Welcome to Tupelo, Lombardia

tupelo7Tupelo – Little by Little/Vortex (7″, Vinza, 1993)

C’è un posto, che non starò a nominare, dove con una mezz’ora di tempo fra le mani e una quindicina d’euro in tasca, è possibile assistere a minuscoli miracoli del rock’n’roll. Minuscoli perché sono piuttosto piccoli anche di dimensione (sette pollici di diametro), sottili, spesso contenuti in copertine di carta ingiallita e fotocopiata. E con 5 euro l’uno ci si toglie la paura, oltre che lo sfizio. Trovatemelo voi un miracolo a 5 euro, intanto, se siete capaci.

In uno dei miei raid settimanali mi sono trovato in mano, tra le altre cose, questo manufatto oramai quasi mistico. Già: la primissima prova dei Tupelo di Stiv Livraghi  (R.I.P.), in forma di 45 giri autoprodotto in edizione di 500 copie (la mia è la 356, stando al numero scritto in pennarello rosso sull’angolo sinistro del retro)  risalente al 1993 – che fino a un minuto fa mi pareva l’altro ieri, ma il 1993 era 17 anni orsono. Cazzo.
Un 7″ che solo a guardarlo ti racconta tantissimo; a partire dalla grafica, coi caratteri impressi da una stampante ad aghi, la cornicetta nera fatta inequivocabilmente con china e righello, il centrino del disco con due adesivi applicati successivamente. Già, erano “quei” tempi, in cui ci si arrangiava e – in media – si badava un po’ di più alla sostanza. E poco importava se la china aveva sbavato o se le scritte sembravano ritagliate da un modulo del Comune di Castellazzo Bormida, perché quello che contava era la musica. E basta.

Ok, finita la tirata da vecchio cretino, passiamo al disco.
Due brani due, nella tradizione classica del singolo vinilico, velocità 45 giri – già questo è un segnale preciso e forte, se contestualizzato nei Novanta, quando il 7″ era una succursale sfigata del 12″ e si tendeva a metterci dentro più pezzi possibile, facendo girare il tutto a 33 rpm.
Suoni spigolosi, ma nitidi e puliti: lucidi, taglienti, con appena un velo di noise e feedback – elementi che emergeranno maggiormente poco dopo, tanto da divenire una componente fondante del Tupelo-sound. Questi due brani sono, piuttosto, limpidi esempi di blues miasmatico che incontra la schizofrenia del punk e del rock maledetto, ma tende a mantenere orgogliosamente la propria personalità. Quello che ne scaturisce è un mix letale, ma nitido. Si respira più l’aria mortifera del deserto, chiara e secca, piuttosto che quella – che pur arriverà nei loro lavori – dei vicoli più vomitevoli dell’inferno.

Queste erano le Origini (maiuscolo). Da qui nacque tutto; peccato che sia durato poco e che qualcuno non sia più nemmeno qui a raccontarlo. Per citare Franco Lys Dimauro, questo era un gruppo “impastato nelle paludi dello swamp blues più blasfemo ed imbevuto nell’inchiostro che vergò le pagine più decadenti del rock australiano (Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Bad Seeds, Crime and the City Solution), il suono dei Tupelo era pura vertigine NOIR”. Già…

Discografia:

Little by Little/Vortex (7″, Vinza, 1993)
Soundtrack for Liquors
(MCD, Vacation House, 1995)
You Doo Right (7″ allegato alla fanzine Urlo)
An Easy Truth (7″ split con Strawberry Park, Vinza, 1995)
In the Fog (CD, Vacation House, 1996)

[Chiedo venia a chi legge e alla band, per la foto indegna della copertina, presa col cellulare in una serata di scazzo]

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La pagoda bianca non perdona

pagodaWhite Pagoda – Chair Evolution (Not Design) (UFO HI-FI, 2010)

Ecco. Quando arrivano dischi come questo, per qualche minuto la mia fiducia nel potere del rock’n’roll si rinnova e riluce del suo antico splendore ormai appannato (altro…)

Il crimine in stereo paga

crimestereoCrime in Stereo – I Was Trying To Describe You To Someone (Bridge Nine Records, 2010)

Adesso posso mandare le orecchie in ferie, ho trovato il mio album preferito del 2010 (temo me lo sentirete dire altre volte, la coerenza non è il mio forte vi avverto).

Ma cosa gli ha preso a questo gruppo di Long Island che bazzicava il NY Hardcore dei loro compaesani Agnostic Front e Gorilla Biscuits (all’incirca nel 2007 a sentire i loro agiografi) e poi di colpo dal 2007 si è messo a fare tutto un altro genere?

A giudicare dalla loro ultima opera niente di brutto perché I Was Trying To Describe You To Someone mostra come non si sia trattato di una rivoluzione senza legami con il passato quanto una vera e propria evoluzione dai risultati “eccezziunali veramente”.

Una certa vena hardcore batte ancora nell’album, ad esempio nel tono raschiato della voce e in qualche cambio di ritmo forsennato, ma i riferimenti della band sembrano essersi spostati di un bel po’ dai loro precedenti colleghi di stage diving.

Ci sono infatti riferimenti a band come Jane’s Addiction (e Porno for Pyros del solito Perry Farrell) in “Exit Halo” un capolavoro di pezzo, con finale alla Shellac che nemmeno Zio Albini avrebbe orchestrato meglio. Ma non mancano gli ammiccamenti al nu metal stile Linkin Park e POD soprattutto per la voce, il tipo di cantato, anche se i pezzi restano sempre freschi e mai ridondantemente e baroccamente rifiniti di inutili orpelli sonori (come quest’ultima frase ad esempio).

Ho addirittura avuto la sensazione di sentire degli echi di Smashing Pumpkins dei primi due album nella ballad minima “Young”, voce a parte che qui è molto più graffiante e disperata di quella fighetta (benedetta) di B. Corgan. Ecco, da questo ennesimo paragone avrete capito che i Crime in Stereo, oltre a solluccarmi e rendermi curioso pezzo dopo pezzo mi fanno pure incazzare, perché si ha sempre la sensazione che la loro musica sia così zeppa di riferimenti diversi da non riuscire a beccarli tutti: intendiamoci, il risultato finale è comunque un prodotto – e un suono – che non ti fa gridare al plagio di un gruppo in particolare.

In alcuni momenti può venirti la sensazione di essere davanti al gruppo che fa la colonna sonora del film per adolescenti in stile Twilight (con i loro Death Cab for Cuties), tanto le linee melodiche tendono a essere piacevolmente ascoltabili, ma poi fortunatamente arriva sempre il colpo che non ti aspetti che porta il brano a virare verso il non consueto e ad affascinarti come il difetto della persona che ami e che per questo te la fa amare ancora di più.

La produzione in generale presenta delle soluzioni sopraffine: il suono della chitarra non è monotono e varia da pezzo a pezzo; sentite ad esempio “Not Dead” (il cui ritornello vi resterà in testa per degli anni) dove compare il suono pompato alla Helmet, ma anche quello pulito alla Minutemen, o l’arpeggio “mezzo e mezzo” con il suono delle dita che strusciano sulle corde da brano dei Nirvana in attesa di esplodere.

Comprate questo album, cribbio! Fatelo per il vostro bene: non dovrete più ascoltare altra roba nuova per quest’anno e potrete così risparmiare un sacco di soldi.

The Alkemist Fanatix Pack

divineCheap Vudu – Counter of Pain (demo) * Necromid – The Sleep Of The Reason (Alkemist Fanatix, 2009) * Nefertum – Revered Lames (Alkemist Fanatix, 2009) * Winter Haze – The Storm Within (Alkemist Fanatix, 2009) * Guilty’s Law – Total Insanity (Alkemist Fanatix, 2009) * Firestorm – Web of Deceit (Copro Records, 2008) * Divine Lust – The Bitterest Flavours (Alkemist Fanatix, 2008) (altro…)

Omini verdi sul pianeta Terra

OMINIL’invasione degli omini verdi – Nel nome di chi? (IndieBox, 2010)

Sono in giro da qualche anno e ho il netto ricordo di averli già recensiti tempo fa, questi L’invasione degli omini verdi (complimenti per il coraggio: un nome davvero sopra le righe…). A parte questo, si sente senza alcun dubbio che la band ha esperienza e ore di volo alle spalle (altro…)

R’n’r according to Slash

big_slash

Slash – s/t (EMI, 2010)

Ci voleva il ritorno di Slash – in grande stile peraltro: fuochi pirotecnici e super ultra mega special guest all inclusive – per riascoltare un po’ di rock’n’roll con gli attributi (altro…)

Snook’n’Roll

snooThe Snookys – Set The World on Fire (Making Believe, 2010)

Punk rock’n’roll è il verbo e il credo di questo cd made in Snookys – giovane band bergamasca (altro…)

We Will Rock You…

cottoMassimo Cotto – We Will Rock You (Bur Rizzoli)

Il titolo non mi allettava particolarmente e mi ha fatto subito pensare all’ennesima monumentale biografia delle reginette di Freddie Mercury. Poi il mio sguardo ha deviato sul nome dell’autore, un flash: era proprio il Massimo Cotto, decano dell’affaire rock and roll, che conduce quelle istantanee pillole di saggezza radiofonica su Capital Tribute, svelando e dissotterrando (da buon critico undertaker, più che underground)  i segreti e i retroscena che si nascondono dietro celeberrime hit del passato remotissimo e più recente.

Ebbene, tali perle sono state messe nero su bianco e – come indica la quarta di copertina – ne sono scaturite “709 storie su canzoni di ogni genere e stile. Belle, commoventi, vere, verosimili, folli, assurde, incredibili. Storie che ti restano dentro per sempre, che ti accompagnano per strada e che tieni in tasca come portafortuna. 709 storie per una compilation gigantesca da cui lasciarsi incuriosire, trascinare, incantare”.

Questo è stato il segnale di fumo definitivo. Dopo di che, non mi restava che dirigermi alla cassa, contante in mano, e mille e più segreti bui e misteri di storia del rock and roll sotto al braccio.

Il libro è enciclopedico e non vi preoccupate: troverete anche le vostre canzoni  e ballate  preferite. Ma attenzione… non è detto che quello che leggiate vi farà piacere: il più delle volte dietro a canzoni intoccabili con cui avete, ad esempio, spudoratamente broccolato o mosso il culo forsennatamente o pogato fino a diventare un livido totale, o ancora durante l’ascolto delle quali si sono consumati i vostri giovani sogni e  le vostre visioni, ebbene tali perle sonore spesso nascondono dei tristi, grigi e meschini retroscena.
Al contrario canzonette commerciali, di quelle che appena le sentite cambiate stazione radio, hanno avvincenti retroscena e vicende degne di uno autore hollywoodiano. Ma non vi rovinerò le sorprese

Citando il Boss: “Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti che da tutto quello che ci hanno trasmesso a scuola”
Come dargli torto?

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