I colori degli anni Ottanta brillano ancora

Roberto Calabrò – Eighties Colours (Coniglio, 2010, 224 pag.)

Con un paio di doppio malto in corpo si disattiva il filtro diplomazia e posso dirlo senza difficoltà: tanto ne avevo letto, tanto è stato esaltato e tanto ne continuo a leggere che questo libro – ancor prima di stringerlo tra le mani – mi stava sulle palle. Così per partito preso, da Bastian Contrario che “se piace a tutti è una merda” e cose così.
In più non giovava il prezzo esattamente amichevole (34 euro uno sull’altro) a dispormi benevolmente verso l’acquisto.

Poi si sa… le vacanze finite, le incazzature e il bisogno di affogare le menate nello shopping compulsivo hanno fatto il resto e mi sono trovato alla cassa di una FNAC con il libro in mano, da pagare con bancomat così non pensi ai soldi che hai speso. E – pensate un po’ a quanto sono una brutta persona – quasi speravo di avere comprato una cagata per potere poi liberare i miei più bassi istinti parlandone male.

Niente di tutto questo.

Il libro è oggettivamente un bel lavoro, che sviscera per la prima volta il panorama e il periodo dell’esplosione neo-garage italiana. Il tutto racchiuso in una copertina rigida, ricco di illustrazioni a colori e – soprattutto – basato su un lavoro di raccolta dati e archiviazione che sicuramente ha portato via tanto tempo ed energie; immagino la fatica per contattare tutte le persone interpellate, tanto per dirne una.
La struttura fondamentale è peculiare (è suddiviso per annate) e lo rende diverso dalla maggior parte delle opere di stampo “dizionaristico”. Scelta vincente a livello di originalità, ma leggermente scomoda in caso di consultazione rapida (per dire: se volete leggere qualcosa sul secondo album dei Not Moving, dovete ricordarvi l’anno in cui è uscito, andare al capitolo relativo e cercare nel testo la sezione relativa: non molto immediato, decisamente)… ma questa è una fisima dettata dal fatto che spesso i libri musicali li uso per lavoro, quindi sono abituato a considerarli anche uno strumento, piuttosto che un oggetto di semplice libidine.

Ad ogni modo libidine è il vocabolo chiave con cui descriverei la sensazione generale che Eighties Colours comunica. Una libidine voluttuosa, fatta di aperture random del libro per farsi guidare dal caso, nella lettura di schede, dichiarazioni, interviste e dettagli tecnici relativi alle band che animarono la tempesta del garage revival tricolore.

A rovinarmi davvero la festa è arivata una sola cosa: nonostante fosse sigillata, la copia acquistata aveva un bel tot di pagine leggermente rovinate (un piccolo strappo nella parte in alto all’interno, vicino alla rilegatura). Ho avuto la pulsione di tornare indietro per farmela cambiare, ma quando me ne sono accorto erano passati già almeno un paio di giorni… e ho desistito. E un po’ mi girano le palle, perché 34 euro non sono esattamente il costo di un caffé al bar dietro S. Vittore.

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6 commenti

  1. Roberto Calabrò

     /  settembre 15, 2010

    Grazie per la recensione (e la fiducia preventiva!), Andrea.
    Il libro fattelo sostituire dalla Fnac o, in caso, chiedi un cambio direttamente all’editore…
    A presto

    Rob

    Rispondi
  2. URSUS

     /  settembre 16, 2010

    La recensione mi sembra positiva,se si considera che l’autore partiva prevenuto per poi ricredersi…ma il termine “garage-revival” è senz’altro riduttivo,in quanto non tutti i gruppi citati nel libro sono garage e tantomeno “revival”…molto meglio quello indicato come “neo-sixties” che comprende una gamma di sfumature più vasta.

    Rispondi
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