Smells like (Springs)teen spirit

Titus Andronicus The MonitorTitus Andronicus – The Monitor (XL Recordings – 2010)

Difficilmente un gruppo con un nome così di merda può fare strada. Me li immagino in qualche talk show americano stile Letterman in cui il conduttore li annuncia sul palco e al modo in cui viene storpiato il loro nome. “Hai sentito i Taitus and Veronica?” diranno le casalinghe di Las Vegas di fronte a un frappuccino alla vaniglia autunnale da due litri, da Starbucks.

E invece mi sbaglio perché questo gruppo merita rispetto e successo. Sul secondo aspetto sarà il tempo a decretarlo, ma sul primo, lasciatemelo dire, non v’è alcun dubbio perché la scelta di fare una sorta di concept dedicato al momento fondamentale e più controverso della storia americana – e cioè la loro Guerra Civile – è un vero e proprio atto di coraggio che merita rispetto “per Dio!”.

Questo album è un vero manifesto sull’America, dell’America e con l’America fatto – però – con gli occhi critici da working class, che di solito della guerra hanno pareri disillusi e lontani anni luce dal patriottismo di regime o di malattia mentale (a stento considero amici i miei vicini, figuratevi se mi passa anche solo per l’anticamera del cervello di morire per della gente che vive di fronte alla strada o in un’altra città).

Tutto sto preambolo… e la musica?

Il preambolo, in realtà, serviva anche per dare qualche indizio sulla musica di questo gruppo del New Jersey. Ricapitoliamo gli indizi: America, working class, New Jersey non vi viene in mente niente? Ebbene sì i Titus Andronicus hanno in Bruce Springsteen una musa ispiratrice che viene a galla in dettagli come la voce in alcuni passaggi “più rochi” e le svariate citazioni presenti nell’album: in “The Battle of Hampton Roads” viene proprio citato il suo nome”; in “A More Perfect Union” viene rivista in chiave pessimistica la frase musicale e il testo di “Born to run” (“Baby we where born to die!”). In questo alveo di ispirazione troviamo anche gruppi come Arcade Fire e Akron Family, tanto per intenderci.

Non mancano i deliri squarciagoleschi da festa di San Patrizio carica di birra alla Pogues, ma del resto gli irlandesi sono tra le etnie fondanti del “crogiolone” sociale americano, come ad esempio in “Titus Andronicus Forever” dove la frase “the enemy is everywhere” viene intonata proprio come farebbe la squadra di poliziotti di Chicago durante una sessione notturna al dopolavoro piedipiatti.

“Theme from Cheers” sa di balera americana del Midwest con i cessi intasati e i distributori di ghiaccio sul portico davanti.

Ho dato un’occhiata in giro per vedere cosa si dice di questi simpatici ragazzi del New Jersey e ho trovato molte recensioni in cui si grida al capolavoro e molte altre in cui si grida al capolavoro mancato. La principale critica che viene mossa a questa opera da parte di coloro che lo trovano un capolavoro mancato (nessuno parla di disco non valido, comunque) è quella di essere il regno dell’esagerazione: brani troppo lunghi, troppo vari, troppi assoli, troppa voce storpiata.

Il mio giudizio?

Secondo me questo album è assolutamente…

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