I crimini pop di Rowland

Rowland S. Howard – Pop Crimes (Liberation, 2009)

Laggiù in basso è sempre stato il luogo migliore.
Laggiù in basso non importa chi tu sia.
Laggiù in basso la Redenzione non ha senso.
E Rowland lo sa.

È laggiù in basso che Rowland S. Howard ha incontrato quel lucignolo di Mick Harvey e quel riccio nero di Re Inchiostro. Hanno fatto feste di compleanno per pregare con il Diavolo e lui – il signor Lucifero – li ha sfamati, viziati e dipinti di pece.
Dalle caverne dell’ isola Australia ai sobborghi di Londra fino ai cieli grigi di Berlino, le anime dannate hanno continuato a seminare tossici verbi oscuri e ferrose cantilene tribali. Poi tutti, come spore nocive, si sono distanziati dal nucleo: chi per buttarsi su crimini e soluzioni o per ricercare l’immortalità dell’ anima, chi per moltiplicare semi cattivi e tenebrosi sonetti.

Ma adesso Rowland, dopo tanti anni, ha fretta. Quelle poesie criminose irrompono dentro il petto, spingono qualcosa giù all’ inguine e pulsano in grembo; insostenibili per un corpo ormai malato.
Già, Rowland ha il cancro, dritto dritto dentro al filtro.

Pop Crimes, che esce 10 anni dopo il primo disco solista (Teenage Snuff Film), è l’ ultimo atto della sua opera. Un necrologio autobiografico che per consapevolezza pare voglia toccare corde diverse, allontanandosi da quel mondo dove solo le bugie sono reali. Ma la pece di Rowland non si lava via tanto facilmente, le oscurità ramificate sono troppe e in tanti momenti del disco i tenui bagliori spariscono del tutto.
Eppure in queste ultime ore Rowland ha deciso di uscire dagli stretti cunicoli ed è venuto in superficie, nella terra degli scorpioni.

Qualcuno ricorda il Leonard Cohen di Natural Born Killers,  con quella voce così densa e conturbante: ascoltatevi il lento incedere della meraviglia che apre l’ album “(I Know) a Girl Called Jonny”… non vi sembra di essere insieme a Mickey e Mallory Knox quella fatidica notte con lo sciamano ?
Lo stesso accade ancora con “Shut Me Down”, ma prima dell’ irreparabile la voce di Rowland si spinge oltre: ostenta malinconia, toccando la signora polvere di Howe Gelb e il triste pop di Edwyn Collins. Una nuova magia.
Forse proprio per questi nuovi poteri o per la sua anima wave dura a morire, o forse più semplicemente in omaggio alla musica dei suoi soggiorni londinesi degli anni Ottanta, ma nella testa di Rowland prende forma una cover impensabile : “Life’s What You Make It” dei Talk Talk, con una linea di basso profonda, incisiva e legnosissima di J.P. Shilo e il monolitico ritmo rallentato del compagno Mick Harvey. La sezione ritmica permette all’ artista malato di sfogarsi con i suoi ferri riverberati, trasformando la canzone in una discesa negli inferi degna dei migliori voodoo.
Un’ipnosi che continua con il pezzo che dà il titolo all’ album, “Pop Crimes”, una “In a Gadda Da Vida” sciolta nel maelstrom – da perderci il lume.
Ma gli omaggi non finiscono qua; c’ è anche “Nothin'”, la suggestiva ballata di TV Zandt, trasformata in una lentissima ode funebre, in odor di quello che sarà.

Il trapianto di fegato è pronto, ma si sa come vanno queste cose. Meglio correre a registrare, almeno qualcosa resterà. Poi tornerò giù tra le morte radio che trasmettono in gotica trama.
Per sempre.

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