We believe in The Sleeves

“Marco Cheldi ci credeva e io credevo in lui e a casa prendevo
la mia chitarra e provavo a fare i pezzi degli X e dei Germs e pure ‘Always The Sun Go Down’ degli Sleeves”
(Gianni Miraglia)

Genova sarà anche La Superba, ma persino i suoi più ciechi innamorati non potranno mai negare un dato di fatto: incontrovertibilmente non è Los Angeles. Eppure – a testimonianza di quanto sia un posto un po’ speciale, ma anche di come il rock riesca a fare magie con noncuranza disarmante – per qualche anno, in una porzione sotterranea (ma non troppo) della Superba, si è conficcata una scheggia di puro sound paisley, più losangelino di Hollywood Boulevard, più californiano della California.

The Sleeves era il nome del gruppo, che ruotava intorno alle figure dei due fratelli Marco e Carlo Keldi (all’anagrafe più semplicemente Cheldi) e Luciano Cerellini, musicisti carismatici, con una visione pura e nitida di ciò che volevano fare: il rock underground torrido, un po’ punk, un po’ Sixties, caldo come un sorso di tequila, quello che da sempre solo Los Angeles e i suoi sobborghi sanno partorire. Blasters, Gun Club, X, Dream Syndicate… capita l’antifona?

Il mio incontro coi The Sleeves, che nascono a metà degli scintillanti anni Ottanta, è stato molto tardivo (intorno al 2000) e casuale; mi trovai ad acquistare i loro due dischi (vinile: un LP e un Mini) senza sapere di cosa si trattasse. Una di quelle illuminazioni che ti colgono mentre frughi negli scaffali dell’usato e che spesso ti fanno portare a casa emerite porcherie; ma a volte ti regalano tesori inaspettati, come in questo caso. Con poche migliaia di lire feci miei Five Days To Hell e Sadness Boulevard e ne rimasi fulminato. In particolare dal primo, l’album, che mi parve da subito eccezionale. Unica pecca: non trovavo nessuno che mi dicesse chi erano questi genovesi. Confesso che ebbi anche la tentazione di chiamare il numero di telefono di Marco Cheldi, segnato sul retrocopertina (eh già: la posta elettronica non c’era negli anni Ottanta), ma mi trattenni: erano passati più di 12 anni dall’uscita del disco e chissà cosa era successo nel frattempo…

Posto che aveva vinto la timidezza, mi rassegnai all’ignoranza. Ma, in fondo, mi restavano in mano quei due cerchi neri da 12 pollici ciascuno di diametro: in totale 15 brani, 13 originali e due cover pazzesche – la classicissima “I Had Too Much To Dream Last Night” degli Electric Prunes e “Cookbook”, dei più esoterici The Damnation of Adam Blessing.
Due vinili intrisi di paisley così viscerale e sentito che, se non ci fosse stato palesemente scritto che – cazzo! – se volevi far suonare i The Sleeves dovevi chiamare Marco a un numero con prefisso di Genova o scrivergli in via Serrato, avresti detto che emanavano quell’aroma croccante e statunitense che solo i lavori d’oltreoceano possedevano. E non si discuteva.

Non deve essere stato facile, per un gruppo come loro, iniziare a macinare palchi e chilometri qui in Italia.
Se lo ricorda bene Gianni Miraglia (autore di Six Pack), che evoca così i The Sleeves d’annata, nella cornice genovese: “avevano un sound alla Dream Syndicate, con le cover degli X e Alley Cats dal vivo che capivamo in venti, alle varie feste dell’Unità o concerti alle due di notte. Io ero una specie di groupie perso nel mulino a vento del grande Marco [Cheldi – n.d.Andrea]. Era una specie di Elvis magro, col ciuffo un po’ come lui, e nel 1980 è stato il primo a Genova a girare con il cerchio blu dei Germs sul giubbotto. Era per l’America immaginata, emarginata – non è un gioco di parole; per farti capire, sulla chitarra aveva scritto ‘Real Child of Hell’. Pensa tutto questo a Genova… un gran figo e stava parecchio sul cazzo a qualcuno che suonava pure lui”.

Il mito dell’America loser, il punk e il rock, gli X e Steve Wynn, i Germs e l’intimismo vagamente psichedelico. Una miscela difficile da maneggiare per noi topi del Belpaese, ma non per i fratelli Cheldi e i loro compari.
Certo, per fare questa roba in maniera credibile devi avere le palle musicalmente, ma anche a livello di attitudine. E infatti sempre Gianni Miraglia ci regala un aneddoto iconico: “L’apice del mio sogno Sleeves è stato un notte in una discoteca. Era un concerto d’inverno, e Marco piazza la bandiera americana sui Marshall, citando Patti Smith. Addirittura parla in inglese. Mi ricordo di un tossico che ballava con le tarantole dell’eroina addosso, poi Marco fa la cosa più rock che puoi fare se ti senti incompreso (che Genova non è in California): tira fuori il coltello a scatto e comincia a segare le corde della Gretsch gridando contro il padrone del locale. Io mi sarei fatto una sega, era vero rock’n’roll”.

Non c’è più molto da dire, di fronte a quanto sopra. Ma – fortunatamente – abbiamo modo di dare la parola a Marco Cheldi in persona, che ha acconsentito a farsi intervistare da Black Milk e che – per la gioia mia, di Miraglia e di molti altri – dopo un periodo sabbatico è ancora in pista, così come lo sono i The Sleeves. Ecco cosa ci ha raccontato.

Domanda banale, ma evergreen: come e in che anno si sono formati i The Sleeves?
Terminata l’esperienza con gli Establishment nel 1981 andai a vivere a Londra per tre fantastici anni, facendo i lavori più disparati; feci esperienza suonando il basso e tornai in Italia nel 1984, formando The Sleeves assieme a mio fratello Carlo, alla chitarra.

Agli inizi avevate già lo stesso sound e profilo musicale che si può ascoltare in Five Days To Hell o vi dedicavate ad altre sonorità?
Il nostro suono è sempre stato lo stesso sin dall’inizio: molto americano, desertico…

Come siete venuti a contatto con la Cobra, l’etichetta che ha pubblicato i vostri due vinili?
Registrammo un demo e lo spedimmo ad alcuni giornalisti e a un paio di etichette. La Cobra, di La Spezia, ci contattò quasi subito e ci fece girare su e giù per la penisola, ma solo l’anno dopo registrammo – a Modena – l’album Five Days To Hell… dopo aver partecipato ad Arezzo Wave e Rock Targato Italia siamo entrati in studio per registrare il 12″ Sadness Boulevard, nel 1988.

Nell’LP è ringraziato Paul Cutler: c’è qualche aneddoto dietro o è semplicemente un attestato di stima?
Paul Cutler e mio fratello si conobbero a Los Angeles nel 1985; Carlo rimase talmente impressionato dal suo stile chitarristico che gli fece una dedica… e finalmente nel dicembre 1988 suonammo prima dei Dream Syndicate.

Avevate molte occasioni di suonare dal vivo? Ricordi qualche concerto in particolare per aneddoti peculiari o semplicemente, magari, perché avete suonato con qualche altra band leggendaria o di culto?
Suonammo prima di Thin White Rope, Mudhoney, Russ Tolmann, Graham Parker, Green on Red, Dream Syndicate, Litfiba, Big Fat Mama, Dee Dee Ramone, Russ Tolmann. Sempre in quegli anni il nostro manager, che era lo stesso di The Gang, ci fece aprire i  loro concerti. In un solo anno avevamo fatto  più di 150 concerti di concerti, ovunque e a qualunque costo. E infatti il disco superò le 10.000 copie vendute.

Sempre nell’LP tu suoni la chitarra oltre a cantare; nel 12″, invece, nel retrocopertina sei indicato come bassista e cantante. E’ un caso, hai dovuto semplicemente sopperire alla mancanza di un bassista o che altro?
Ho sempre suonato il basso con Luciano Cerellini, il nostro primo batterista… dai tempi del punk, lo ricordo con nostalgia: un giorno decise di smettere per qualcosa di più sicuro…

Dopo il 12″ Sadness Boulevard del 1988 cosa accadde ai The Sleeves? L’unica notizia che ho trovato è che nel 1996 è uscito un nuovo album (un cd intitolato “Estremo limite di niente”)… ma in quegli otto anni di buco cosa è successo?
Pino Parello, al basso, entrò a far parte del gruppo. Suonammo ancora per promuovere il disco, ma i rapporti con l’etichetta si erano logorati. Avevamo registrato abbastanza canzoni per un terzo disco, ma non se ne fece niente.
Negli anni Novanta – con nuovi musicisti come Fabio Reggio al basso e Salvatore Camilleri alla batteria – registrammo altre canzoni per un cd in italiano chiamato Estremo limite di niente, che ottenne ottime recensioni. La morte del pianista Silvio Noto che suonava con noi sin dal 1990 ci sconvolse a tal punto che decidemmo di smettere… Fabio Reggio andò a vivere a Londra, mio fratello inziò a suonare blues acido e io me andai in Sud America a vivere.

A quanto vedo ora i The Sleeves sono in attività, dopo un lungo periodo di silenzio: è una reunion o cosa?
A dire il vero io e mio fratello non abbiamo mai smesso di suonare assieme; e ora che sono tornato è come se il tempo non fosse mai passato.

Se dovessi raccontare i The Sleeves e la loro avventura in una sola frase, quale sarebbe?
The Sleeves sono Marco e Carlo Cheldi: due fratelli uniti dal rock’n’roll, dalla voglia di vivere e che continuano a suonare dal vivo, con due chitarre, nuova musica mai sentita….

The Sleeves, discografia:

Gettin’ The Fear (demo, 1986, autoproduzione)
Five Days To Hell
(LP , 1987, Cobra)
Sadness Boulevard (MLP, 1988, Cobra)
Estremo limite di niente (CD , 1996, Indie)

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4 commenti

  1. Sono vent’anni che ciclicamente penso agli Sleeves… ero un teenager e rimasi folgorato dalla loro performance a Rock Targato Italia dell’87 o ’88 (non ricordo di preciso) al Castello Sforzesco di Milano, che andò in onda addirittura su Italia 1… ricordo la postura rigida – tuttavia dal sound assolutamente efficace – del batterista… il carisma del cantante… quel suono pulito di matrice americana, ma con maestose sgommate nella merda… ai tempi c’erano pure i Rockin’ Chairs ma erano troppo springsteensiani, quasi una macchietta, per quanto innegabilmente bravi… gli Sleeves erano un’altra cosa, erano i nostri Dream Syndicate (e faccio fatica a trovare complimento migliore).
    Cazzo, grazie Andrea per aver ricacciato dal cilindro questo grande gruppo!

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  2. corrado

     /  maggio 31, 2010

    Eh si ricordo anch’io quella edizione di Rock targato Italia. Tra l’altro possiedo la registrazione su cassetta vhs dello speciale che Italia Uno dedicò alla rassegna musicale.
    Da rivedere!!!!

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  3. a corrà in quel vhs c’erano i corvi gli equipe 84….mancavano solo i pooh mortacci de pippo 🙂

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  1. The days of wine and roses « Black Milk (a fix of)

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