredda.
Henrik: “Ebbot produsse il disco insieme a questo tizio che si chiama Ilbert, ma non mi piacque la cosa. Il fatto è che Ilbert processò tutto con un computer e separò gli stumenti in maniera troppo netta… così il suono è meccanico e non ha il feeling dei primi due dischi”.

Dunque, il disco è un disastro? Nossignori. Niente di più falso. E’ un grande album di rock fortemente influenzato dai colossi dei Sixties e con un suono piuttosto moderno. Certo, non c’è più molto degli UCP selvaggi e fuori controllo degli esordi, ma qui si vola a un’altra quota, il gioco diventa più raffinato e ricercato.
Mike Stax paragona From Influence To Ignorance a Beggars Banquet e lo definisce un “capolavoro per gli anni Novanta”: e, in effetti, Ebbot e soci in questo frangente si rivelano molto stonesiani – soprattutto in episodi come “Be Myself Again”, una specie di “Gimme Shelter” di fine secolo.

Ma la paletta dei colori a disposizione degli UCP sembra essersi arricchita molto, per cui troviamo deliri acustici (“Can’t Slow Down”), richiami a groove jazzato (“Baritone Street”), i vecchi germi del rock detroitiano (“Got My Eyes On You”), cavalcate epiche dalle dinamiche cangianti (“Train Song” e “Coda”) e anche una ballata delicata, crepuscolare, ombrosa – tra Dylan, Hendrix e Arthur Lee… quella “Golden Age” che è destinata a diventare il brano più noto dell’intero album, nonché la cosa più vicina a un hit che la band abbia mai sfornato.
“Golden Age” è un pezzo la cui paternità è – stranamente – da attribuire in toto a Ian Person, che ricorda: “L’avevo composto prima di unirmi alla band e ci è voluto un bel po’ prima che gli altri accettassero di suonarlo, perché dicevano che era troppo soft. Pensavano che non c’entrasse con il resto, all’inizio, ma poi durante l’anno il nostro sound iniziò a cambiare, volevamo fare cose differenti – più anni Sessanta, direi. E’ così che ci lavorammo, Ebbot scrisse il testo e ne uscì una buona canzone”

Nonostante i problemi personali e le tensioni, quindi, il risultato è notevolissimo. Tanto che – a parte una generale insofferenza verso alcune scelte di mixaggio di Ebbot e Ilbert – tutti i membri della band si dicono soddisfatti del nuovo lavoro.
Nel frattempo, però, sul fronte più legato agli aspetti amministrativi, si sta consumando un classico dramma da record business: l’etichetta che fin dall’inizio ha patrocinato gli UCP, la Radium 226.05, è vittima di gravi problemi finanziari e a rischio di fallimento. Nell’aprile del 1991, quando From Influence To Ignorance viene ufficialmente pubblicato, qualcuno ha difficoltà a trovarlo nei negozi e – a dispetto di recensioni osannanti da parte della stampa internazionale – in Svezia la band stenta a essere presa sul serio dall’establishment.

Got live if you want it

Viene comunque organizzato un lungo tour a supporto del disco: per tutta l’estate e l’autunno del 1991 gli UCP suonano in Europa, soprattutto in Germania e nei Paesi scandinavi, ovvero le piazze in cui hanno raccolto maggiori frutti. L’inghilterra, invece, continua a essere ostile – come la regola vuole; infatti Henrik ricorda così una data al Marquee di Londra, del settembre 1991: “Prendemmo il traghetto dall’Olanda per l’Inghilterra. Suonammo al Marquee e fu un’esperienza pessima. Credo ci fossero al massimo 20 persone, tutte sedute; solo uno era in piedi, davanti al palco, e ci faceva il dito mandandoci affanculo. Fu un disastro. Ci pagarono 50 sterline in monete da uno”.
Anche Patrick ha un’immagine viva dell’esperienza londinese: “E’ un bellissimo ricordo fatto di lacrime, negatività, puzza d’aglio e chissà che altro. Quando arivammo a Londra eravamo esaltatissimi, tipo: ‘Cazzo! Suoniamo al Marquee! Grande!’. Credo fosse la terza sede che il Marquee ha avuto: era grande, una specie di cinema, coi soffitti alti e un impianto potente. Quando arrivammo al locale non vedemmo neppure un poster del concerto, così iniziammo a chiedere: ‘Ma non avete fatto pubblicità? Un po’ di manifesti, qualcosa?’. I tizi che erano lì ci guardarono e ci dissero: ‘Abbiamo messo un manifestino’. ‘Cosa!?’ fu la nostra risposta… i tizi erano davvero scazzati e ci dissero: ‘Dai, su, non l’avete visto? Abbiamo da fare, lasciateci in pace… comunque è là fuori, sulla porta’. Era una fotocopia in bianco e nero di un foglio scritto a mano, in caratteri minuscoli, che diceva ‘Stasera, Union Carbide Productions’. Ed era l’unica pubblicità che avevano fatto. Il tecnico del suono era una specie di hippie che ci disse: ‘Grandi! Avete dei Marshall e degli Ampeg! Sparate il volume al massimo, quando si riempirà di gente sarà una figata, potentissimo. Qui lo spazio è grande, si sentirà da dio’. […] Al momento di suonare ci saranno state 30 persone e ovviamente non si capiva nulla”.

E’ una vitaccia, nonostante tutto. Il disco piace, ma le vendite non garantiscono il passaggio al professionsimo e neppure i concerti riescono a fornire un’entrata sufficiente ai membri della band. Anzi, tutti i soldi finiscono in benzina, spese per la sopravvivenza e riparazioni al terribile furgone utilizzato per spostarsi, il White Whale.
Ian: “Tutti i soldi venivano risucchiati dal furgone. Avremo speso mezzo milione di corone in quel coso”.
Patrick: “Il bus si rompeva di continuo. Tutti i soldi che guadagnavamo finivano nel furgone. All’inizio era divertente, ma dopo essere stati in giro un po’ di anni a suonare e a girare ci rendemmo conto che non c’erano soldi per nessuno. Dovevamo combattere per sopravvivere. All’epoca non ci ho mai pensato, ma ora riesco a razionalizzarlo e dico che se non ci sono soldi, il divertimento se ne va. Alla fine di ogni tour eravamo tutti così stanchi che non avevamo voglia di vedere nessuno. Ci scappava la voglia di fare le prove. E poi dovevamo sempre trovarci dei lavoretti provvisori per tirare su qualche soldo”.

Segnali di dispersione

E’ proprio tra il 1990 e il 1991 che tra le file degli UCP inizia a serpeggiare – forse inconsciamente – un impulso alla fuga. Tanto per iniziare, la band al gran completo ogni tanto si concede il vizietto di cambiare nome per qualche concerto raccolto, a base di cover e classiconi del rock. Stiamo parlando dei San Francisco Boogie Band, ossia gli Union Carbide Productions sotto pseudonimo che si divertono coi pezzi di Stones, Beatles, Love, Kinks, Pink Floyd e MC5.

Ma non è tutto, in quanto Ebbot – alla fine del 1991 – dà vita a un progetto collaterale, un duo che si chiama Levity Ball.
Ebbot: “Sentivo di avere tanta energia creativa, tante canzoni nella testa, ma ogni volta mi sentivo dire: ‘No, questo pezzo non possiamo farlo, è troppo morbido’. Si nascondevano tutti dietro a questa maschera dell’underground, credo. Erano tutti spaventati e ripetevano: ‘Perché non facciamo come nel primo disco?’. […] Così iniziai a suonare roba acustica con un altro tizio che conoscevo. Erano cose molto vicine a Forever Changes, pezzi molto alla Love e Buffalo Springfield, cose più leggere. Facemmo qualche concerto, e suonavo anche io la chitarra. […] Mi ero stancato. Non succedeva niente di nuovo nella nostra band e litigavamo di continuo per stupidagigni, mentre io volevo solo essere creativo. […] Questo progetto fu l’inizio di quello che sono poi diventati i Soundtrack of Our Lives”.

Nel frattempo anche Ian Person, insieme all’ex UCP Bjorn Olsson, si dedica a un side project. Sono i Black Balloons, un gruppo pesantemente influenzato dai Rolling Stones, con un gusto marcato per gli arrangiamenti a base di fiati.
Ian: “Bjorn voleva tantissimo che Ebbot si unisse a noi. […] Poi mi diceva di continuo: ‘Ian, devi andartene da quel gruppo. Non è buono, fa schifo’. Lui sa essere un grande manipolatore quando vuole”.

Gli altri tre membri della band vivono questa situazione in maniera contrastata. Henrik e Jan pensano che delle valvole di sfogo siano utili, soprattutto perché così Ebbot può esprimere altrove la sua anima Sixties, che secondo loro c’entra poco con gli UCP.
Patrick, invece, dal suo aureo isolamento osserva con occhio scettico gli eventi, convinto che il gruppo dovrebbe essere come una relazione sentimentale: una faccenda basata sulla monogamia.
Patrick: “Io, da parte mia, pensavo: ‘Abbiamo una band. Portiamo nuove idee e qualunque cosa ne esca è ok’. Non ho mai pensato che avremmo sempre dovuto essere come nel primo disco o come nel secondo. Non l’ho mai messa in questi termini. Per me qualunque cosa facessimo in sala prove, se suonava bene, ci potevamo lavorare. Secondo me avremmo dovuto fare così”.

[Vai alla parte 4]

Razorboy meets GG Allin

Razorboy – Another Way to Sing GG Allin (Autoprodotto, 2010)

Razorboy vs GG Allin: a prima vista il confronto/scontro tra il Davide dello scum rock del presente e il Golia dello scum rock del passato potrebbe presentarsi, per i cultori, come un progetto amatorialmente velleitario e inabbordabile (altro…)

Un monolocale alla Bastiglia

No Strings Left – La Prise de la Bastille (New Model Label, 2010)

Un altra uscita per l’attivissima New Model, che stavolta punta sui partenopei No Strings Left, giunti al debutto sulla lunga distanza (dopo un ep) (altro…)

AC/DC o On-Off?

On-Off – Ribcrasher (autoprodotto, 2010)

In un mondo parallelo, stile le storie “what if” della vecchia Marvel, probabilmente gli On-Off sarebbero una band riverita e milionaria, magari considerata seminale tanto per l’hard che per l’heavy. E magari si chiamerebbero AC/DC.

Peccato che è andata decisamente male (altro…)

Teenager bagnate e preghiere

The Wet Teens – Let It Pee (Silber Records, 2010).

Il nome di questo gruppo è perfetto per descrivere l’andamento dei tempi: tutte le teenager di adesso sono infatti molto più calde e disponibili (soprattutto su Facebook, con tanto di foto mentre fanno finta di baciare l’amica) di una volta (altro…)

Cleveland confidential: Mike Hudson, i Pagans e il rock’n’roll

Non mi pento di nulla. Anche se tenderei
a rifiutare la chance di ricominciare dall’inizio.
Sono più contento di essere vicino alla fine
(Mike Hudson)

Immagino che sarebbe del tutto superfluo, per la maggior parte di quelli che capiteranno qui, leggere le canoniche 10 righe che spiegano chi erano, cosa hanno fatto e perché sono fondamentali. E infatti le eviterò – invitando chi avesse questa grave lacuna da colmare a provvedere al più presto, magari leggendo la storia dei Pagans nella loro pagina MySpace.

Come il copione esige, le vicende musicali ed extra dei Pagans sono mitologia oscura, pescata nel solito bacino di anddotica torbida ed esaltante presso cui è d’obbligo abbeverarsi.
Ci sono il rock’n’roll, l’alcool, le droghe, il crimine, la morte, gli scazzi e l’inevitabile status di culto… che significa essere un mito quando ormai non te ne frega più un cazzo o quasi, visto che al momento giusto le cose non sono andate come avresti voluto (se siete curiosi, QUI trovate un po’ di racconti di prima mano).

Tutto questo, dal 2008, è stampato nero su bianco in un volumetto scritto dal cantante dei Pagans, Mike Hudson.
Il libro, uscito per la Tuscarora Books, si intitola Diary of a Punk ed è una delle testimonianze più vive del punk statunitense: ben scritto, evocativo e impietoso, è il racconto di una scena mitica (quella di Cleveland, Ohio) ma conosciuta solo in maniera superficiale da chi non l’ha vissuta sulla propria pelle. Ma non solo… perché una buona metà della storia è dedicata a descrivere – con occhio amorevolmente impietoso – ciò che succede quando la spinta iniziale si affievolisce e si capisce che non si diventerà mai grandi come i Ramones; i soldi diventano un problema, i matrimoni si sfasciano, la gente va e viene dalla band, qualcuno ci lascia le penne… e si arriva, poi, alla fase degli show di reunion che i fan vogliono ardentemente, ma tu no (e a ogni concerto ti domandi: “Dov’era tutta questa gente 20 anni fa?”… probabilmente sul seggiolone a fare i ruttini al sapore di omogeneizzato al pollo).

Mike non risparmia niente e nessuno, in particolar modo se stesso. Mette sul tavolo tutto, senza addolcire la pillola, in un’escalation che inizia con un gruppo di ragazzi agitati, con la passione del rock’n’roll e dello sballo, per arrivare alla resa dei conti – una notte del 2006 passata in ospedale, con tanto di estrema unzione ricevuta e aspettativa di vita che non supera le 12 ore (“Non avevo paura di morire. Pensavo che se l’avevano fatto mio fratello, mio figlio e metà degli amici che ho avuto, potevo farlo anche io”). Per fortuna Mike l’ha sfangata e sarà qui ancora per un bel po’ di tempo a scrivere nel suo magazine (il Niagara Falls Reporter, di cui è redattore e socio fondatore), a pubblicare libri e a rispondere alle domande di chi ancora pensa ai Pagans e alla loro musica dopo tanti anni.
E tanto di cappello a Mike che confessa: “non possiedo più nessuno strumento in grado di riprodurre cd, cassette o vinile. Ho una radio in cucina, sintonizzata su una stazione di Toronto che programma solo musica di big band, roba registrata prima che io nascessi: la accendo solo quando cucino la cena o lavo i piatti. Per me la musica era un modo di vivere che comportava il sesso, la droga e l’alcool, lunghi viaggi in auto, caos, morte e indifferenza. Ma è una vita che ho abbandonato”. E’ sicuramente così, però come racconta lui le storie malate dei Pagans e degli anfratti del punk statunitense, non le racconta nessuno.

Ma lascio la parola proprio a Mike, che una volta contattato è stato disponibilissimo, gentile e rapidissimo nel rispondere alle mie email; e questo è il risultato di una chiacchierata notturna.

Quanto tempo ti ci è voluto per assemblare Diary of a Punk?
Beh, potremmo dire che ci ho impiegato 30 anni! Ne ho scritto più o meno un terzo nel 2000 e poi ho fatto un sito dei Pagans per pubblicarlo online; il sito era molto visitato, quindi nel 2007 – dopo che è uscito il mio primo libro – ho deciso di espandere e riscrivere quel materiale e di trasformare il tutto in un libro. Quindi nel complesso direi che ci ho messo un paio di mesi, ma spalmati nell’arco di otto anni.

Diary of a Punk è una lettura elettrizzante, ma anche intrisa di tristezza e di situazioni al limite. È stato facile rivangare questi ricordi? E – se ce n’è una – quale è la ragione per cui hai sentito il bisogno di scrivere un libro come questo?
Volevo semplicemente raccontare come erano le cose all’epoca. Ho scritto il libro soprattutto per far vedere alla gente cosa fosse il punk rock, a Cleveland, negli anni Settanta. Chi eravamo e come vivevamo. Non era ancora stato fatto un ritratto accurato di questa cosa. Non chiedo scusa per nulla, né mi pento di come ho vissuto la mia vita… mi mancano le persone che sono morte, però è impossibile controllare le vite degli altri, non importa quanto forti siano i legami.

Sei ancora in contatto coi i tuoi ex compari dei Pagans e/o con altri personaggi della vecchia scena di Cleveland?
Certo. Con Mick Metoff ci si scrive via e-mail quasi tutti i giorni e più o meno una volta al mese parliamo al telefono. Un paio di mesi fa siamo andati insieme a Boston a vedere un match di baseball. Col batterista Bobby Richie parlo moltissimo, è anche l’autore della copertina di Diary of a Punk e di un altro dei miei libri. Alla fine gli ex Pagans ed io abbiamo ancora degli affari in piedi. Poi a volte mi capita di sentire Cheetah dei Dead Boys, John Morton degli Electric Eels, Bob Pfeiffer degli Human Switchboard, Jamie Klimek dei Mirrors e Craig Bell dei Rocket From the Tombs.

Alla fine del libro scrivi che la musica non fa più parte della tua vita e fai cose completamente diverse; raccontaci una giornata tipo di Mike Hudson, redattore di una rivista e veterano del punk…
Adesso mi occupo molto di reportage politici, giornalismo investigativo e opposition research [è la pratica di cercare fatti ed eventi potenzialmente dannosi nel passato di candidati a cariche politiche; può essere svolta da consulenti pagati dai candidati stessi oppure dagli oppositori in cerca di materiale per danneggiare i concorrenti – n.d.a.], quindi passo tanto tempo al telefono. Di solito lavoro da casa, mentre mia moglie Rebecca va in redazione a mandare avanti le cose. Viaggiamo ancora molto, otto o dieci settimane all’anno. Di recente siamo stati in Messico: mi piace molto là, nonostante la guerra in corso.

La discografia dei Pagans – tra 7″, album, live e compilation – è piuttosto estesa. C’è ancora qualcosa che non è mai uscito e vorresti vedere pubblicato?
Nulla. E infatti mi meraviglio che qualcuno riesca a scovare sempre qualcosa di nuovo da stampare. Ad esempio il nostro ultimo disco, che è uscito due anni fa, è la registrazione di un concerto in Wisconsin di cui mi ero completamente dimenticato.

È buffo che in Diary of a Punk l’Italia sia menzionata diverse volte; so anche che hai scritto un libro su un boss italiano a Brooklyn… è solo una coincidenza oppure hai qualche tipo di interesse nei confronti di questo Paese?
Spero di venire in Italia l’anno prossimo. Sono cresciuto in un quartiere italo-americano e ho da sempre molti amici di origine italiana. Il mio socio nel Niagara Falls Reporter, Dante Cipolitti, è abruzzese ed è venuto lì l’anno scorso quando c’è stato il terremoto. E poi, ancora, quando i Pagans iniziarono, i fan italiani furono tra i primi ad accorgersi di noi. Ho ancora tante lettere di ragazzi italiani che ci hanno scritto nel corso degli anni.

Hai qualche libro in uscita o stai lavorando a qualcosa, al momento? Ci puoi dare qualche anticipazione?
Per 15 anni ho tenuto una corrispondenza con il romanziere d’avanguardia David Markson, che è morto quest’anno; ultimamente ho riguardato tutte le lettere e mi sono messo a trascriverle: questa cosa potrebbe diventare un libro. Ho anche scritto qualche racconto, ma avendo fatto quattro libri in due anni ho pensato di prendermi un anno di riposo.

Domanda scema: il tuo pezzo preferito dei Pagans è…
Mi piacciono “I Juvenile,” “Eyes of Satan,” “Nowhere to Run,” “(Us and) All Our Friends Are So Messed Up”… a parte poche eccezioni, direi che mi piacciono tutti. Altrimenti non li avremmo mai fatti uscire.

Il finale di Diary of a Punk è triste, ma anche molto introspettivo… e un po’ spiazzante. Tanto che ci si chiede se hai dei rimorsi e cosa faresti se avessi la chance di ricominciare tutto dall’inizio…
So che è stato percepito in questo modo, ma non volevo proprio che il finale fosse triste. Certo, non è felice, ma chi cazzo lo è, di questi tempi? Comunque, come ho già detto, non mi pento di nulla. Anche se tenderei a rifiutare la chance di ricominciare dall’inizio. Sono più contento di essere vicino alla fine.

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