Pop nobile, gioventù svanita e calci nelle palle

cover The Record'sThe Record’s – De Fauna et Flora (Foolica, 2010)

Fottuta gioventù svanita. Da tempo non sono più in palpitante attesa del nuovo disco di questa o quella band. Eppure ero ansioso di conoscere i nuovi passi dei Record’s, di cui ho osannato l’esordio lungo Money’s On Fire proprio su queste paginette virtuali. Il motivo è presto detto: sono fermamente convinto che il trio bresciano abbia ridisegnato la geografia dell’indie-pop-rock tricolore come soltanto i Mojomatics hanno saputo fare negli ultimi 10 anni, seppur con le differenze del caso.

Mantenere inalterata la curiosità, credere nelle proprie idee, suonare il più possibile, “giocare” con professionalità, rimescolare le carte senza paura ma con l’incoscienza dei grandi. Tutte cose per niente scontate nell’orticello del rock italiano (indie e non indie). Tutte cose che i Record’s hanno bene in mente. Talmente bene in mente che il nuovo album De Fauna et Flora lo hanno fatto completamente diverso dal pluridecorato predecessore. Non solo power-pop e simili. Qui dentro c’è il “pop” nell’accezione più alta e aulica si possa immaginare. Che significa Beach Boys, Beatles, Big Star, Summer of Love, folk, calypso, accenti reggae, orchestrazioni barocche mai fastidiose, ecc. ecc.

Già mi sta lievemente sul cazzo chi invoca coerenza nei gruppi e storce il naso quando i suddetti gruppi duri e puri (di che, poi!) osano pascolare in altri lidi. Peraltro ‘sto ragionamento potrebbe valere per gente come i Ramones, che sono entrati nella storia proprio per aver avuto la forza di rimanere sempre uguali a se stessi, e per pochi pochissimi altri. Ragionamento che salta completamente se applicato a quei gruppi che bazzicano la musica pop(olare).

So che il paragone non tiene, ma cercate di pensare per un attimo a Madonna. O, per restare nel nostro campo, ai REM. È indubbio che il sound di Michel Stipe e compagni si sia evoluto moltissimo, lasciando e riprendendo la strada maestra a intervalli quasi regolari. Ecco, mi pare che i Record’s stiano facendo – non so quanto scientemente – un’operazione simile. Mi pare cioè che stiano nobilitando il pop, in maniera a dir poco intelligente, senza dimenticare mai da dove vengono. E in questo non possono che balenarmi in mente gli XTC, forse anche per la spiazzante immagine di copertina che li richiama non poco.

Le 13 canzoni di De Fauna et Flora sono lo schiaffo di un bambino di un anno, che è più simile a una carezza. Non arriva subito, ma quando arriva lo senti eccome, molto più di un uppercut di Tyson.

In proposito permettetemi di raccontarvi una storia.

Tanti anni fa, da bimbo, sferrai un calcio nelle palle a un mio zio. Eravamo in spiaggia. Agosto pieno. Lui rise e mi diede un buffetto sulla faccia. Continuò a sorridere per tutta la mattina, ma a denti sempre più stretti. Poi nel pomeriggio un’ambulanza lo portò al pronto soccorso. La seconda traccia “Rodolfo“, nel suo morbido levare che sa di sole e mare, mi ha riportato indietro nella memoria a quel giorno lì quando capii che volevo solo tornarmene dalla mia famiglia. Allora non sapevo quale sarebbe stato il mio “destino musicale”, escludevo che avrei ghignato a morire coi Weezer, volevo solo correre sull’asfalto bollente in sella alla mia BMX tarocca e tornare dai miei (“I Love My Family”). Ricordo che piangevo e la calma di mia madre, il suo abbraccio caldo, delicato, accogliente, come in un video dei REM che avrei visto anni dopo (“Panama Hat“). Poi mi addormentai ancora singhiozzando. Mia madre era sempre lì a tenermi la mano cercando di minimizzare con dolcezza (“Turtles Will Mind Your Fate“). Quando riuscii a calmarmi e realizzare che potevo stare solo, lei uscì dalla stanza (“We All Need To Be Alone“) e io sprofondai in un sonno felice, popolato da lenzuola color crema e margherite grosse come cocomeri (“Don’t Go To Bed Angry“). Al risveglio ero un altro bambino, nuovamente spensierato. Era stato più facile di quanto credessi dormirci su e venirne fuori (“Easy Way Out“). Mi sentivo come dopo una doccia ghiacciata alla fine della consueta partitella di mezzogiorno tra la prima fila di ombrelloni e il bagnasciuga (“Call Of The Ice“). Eppure temevo ancora mio padre. Pur sforzandomi di rimuoverlo, avevo sempre frantumato un testicolo a suo fratello. Ma nel preciso istante in cui entrò nella mia camera, capii che tra lui e quel fratello con un coglione malandato non era mai corso buon sangue (“New Gear, New Feel“). Lo appurai appena mi tirò su con le sue braccia forti e mi stampò un bacio in fronte, imperioso come un Bronzo di Riace (“Colossus“). Così affondai nella sua barba sentendomi al sicuro, definitivamente al sicuro, mentre una pioggia delicata innaffiava dolcemente il giardino al di là della finestra (“Rain Down”).

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