The Kill City Files

iggy-pop-kill-cityImmaginate di ficcare un braccio, giù fino al gomito, in una cassapanca zozza, polverosa e scura. Fa un po’ paura, in effetti, ma l’eccitazione di non sapere cosa si tirerà su ha il sopravvento. Stringete il pugno e alzate il braccio. Tra le dita serrate vedete spuntare degli oggetti familiari, che apparentemente non hanno moltissimo senso, messi assieme. C’è il 1977, il logo della Bomp! Records, un camice da degenza ingiallito, un Iggy Pop dallo sguardo vitreo e un James Williamson disintossicato.
Invece c’è una logica in tutto questo. Ed è quella che sta dietro alla genesi di uno degli album meno citati, ma forse più seminali, della storia del Rock – ovviamente il Rock come sappiamo noi: quello che ti segna come una stigmata infernale… mica Bon Jovi.

Per chi ancora non l’avesse intuito, questa è la storia di Kill City, un LP che molti non conoscono nemmeno per sentito dire e che – invece – andrebbe piazzato lassù, nell’Olimpo dei dischi fondamentali.
Come dicono i Turbonegro in “What is Rock” (da Retox): “What is rock? Historians keep nagging about Fun House but me? I think Kill City‘s where it’s at” – un’affermazione di sicuro provocatoria, ma vicina alla realtà. Perché Kill City, nonostante le differenze, sta tranquillamente sullo stesso gradino dell’immenso Fun House. Sono solo due tipi diversi di dannazione. Ma la sostanza è la stessa. Quella di cui sono fatti i sogni più fottuti.

In the beginning…

Questa dunque è la storia di Kill City. E ancora una volta, come la regola vuole per ogni evento in cui Iggy Pop e i suoi compari sono stati coinvolti tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli Ottanta, è una storia per stomaci forti e senza un briciolo di pietà.

Tutto inizia con lo scioglimento degli Stooges nel febbraio del 1974. La band si divide sostanzialmente in due nuclei: Ron Asheton da una parte, Iggy e James Williamson dall’altra. Tutti e tre restano a Los Angeles e tentano di rimettere in piedi nuovi progetti musicali, ma senza fortuna – gli altri si allontanano, occupati in altre faccende o semplicemente allo sbando.
Per Ron i New Order si risolvono in un’eterna promessa mai mantenuta , ma anche gli esperimenti di Iggy e James con Ray Manzarek dei Doors non si concludono meglio. In poche parole: tutto va male a tutti. Gli ex Stooges sono ridotti a mendicare cibo, droga, birra e concerti – il tutto in una Los Angeles ormai poco ospitale per dei rocker come loro.

Il colpo finale giunge con la notizia della scomparsa di Dave Alexander (detto Zander), il bassista originale degli Stooges, che muore il 10 febbraio 1975.
Ron Asheton: “[Zander] Beveva troppo e il suo pancreas si è infiammato. È andato all’ospedale con sintomi blandi, ma il suo sistema immunitario era a terra e così è morto di polmonite. In quel periodo stavo mettendo insieme i New Order e ho saputo la cosa da Jim [Iggy Pop]. Non sono riuscito ad andare al funerale perché ero completamente senza soldi. Eravamo inseparabili…”.

Nonostante Iggy accolga questo lutto con la celeberrima e strafottente frase “Zander è morto, ma non mi importa perché non è più mio amico”, il fatto lo turba e lo costringe a compiere alcune riflessioni sulla propria esistenza, in quei giorni all’insegna di povertà e completa insicurezza – il tutto condito da abbondanti dosi di eroina e quaalude.

Das Kabinett des Doktor Zucker

E’ così che l’Iguana da lì a poco entra in una clinica privata, per farsi curare da specialisti in psichiatria.
In realtà c’è un misunderstanding (alimentato da varie dichiarazioni fuorvianti di Iggy stesso) che si trascina da molti anni, a questo riguardo; è solo l’opera biografica di Paul Trynka ad avere recentemente fatto chiarezza in merito.
Iggy, infatti, non entra di sua spontanea volontà in clinica, ma si trova di fronte a un bivio, per cui questa scelta è il male minore a cui andare incontro.
Ecco come sono andate le cose. Danny Sugerman, il manager di Iggy, una sera d’inizio 1975 riceve una telefonata da un tale dottor Zucker, che molto pacatamente gli parla più o meno in questo modo: “Mi scusi: io lavoro all’ospedale neuropsichiatrico della UCLA, dove sono di turno stanotte. Fino a ora ho ricoverato due Gesù Cristo, un Napoleone Bonaparte e un tizio albino che dice di essere Babbo Natale; adesso la polizia mi ha portato qui una persona che dice di essere iggy Pop e che lei è il suo manager”.
Poche ore prima l’Iguana è stato trovato in stato confusionale, in una tavola calda: il proprietario ha chiamato la polizia che l’ha portato via sbavante – era sotto l’effetto di diverse pasticche di quaalude e aveva perso il controllo. Iggy è un viso noto al dipartimento di polizia di Los Angeles: è stato già arrestato per disturbo della quiete pubblica (oltre che per essersi vestito con abiti femminili, fatto evidentemente considerato un reato anche nella Los Angeles degli eccessi); questa volta le autorità decidono di dargli due opzioni: la galera oppure il ricovero in una struttura specializzata.  E Iggy sceglie la clinica: è un buon modo per evitare di finire in cella e per provare a rimettersi in sesto.

James Williamson: “Proprio verso la fine degli Stooges Iggy era davvero a pezzi. Mentalmente… non stava bene. Ed è finito in ospedale”.

Iggy accetta di buon grado tutte le regole della clinica, dove è costretto a restare per diverso tempo, anche perché i dottori non possono formulare una diagnosi chiara finché non hanno ripulito il suo organismo da tutte le droghe che ha assunto.
Il verdetto finale è ipomania, un disturbo dell’umore i cui sintomi sono emblematici: autostima  ipertrofica, logorrea, ridotto bisogno di sonno, fuga delle idee (che si rinnovano continuamente, tanto che nemmeno il paziente riesce a seguirne il corso), deficit dell’attenzione, agitazione psicomotoria, coinvolgimento in attività potenzialmente dannose o rischiose. Et voilà: il ritratto perfetto dell’Iguana è servito.

Mentre Iggy si gode il soggiorno in ospedale – dove affascina i dottori con la sua personalità istrionica e più volte gioca a manipolare (quasi mai con successo) le sedute di analisi – James Williamson si fa in quattro per restare aggrappato a una carriera musicale ridotta al lumicino. Nel cassetto ha vari brani risalenti agli ultimi mesi degli Stooges (“I Got nothing” e “Johanna”), più altro materiale.
I pezzi nuovi sono frutto di alcuni mesi in cui Iggy e James si trovavano e facevano lunghe jam chitarra e voce; Williamson ha anche contattato John Cale (già produttore dell’esordio degli Stooges) che si è detto eventualmente interessato a lavorare ancora con Iggy.
James Williamson: “Iggy ed io ci avevamo dato dentro pensando ai demo per Cale, perché ci producesse un album. Scrivemmo molti pezzi da mandargli, ma non se ne fece nulla, poi”.

La genesi

L’idea è di registrare un nastro dimostrativo senza spendere troppo e poi fare il giro delle etichette, aspettando l’offerta migliore per rimettersi in pista, incidere e ricominciare coi tour.
Il giornalista musicale Ben Edmonds offre una dritta per uno studio economico e Williamson, non avendo una band stabile, cerca nella scena locale racimolando una serie di collaborazioni più o meno sporadiche – che comprendono i fratelli Tony e Hunt Sales (alla sezione ritmica) e Scott Thurston alle tastiere, su tutti.

E’ così che iniziano le session per incidere gli 11 pezzi che compongono Kill City. Williamson e i musicisti reclutati lavorano sodo per qualche settimana nello home studio di Jimmy Webb, mentre l’Iguana è alle prese col suo espermento riabilitativo.
James ha anche fatto firmare un contratto a Iggy, per cercare di assicurarsi la sua collaborazione e tutelarsi da eventuali colpi di testa. Ne parla così: “Questa faccenda del contratto è sempre stata male interpretata e non era così come tutti dicono […]. Non mi pare contenesse alcuna clausola che dicesse che solo lui ed io potevamo scrivere le canzoni, ma comunque il punto è un altro.  Quel contratto era soltanto un mezzo per tutelarmi e assicurarmi di non perdere tempo su un progetto fallimentare. In quel momento Iggy era troppo instabile e avevo bisogno di qualche sicurezza. Non sapevo cosa sarebbe accaduto, quindi – come in ogni relazione d’affari che si rispetti – ho semplicemente voluto mettere nero su bianco un documento che dicesse che valeva la pena essere coinvolti nel progetto. Dopotutto ero stato fregato più volte, in passato, in situazioni in cui c’entrava Iggy”.

Quando viene il momento di incidere le parti vocali, il problema diviene evidente: con Iggy chiuso in clinica c’è poco  margine per lavorare. Ma James Williamson, che ha preso le redini della situazione, non ha intenzione di mollare e fortunatamente l’Iguana può godere – vista la sua buona condotta – di alcuni brevi permessi d’uscita.
James Williamson: “Con Iggy in clinica era davvero un casino. Andavo a prenderlo quasi tutti i giorni, lui incideva un po’ di parti vocali e poi lo riportavo indietro” (nota: in realtà pare che Iggy potesse uscire solo nei weekend).

E’ in questa atmosfera – che definire frammentata è un gentile eufemismo – che maturano gli 11 pezzi dell’album.
I due unici punti saldi delle session sono Williamson e Iggy, presenti in tutti i brani; il resto è da accreditare a una nebulosa di almeno sette musicisti che si alternano in ruoli diversi. La produzione e il mixaggio vengono curati da Williamson stesso, che si fa carico di questo passaggio delicato, e a posteriori non è soddisfatto di quanto fatto: “E’ un disco fatto in condizioni estreme e i nastri non suonano affatto bene, se devo essere onesto. Penso ci fosse del materiale buono, ma non siamo riusciti a renderlo bene. I riff sono buoni, ne sono sicuro, ma se avessimo avuto l’opportunità di fare un disco vero le cose sarebbero state diverse”.

Williamson parla di “un disco vero” per il semplice fatto che il risultato di queste session doveva essere un demo, destinato a non essere mai pubblicato, ma da utilizzare come biglietto da visita. Se poi aggiungiamo il fatto che per Williamson c’era ancora del lavoro da fare in studio, il quadro si complica.
Già, perché Iggy esce dalla clinica proprio mentre James sta terminando un primo mixaggio dei brani; l’intento era di rifinire ulteriormente il tutto, ma l’Iguana non ha tempo per queste cose. Con un colpo di testa dei suoi inizia a diffondere delle copie su cassetta e a farle avere a tutte le etichette della zona, nell’intento di ricavarne un contratto. Williamson è molto contrariato da tutto ciò, ma ormai la frittata è fatta.

Aftermath

La vera mazzata giunge gradualmente e si concretizza sotto forma di consapevolezza; dopo qualche mese l’evidenza è crudele, ma indiscutibile: nessuno dimostra il minimo interesse per questo lavoro e tantomeno è disposto a investire denaro per pubblicarlo. Iggy, poi, è decisamente visto come un personaggio ingestibile e questo non giova, come lui stesso ricorda: “A L.A. avevo una pessima reputazione; e L.A. è davvero un pessimo posto per avere una pessima reputazione”.
In pratica di fronte al muro di gomma innalzato dall’industria discografica non resta che gettare la spugna; Iggy, oltretutto, nel frattempo sta nuovamente rinsaldando la propria amicizia con David Bowie e sta partendo per una tangente propria, un quadro in cui Williamson non è di certo contemplato. E’ così che il risultato delle session in studio viene messo in un cassetto, con buona pace dei sogni di chi ci aveva creduto.

E’ così che le strade di Iggy e di Williamson si separano; il frontman è pronto a iniziare la propria avventura europea (con la famosa parentesi berlinese) e a sfornare gli unici due album solisti per cui viene ricordato nella storia del rock – The Idiot e Lust For Life. Il chitarrista, invece, scopre una passione per l’elettronica e le prime applicazioni in campo musicale: si mette a studiare, inizia un corso da tecnico del suono e abbandona i palchi. Sembra la fine, ma paradossalmente è proprio da questa cesura che nasce l’opportunità di pubblicare Kill City.

Facciamo un salto in avanti di circa due anni: è il 1977 e Iggy è sulla cresta dell’onda, grazie alla collaborazione col Duca Bianco. Williamson ha proseguito con gli studi nell’elettronica, ma non ha ancora fattto pace con l’esperienza Stooges, né con il fatto di avere gettato alle ortiche i demo incisi nel 1975. E’ così che decide di prendersi qualche libertà, a titolo di rimborso per i burrascosi trascorsi: riprende in mano i demo di due anni prima, chiama John Harden per sovraincidere qualche parte di sax e va a bussare alla porta di Greg Shaw, il boss della storica Bomp! Records.

Shaw e la moglie Suzy non si lasciano certo sfuggire la ghiottissima occasione e acconsentono subito a pubblicare Kill City, che esce a novembre del 1977 con il numero di catalogo 4001. Alla vigilia della pubblicazione Williamson promuove il disco dicendo che si tratta del migliore lavoro mai fatto da lui e Iggy insieme; Iggy, invece, rinnega sprezzante quei brani dicendo che si tratta di un disco non finito. Una vera e propria inversione di tendenza per entrambi, del resto facilmente spiegabile: Iggy vuole scrollarsi di dosso il passato, Williamson tenta di ricavarne qualche beneficio.
Al solito l’Iguana dimostra una notevole doppiezza, visto che comunque non esita un istante a inserire qualche brano di Kill City nella propria scaletta live del 1978. Mossa astuta, perché nonostante lo status iconico di padrino del punk, i suoi ultimi lavori se ne distaccano notevolmente… Kill City è un’ottima occasione per dimostrare anche ai punk più giovani – che magari non conoscono gli Stooges – che l’Iguana effettivamente ha un’animo ribelle e rock.

Nel più classico stile Bomp!, ben presto nascono controversie legate al denaro – solo qualche anno dopo la morte di Greg Shaw (avvenuta nel 2004) la moglie Suzy è riuscita a ricucire lo strappo con Williamson – ma il disco, almeno inizialmente, circola piuttosto bene, spinto dal successo di The Idiot e Lust for Life.
Il problema è che la critica, ammaliata dal nuovo corso dell’Iguana, snobba l’album relegandolo allo status di semibootleg che fotografa una fase ormai da dimenticare.

I magnifici 11

Dopo tutto il panegirico interminabile qua sopra, il minimo è parlare – finalmente – della musica di Kill City. In generale, fin dal momento dell’uscita, è stata fatta notare una virata verso sonorità più commerciali rispetto agli ultimi exploit degli Stooges post Raw Power. In effetti i pezzi composti dal duo Williamson/Pop, in questo frangente, hanno un feeling che richiama da vicino gli Stones degli anni Settanta e certo hard rock metropolitano: è materiale sicuramente meno ossessivo e metallico rispetto al passato. La melodia, poi, ha un ruolo più determinante.

Concettualmente, Kill City rappresenta il rovescio della medaglia dell’etica “live fast, die young” e mostra ciò che rimane alla fine della cavalcata selvaggia se questa non si conclude con la morte, ma si resta vivi a confrontarsi coi casini e i problemi di tutti i giorni. E’ un disco in cui la rabbia e l’esuberanza ci sono, ma sono gravemente minate dal senso di sopraffazione e di disfatta; tant’è vero che anche la performance vocale di Iggy è molto diversa: se negli Stooges cantava come un animale inferocito, qui adotta timbriche più pacate, intrise di agonizzante melanconia.
James Williamson: “Era una situazione inusuale, ma quello che funziona davvero nel suo modo di cantare su quel disco è che anche se la sua voce non è buona come negli altri lavori, lui canta davvero come se gli uscisse l’anima dal culo, come dire… capisci? E’ un modo di cantare davvero valido, pieno di feeling”.
Williamson alla chitarra – poi – è sempre tagliente, ma non disdegna momenti più intimisti, rifugiandosi nei territori delle ballad sepolcrali e del cosiddetto “wasted rock”, il rock della devastazione che vive e si nutre di paesaggi interiori crepuscolari, disperati e pericolosi.

Il risultato è davvero un classico. Niente hit, produzione cruda e ruvida, critica schifata, vendite ridicole. Oro colato.

Immaginate un pugno di outtake da Exile on Main Street, riarrangiate dagli Stooges della zona del crepuscolo (il periodo tra Fun House e Raw Power, magari la formazione con Asheton e Williamson entrambi alle chitarre), con una coltre di tristezza tossica non dissimile da quella che impregna Third/Sisters Lovers dei Big Star (molto diverso come genere, ma forgiato nelle stesse officine dell’anima).

Le stampe di Kill City (according to Discogs.com)

Sono qui elencate le varie stampe di cui ho trovato traccia, secondo questo schema: label, numero di catalogo, stato, anno di uscita. Tra parentesi il formato (dove non è indicato si ratta di LP). Per i feticisti bisogna ricordare che il disco è uscito anche in formato Stereo 8 (foto più sopra) e molto probabilmente anche su nastro.

  • Bomp!, BLP 4001, USA, 1977
  • WEA, K 56467, Italia, 1977
  • WEA/Radar Records, 56467/RAD 2, Grecia, 1977
  • Bomp!/Import Records, BLP-4001/9356-1018, Canada, 1977
  • Radarscope Records/Radar Records, RAD 2, Australia & Nuova Zelanda, 1978
  • Visa Records/Bomp!, IMR 1018/BLP-4001, USA, 1978
  • Radar Records, RAD 2, UK, 1978
  • Bomp!, RAD 56/467 (RAD 2), Germania, 1978
  • Line Records, LLP 5171 AS, Germania, 1982
  • Line Records, LILP 4.00131 J, Germania, 1982
  • (CD) Line Records, LICD 9.00131 O, Germania, 1988
  • (2CD) Line Records, LICD 9.21175 S, Germania, 1992
  • (CD) Bomp!, BCD 4042, USA, 1992
  • (10″) Bomp!, BLP 4042/10, USA, 1995

Sono note due diverse copertine di Kill City. Quella in bianco e nero con Iggy e James che si abbracciano è la versione partorita dalla Bomp!, mentre quella con il disegno stile cartoon è la copertina della stampa europea del 1977.
Negli anni sono state utilizzate con una certa disinvoltura entrambe, senza tenere particolarmente conto della variante regionali.

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