Peter e l’olocausto dei pensieri sensati

The Only Ones – s/t (Columbia, 1978)

[questa recensione è stata originariamente pubblicata almeno 5 anni orsono, ma visto il recente trip totalizzante per Perrett e gli Only Ones, sembrava quasi necessario riesumarla e regalarle una terza, quarta, quinta giovinezza]

La curiosa attrazione per un edificio diroccato.
La voglia irrefrenabile di un sapore ai limiti del fastidioso.
L’impulso febbrile di mandare in malora una situazione solo per vedere “cosa succede se…”.
La perfetta bellezza irrisolta di una donna con un difetto fisico.

Potrei continuare per un bel po’. L’unica verità, comunque, è che questo è un disco borderline, con più di un piede oltre la linea scura, quella che sarebbe meglio non oltrepassare. E’ come vedere gli istanti appena precedenti a un evento disastroso e sapere che non ci si può proprio fare nulla. E lasciarcisi trascinare in caduta libera, ché intanto non vale la pena agitarsi per combattere l’ineluttabile.

The Only Ones è un pezzo di vinile che non può viaggiare separato da cosette come So Alone di Mr Thunders o Wildweed di Jeffrey Lee Pierce. Quasi come tre fratelli di sangue, sembrano chiamarsi e non è facile resistere alla tentazione di ascoltarli uno di fila all’altro. Certo, poi ne uscirete come materassi da discarica… stracciati, sporchi più dentro che fuori, pronti a incendiarvi per un nonnulla. Carburante per anime instabili. O mitologia a buon mercato. Ma alla fine che differenza c’è? Certe robe o ce le hai incrostate sui globuli rossi, o le lasci passare con una scrollata di spalle. E magari ti fa anche bene, per carità…

Questo disco è un paradosso, un ossimoro in vinile nero. Provate a pensare a un prodotto che nasce con l’intento di confezionare il disco popglam perfetto e viene ficcato a forza nel carrozzone punk rock: sembra una gran cazzata, ve lo dico io per primo. Ma con un Peter Perrett alla Stratocaster, con quelle sue giacche leopardate e le All Star, c’è poco da scherzare.
“The whole of the law” è spossante come quei pomeriggi di 15 anni fa, un po’ arrugginiti e nebulosi, in cui il pulviscolo in sospensione si confondeva con l’ombra che calava sulla retina, mentre la botta saliva, lenta come un bacio imbarazzato.
“Another girl another planet” ha la bellezza evanescente del rock drogato, della voce stonata da Mickey Mouse sull’orlo dell’overdose, di un paio di solo di chitarra che ti si infilano sotto al primo strato di pelle e rimangono lì a infettarsi.
E così a continuare, per altri otto quadretti sbavati e un po’ naif, dipinti con la mano tremolante e il respiro affannoso.

Il casino è che, ad ascoltarlo con attenzione, ti prende per la gola. E stringe, finché il principio di asfissia non ti fa tornare alla mente qualche ricordo.
“Only ones”… tutti forse siamo stati un po’ “only ones”. O abbiamo creduto di esserlo, no? Diciamo che è come essere in riva al fiume, un pomeriggio di settembre, uno di quelli caldi in cui giri in maglietta e blue jeans. Hai il tuo bandanna viola al polso, gli occhiali da sole per ripararti gli occhi dalla luce, visto che ancora non si sono ripresi da ieri notte. E intanto hai le pupille talmente contratte che non vedresti nulla lo stesso.
Cammini prendendo a calci qualche sasso e aspetti che la persona che è con te ti raggiunga. E ti domandi chissà perché certe ragazze non capiscono quando è il momento di stare semplicemente in silenzio, a guardare i rami secchi che galleggiano sull’acqua verde. E i sacchetti dell’A&O, impigliati alle canne che crescono sul bagnasciuga di melma, immondizia e ciottoli.
Poi lei arriva, mentre tu ti sei già seduto e hai stappato una Eku28 con l’accendino; te ne ruba un sorso e ti passa un dito sull’avambraccio. Le piace sentire la pelle che hai lì, dice. Poi però piange e ritrae subito la mano. E tu continui a domandarti perché sei in quella situazione. Poi ti viene in mente che le birre le ha pagate lei, che l’altra sera ti ha portato in giro lei con la sua macchina, che quando ti servivano quelle cinquanta carte te le ha prestate lei e non te le ha nemmeno richieste indietro. Smetti di chiederti “perché?” e inizi a pensare a come sganciarti, prima che faccia sera. Certo, sei un po’ una puttana quando fai così, ma non ti disperi più di tanto: non hai nemmeno vent’anni, sei invischiato negli anni Ottanta e nel cervello ti rimbomba l’inizio di “Detention home” in loop. Ta na na na na na nana na nana naaaa. Non puoi pretendere troppo da te stesso. Per questo hai tempo.
Così le chiedi altre venti carte da mille, le asciughi un lacrimone col bandanna e le chiedi di portarti a casa. Scendi dalla sua Panda bianca, aspetti che se ne vada e fai l’unica cosa giusta: ti incammini verso il centro trascinando un po’ i Marten’s sull’asfalto.
In testa hai sempre “Detention home”, hai quelle due banconote da dieci, un paio di amici da scovare al biliardo, una stagnola piegata nel portafoglio e un po’ di nausea, che ti fa sentire come Johnny Thunders.
E domani le asciugherai ancora quei cazzo di lacrimoni, magari con la manica del chiodo; “finché dura”, dici tra te e te, “dura”. Poi ti arrangerai. In fondo sai già che non è di lei che hai bisogno: sei troppo incazzato e confuso, come un cinghiale scappato da una gabbia. Il privilegio dei vent’anni e l’olocausto dei pensieri sensati.
Only ones. Cose che passano, ma in fondo ai pensieri rimangono.

Due soli errori, madornali, si possono compiere ascoltando questo disco. Il primo è pensare che sia troppo legato al punk che impazzava proprio nel periodo in cui uscì e – di conseguenza – trovarlo moscio, poco energico e… poco punk. Il secondo errore è quello di affrontarlo senza quel po’ di tumulto interiore che – purtroppo – solo qualche anno sulle spalle e un po’ di cicatrici possono donare.
Per tutto il resto, non ci sono più parole.

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