Lester and me: la parola a James “The Hound” Marshall

Lester è morto perché il rock’n’roll era l’unica cosa che lo teneva in vita – quando è morto il rock’n’roll è morto anche Lester Bangs
(James “The Hound” Marshall)

Black Milk è onoratissimo di ospitare un dj e giornalista musicale che nel corso degli ultimi 30 anni (o forse più) ha scritto per decine di pubblicazioni, tra cui Village Voice, NY Times, LA Weekly, Spin, Penthouse Forum, New York Rocker, Newark Star-Ledger, East Village Eye, High Times e Kicks: signori e signore, ecco a voi James “The Hound” Marshall. Vive a New York dal 1977, anno in cui ci si trasferì appena diciottenne, e ha frequentato tutta la crema dell’underground più esaltante della Big Apple.
Dopo un breve scambio di email, James ha gentilmente acconsentito a concederci di pubblicare la traduzione di un suo post dedicato all’amico Lester Bangs: un bello sguardo dall’interno, parole di chi c’era e ha toccato con mano… e non concorda con il ritratto che di Bangs è stato fatto dal biografo ufficiale Derogatis, né da Cameron nel suo film Almost Famous.
James ha anche un blog pazzesco che – se masticate l’inglese – è straconsigliato: TheHoundBlog.
Ma veniamo al suo lungo racconto su Lester Bangs. Enjoy (e occhio alle parole in grassetto: portano tutte a link di approfondimento, foto o dischi/mp3 da scaricare…).

——————————————————————

Lester Bangs l’ho conosciuto per telefono. Ero un teenager annoiato: nel sud della Florida, nei primi anni Settanta, non c’era molta gente a cui piacevano gli Stooges o i Velvet Underground. Io leggevo Creem e Rock Scene e fanzine come Who Put The Bomp, Back Door Man, Denim Delinquent, The Rock Marketplace, Gulcher, Punk (quella originale, di Buffalo, che ha preceduto la rivista newyorkese di un paio d’anni).
Ogni quindici giorni, verso mezzanotte telefonavo alla redazione di Creem, in Michigan. Sapevo che Lester era sempre lì, di solito su di giri, a scrivere o a fare editing di articoli. A volte era anche sbronzo o fatto di sciroppo per la tosse. Ricordo che una volta mi fece ascoltare un test pressing di Horses di Patti Smith al telefono, tutto il disco dall’inizio alla fine.

Durante il mio primo viaggio a New York, nella primavera del 1977, avevo appena compiuto 18 anni ed ero ospite nel loft in Warren Street – “The Home For Teenage Dirt” diceva un cartello piazzato su un vetro – in cui abitavano Miriam Lynna (una mia amica di penna che veniva dall’Ohio, che si era trasferita a NY da qualche tempo e mi aveva detto che avrei potuto stare da lei se mai fossi andato da quelle parti; ora è a capo dell’impero Norton Records con suo marito Billy Miller e tutti e due suonano negli A-Bones), Lydia Lunch e Bradly Field (che poi diventò il batterista dei Teenage Jesus and the Jerks e road manager dei Cramps). L’isolato era deserto, TriBeCa all’epoca non esisteva nemmeno in sogno. L’unico altro abitante era Jody Harris dei Contortions, che aveva un loft nell’edificio a fianco e molti gruppi lo usavano come sala prove: anche i Contortions stessi, Richard Hell and the Voidoids, e la prima band di Lester Bangs. Era anche l’unico posto dove potevi andare per farti una doccia.

Appena arrivato lì, trovai solo Lydia e Todd Abramson (ora proprietario del Maxwells e della Tel*Star Records: all’epoca aveva 15 anni e anche lui era al suo primo viaggio a New York), perché gli altri erano tutti al lavoro. Dopo un’oretta me ne uscii per dare un’occhiata in giro e fumare una sigaretta. Mi piazzai sui gradini davanti all’entrata e me ne accesi una quando chi vedo arrivare in fondo alla strada? Richard Hell, Robert Quine e Lester Bangs. Li fermai per presentarmi e regalare a tutti e tre una copia della mia fanzine New Order (Hell divideva la copertina con Patti smith e l’avevo intervistato al telefono).
Più tardi, quella sera, dopo avere visto due concerti dei Cramps e dei Ramones al CBGB’s, Bradly mi trascinò in un bar aperto tutta la notte sulla Nona, tra First Avenue e Avenue A, che si chiamava Kiwi Club. Lester era lì. Eravamo tutti già abbastanza sconvolti, ma ci sbronzammo notevolmente di più e restammo lì ben oltre l’alba. Così iniziò la mia breve amicizia con Lester Bangs.

La domenica sera il gruppo di Lester suonò al CBGB’s con Alex Chilton (Ramones e Cramps si esibirono insieme il venerdì e il sabato). Lester all’epoca suonava con gli stessi tizi con cui aveva registrato il suo primo singolo – “Let it Blurt/Live (Spy)” – ovvero Bob Quine e Jody harris alle chitarre, David Hofstra al basso e J.D. Daughtery alla batteria. Ricordo solo che fecero delle cover di “Five to One” dei Doors e “TV Eye” degli Stooges; a un certo punto Lester presentò un suo pezzo intitolato “I Sold My Body” (“Ho venduto il mio corpo”) e Bradly Field gli gridò “By the pound!” (“Un tanto al chilo!”). Ci saranno state 15 persone presenti.

Qualche giorno dopo io e Phast Phreddie Patterson (che era arrivato da Los Angeles e anche lui alloggiava in Warren Street) andammo nell’appartamento di Lester sulla Sesta Avenue, appena sopra la 14a Strada, per intervistarlo per le nostre rispettive fanzine (Phreddie ne pubblicava una fantastica intitolata Back Door Man e la mia era una pallida imitazione della sua). Lester fu molto simpatico e nel giro di qualche giorno offrì a ognuno di noi un suo scritto da pubblicare. Su Back Door Man uscì quello intitolato “Back Door Men and Women In Bondage”, che era sostanzialmente una lunga fantasia incentrata sullo staccare a morsi i capezzoli di Cherie Currie. Quello per me era intitolato “Nude Orders” e non è mai uscito perché New Order andò a catafascio  subito dopo il secondo numero. Prestai l’originale a John Mortland quando stava raccogliendo il materiale per assemblare Psychotic Reactions and Carburetor Dung; promise che me l’avrebbe restituito dopo averne fatto una copia. Era il 1984 e lo sto ancora aspettando adesso.

Poco dopo quel viaggio del 1977, mi trasferii a New York e dopo una stagione intera passata a saltare da un divano all’altro mi sistemai in una appartamento minuscolo da 175 dollari al mese sulla Decima, tra la Prima e la Seconda Avenue. Era a livello della strada, così chi voleva saperlo poteva subito vedere se ero a casa o no guardando attraverso la finestra. Siccome Lester da sbronzo perdeva spesso le chiavi di casa, era un visitatore notturno piuttosto assiduo; e io non riuscivo a fingere di non esserci, come molti dei suoi altri amici avevano imparato a fare in queste situazioni.
Anche da sobrio Lester riusciva a distruggerti la casa in pochi minuti, ma da ubriaco era un disastro. Quando arrivava il mattino ogni libro e disco era fuori dalla sua copertina e buttato sul pavimento. I muri del bagno erano coperti di dentifricio e trovavi carta igienica dappertutto. Ci volevano giorni per riportare uno stato d’ordine accettabile.
La prima volta che venne da me mi sottopose al test di “Sister Ray”. Praticamente quando Lester entrava a casa di qualcuno tirava fuori White Light/White Heat dei Velvet Underground (penso che Lester non conoscesse nessuno, a parte la sua ragazza, che non ne possedeva una copia) e controllava il vinile per vedere quanto era consumato all’altezza di “Sister Ray”. Avevo ascoltato quel disco fino allo sfinimento, ma lui mi spiegò che tutti ne avevano una copia perché faceva figo, ma molto pochi lo ascoltavano davvero. Mi disse anche che ero a posto perché avevo ascoltato “Sister Ray” un numero di volte sufficiente per essere definito un vero fan dei Velvet Underground.
Peccato che non sia vissuto abbastanza per ascoltare il bootleg Sweet Sister Ray [è un bootleg del 1987 con quattro versioni del brano di lunghezza variabile tra i 18 e i 25 minuti circa – n.d.Andrea].

Lester non era un buon ubriaco e spesso l’ho visto dare il suo peggio, da sbronzo. Ma era anche un gran brav’uomo, sapeva essere generoso e sensibile. Quando uscì Country: America’s Biggest Music Lester sapeva che mi era piaciuto molto e fece di tutto per portarmi a casa di Nick Tosches per presentarmelo; fu un’idea cruciale, visto che poi incontrai mia moglie grazie a Nick.
Quando divenni redattore musicale per una rivista che si chiamava East Village Eye, Lester si offrì di scrivere una rubrica (gratis, ancora!) intitolata “The Scorn Pages”. Sfortunatamente il redattore capo – quell’idiota di Leonard Abrams – decise che non voleva Lester Bangs e tagliò la prima puntata della rubrica fino a ridurla a un solo paragrafo e la pubblicò nella sezione delle lettere dai lettori. Il rifiuto da parte di Abrams dell’offerta di Lester mi mise molto in imbarazzo, ma lui fu molto comprensivo e non diede la colpa a me. Inutile dirlo, lasciai quel lavoro, anche se continuai a scrivere una rubrica per la rivista per molti anni (spesso dividendo la stessa pagina con Cookie Mueller, che teneva la rubrica dedicata alla salute!).
Ma Lester sapeva anche essere un vero stronzo. Il periodo peggiore, per lui, furono i suoi ultimi anni. Si era bruciato come scrittore rock, ma sembrava che non riuscisse a vendere (o scrivere) nulla che non fosse legato alla musica. Era sempre senza soldi e gli tagliarono i fili del telefono un po’ di volte – nel suo ultimo anno di vita credo di avergli pagato la bolletta telefonica almeno tre volte.

Quando doveva cercare materiale su cui scrivere, una delle difficoltà maggiori era che – dopo l’esplosione iniziale – il punk era mutato in new wave, che era esattamente stupida come quello che il punk doveva spazzare via. Anche Iggy e Lou Reed stavano facendo dischi schifosi.
Penso che verso la fine Lester stesse arrivando a pensarla come me e Bob Quine, ovvero: chi se ne frega di questa merda nuova, ci sono tonnellate di dischi vecchi da scoprire, che non conosciamo. Chi se ne fotte dei Gang of Four dopo che hai ascoltato “She Said” di Hasil Adkins o “Rockin’ The Joint” di Esquerita?
Comunque non riusciva a procurarsi un contratto decente per pubblicare un libro, anche se mandava in giro proposte ogni settimana. Dal primo contratto che firmò, per una biografia di Blondie, uscì un libro completamente sbagliato per colpa della casa editrice, che cancellò tutte le virgolette delle citazioni – oltre a prendere alcune pessime decisioni redazionali. Il risultato è che il libro è illeggibile – ma questo non impedì a Lester, che aveva bisogno disperato di soldi, di aiutare Paul Nelson a scrivere un libro su Rod Stewart per la stessa casa editrice di idioti.

Lester aveva costantemente problemi sentimentali; per essere un tipo così intransigente (odiava chiunque fosse in odore di voler diventare una rockstar: ovviamente era ciò che tutti volevano, lui compreso), era sorprendentemente vulnerabile. Quando una compagnia che forniva ragazze squillo, per cui lavorava una sua amica, gli fece sapere che nessuna delle ragazze  intendeva averlo ancora come cliente, ci rimase molto male. Io gli suggerii di curare di più l’igiene personale (lavarsi non era di certo una cosa che faceva con piacere) e lui si incazzò abbastanza.
Il suo appartamento era il posto più zozzo che ricordo di avere mai visto dai tempi in cui, da ragazzo, vivevo nei parcheggi per roulotte in Florida. Per ironia della sorte, Lester morì poco dopo aver dato una pulita e sistemato un po’ la casa. Forse erano i germi a tenerlo in vita.
Nel suo profondo, penso che avesse una vena misogina e di solito dopo il quarto drink iniziava a emergere. L’ho visto essere veramente brutale con donne con cui aveva passato la notte. Sulle pagine dei giornali si definiva un femminista e dava grande importanza a questo tema, ma nella vita reale aveva la stessa sensibilità di un roadie dei Led Zeppelin.

Dopo Creem, Lester era sempre a caccia di argomenti di cui scrivere. Principalmente usciva su Village Voice: il suo pezzo migliore fu sulla ristampa (della Flyright) delle incisioni di Otis Rush su Cobra Records; il peggiore un lungo articolo sul razzismo nella scena punk, cosa che era quasi inesistente. Una delle persone accusate di essere razzista era Miriam Lynna: il motivo era una sua foto, che avevo pubblicato su New Order, in cui era ritratta con un amico davanti alla sede di un’associazione neonazista – ma era chiaro che la foto era uno scherzo. In realtà Lester ce l’aveva con Miriam perché Kicks (la rivista che lei faceva con Billy – una delle migliori fanzine di tutti i tempi) aveva rifiutato di pubblicare un articolo che lui aveva scritto sulla No Wave.
Comunque Miriam non è razzista nemmeno per scherzo, e Lester lo sapeva (e se non mi credete, domandate a Andre Williams, Rudy Ray Moore, The Mighty Hannibal o a qualunque degli artisti di colore che ha messo sotto contratto durante questi anni); infatti lui stesso mi confessò che credeva che quello fosse il peggior articolo che avesse mai scritto, ma siccome finì sulla copertina di Village Voice (che era molto popolare, all’epoca), è stato incluso in Psychotic Reactions and Carburetor Dung e Miriam ha dovuto vivere con quest’accusa infamante per tutti questi anni.
Accusò di razzismo anche Legs McNeil e John Holmstrom di Punk, solo perché durante una festa a casa di Lester dissero che a loro non piaceva il disco di Otis Redding che stava suonando (uno di loro lo definì “merda da discoteca”). Anche loro li conosco entrambi e non ho mai sentito neppure un accenno razzista da parte di entrambi.
Ricordiamoci che Lester era noto per l’uso che faceva della “parola che comincia per N”. La sua foto più famosa è di Kate Simon e lo ritrae con una t-shirt che dice: “Last Of The White Niggers”. Io ho visto il modo in cui le persone di colore lo guardavano quando si metteva quella maglietta e mi meraviglio che non l’abbiano mai ammazzato. Se fossi stato uno di loro, l’avrei pestato. Io c’ero a quel party e vi dirò che Lester ha omesso un dettaglio: quando lui tentò di far alzare James Wolcott e farlo ballare, Wollcott sbuffò verso il giradischi e squittì “Non mi piace la musica nera”. Questo non ne fa un razzista, ma il modo in cui lo disse mi lasciò il dubbio che pensasse che fosse una musica fatta da una specie di razza inferiore. Però Lester fu un po’ vigliacco e non lo riportò: non avrebbe mai attaccato Wolcott, che avrebbe potuto fargli un nuovo buco del culo pubblicando un articolo [Wolcott già allora era una grossa firma, ora è quasi una potenza – n.d.Andrea], così se la prese con Miriam, che non aveva modo di controbattere – anche se era innocente – alle ridicole accuse di Lester. Ma ora basta parlare di questa roba: ho tenuto la bocca chiusa per più di 30 anni e ora che ho detto quello che avevo da dire la richiuderò. E senza offesa a Wolcott, che nemmeno conosco personalmente (quella festa è stata l’unica volta in cui l’ho mai incontrato). Insomma, questo è semplicemente ciò che ricordo io.

Ma torniamo a Lester. Dopo Let It Blurt continuò a fare musica e fondò i Birdland [clicca per scaricare l’album] con Mickey Leigh (il fratello di Joey Ramone), con cui suonò per un anno o due. Lester non era granché come frontman, ma scriveva buone canzoni. Se la prese molto quando lo cacciarono dal gruppo e cambiarono nome in The Rattlers, così andò per un po’ ad Austin, in Texas (per un po’ accarezzò l’idea di trasferirsi là) e ritornò con un album vagamente country che aveva inciso con un gruppo locale, i Delinquents: Jook Savages On The Brazos. Credo sia un buon disco: la minacciosa “Kill Him Again” e il pezzo avanzato dai Birdland intitolato “I’m In Love With My Walls” sono allo stesso livello – per dire – di Germs o Snivelling Shits. E i due pezzi hillbilly – “I Just Want To Be A Movie Star” e “Life Is Not Worth Living (But Suicide’s A Waste Of Time)” – sono divertentissimi. Questi quattro pezzi forse sono i migliori che ha mai inciso.
Lester diceva che a Porter Wagoner il gruppo piaceva moltissimo. Nel disco c’è anche una cover di “Grandma’s House” di Dale Hawkins, ma con una modifica al testo: “Old Black Joe lived all alone/never saw him at the store/burned him ‘til he was just bones/and burned him just a little more”; queste parole davano un significato molto diverso dall’originale [il riferimento è al padre di Bangs, morto in un incendio domestico quando lui era bambino: una tematica che ricorre in più di un testo – n.d.Andrea].

Ora Lester è una specie di star. La biografia di Jim Derogatis, Let It Blurt, racconta tutti i fatti, ma non riesce a catturare e trasmettere il senso dell’umorismo di Lester. Leggendola ho imparato un sacco di cose che non sapevo sul suo conto, ma quello che ne esce non somiglia al Lester che conoscevo: quello che spaccò la mia copia del secondo disco dei The Band quando lo misi sul piatto una mattina in cui tutti e due avevamo i postumi di una sbronza.
E poi, ancora, i due volumi postumi dei suoi scritti – Psychotic Reactions & Carburetor Dung e Mainlines, Blood Feasts and Bad Taste (che titolo del cavolo, no?) – sicuramente sono letture valide e contengono almeno l’85% della sua produzione migliore, ma mi domando perché non abbiano pubblicato la versione di Psychotic Reactions & Carburetor Dung che Lester stesso aveva assemblato per un editore tedesco°°°°. In quella che è uscita ci sono i due scritti che lui stesso mi aveva confessato di odiare (quello sul razzismo nel punk e la sua descrizione dell’amico transessuale di Lou Reed, che faceva parte della terza intervista per Creem a Reed.

Il ritratto di Lester che Philip Seymour Hoffman fa in Almost Famous di Cameron è così ridicolo che non ho parole per descriverlo. Ridicolo come le scene dei concerti nello stesso film: come è possibile immaginare un concerto rock negli anni Settanta senza una nuvola densa di fumo di canna che si leva dal pubblico?
Il Lester di Hoffman è esattamente come il concerto senza fumo di spinelli. Pulito, sterile, pensato per i bravi fascistelli del consumismo del 21° secolo. Lester che agisce come la coscienza dell’industria discografica? Se non fosse una cosa troppo stupida da fare, darei un ceffone a Cameron Crowe (che otteneva i lavori per scrivere articoli solo perché gli piaceva la merda più infima, come gli Eagles, e non scriveva mai una singola parola negativa su nessuno).

L’ultima volta che vidi Lester stavo vendendo degli album promozionali ad Astor Place; lui mi comprò due copie di Metal Machine Music e ci mettemmo d’accordo per vederci e sentire insieme un po’ di dischi in settimana. Lui aveva un anche un mucchio di dischi e libri miei, glieli avevo prestati e volevo riprendermeli****. Due giorni dopo era morto, l’autopsia diceva che s’era fatto un ‘overdose di Darvon, cosa che a me sembrava impossibile. Tra l’altro mi sono ingoiato interi flaconi di quella merda e a mala pena la sentivi: Lester aveva un pessimo gusto in fatto di droghe.
Aveva anche uno strano bozzo sulla testa e pensava che lo sciroppo per la tosse lo facesse sgonfiare; in realtà lo faceva ingrossare.

Io ho quasi sempre rifiutato di parlare di Lester dopo la sua morte (sono però stato intervistato da Derogatis, ma non mi pare abbia usato nulla di ciò che gli ho detto, nel suo libro); ora la sua eredità spirituale è in mano a una strana combinazione di persone, fatta di quelli che più amava e quelli che più disprezzava.
Ora che ho detto quello che mi ronzava per la testa, credo che richiuderò la ciabatta e la terrò sigillata. Comunque anche se sono passati quasi 30 anni, quella palla di lardo mi manca ancora molto.
Devo anche dire che non riesco a immaginare Lester nel mondo attuale. Ricordo che la sera in cui Reagan venne eletto guardammo Un volto nella folla di Kazan e io dissi che era appena iniziata la fine per l’America. Credo di aver avuto ragione. L’introduzione del divieto nazionale di bere alcolici per i minori di 21 anni ha contribuito più di ogni altra cosa alla morte del rock’n’roll.
Lester è morto prima di MTV, di Giuliani, di Bush e Cheney, degli yuppies, dei telefoni cellulari, dei blackberry e di Internet. A lui non piacevano neppure le macchine da scrivere elettriche: non credo che Twitter gli sarebbe servito a molto.
Lester è morto perché il rock’n’roll era l’unica cosa che lo teneva in vita – quando è morto il rock’n’roll è morto anche Lester Bangs. Prima che Bob Quine morisse, spesso parlando ci chiedevamo: “Secondo te Lester cosa avrebbe pensato di questa roba?”.

Ora Lester e Quine mi guardano da lassù e si domandano: “Perché quell’idiota è ancora vivo?”

———————————————————————–

ADDENDA:

°°°° Penso di essere l’unica persona ad avere letto Rock Gomorrah (il libro che Lester scrisse con Michael Ochs e che non è mai uscito) e ad averlo apprezzato. Ricordo che i pezzi forti erano un’intervista a Tex Davis, il manager di Gene Vincent, e delle interviste molto divertenti a Hank Ballard. Dov’è quel manoscritto? se nessun editore lo vuole pubblicare, perché non lo si può mettere online in formato pdf?

**** Non ho mai riavuto i miei dischi e i miei libri, ma li ho ricomprati tutti (l’unica cosa che non ho più trovato uguale è la copertina di  Persecuted Prophets, un libro sui culti pentecostali del Kentucky dediti alla pratica della manipolazione dei serpenti). Comunque Quine mi regalò la raccolta rilegata di Lester che conteneva tutti i numeri di Creem a cui aveva lavorato (in una copertina rigida di Easy Rider) e anche un borsone pieno di cassette – nei nastri c’erano le interviste di Lester, conversazioni telefoniche registrate, una jam con gli ZZ Top, e altro. Purtroppo la borsa puzzava come l’appartamento di Lester, così la sigillai dentro a un sacco di cellophane e 10 anni dopo, quando l’ho riaperta, puzzava ancora in maniera infernale. Poi uno stronzetto di nome Rob O’Conner – che ha fatto una fanzine mononumero dedicata a Lester che si chiamava Throat Culture – si offrì di trasferire i nastri su un altro supporto e restituirmeli. Oppure di farmi una copia non puzzolente. O qualcosa del genere. Ovviamente non si è mai più fatto vivo. Rob O’conner, qualche giorno girerai l’angolo e mi troverai lì ad aspettarti… spero tu abbia un’assicurazione che copre le spese dentistiche, Rob.

Annunci
Lascia un commento

3 commenti

  1. STRAORDINARIO!

    Rispondi
  2. corrado

     /  luglio 9, 2010

    concordo, grande traduzione!

    Rispondi
  1. Lester and me: la parola a James “The Hound” Marshall | Black Milk …

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: