C’è un’auto rossa che va a fuoco

Red Car Burns – The Roots & The Ruins (No Reason Records, 2010)

Ok, amici della No Reason: io inizio ad avere una seria pulsione a identificarvi come “l’etichetta emo anni Novanta”. Ci provo a trovare altre definizioni, ma questa mi pare essere sempre la più calzante, per quanto magari un po’ tagliata con l’accetta. Intendiamoci, non è un male – io tra la fine degli Ottanta e la metà dei Novanta ascoltavo tonnellate dei questa roba, e la suonavo anche (ci ho pure fatto dei dischi, per la cronaca) – anche se oggettivamente mi pare un filo strano. Ma, del resto, come ci sono etichette surf Sixties, perché non una emo Nineties?

A parte le puttanate etichettatorie, i Red Car Burns hanno assemblato un buon album di – ancora! – emo in puro stile mid-Nineties, di quello un po’ hardcore, melodico e con l’occasionale passaggio dissonante, che tanto faceva “strano” e post-hc, 15 anni orsono.
Anzi, dirò di più: le melodie, pur essendo presenti, non sono easy e scontate, ma esplorano territori piuttosto perigliosi – nello stile di certe band Dischord più cerebrali e progressive (mi si passi il termine), oppure di alcune produzioni Revelation più raffinate, post sbronza straight edge.

The Roots & The Ruins è un disco che non ho timore a definire impeccabile nella sua ruvida filologia, tanto delle composizioni, quanto dei suoni – crudi, sudati e con l’aroma dell’analogico appiccicato adosso: se non sapessi che si tratta di un prodotto contemporaneo, probabilmente potrei facilmente pensare che è vecchio di tre lustri o più. Ed è questa la sua forza e – al contempo – la sua debolezza. Perché sicuramente funziona egregiamente come una madeleine per ricordare ciò che è stato; ma chi questa fase dell’hc non l’ha nemmeno sfiorata, come troverà questo disco? Forse un po’ rozzo, forse poco violento, forse troppo poco melodico, forse  “antico”?
Ok. E chissenefrega. A volte è giusto pucciare il proprio biscottino francese nel proprio té… e che ciò che pensano gli altri vada un po’ a farsi fottere.

Due menzioni speciali: la prima al booklet, notevole e artistico; la seconda alla durata del cd, veramente magistrale, che si assesta intorno ai 27 minuti… giusto qualche secondo meno della soglia oltre cui si inizia a sentire il peso dell’ascolto.

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2 commenti

  1. ottimo, centrato in pieno il senso, tutto quello che si doveva dire sta scritto sopra.

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  1. Austria sounds like Florida | Black Milk Magazine

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