The new wavves on the beach

Wavves – King of The Beach (Fat Possum, 2010)

Difficile, oltre che opinabile, fare la cronaca di una maturazione. In faccende del genere è un attimo vedere il bicchiere mezzo pieno e, all’ascolto successivo, mezzo vuoto. Lasciando ai critici con la C maiuscola la facoltà di dirci se si tratta di imborghesimento o fisiologica crescita, mi limito a registrare che in questo terzo album il signor Wavves tira via la ruggine producendosi in un indie-pop-rock muy storto, come dei Beach Boys strafatti di brutto con un pericoloso principio d’insolazione.

Il signor Wavves, all’anagrafe Nathan Williams, è un pischello ventitreenne che segue alla lettera il motto live fast die young e di ‘sto passo non arriverà di certo a festeggiare le trenta primavere, come Jay Reatard a cui molti lo accomunano. Al povero Jay è legato anche per un altro aspetto, o meglio due, con tanto di nome e cognome: Stephen Pope e Billy Hayes, i due orsi biondi che sono stati la sezione ritmica del rocker di Memphis passato a miglior vita e che pare non abbiano perso il vizio di accompagnarsi ai giovani scoppiati.

Nathan, originario della Virginia ma oramai californiano da quando ci si è trasferito coi genitori all’età di 13 anni, appare meno lo-fi e annoiato che in passato. Chissà se la cura gliela hanno fatta proprio i nuovi compari di merenda? Probabile a vedere i faccioni paciosi dei due. Quel che conta è che la sua musica, seppur più morbida e masticabile di prima, è ancora meravigliosamente slabbrata come mostrano le flebili sirene shoegaze di “When You Will Come” e “Baseball Cards”. Nella title track parte a razzo, e si badi bene non finisce a cazzo, facendo uno shampoo al miele a Kurt Cobain. Prosegue avanzando e indietreggiando strategicamente come un esperto mediano nel rullo hc “Super Soaker”. Non si tira indietro nemmeno quando si tratta di aprire il gas nel college rock “Post Acid”, facendosi apprezzare persino nel numerino “Take On The World” che fa il verso a quei tromboni dei Placebo. Nel saporito minestrone ci finisce di tutto. Il vecchio caro lo-fi, scorie di psichedelia assolata e reminiscenze dei Pixies che non fanno mai male.

Per me un bel 7 pieno tendente all’8.

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1 Commento

  1. Gubord

     /  agosto 4, 2010

    King of The Beach..sembra una canzone dei FuManchu dei tempi d’oro arrotondata e smussata..una canzone che a sua volta assomiglia ad un’altra dei Circle Jerks…dal punk …al power r’n’r’ all’indie di ora che ripesca a piene mani dagli ENORMI Jesus & Mary Chain..altra band plagiatrice di melodie…il plagio è necessario il progresso lo implica…ovviamente solo se usato in certi contesti di cantina.

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