I ragazzi venuti da nessun posto

Boys From Nowhere – Cyclone Death Machine (Glitterhouse, 1988)

Columbus, Ohio, 1984: nasce una creatura dalla vita travagliata e nemmeno troppo lunga, ma destinata a lasciare un notevole segno nei pochi fortunati che la conoscono e si fanno shakerare il cervello dalle sue intemperanze soniche. Sono i Boys Fron Nowhere di Mick Divvens.
Vi sfido a trovare i loro pochi e incasinati dischi, ora, senza una pesantissima assistenza da parte del Supremo Dio Culo… è un’impresa piuttosto ardua, decisamente. Ma se vi capitasse, non pensateci un solo istante e prendete a scatola chiusa (come ho fatto io, assistito dal suddetto dio dell’ano).
Certo, non hanno prodotto molto, in fondo – cinque 7″ (auguri), tre ep 12″ (più reperibili, soprattutto quello su Glittehouse di cui parleremo qui) e due LP – ma il problema è che se non si era al posto giusto nel momento giusto, ci si deve rassegnare al fatto che il treno è passato. Veloce e inesorabile. E non resta che sperare nei pentiti che si rivendono le collezioni.

Ma passiamo al piatto forte. Questo Cyclone Death Machine, 12″ con sei brani, è una specie di best of (come lo sono gli altri due 12″ esistenti) contenente una selezione di pezzi tratti dai loro primi tre singoli e da qualche session collaterale – ovvero il materiale più cazzuto e incisivo che hanno mai sfornato. Per cui, se il garage revival nelle sue manifestazioni più filologiche e legate ai Sixties vi sta stretto, qui avete pane per i vostri denti: perché i Boys From Nowhere sono il risultato di un perverso accoppiamento tra il papà del garage anni Sessanta più classico e la mamma del proto-punk USA più lussurioso e lurido.
Pensate ai DMZ/Lyres posseduti dallo spirito degli Stooges del 1969 e avrete un’immagine abbastanza fedele del gruppo – che proprio per la sua sostanziale vena di violenza sonora ha avuto notevoli problemi di accettazione nella comunità neo-Sixties, come ricorda Divvens stesso: “Alle festicciole garage in cui suonavamo ci guadagnammo un po’ di nemici. Noi facevamo anche roba di Stooges e MC5 e a quella gente in beetle boots e coi capelli stirati faceva schifo. A me piace metterci un po’ di punk dentro: abbiamo sempre mischiato i gruppi Sixties più balordi con le cose detroitiane primi anni Settanta, i New York Dolls e le cose fine anni Settanta, tipo Dead Boys, Crime, Pagans e gruppi simili”.

Insomma, l’antifona è chiara. Sulla carta sono una bomba, ma lo sono anche in pratica – non c’è ombra di dubbio.
Peccato che in Cyclone Death Machine ci siano solamente sei brani, ma probabilmente è un bene, perché uno solo in più avrebbe potuto rovinare un equilibrio quasi ultraterreno. Qui il rasoio del protopunk, affilato con la pietra del Sixties, accarezza la pelle della gola lasciando solo un solco arrossato e si ferma appena prima di farti secco… una pericolosa goduria immensa.

L’ultima avvertenza, di rigore, a costo di ripetermi: se non amate il garage, gli Stooges e l’underground più tossico anni Ottanta (completo di suoni chitarrosi proto-hard)… beh, questo disco non è per voi.  E meritate anche un po’ di compassione. Forse.

[Cercate questo 12″ in vinile – e se possibile tentate di non pagarlo più di 10/12 euro in buone condizioni. Ma, nel frattempo, potete ascoltarlo e decidere se vi piace scaricandolo da QUI]

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2 commenti

  1. Touché !

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  2. corrado

     /  luglio 20, 2010

    Il Supremo Dio Culo mi accompagna e neanche farlo apposta eccomi con in mano una copia di uno dei 12″ pubblicati da questa band, edizione spagnola, trovata nel negozio fidato di dischi.
    Grandissimo gruppo che non conoscevo, invito tutti a procurarsi qualcosa!!!
    questa la sequenza dei brani:
    jungle boy
    walk on a fine line
    I can’t take it
    no reason to live
    don’t make me laugh
    teardrop

    Rispondi

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