Erano gli unici. Gli unici

The Only Ones – Even Serpents Shine (1979/2009, Sony)

Li si trova spesso – se non sempre – incasellati tra i gruppi dell’ondata punk inglese iniziata nel ’77, ma di punk gli Only Ones non avevano molto. Certo, l’attitudine del leader Peter Perrett è sempre stata punk rock, ma nella stessa maniera in cui lo è  quel soggettone di Keith Richards: si parla di modi, maniere, fattanza e strafottenza. Non di rock’n’roll scassone, veloce, adolescenziale e senza assoli.

Il punk rock è una presenza tangibile praticamente solo – e non in maniera totalizzante – nel loro omonimo debutto, quello con il brano che li ha consegnati alla storia del rock e ne ha fatto materiale da enciclopedie scaruffiane (oltre che materiale da jingle per campagne pubblicitarie di telefonia mobile): “Another Girl, Another Planet”.
Ma in questo secondo lavoro del 1979 la musica cambia, in metafora e di fatto. Cambia nel senso che il punk resta a livello di energia e formicolio nello stomaco, ma il sound muta in una forma rock/wave onnicomprensiva, come una palla di paraffina fatta rotolare nei detriti di tutto ciò che la classicità rock’n’roll è stata prima del 1979 e poi impastata a mano dall’elegantemente intossicato mr Perrett.

A ben ascoltare ci sono diversi punti di contatto con il Johnny Thunders solista – soprattutto nelle ballate robbose (su tutte “Inbetweens”, da pelle d’oca, come una “So Alone” più rifinita e stonata, imbastardita con la dylaniana “All Along The Watchtower”) – ma Perrett ha una sensibilità più raffinata, tipicamente British.
Comunque possiamo spingerci oltre e lasciarci andare al delirio proto-mistico, durante cui è naturalissimo scorgere, nella collezione degli 11 pezzi di Even Serpents Shine, un’unico oppiaceo e ancestrale filo conduttore. C’è il gusto amaro dell’eroina che ti si pianta in gola, l’odore polveroso e caldo dei mobili antichi (chi conosce la biografia di Perrett capirà il riferimento, per gli altri – perdonate – resterà una boutade senza senso, ma è ok), il sound del Keith Richards più sperimentatore e vacillante, l’agrodolce della Londra post punk.

Non è un disco facilissimo, oltretutto: sia chiaro. I pezzi sono solo apparentemente banali, e sfido chiunque a imbracciare una chitarra e a tirarne giù uno con la stessa leggerezza con cui potrebbe imparare un brano – per dire – degli Adverts in pochi minuti. E poi c’è la voce di Perrett, un miagolio (quasi) sempre stonato, una roba che se ti fa schifo non c’è verso, ma altrimenti ti fa innamorare e basta (ancora: Johnny Thunders, anyone?) .

Questo è genio: è chiaro. Il genio della specie più tragica e trucida, quello che manda a puttane tutto senza nemmeno capire cosa sta facendo (gli Only Ones sopravvissero solo per un ulteriore album, poi si sciolsero ingloriosamente nel 1982). Quel genio che ci piace da impazzire, perché sembra lontano da ogni fighetteria e fa sentire un po’ geni anche noi, che non abbiamo mai combinato un cazzo.

[Se proprio non avete testa/voglia/possibilità di investire 7 euro o poco più per la bella ristampa con tre bonus track  uscita lo scorso anno, QUI trovate gli mp3 dell’album]

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2 commenti

  1. Che bell’ articolo…li stò (ri)ascoltando da qualche giorno..il primo e il live del 78 uscito per la Demon/Edsel di anni fà (vinile comprato per corrispondenza quando ancora acquistavo i ‘pacchi’)..davvero pungenti.

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  2. Mario

     /  giugno 12, 2010

    Appena li ho ascoltati ho pensato: Thunders di So alone + Allalongthewatchtower + Blackmore nei Rainbow + Cream di white room.

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